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“Ho visto gli occhi degli alberi”. Discorso sulla poesia di Franca Mancinelli
“Allora, tutto a un tratto l’invisibile diventa visibile, è lì, sotto l’occhio che abbiamo aperto” scrive J. Hillman ne Il codice dell’anima. Di non visibile, di lingua delle vibrazioni, si nutre Tutti gli occhi che ho aperto, un libro di versi e prose poetiche di Franca Mancinelli che qui ripercorro. La poesia viene assorbita o resta fuori da un corpo, non è che luce. Può aprire un varco nell’invisibile che a ognuno è concesso, parlare quella parte di vita a cui la lama della ragione cava ogni valore. In questa raccolta di Franca Mancinelli edita da Marcos y Marcos nel 2020 siamo dentro una materia che è capace di condursi oltre i confini umani, agli alberi, agli animali, ai miti e alle anime in tutte le loro forme e metamorfosi. Un verso filamento-guida, dalla sezione Luminescenze: > Chiudo gli occhi, e attraverso l’immagine.  Una materia più ampia della lingua e più sottile del suono. Un corpo che è un solo grande organismo vivente, che si dirama, sprofonda nella terra, rinasce. Ha la forza inafferrabile di un fascio di luce. Materia trasformativa dell’esperienza quotidiana come di quella che chiamiamo intima spesso arresa al silenzio o a una retorica da psicanalisi. Questa materia è composta di vocali e consonanti che messe assieme producono una luce ulteriore sull’errore come sull’inganno consolatorio, al di qua dell’enunciazione, spingendo i significati oltre la semantica. Poesia. Tutti in qualche misura possono accogliere in sé una materia così preziosa, anche senza saper scrivere o leggere una sola parola. Quanto resta di umano immanente, di salvifico a contrasto con la superficie digitale dei giorni, ha nome poesia. Non chiede di essere interamente compresa, la poesia induce a un esodo, a una rottura, a un’immersione di sguardo oltre “la gabbia degli occhi”. Resta inconclusa, aperta, imperfetta e permeabile. Questo libro di Franca Mancinelli è una raccolta di versi e di prose in otto sezioni, separate e comunicanti. È un lavoro composito, plurale, che trova nell’immagine in epigrafe sulla prima pagina il motivo conduttore: > non può disperdersi  > si ricompone a ogni svolta  > come uno stormo in viaggio Preceduta da Mala kruna, Pasta madre e Libretto di transito, questa raccolta è un viaggio con andamento circolare, dove paesaggio e corpo umano sono fusi dentro una geografia metamorfica e animista. Si apre con la sezione Jungle, tra i boschi dei migranti al confine tra Serbia e Croazia e si chiude di nuovo lì, su quello spazio che da anni tronca la rotta balcanica alla frontiera croata. L’ultima sezione, Diario di passo, è infatti un estratto dai testi nati durante la stessa esperienza itinerante del 2018 in quei territori di fuga e di morte. Nel mezzo, sono tante le voci del libro, gli occhi che si aprono; ogni sezione è sempre ricondotta al titolo. Leggiamo dalla sezione eponima, in epigrafe: > alla polvere dell’aria  > ricongiungimi > mia luce che vieni come una miccia. Da Alberi maestri, questi versi da cui è tratto il titolo del libro: > Tutti gli occhi che ho aperto > sono i rami che ho perso. Franca Mancinelli donna-albero, poetessa in transito, bambina-Titano in cammino lungo un bosco dell’Appennino centrale, nella cucina di casa come nelle lande slave. Sensibilità mitica, indomita nel passo che avanza e senza saperlo già scrive, diviene scritta, così disperde il dolore afasico di una relazione lacerata, sanguinante. Un faggio le si fa davanti, dai segni sul tronco le parla; occhi aperti, ferite che si aprono alla perdita di rami. La trova in quel momento un’intuizione, arriva così il verso che dà il titolo a questo libro, seguito dalla perdita-riconquista di “luminescenze”, come si legge in Una pratica di chirurgia interiore, una delle sue prose raccolte in The Butterfly Cemetery (The Bitter Oleander Press, 2022), un libro inedito in Italia.  Leggiamo dalla sezione Tutti gli occhi che ho aperto: > ha i denti questo giorno  > come giocando morde  > mi incide di sillabe le mani:  > tra poco il fiotto affiora E da Luminescenze: > l’allarme non scatta, ma è un furto  > con scasso. L’amore  > a tracollo ci porta: sua borsa,  > dentro ci mette la nostra miseria …arriviamo ad altre stanze della sezione Specchio ricurvo, ispirate a Santa Lucia: 13 dicembre  tutta la forza del mondo  non sposta un raggio di luce  ora sei tu il cardine  – da queste ceneri  ti sto versando la voce  * guardo i tuoi occhi sul piatto  grani di un viso che vibra  aperto come l’azzurro  su un campo mietuto. * specchio ricurvo il dono  riaffiora velato di muschio  ciottolo nella corrente:  cancellato ogni urto, vivo  oltre le vostre mani. A questo punto del libro la pupilla ha compiuto il suo intero giro e ora guarda dentro, dietro, nuovi filamenti di luce; si può invertire il dittico che include il titolo e parafrasarlo: tutte le mie perdite sono rinascite. È l’emancipazione dal visibile, verso la luce che svela le sorti di pagine fragili e terribili, dietro le facciate dei nostri diari quotidiani: ecco la poesia che affonda nella meraviglia e nel mistero di nuove visioni possibili. Ancora la sacralità, la divinazione umana tornano a risuonare nella materia poetica, nello smarrimento dei passi in cerca di voci, nel ritmo dei quali s’affaccia anche l’immagine di Lucia, santa della luce e degli occhi nella sezione Specchio ricurvo. Ho incontrato Franca Mancinelli anni fa; solo dopo altro tempo ho iniziato a leggerne le poesie, solo di recente le ritrovo nel silenzio del suo sguardo accorto, rispondere alla precisione dei suoi movimenti, posati nel passo e nel gesto; alla sua voce ferma, asciutta, portata da un incedere attento, cadenzato e vibrante, senza esitazione. Una voce che si riconosce tra le parole e si ritrova nel riverbero di una sua lettura. In queste pagine poetiche il corpo della poesia prende spesso le sembianze dell’autrice a sua volta capace di una metamorfosi di natura, quasi possessione panteistica. Il corpo della poetessa si fa albero, migrante stuprata, teschio ridente, fuggiasco anonimo, amante posseduta, infine silenzio e raccoglimento, e sempre ogni cosa quel corpo attraversa e in ultimo abbandona. Torna nel cammino. Si aprono lungo le pagine tanti occhi quante sono le visioni che l’autrice richiama dalla propria coscienza rifratta e a tratti narra, alternando versi e prosa come in natura può variare lo stato di una materia, è la lingua di Franca Mancinelli, materica, polimorfa e allo stesso tempo precisa, netta. L’andamento dei versi e dei periodi segue le pieghe a volte sincopate altre morbide di quello stormo in epigrafe, nel vento gelido degli altopiani tra Croazia e Slovenia o nel soffio tiepido dell’aria estiva tra i faggi d’Appennino. Attraverso gli occhi, le immagini si proiettano dentro quella che lei chiama in un verso la camera oscura della scrittura nella sezione Tre sillabe di silenzio: > non si chiudono gli occhi.  > Vedo da dentro – il buio  > dal germe a questo incavo:  > scrittura, mia camera oscura. Ogni testo mantiene il proprio segreto canto e riesce a fermare la corsa inutile delle ore: siamo dentro un movimento poetico, un transito che scomponendosi ha la forza vettoriale di uno stormo che piegandosi avanza, frammentato corpo unico muta l’orizzonte, flette e continua la propria rotta. Torno alla sezione Luminescenze, leggo questi versi: > per una legge di gioia si trasforma.  > Non credo ai muri divisori.  > chiudo gli occhi, e attraverso l’immagine. E, da Jungle:  sono le perle del tempo, le morti  le attraversiamo come un filo.  * trapassando la terra nel sonno continuiamo a discendere  in circolo tra organi e pianeti * ci svegliamo dentro gli occhi di un uccello.  È questo il mondo, un frutto spezzato  a colazione, il cerchio della tazza  specchio che si apre  su un prato, una coperta  a contenerci come un’isola  da cui non siamo nati.  @Mitar Simikic In questa raccolta è centrale l’esperienza del viaggio balcanico tra i migranti intrappolati nei boschi slavi, ma nessuna devozione a una scrittura civile, etica-istituzionale; nessun orpello, una sobrietà che sacrifica anche le maiuscole e che usa gli spazi bianchi come sintassi del respiro. L’esattezza delle parole è in sintonia col movimento centripeto della stesura che coagula al centro di un occhio aperto dietro le palpebre, nel buio brulicante dell’intuizione. Mi sono immerso in queste pagine scongiurando ogni pretesa analitica, dimenticando le ricognizioni di tanta eccelsa critica su questo libro; un’opera non vuole essere scandagliata a oltranza, vive fuori dalle maglie serrate dei commenti in questo caso talmente alti da non farsi dimenticare; qui sarà bastato riportare all’occhio e all’orecchio di chi ancora non ne abbia esperienza un’opera poetica che chiede accesso in noi, chiede a giusto titolo presenza, fiducia. Ricordare la forza generativa e rigeneratrice che si chiama poesia e che allo stesso tempo non può definirsi che in un silenzio abitato dalle pieghe dei giorni, dalle vibrazioni più remote dell’universo, piuttosto che da un ingombrante “io” che rimugina. > ho visto gli occhi degli alberi  > nel folto una scossa  > di chiarore rimasto – a vegliarci  > come fitta pioggia che aspetta. Poesia, fede nella sua forza escatologica, per accoglierci in quei corpi che G. Jung chiamava immaginali, oggi metabolizzati in seduta terapeutica o relegati nella mostruosità inespressa del contemporaneo. Alcune parole di Franca Mancinelli sul “fare poesia”: > “Quando plasmiamo questa forma con la massima cura e dedizione di cui siamo > capaci, accade qualcosa che ci travalica. La tensione che ci ha guidati > restituisce un’opera che possiamo riconoscere compiuta proprio quando, nel > senso etimologico, non è perfetta, non è portata a compimento: resta aperta > alla vita che continua ad attraversarla, nel trascorrere del tempo, nel > variare degli occhi di chi riconoscerà ogni volta un altro bagliore, un altro > filamento che affiora.” Leggiamo dalla sezione Alberi maestri: > cammino, la nuca protetta > dai miei custodi, liberato lo sguardo  > dalla gabbia degli occhi. @Armin Graca Rotte migratorie, blocco di dolore, cammini personali, amore e orrori, in una trasvolata sopra l’orizzonte terreno, a discenderne le profondità, il buio, l’oscuro, dove il Daemon-angelo di Hillman vibrando si lascia intuire, ridando luce, coraggio di guardare, scacciando i demoni della paura-dominante (leggi cultura dominate). Andare oltre il dolore percepibile, intuirne le risonanze nel cosmo, questo riesce a fare Franca Mancinelli dietro le sue palpebre o, più spesso, camminando tra i boschi, dando passo e quindi ritmo alla scansione d’immagini. Da un buio generativo, la seconda conoscenza delle cose, la loro ombra luminescente. Quello che chiamiamo “orizzonte comune” del presente è una vista corta, comoda, sugli orrori che di continuo somministrano le cosiddette fonti ufficiali; nelle parti del libro dedicate ai migranti, la parola è oltre l’indignazione, precede la cronaca delle morti e le sue propaggini visive; supera l’assuefazione allo spettacolo del dolore, il dovere civile della denuncia, per arrivare dentro le cellule dell’orrore stesso, tra i fanghi ghiacciati dei bivacchi, sulla tuta di un neonato appesa al filo spinato, o dentro una pentola sporca abbandonata sopra due tizzoni; il freddo del silenzio sulle dita, fino a chiedersi nell’ultima sezione:  > Perché sei qui? Scrivo e il freddo mi paralizza le mani. Sono sulla soglia di > una capanna vuota: un focolare di mattoni, una pentola nera. Bucce di cipolla > sparse, una lattina di una bevanda energetica. Tra gli alberi si alza un filo > di fumo. Sentire nell’oscuro la luce con tutti gli occhi, tradurla in suono di cruda bellezza, parteciparla e donarla. Michele Montanari *In copertina: Francesco Del Cossa, Santa Lucia (dettaglio), 1473/1474  L'articolo “Ho visto gli occhi degli alberi”. Discorso sulla poesia di Franca Mancinelli proviene da Pangea.
Poesia
Franca Mancinelli
Letteratura italiana
Michele Montanari
Tutti gli occhi che ho aperto