La violenza ostetrica è violenza. Ma quando una donna lotta per sé stessa, lotta
per tutte le donne. Da questo presupposto parte “Senza spegnere la voce. Il
potere sul corpo delle donne: da Valentina Milluzzo a tutte noi “ (Nous),
l’indagine della giornalista Giorgia Landolfo che fa luce sulla violenza
ostetrica, un tema tanto scomodo quanto oscurato, partendo dalla storia di
Valentina Milluzzo: il 19 ottobre del 2016, all’età di 32 anni, è morta
all’ospedale «Cannizzaro» di Catania in cui era stata ricoverata, 17 giorni
prima, a causa di una minaccia di aborto alla diciassettesima settimana di
gravidanza
Ritrovarsi in un pronto soccorso, in uno studio di ginecologia o in una sala da
parto e avere paura di fare domande non è normale. La violenza ostetrica
comincia dall’imposizione del silenzio e dalla normalizzazione di eventi
ingiusti che fanno perdere la voce alle donne e ai loro diritti.
«Io però voglio capire come si fa a morire a trentadue anni, nel 2016, in un
ospedale di terzo livello, dopo tanti giorni di ricovero per una minaccia di
aborto. Voglio sentire la famiglia, gli avvocati, i medici». Giornalista e
scrittrice, Giorgia Landolfo apprende della morte di Valentina Milluzzo dalle
agenzie di stampa e da quel momento comincia a occuparsi dell’intera vicenda. Si
documenta, incontra i famigliari, indaga sul come sia possibile morire perché
(così ha letto dal sito dell’Agi) un «medico obiettore ha rifiutato
l’intervento». Una minuziosa ricostruzione di perizie, interrogatori e
registrazioni del processo chedenuncia tutto il mancato riconoscimento del
potere delle donne sui loro corpi e restituisce credito «a quella voce che noi
donne sentiamo ma che molto spesso non ascoltiamo».
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ostetrica
VIOLENZA OSTETRICA, UNA VIOLENZA TACIUTA IN TUTTO IL MONDO
Dalla prima definizione di legge al mondo sulla violenza ostetrica – in
Venezuela, nel 2007 – sono passati quasi vent’anni: la legge descriveva una
serie di atti abusivi e non rispettosi nei confronti delle donne partorienti, in
termini di appropriazione del corpo e dei processi riproduttivi, eccesso di
medicalizzazione e patologizzazione di eventi naturali. Con la conseguente
perdita di autonomia decisionale da parte delle donne. Ma il progresso dei tempi
non necessariamente corrisponde a maggiore consapevolezza: soprattutto se il
sistema non cambia.
> Nel 2016 Valentina Milluzzo, incinta di quattro mesi, muore perché le è stata
> negata la possibilità di fare domande, interrogarsi, dubitare: un caso di
> violenza ostetrica che non è isolato, come testimoniano i dati.
Il rapporto Obstetric violence in the European Union: Situational analysis and
policy recommendations (La violenza ostetrica nell’Unione Europea. Analisi
situazionale e raccomandazioni politiche), che riporta i dati raccolti tra il
2022 e il 2023, mostra un quadro preciso:
> La percentuale di donne partorienti che ha subito una o più forme di violenza
> ostetrica è tra il 21% (Italia) e l’81% (Polonia)
Le forme più comuni sono la mancanza di consenso e di consenso informato, gli
abusi verbali (infantilizzazioni, discriminazioni) e fisici (manovre ed
episiotomie non necessarie, esplorazioni vaginali ed episiotomie non consentite
o eccessive), la mancanza di comunicazione (informazioni insufficienti o non
adeguate) e di supporto.
Tutte le donne, indipendentemente da status economico, livello di istruzione o
background socioculturale, sono a rischio di subire violenza ostetrica.
> Le donne migranti e appartenenti a minoranza etniche presenti in Europa,
> quelle disabili e che vivono in condizioni di indigenza incorrono maggiormente
> in trattamenti abusivi e non rispettosi
LA STORIA DI VALENTINA MILLUZZO
Valentina Milluzzo aveva 32 anni ed era finalmente riuscita a coronare il sogno
di una gravidanza. Aspettava due gemelli, era alla diciassettesima settimana di
attesa. Il 29 settembre del 2016, nel corso di una visita di controllo, il
ginecologo la informa che qualcosa non va: viene ricoverata il giorno stesso
all’Ospedale Cannizzaro di Catania. Il collo dell’utero è dilatato e uno dei due
sacchi amniotici già affacciato in vagina: è alle soglie di un aborto spontaneo.
> I medici del reparto, tutti obiettori di coscienza, non le spiegano che in
> quelle condizioni molto probabilmente sarebbe insorta un’infezione delle
> membrane fetali che poteva costarle la vita
Nessuno le prospetta un aborto terapeutico per prevenire gravi conseguenze. Per
diciassette giorni Valentina Milluzzo rimane ricoverata, a letto, con le gambe
alzate per evitare l’espulsione spontanea dei due feti. Come era prevedibile, le
membrane si infettano: «Finché il cuore dei feti batte, non posso fare niente»
racconta la sorella di Valentina, riferendo le parole del medico di turno.
> L’intervento avviene solo nella notte tra il 15 e il 16 ottobre, quando cessa
> il battito prima di uno e poi dell’altro feto
Meno di ventiquattro ore dopo Valentina Milluzzo muore, a causa della sepsi
originata dall’infezione delle membrane, come risulta dall’autopsia effettuata
sul suo corpo.
Quattro medici del reparto dove era ricoverata la donna sono stati riconosciuti
colpevoli in primo grado di omicidio colposo nel 2022, ma assolti in appello
perché il fatto non sussiste a novembre del 2024. Le motivazioni della sentenza
di appello non sono state ancora pubblicate. I medici avrebbero dovuto informare
la paziente della gravità della situazione, del rischio per la sua sopravvivenza
e della possibilità di richiedere l’intervento di un medico non obiettore per
interrompere la gravidanza. Invece, come riporta Landolfo, dalla cartella
clinica agli atti del processo non risulta che Valentina Milluzzo abbia ricevuto
alcuna comunicazione in tal senso, né che abbia firmato un documento di consenso
informato. Non essendo a conoscenza del rischio che correva, non ha potuto
scegliere liberamente per se stessa e per la sua salute.
RACCONTARE LA VIOLENZA OSTETRICA PER «NON SPEGNERE LA VOCE»
Lo scopo del libro di Giorgia Landolfo non è polarizzare l’opposizione tra
pazienti e personale medico. Ma, al contrario, rendere le donne consapevoli dei
propri diritti, soprattutto riguardo la salute riproduttiva. La retorica difusa
di chi si oppone all’aborto fa spesso riferimento alla volontà di chi sceglie di
interrompere una gravidanza, all’offerta di aiuti economici e soluzioni
alternative.
> Raramente si considera che l’aborto possa essere un intervento necessario per
> tutelare la salute e persino la vita della paziente
Per questo essere consapevoli diventa lo strumento più efficace per difendersi:
una postura ancora necessaria. «Usare al meglio la propria voce significa
soprattutto conoscere e veicolare in maniera sincera le proprie intenzioni. La
voce è come un’impronta digitale, unica per ogni persona – scrive Landolfo – La
chiave è proprio l’autenticità, ecco perché le donne non dovrebbero scimmiottare
gli uomini, ma piuttosto sentirsi libere di accordare i vari colori della voce
al messaggio da comunicare».
LA SALUTE FEMMINILE NON PUÒ PRESCINDERE DALLA VOLONTÀ DELLE DONNE
«L’obiettivo di questo libro è mantenere viva la memoria di Valentina Milluzzo
nella verità e accendere i riflettori sul tema della violenza ostetrica e
ginecologica affinchè si smetta di negarne l’esistenza – spiega Giorgia Landolfo
a The Wom – È fondamentale osservare e conoscere il contesto nel quale si
verifica, un contesto in cui i diritti delle donne e la loro salute riproduttiva
sono sempre in pericolo. Le donne e le persone con utero cercano informazioni
chiare per scegliere liberamente, ma troppo spesso gli vengono negate».
Non solo fare luce sul tema della violenza ostetrica, ma anche prevenirla
cambiando il sistema: «C’è uno squilibrio di potere tra medico e paziente
nell’ambito della salute femminile, ma ritengo che la classe medica abbia tutto
l’interesse a cambiare approccio, tenendo conto della volontà delle donne –
continua Landolfo – Questo non è un libro contro i sanitari, non è un caso che
pre e postfazione siano firmate da due mediche, come loro tante altre e altri
sanno che serve fornire alle donne tutti gli strumenti necessari per compiere
scelte davvero libere e consapevoli, a tutela della salute di tuttə»
Sasha Damiani, nella prefazione del libro, sottolinea come nel suo percorso
professionale di medica anestesista e attraverso l’esperienza di Mamme A Nudo,
sia «testimone dell’immensa difficoltà e dell’incertezza che molte donne
sperimentano quando cercano – spesso senza trovarle – informazioni chiare sulla
propria salute e il supporto necessario per poter prendere decisioni
consapevoli».
Le fa eco Elisabetta Canitano, ginecologa, che va dritta al cuore della
questione: «In ostetricia, complice la crescente influenza degli obiettori di
coscienza nei nostri ospedali, le donne non vengono ritenute più importanti
dell’embrione e del feto, in modo da far sì che la gravidanza possa essere
interrotta tempestivamente quando diventa pericolosa per la donna. O meglio ciò
avviene solo in caso di “grave pericolo di vita”, come d’altra parte recita la
legge, e quindi si aspetta, aspetta, aspetta».
LE DONNE AIUTANO LE DONNE
A chiudere il libro, un vademecum semplice ed efficace scritto in collaborazione
con Elisabetta Canitano: «Alza la voce» è quello che viene esortato a fare tutte
le volte che non si comprende quello che sta accadendo, si è in dubbio sulle
scelte mediche, si prova dolore, si viene vista negata la presenza di una
persona cara durante il travaglio o il parto, si esprime la volontà di
interrompere una gravidanza e si ricevono giudizi non richiesti.
Ma, sottolineano le autrici del vademecum, ci sono dei casi in cui alzare la
voce non basta: quando viene lesa la libertà della persona occorre passare ai
fatti e cambiare professionista o addirittura denunciare alle autorità
competenti.
> Tutelare la propria voce e quella delle altre: il potere sul corpo delle donne
> è ancora un campo di battaglia.
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