Senza spegnere la voce: la violenza ostetrica è violenza

- The Wom - Monday, March 10, 2025
La violenza ostetrica è violenza. Ma quando una donna lotta per sé stessa, lotta per tutte le donne. Da questo presupposto parte “Senza spegnere la voce. Il potere sul corpo delle donne: da Valentina Milluzzo a tutte noi “ (Nous), l’indagine della giornalista Giorgia Landolfo che fa luce sulla violenza ostetrica, un tema tanto scomodo quanto oscurato, partendo dalla storia di Valentina Milluzzo: il 19 ottobre del 2016, all’età di 32 anni, è morta all’ospedale «Cannizzaro» di Catania in cui era stata ricoverata, 17 giorni prima, a causa di una minaccia di aborto alla diciassettesima settimana di gravidanza

Ritrovarsi in un pronto soccorso, in uno studio di ginecologia o in una sala da parto e avere paura di fare domande non è normale. La violenza ostetrica comincia dall’imposizione del silenzio e dalla normalizzazione di eventi ingiusti che fanno perdere la voce alle donne e ai loro diritti.

«Io però voglio capire come si fa a morire a trentadue anni, nel 2016, in un ospedale di terzo livello, dopo tanti giorni di ricovero per una minaccia di aborto. Voglio sentire la famiglia, gli avvocati, i medici». Giornalista e scrittrice, Giorgia Landolfo apprende della morte di Valentina Milluzzo dalle agenzie di stampa e da quel momento comincia a occuparsi dell’intera vicenda. Si documenta, incontra i famigliari, indaga sul come sia possibile morire perché (così ha letto dal sito dell’Agi) un «medico obiettore ha rifiutato l’intervento». Una minuziosa ricostruzione di perizie, interrogatori e registrazioni del processo chedenuncia tutto il mancato riconoscimento del potere delle donne sui loro corpi e restituisce credito «a quella voce che noi donne sentiamo ma che molto spesso non ascoltiamo».

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Violenza ostetrica, una violenza taciuta in tutto il mondo

Dalla prima definizione di legge al mondo sulla violenza ostetrica – in Venezuela, nel 2007 – sono passati quasi vent’anni: la legge descriveva una serie di atti abusivi e non rispettosi nei confronti delle donne partorienti, in termini di appropriazione del corpo e dei processi riproduttivi, eccesso di medicalizzazione e patologizzazione di eventi naturali. Con la conseguente perdita di autonomia decisionale da parte delle donne. Ma il progresso dei tempi non necessariamente corrisponde a maggiore consapevolezza: soprattutto se il sistema non cambia.

Nel 2016 Valentina Milluzzo, incinta di quattro mesi, muore perché le è stata negata la possibilità di fare domande, interrogarsi, dubitare: un caso di violenza ostetrica che non è isolato, come testimoniano i dati.

Il rapporto Obstetric violence in the European Union: Situational analysis and policy recommendations (La violenza ostetrica nell’Unione Europea. Analisi situazionale e raccomandazioni politiche), che riporta i dati raccolti tra il 2022 e il 2023, mostra un quadro preciso:

La percentuale di donne partorienti che ha subito una o più forme di violenza ostetrica è tra il 21% (Italia) e l’81% (Polonia)

Le forme più comuni sono la mancanza di consenso e di consenso informato, gli abusi verbali (infantilizzazioni, discriminazioni) e fisici (manovre ed episiotomie non necessarie, esplorazioni vaginali ed episiotomie non consentite o eccessive), la mancanza di comunicazione (informazioni insufficienti o non adeguate) e di supporto. 

Tutte le donne, indipendentemente da status economico, livello di istruzione o background socioculturale, sono a rischio di subire violenza ostetrica.

Le donne migranti e appartenenti a minoranza etniche presenti in Europa, quelle disabili e che vivono in condizioni di indigenza incorrono maggiormente in trattamenti abusivi e non rispettosi

La storia di Valentina Milluzzo

Valentina Milluzzo aveva 32 anni ed era finalmente riuscita a coronare il sogno di una gravidanza. Aspettava due gemelli, era alla diciassettesima settimana di attesa. Il 29 settembre del 2016, nel corso di una visita di controllo, il ginecologo la informa che qualcosa non va: viene ricoverata il giorno stesso all’Ospedale Cannizzaro di Catania. Il collo dell’utero è dilatato e uno dei due sacchi amniotici già affacciato in vagina: è alle soglie di un aborto spontaneo.

I medici del reparto, tutti obiettori di coscienza, non le spiegano che in quelle condizioni molto probabilmente sarebbe insorta un’infezione delle membrane fetali che poteva costarle la vita

Nessuno le prospetta un aborto terapeutico per prevenire gravi conseguenze. Per diciassette giorni Valentina Milluzzo rimane ricoverata, a letto, con le gambe alzate per evitare l’espulsione spontanea dei due feti. Come era prevedibile, le membrane si infettano: «Finché il cuore dei feti batte, non posso fare niente» racconta la sorella di Valentina, riferendo le parole del medico di turno.

L’intervento avviene solo nella notte tra il 15 e il 16 ottobre, quando cessa il battito prima di uno e poi dell’altro feto

Meno di ventiquattro ore dopo Valentina Milluzzo muore, a causa della sepsi originata dall’infezione delle membrane, come risulta dall’autopsia effettuata sul suo corpo.

Quattro medici del reparto dove era ricoverata la donna sono stati riconosciuti colpevoli in primo grado di omicidio colposo nel 2022, ma assolti in appello perché il fatto non sussiste a novembre del 2024. Le motivazioni della sentenza di appello non sono state ancora pubblicate. I medici avrebbero dovuto informare la paziente della gravità della situazione, del rischio per la sua sopravvivenza e della possibilità di richiedere l’intervento di un medico non obiettore per interrompere la gravidanza. Invece, come riporta Landolfo, dalla cartella clinica agli atti del processo non risulta che Valentina Milluzzo abbia ricevuto alcuna comunicazione in tal senso, né che abbia firmato un documento di consenso informato. Non essendo a conoscenza del rischio che correva, non ha potuto scegliere liberamente per se stessa e per la sua salute.

Raccontare la violenza ostetrica per «non spegnere la voce»

Lo scopo del libro di Giorgia Landolfo non è polarizzare l’opposizione tra pazienti e personale medico. Ma, al contrario, rendere le donne consapevoli dei propri diritti, soprattutto riguardo la salute riproduttiva. La retorica difusa di chi si oppone all’aborto fa spesso riferimento alla volontà di chi sceglie di interrompere una gravidanza, all’offerta di aiuti economici e soluzioni alternative.

Raramente si considera che l’aborto possa essere un intervento necessario per tutelare la salute e persino la vita della paziente

Per questo essere consapevoli diventa lo strumento più efficace per difendersi: una postura ancora necessaria. «Usare al meglio la propria voce significa soprattutto conoscere e veicolare in maniera sincera le proprie intenzioni. La voce è come un’impronta digitale, unica per ogni persona – scrive Landolfo – La chiave è proprio l’autenticità, ecco perché le donne non dovrebbero scimmiottare gli uomini, ma piuttosto sentirsi libere di accordare i vari colori della voce al messaggio da comunicare».

La salute femminile non può prescindere dalla volontà delle donne

«L’obiettivo di questo libro è mantenere viva la memoria di Valentina Milluzzo nella verità e accendere i riflettori sul tema della violenza ostetrica e ginecologica affinchè si smetta di negarne l’esistenza – spiega Giorgia Landolfo a The Wom – È fondamentale osservare e conoscere il contesto nel quale si verifica, un contesto in cui i diritti delle donne e la loro salute riproduttiva sono sempre in pericolo. Le donne e le persone con utero cercano informazioni chiare per scegliere liberamente, ma troppo spesso gli vengono negate».

Non solo fare luce sul tema della violenza ostetrica, ma anche prevenirla cambiando il sistema: «C’è uno squilibrio di potere tra medico e paziente nell’ambito della salute femminile, ma ritengo che la classe medica abbia tutto l’interesse a cambiare approccio, tenendo conto della volontà delle donne – continua Landolfo – Questo non è un libro contro i sanitari, non è un caso che pre e postfazione siano firmate da due mediche, come loro tante altre e altri sanno che serve fornire alle donne tutti gli strumenti necessari per compiere scelte davvero libere e consapevoli, a tutela della salute di tuttə»

Sasha Damiani, nella prefazione del libro, sottolinea come nel suo percorso professionale di medica anestesista e attraverso l’esperienza di Mamme A Nudo, sia «testimone dell’immensa difficoltà e dell’incertezza che molte donne sperimentano quando cercano – spesso senza trovarle – informazioni chiare sulla propria salute e il supporto necessario per poter prendere decisioni consapevoli».
Le fa eco Elisabetta Canitano, ginecologa, che va dritta al cuore della questione: «In ostetricia, complice la crescente influenza degli obiettori di coscienza nei nostri ospedali, le donne non vengono ritenute più importanti dell’embrione e del feto, in modo da far sì che la gravidanza possa essere interrotta tempestivamente quando diventa pericolosa per la donna. O meglio ciò avviene solo in caso di “grave pericolo di vita”, come d’altra parte recita la legge, e quindi si aspetta, aspetta, aspetta».

Le donne aiutano le donne

A chiudere il libro, un vademecum semplice ed efficace scritto in collaborazione con Elisabetta Canitano: «Alza la voce» è quello che viene esortato a fare tutte le volte che non si comprende quello che sta accadendo, si è in dubbio sulle scelte mediche, si prova dolore, si viene vista negata la presenza di una persona cara durante il travaglio o il parto, si esprime la volontà di interrompere una gravidanza e si ricevono giudizi non richiesti.

Ma, sottolineano le autrici del vademecum, ci sono dei casi in cui alzare la voce non basta: quando viene lesa la libertà della persona occorre passare ai fatti e cambiare professionista o addirittura denunciare alle autorità competenti.

Tutelare la propria voce e quella delle altre: il potere sul corpo delle donne è ancora un campo di battaglia.

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