> Mi piace il volto dell’agonia perché so che è sincero.
>
> Emily Dickinson
Scrivo coricata su un divano, fra precarie colline di cuscini, la schiena
acconciata alla meglio per impugnare il telefono e digitare questo testo, perché
nella posizione improbabile in cui mi trovo è impossibile cimentarsi con un
portatile. Fin qui posso dire, oltre decido di tacere. Perché non sopporto chi
racconta il proprio dolore, non sopporto gli sfoghi diaristici spacciati per
letteratura, e quando parlo di dolore mi riferisco qui in particolare a quello
del corpo, all’ἄλγος greco (algos).
Esiste un filone della narrativa, oggi di grande successo, popolato di
strazianti resoconti di malattie mortali e/o debilitanti, di incidenti
invalidanti, di vite miracolosamente scampate alla morte; in taluni casi, si
tratta di storie narrate per lo più nella forma del memoir, con studiata
crudezza, perché si sa che basta qualche vocabolo enfatico come “abisso”,
“indicibile”, “resilienza”, o addirittura qualche parolina triviale, come
“piscio”, “merda” e via discorrendo, per ottenere sicuri effetti scenici; in
altri casi, vale la strategia opposta, quella dell’affresco poetico e
struggente, per i cuori più sensibili, vale, in altri termini, la narrazione che
scuote la pancia con lancinanti tenerezze.
Il punto è che questi resoconti risultano quasi sempre insopportabilmente
esibizionistici e artificiosi. Che l’esito di tali opere sia terapeutico per chi
scrive, e forse persino per taluni lettori, è comprensibile, tant’è vero che ne
traboccano i profili dei social networks, quasi che il dramma fosse per tutti un
succulento vanto, quasi che certi quadri apocalittici fossero una postura
artistica di pregio. Tutti a indossare la svenevole maschera dei disgraziati
gravati da indicibili dolori, tanto indicibili da essere illustrati fin nel
minimo e più miserevole dettaglio. Da un punto di vista letterario, però, gli
sfoghi del martirio, per quanto ben concepiti e scritti, sono una ingiuria alla
verità, e non fanno altro che spettacolarizzare commoventi menzogne.
Affermazione cinica e perentoria, la mia; eppure, essa si fonda su di una
semplicissima considerazione rispetto alla quale si sono confrontati filosofi e
scrittori.
La sola verità che possediamo, inconfutabile e da chiunque afferrabile,
dall’infante sino alla creatura meno dotata intellettualmente, e senza dover far
ricorso a complicate congetture o procedure ermeneutiche, è il corpo. Lo ripeto:
la sola verità inopinabile è il nostro instabile, vulnerabile e caduco corpo,
con i suoi piaceri, i suoi tremiti, i suoi spasmi, i suoi orgasmi e, purtroppo,
le sue afflizioni. Rendersi conto del corpo significa afferrarne l’assoluta,
inoppugnabile verità. Intendo qui il corpo come esperienza soggettiva, ossia il
corpo che percepiamo, senza osservarlo, senza cedere a una interpretazione che,
come ogni interpretazione, potrebbe risultare fallace. Nella quotidianità, la
nostra corporeità è assodata, viviamo con naturalezza nella fluida incoscienza
di un involucro organico che compie azioni, scivolando, obbediente, fra
automatismi e abitudinarietà. Ma l’avvento, spesso barbaro e improvviso, del
dolore spezza questa naturalezza, e il corpo si impone ex abrupto alla coscienza
in modo cruento e ineludibile. Quando proviamo dolore, il corpo non è più un
mezzo attraverso il quale agiamo, ma si tramuta in ostacolo, in inibizione,
diventa il tiranno che ci segrega nella nostra bieca, meschina, materialità.
Sartre, non soltanto con riferimento al corpo, parla di fatticità, ossia il dato
di fatto dell’esistenza che ci precede e ci limita. Ecco, il dolore fisico è
proprio così: è un’esperienza che ci rammenta in maniera spietata e
incontrovertibile che non siamo pura libertà: esistiamo dentro un corpo che ha
limiti spesso paralizzanti, vergognosi, truculenti, ripugnanti, esistiamo in un
corpo che può soffrire ferocemente, riportandoci alla nostra condizione di
esseri finiti e ancor prima sfiniti. In questo senso, sempre secondo il filosofo
francese, l’oggettivazione del corpo, della nostra esistenza, è una verità
ineludibile per la nostra coscienza quando questa viene catturata dalla
sofferenza.
Un corpo che tiranneggia è una evenienza ineluttabile, che non può essere
descritta, narrata, comunicata, palesata, a pena di alternarne l’essenza
innocente e cristallina. Il corpo parla da sé, e lo fa con trasparenza
trafittiva. Cos’è più genuino, inviolabile e inesprimibile di un dolore che,
tenace come questa terra ammalata che resiste al collasso, attanaglia senza
requie? Ogni parola che tenti di descriverlo è sacrilega, blasfema, è
invereconda e vanagloriosa. Il corpo in pena esige mutismo, affinché si crei un
punto di contatto fra esso e la coscienza, fra la nostra materialità e la nostra
libertà. In questo punto di contatto soltanto, nel benedetto vuoto afasico,
soltanto in questo punto può accadere la comprensione, e, per i più fortunati,
l’accettazione.
La condivisione del dolore è una menzogna. Il dolore, per sua natura, è una
delle più elevate forme di solitudine, una solitudine primordiale, perfetta, e
nessuno può condividerne la verità, nemmeno se ne è afflitto in forma similare.
La solitudine del dolore è il solo modo per comprenderne l’innocenza, e infine
per accettarlo.
Per Sartre il dolore del corpo si colloca al confine tra être-en-soi (essere in
sé) e être-pour-soi (essere per sé), ovvero tra la materialità dell’esistenza e
la coscienza che la trascende.
Per Simone Weil il dolore è una manifestazione della necessità, ossia l’ordine
impersonale e ineluttabile che governa il mondo. Nel suo pensiero, influenzato
dallo stoicismo, il dolore è uno dei modi in cui l’essere umano diviene
consapevole di questo dogma: ci mostra che non siamo padroni del nostro corpo né
della nostra vita, ma siamo soggetti a forze che ci sovrastano.
Tuttavia, per Weil questa condizione non è un anatema. Al contrario, accettare
la necessità significa imparare a rinunciare all’illusione del controllo e
riconoscere il nostro posto nell’universo.
Il dolore, quindi, può essere un’occasione di verità, una purga, un lavacro,
perché ci strappa finalmente dall’illusione dell’ego e ci mette di fronte alla
realtà nella sua brutalità. Verità, lo ripeto ancora una volta: verità; e,
aggiungo, decentramento dell’io. Ecco a cosa ci conduce il dolore. E quando l’io
è decentrato, de-creato, non c’è scrittura che non si tramuti in ingiuria nel
vanesio tentativo di descrivere l’indescrivibile. Se il dolore fisico gioca un
ruolo chiave in questo processo, perché ci costringe a distogliere l’attenzione
dal nostro io, allora ascoltiamolo, e lasciamolo agire senza tentare di farne
una medaglia di gloriosa resistenza, un racconto divulgativo, come tanto è in
voga oggi fra divi, starlette e scrittori glamour, o, peggio ancora, una
mostrina con cui promuovere il nostro prossimo libro. Perché è questo che
avviene: l’autobiografia del dolore sta diventando il passepartout per sentirsi
riconosciuti, per ottenere consensi, talora persino il successo letterario,
televisivo o cinematografico, poiché appaga il bisogno di un pubblico fragile,
smanioso di catarsi ed empatia, e soprattutto felice di sentirsi indenne da
certi drammi. È profondamente umano bramare, spesso in maniera pruriginosa, la
visione dell’altrui croce, dell’altrui dannazione per, anche soltanto
incosciamente, provare una sensazione di sospiroso conforto quando constatiamo
di esserne incolumi. E siccome in quanto esseri umani siamo altamente
suggestionabili, quando ci imbattiamo in un’opera che sviscera con toni accorati
un trauma, rapiti dalla commozione, non sappiamo più distinguere la qualità
letteraria dalla tribolazione del suo autore, perdiamo il senso critico,
proclamiamo la grandezza di una qualunque scrittura o produzione artistica
faccia vibrare la nostra sensibilità. Ma siamo davvero sicuri di poter definire
letteratura la cronaca del precipizio di una vita che perde il controllo del
proprio corpo o della propria mente? Io non so fare altro che scrivere, benché
vorrei saperlo fare meglio, e il tema che malauguratamente orienta le mie
meditazioni, è purtroppo quello del corpo e delle sue croniche afflizioni.
Nondimeno, l’idea di farne un memoriale da offrire in pasto a lettori vogliosi
di addentrarsi nella cronaca di una intrepida resistenza prêt-à-porter, mi
ripugna, poiché si tradurrebbe in un osceno tradimento della condizione che mi è
dato di vivere.
È certo una mia opinione, ma mi conforta non essere la sola a pensarla in questo
modo.
La filosofa Elaine Scarry, nel suo saggio The Body in Pain (Oxford University
Press, 1985), osserva come il dolore fisico sia una delle esperienze più reali e
irrefutabili che un essere umano possa sperimentare. Mentre le emozioni e i
pensieri possono essere interpretati, questionati, interpolati, manipolati,
confutati, il dolore è schietto e dogmatico: quando soffriamo, sappiamo che il
nostro corpo esiste, che è qui e ora, che non gioca a nascondino, che non crea
un falso sé come può fare la mente, che non si ammanta, che non mente. Scarry
osserva altresì che il dolore, per questa sua natura autentica e inflessibile,
ingenera un paradosso: pur essendo l’accidente più reale per chi lo provi, la
sua comunicazione è infelicemente ardua, se non impossibile. Il linguaggio è
inadeguato a esprimerne la natura, l’intensità e le sfumature, e questo lo
tramuta in una esperienza di profonda, primordiale solitudine, come si accennava
poc’anzi.
La verità del dolore, in altri termini, coincide con la sua ineffabilità: ci
dice qualcosa di assoluto, ma ci isola nella sua esperienza, si rende
incomunicabile. Si potrebbe dire che il dolore è “un saper essere”, non un
“saper dire”, un attraversamento, un’immanenza che lascia tracce di sé, non
ricordi sui cui favoleggiare.
Il dolore, come il corpo, ha una dignità sovrumana, e non trova altra forma di
espressione se non, a mio opinabile avviso, nell’alta poesia o, al limite, nella
passione dei mistici, che, tuttavia, non voglio qui evocare poiché anch’essi
sono ormai divenuti una referenza in voga fra gli esistenzialisti da divano,
tanto che, prima o dopo, finiranno citati nei Baci Perugina.
Preferisco concentrarmi sulla poesia, quella che rispetta la verità del dolore
eludendone ogni ritratto, inventario, narrazione o cronaca, la poesia che
rispetta la verità sfiorandola attraverso l’astrazione e il
simbolismo. Prendiamo, ad esempio, questi versi di Emily Dickinson: Pain has an
element of blank; / Il cannot recollect / When it began, or if there were / A
time when it was not. // It has no future but itself, / Its infinite realms
contain / Its past, enlightened to perceive / New periods of pain[1]
Chi sa quale pain afflisse Dickinson quando compose questi versi. Ma il punto
non è affatto questo: non vogliamo saperlo, non ha senso saperlo, lo scopo non è
svaginare una verità che nemmeno la poetessa ha voluto infrangere, che si è ben
guardata dal contaminare cedendo a un realismo insidioso e inaffidabile.
Dickinson si limita a declinare la sofferenza come una realtà senza inizio né
fine, totalizzante, che oscura e consuma ogni altra esperienza. Si accosta al
dolore descrivendolo come un’alterazione della percezione del tempo e della
coscienza. Bandito l’ingenuo intento realistico – coi suoi pruriginosi dettagli
buoni a conturbare i curiosi – traluce dalle parole della poetessa la
meditazione universale, dunque risolutiva, l’individuazione della natura di ogni
esperienza attanagliante, qualunque essa sia.L’approccio metaforico utilizzato
nella composizione dei versi consente alla poetessa di esprimere le dimensioni
esistenziali del dolore, mettendo in luce la sua capacità di erodere significato
e identità.
Passiamo ora a Sylvia Plath che, ricoverata in ospedale dopo un intervento
chirurgico, scrive la poesia Tulips, di cui ricalco un estratto: My body is a
pebble to them, they tend it as water / Tends to the pebbles it must run over,
smoothing them / gently. / They bring me numbness in their bright needles, they
/ bring me sleep. / Now I have lost myself I am sick of baggage – / My patent
leather overnight case like a black pillbox, / My husband and child smiling out
of the family photo; / Their smiles catch onto my skin, little smiling hooks[2].
In questa strofa di nove versi, l’algos si mescola alla sensazione di estraneità
dal mondo, e il corpo è un ciottolo, un oggetto passivo privo di volontà,
aggiogato all’esperienza dell’afflizione e della malattia. Plath accenna ad aghi
e torpore, ma subito dopo ci trasporta nell’allegoria flagellante: dagli aghi
passiamo ai sorrisi familiari, che sono uncini, poiché, come spesso accade, il
dolore rende insopportabili persino gli abbracci e gli sguardi più cari. E qui,
in questo spostamento dell’attenzione, qui ci imbattiamo nel dolore universale,
che non è quello della poetessa, né il mio, né il vostro. È il solo unico
purissimo dolore che si regge e si manifesta da sé.
Sull’incomunicabilità semplicistica del dolore, mi sovvengono ora alcuni versi
di Saba, che sappiamo essere stato afflitto per tutta la vita da una nevrosi
piuttosto grave, diventata uno dei focus della sua poesia. I versi che seguono
sono tratti dal componimento La moglie, incluso nella raccolta Trieste e una
donna; eccoli:
> non v’ha cosa al mondo che partire
> con essa io non vorrei, tranne quest’una,
> questa muta tristezza; e che i miei mali
> sono miei, sono all’anima mia sola;
> non li cedo per moglie e per figliola
> non ne faccio ai miei cari parti uguali.
Il dolore qui è muto (muta tristezza) ed è vissuto e trasposto in versi con
distacco individualistico, nella consapevolezza del mistero autentico della
sofferenza, la cui comprensione, forse, è riservata soltanto al poeta, che
giunge addirittura a stringere un patto col dolore stesso:
> Invece strinsi col dolore un patto,
> l’accettai, con lui vissi viso a viso
> […] non più quei giorni estatici e felici
> ebbi, mai più; ma liberi, ed intesi
> della vita e dell’arte ancora al gioco[3].
Moltissimi scrittori hanno affrontato il tema dell’incomunicabilità del dolore,
e i loro scritti dovrebbero far impallidire chi fa dei propri drammi un
accattivante strumento atto a conquistare consensi, a suscitare compassioni
pelose e lacrimevoli. Perché la poesia, e, in generale, la letteratura, non ti
parla delle budella del dolore, non lo eviscera con metafore furbastre e
seducenti, non si tramuta in lirico piagnisteo in favore di platea. La poesia
non parla del dolore, la poesia è quel dolore, di cui essa soltanto conosce
l’autentico arcano, di cui sa di non saper dire, se non facendoci scorgere
un’alba soffocata dalla notte, o bere giorno e notte il veleno della morte,
sotto le spoglie del nero latte di Celan. La poesia ci parla di un corpo
moribondo come di una cosmogonia che ferve di ghiacci e gorghi di fuoco, come di
una geografia inesplorabile, come di una pietra che ha il peso di un pianto
prolungato, l’anelito a una pace che è melodia senza più sangue.
La poesia del dolore è quella di un uomo che muore e che ancora sa estraniarsi
da sé, sa cedere al mistero dell’agonia, lasciandoci questi versi, nella
traduzione del compianto Franco Rella. Lui, quell’uomo, è Rainer Maria Rilke.
> Vieni tu, tu ultimo ravvisato,
> Tu, insanabile dolore, intramato
> ora nel corpo. Un tempo nello spirito,
> ecco, in te, sono io ora calcinato;
> il legno a lungo s’è opposto
> della fiamma ad essere alleato,
> che in te avvivi, ma ora
> in te io brucio, ti sono a lato.
> La mia dolcezza nel tuo furore
> si fa furore non di qui, d’inferno.
> Salii, nudo, puro, né progetti,
> né futuro, sull’intrico
> del rogo del dolore.
> Certo di non poter comprare
> scheggia di futuro per questo cuore,
> che d’ogni provvista vuoto
> qui si è fatto muto.
> Sono ancora io, io che brucio
> Ormai qui inconoscibile?
> Non vi trascino ricordi.
> O vita, vita. Esser-fuori.
> E io in fiamme. Da Nessuno riconosciuto.
>
> [Rinuncia. Non è come in infanzia un tempo malattia. Rinvio. Pretesto per
> diventare grande. Tutto chiamò e sussurrò. Non mescolare a questo ciò che un
> tempo ti stupì]
Maura Baldini
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[1] Il dolore ha un che di vuoto; / Non riesce a ricordare / Quando ebbe inizio,
o se vi fu / Un tempo in cui non era. // Non ha futuro se non sé stesso, / I
suoi infiniti regni racchiudono / Il suo passato, illuminato a percepire / Nuovi
cicli di dolore.
[2] Il mio corpo è un sasso per loro, lo accudiscono come l’acqua / accudisce i
sassi sui quali deve scorrere, levigandoli / garbata. / Ecco il torpore con i
loro aghi lucenti, / ecco il sonno. / Adesso ho perduto me stessa, sono stanca
di bagagli – / La mia valigia di vernice nera come un nero portapillole, / Mio
marito e il bambino che sorridono nella foto di famiglia; / I loro sorrisi si
agganciano alla pelle, piccoli uncini sorridenti.
[3] Sonetti 8-9, in Autobiografia.
*L’articolo è costellato da ‘frammenti’ di ritratto, opera di Lucian Freud
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