Infine, scelsero Stonington, Connecticut. Diciottomila abitanti, a perpendicolo
sull’oceano, l’ancora e il cannocchiale come emblemi sullo stemma civico. Questo
gli permetteva, al contempo, vastità e vacuità; ampi orizzonti e vita nascosta.
Era il 1955, James Merrill doveva compiere trent’anni, aveva il volto di un
fauno, la serafica bellezza di un Milarepa di cristallo. Nato a New York, figlio
di ricchissimi – suo padre era il fondatore dell’agenzia di investimenti
finanziari Merrill Lynch –, odiava, va da sé, la vita dei genitori.
> “Non confidavo nella vita dei miei – sempre così integralmente presi da
> impegni, obblighi sociali, cerimonie. La mia accelerazione emotiva, per così
> dire, era data dagli animali, dai miei istanti nella natura; oppure, dal mio
> rapporto con i vari inservienti della casa… le loro vite, al contrario di
> quelle dei miei genitori, sembravano avere un senso compiuto, perfetto. I
> giardinieri avevano le mani nella terra. I cuochi dragavano la farina,
> preparavano il pane e le torte. Mio padre, semplicemente, faceva soldi; mia
> madre vergava nomi sui segnaposto, pianificava i menù, ricamava”.
I Merrill divorziarono che James aveva tredici anni; il poeta – già autore di
una prodigiosa raccolta d’esordio, The Black Swan, tirata dal suo professore, in
forma privata, ad Atene – scelse una via spartana: abitò in quello sperduto
borgo del Connecticut con il compagno, David Jackson. Si era laureato su Marcel
Proust, d’inverno si trasferiva in Grecia. Andrea Mariani, in un antico studio
su Merrill – tra i pochi in Italia – scrive che Stonington fu “il luogo di una
concentrazione psichica ed emotiva senza eguali, nella storia della poesia
americana contemporanea: un ubi consistam che, restando miracolosamente intatto
in mezzo ai più violenti e volgari pericoli del mondo, permettesse al poeta nel
contempo la visione chiara e distinta del turbine circostante… Stonington è
l’assenza che permette di aprire gli occhi verso il di fuori”.
Secondo Harold Bloom – tra i suoi più importanti esegeti – James Merrill
> “è un artista in versi indiscutibile, al pari di Milton, Tennyson e Pope. Di
> certo, sarà ricordato come il Mozart della poesia americana, classico prima
> che manierista o barocco, un maestro nel modellare la luce, nella perfezione
> che consola”.
Scrisse libri di sigillata complessità in cui i dati autobiografici si coagulano
a una congerie di riferimenti culturali che svariano tra William Blake e il
melodramma, tra Dante e Henry James, Pound e il sufismo. Per alimentare la
propria ispirazione maneggiava la tavola oujia: comunicava con gli spiriti,
mediava tra gli altri mondi, si applicava nella scrittura automatica. Come Yeats
e come Rilke, credeva nello schianto angelico del poeta, in una sorta di
medianico ermetismo. La pratica diventò ossessione: Merrill ne uscì con ciclo
onirico, “The Changing Light at Sandover”, stampato da Scribner’s nel 1982. Il
libro, di quasi seicento pagine, tra i più folli tentativi della lirica
americana, raduna tre tomi, pubblicati separatamente in otto anni di traffico
spirituale; il più importante, Mirabell: Books of Number, permise al poeta, nel
1979, il National Book Award – che per altro aveva già ottenuto nel 1967,
con Nights and Days.
Scrittore centauro, di violenta intelligenza, nel 1976 aveva pubblicato Divine
Comedies, una specie di picaresco viaggio nell’aldilà. Tra gli spiriti “lari”
del narratore, J.M., appare Wystan H. Auden, il grande poeta; tra i
protagonisti, Ephraim che fu ebreo greco in Asia Minore poi sibarita, favorito
dell’imperatore Tiberio, “morto/ strozzato nel 36 d.C. a Capri/ per aver AMATO/
IL NIPOTE DEL MOSTRO/ CALIGOLA”, poi altro, in perpetue rinascite.
Non sono estranei dal clima i viaggi a Istanbul e quelli in Giappone, l’etica
cristiana, il buddismo. Il libro sconcertò critica e pubblico; sul “NY Times”
Louis Simpson – era il 21 marzo del 1976, Merrill aveva compiuto cinquant’anni
due settimane prima – ribadì ciò che tutti sappiamo, cioè che “esistono due tipi
di poeti: quelli che credono che le poesie siano una costruzione verbale, in cui
poco importano le emozioni, per cui la poesia è un vertiginoso gioco di parole,
e quelli che ritengono che la poesia sia un prodotto del sentimento più che
dell’arguzia”. Merril, va da sé, fa parte del primo gruppo, “è brillante,
esotico, pittoresco, opera a latitudini superiori. Non è colpa sua se pochi
lettori resistono a questo tipo di poesia”. Forse è questa la ragione per cui la
poesia di Merrill in Italia, a parte gli sporadici interessi di Andrea Mariani,
Flavio Santi e Damiano Abeni, è pressoché assente in Italia. Ad ogni modo,
con Divine Comedies, Merrill ottenne il Pulitzer.
Amico dei poeti che come lui avevano a cuore il linguaggio e non il cuore messo
a mercato su un libro – Elizabeth Bishop su tutti –, Merrill tentò di far
convergere la vita nel verbo, fu uno dei rari lirici votati integralmente alla
poesia. Scrisse alcune delle poesie più studiate nei college americani, Lost in
Translation, ma è pur vero che l’oggi non ritiene più la poesia una prassi, cioè
un’arte che richiede dedizione, amore, le generalità dell’ingegno, bensì
l’istantanea di un sentire, le bave dell’io, una polluzione irrichiesta, spesso
in ciance.
Morì nel febbraio del 1995, svernava in Florida, dopo aver vissuto molte vite,
in vagabondaggio tra miriadi di ere. In fondo, ardeva.
*
Voci dall’altro mondo
Al nostro tocco, la tazza da tè scalciò
svoltò, pigra, in cerchio
dalla A alla Z. La prima voce
(se puoi dire voce questo muto
soffiare) fu di un ingegnere.
Originario di Colonia
morto a ventidue anni
di colera al Cairo, non aveva CONOSCIUTO
ALCUNA FELICITÀ. Eppure, aveva incontrato Goethe.
Goethe gli aveva detto: PERSEVERA.
Il nostro grigio segugio uggiolò. Poi, un’orda
di voci si impilò sopra la tavola ouija
alcune di infanti, alcune camuffate
dal sonno; un ragazzino
di nome Will, riluttante alla gorgiera
come un grande quadro di El Greco, svoltò
l’arazzo della sua voce verso l’altra
fredda, portentosa: TUTTO È PERDUTO.
LASCIATE LA CASA. OTTO VON THURN UND TAXIS.
OBBEDITE. NON AVETE SCELTA.
Terrorizzati, ci fermammo; confusi
finché l’alba maculò d’oro le lenzuola.
Ogni notte, da allora, la luna si gonfia,
piccoli insetti sbattono sulla torcia
che sguainiamo per orientarli oltre il portico…
Ma nessun Segno. Nuovi voci arrivano
dettano indirizzi, mendicano scritti;
alcune ci mettono in guardia da una vita vana
con un tono che ci pare esilarante.
Di questi tempi, dormiamo profondamente.
L’altra notte, la tazza da tè si è rotta di rabbia.
In effetti, siamo ormai indifferenti
all’altro mondo. Nella penombra
i gomiti sul tavolino
glabro, parliamo, fumiamo, lieti di essere
disturbati dal ronzio del gelsomino, dal pigolio
delle nostre voci, dai sibili del povero, cieco Rover,
più che da quelli che strepitano a mezz’aria
ossessionati o misericordiosi, per un compito
che siamo riusciti con arguzia a posticipare:
da quando i freddi riflessi dei morti
ci fissano, estinti risorti
irresistibili, le nostre vite non sono
mai state così piene, così reali
e la luna piena tarda ad assottigliarsi.
*
Giorni nel 1964
Case, un’ambasciata, l’ospedale
i dintorni sarchiati dal sole, ancora tremano
nelle pozze spalancate dalla notturna pioggia…
Dall’altra parte della strada che va verso il centro
una ripida collina ci è amica
puoi scalarla in venti minuti
per avere viste mozzafiato,
frantumate da pini marittimi, urbani e di mare.
Sotto i piedi, ciclamini, crochi d’autunno
che ambrano come bava sottile le reliquie
dei bei tempi di noi tutti. Se non è l’Olimpo
è una baldoria al di là dei rumori, tutto l’anno.
Ho portato a casa i fiori del mio scalare.
Kyria Kleo che pulisce per noi
li ha messi nell’acqua, Vergine, mugola, Vergine.
Aveva sempre male alle gambe. Vestiva di scuro, grassa,
ultracinquantenne, pareva una matrona di Palmira
estratta dal lardo e dal crine di sauro. Quanto ci amava,
me, te, amava tutti, l’uccello, il gatto!
Ora so che era lei l’amore. Amore tutto il giorno
la faceva sospirare e splendere e soffrire.
(Non comunicavamo con parsimonia).
Viveva vicino a noi con la pia madre
e il figlio nullafacente. Mi chiamava figlio, il mio vero figlio, diceva.
Dovrei dire che la pagavo generosamente.
L’amore rende generosi. Guardaci. Ci conoscevamo
così poco che al posto di dormire
stavamo notti intere alla luce della lampa
a guardarci, a spartirci storie.
Un’ora tra tutte ritorna – tu che annaspi tra le mie braccia
e ami o ridi o entrambi – ho appena
ricordato e ti dico che ho alzato lo sguardo
era mezzogiorno: la povera vecchia Kleo
le gambe doloranti, arranca tra i pini. La chiamo.
Chiamo tre volte prima che si giri.
Sopra il maglione azzurro aveva il volto dipinto.
Sì. La sua faccia. Dipinta. Bianca
da clown, bianca come la luna di giorno,
con le palpebre perlacee, la bocca a foglia.
Mangiami, pagami – la maschera erotica
che il mondo indossa con l’illusione
di unirsi a se stesso in nozze – con una necessità.
Sorpresi, muti – l’amore è illusione? – siamo
andati per la nostra via. Poi ho attraversato una piazza
dov’era il mercato: verdure, polli, ceramiche
continuavano a materializzarsi grazie all’arte
onirica dei mercanti; attento a non essere gabbato
ho colto il fiore di quella dolcezza di novembre,
perduto su sentieri di morbida argilla,
dove il bocciolo palpita desto per essere
strappato, in ginocchio, nel fango –
mi fermai, freddo, per il nostro bene:
di ritorno, calmo, sulla via di casa, comprai un po’ di frutta.
Perdona se leggi questo. (E possa Kuria Kleo,
se qualcuno tradurrà mai in greco, leggendole
ad alta voce questa poesia, perdonarmi).
Ero stato troppo a lungo senza amore,
non sapevo nulla dei miei pensieri,
e dove nascondere il viso quando il tuo tocco,
rapido, misericordioso, mi ha fatto da benda.
Un dio respira alle mie labbra. Forse è illusione
che allora duri a lungo; che abiti elemosinando
ogni giorno, qui, con noi, a pulire e ad annaffiare
a sospirare sempre d’amore e di dolore.
Speravo di poter ascendere a quelle altezze
che si chiamano degradazione; in quei giorni
mi parve di scalare un mondo
di fiori selvaggi, pasti, lacrime – ma forse cadevo
le gambe curve, da ascesi a catabasi
nelle pozze create da quei tomi di pioggia notturna…
Ma tu eri ovunque, accanto a me, mascherata
e smascherata, mentre ridi, soffri, ami.
*
Stanza a infrarossi
mente ultravioletta
organismi più strani
allucinati sulla scia, fluorescenti:
catene di gingilli dorati, bolle di fuoco verde
lungo le arteriose branche –
qui a Microcosmics Illustrated
Natale è tutto l’anno!
Indifese, le patrizie cellule attendono
l’invasione barbarica dei virus
un altro sacco di Roma.
Una nuova era. Ci terrorizza.
Terrore? Grida di gioia nella mangiatoia.
Gioia? L’albero su cui morirà ora scintilla.
*
L’altro aprile
I vetri dardeggiano, tremano al tuo passaggio spettrale:
una trasparenza a raggi X ondeggia, mi alzo
ma non so dire, ricordo solo che uno soltanto
è quello che si alza e non sa dire. Fanciullo acquazzone
questa è la tua casa. Lascia che il nostro occhio si oscuri
che crolli la pioggia, che la candela barcolli –
nel profondo del suo vocalizzo ci siamo solo io e lei.
Le iridi grige venate di ruggine, dell’alba sono umili
e fiere: lungo il tuo andare adagiano il cranio, nella polvere.
*
Urbana convalescenza
Passeggio dopo una settimana a letto
stanno demolendo parte dell’isolato:
freddo, stordito, solo, mi affranco dalla dozzina
in mansueti atti e guardo l’enorme gru
che armeggia voluttuosa nella sporcizia di anni.
Le sue fauci sbavano macerie. Un vecchio
ride, impreca il suo cervello e ricordo
la fine de La Dea Bianca.
Come al solito, a New York abbattono tutto
prima che tu abbia iniziato a prendertene cura.
A testa bassa, nel tempio del frastuono, fammi ricordare
quale edificio sorgeva qui. C’era davvero un edificio?
Vivo in questa strada da un decennio.
[…]
*
Misteriosa epigrafe
Questi giorni, come te,
sembrano vuoti e vacui
hanno avide radici che scavano
per arpionare in profondità la desolazione.
*
Ceppo
Poi la fiamma si biforcò in un sentiero inatteso
ansimai, caddi, svanii.
Densità che pulsava verso l’alto, bande di cenere,
cara luce che vaga verso il nulla,
cosa potresti essere se non luce, e nient’altro?
*
Presso la Monument Valley
Crepuscolo di primavera, durante un permesso
di guerra, presso la fattoria Shoup, a sud di Troy,
ho cavalcato per l’ultima volta. Il silenzio sgorga dalle
stelle della sera, l’acetosella cinguetta
forse non le dispiace essere calpestata.
I prati ci abbracciarono, inebriati da invisibili lillà.
Vite rapide, polifoniche abbondavano ovunque.
Di comune accordo, costeggiammo il piccolo lago.
E ora eccomi seduto tra le forme folli che prendono
le cose. Vita fasulla da colono bianco, maculata
da lunga colpa. Le Tre Sorelle ululano. La Porta
degli Inferi sbadiglia. Mangio qualcosa nella Hertz
mentre cala l’ombra. Giunse alla mia soglia
come la morte, questa smagrita creatura
dagli occhi cinerini, incerta se confidare nell’uomo –
Mio caro dio, un cavallo. Gli offro un torsolo di mela
ma fame non lo fagocita e lo lascia cadere
nella sabbia. Alzo il finestrino e proseguo.
Riguardo all’antico legame tra la sua specie
e la mia c’è poco altro da dire.
L'articolo James Merrill, il poeta dell’altro mondo, il Mozart della poesia
americana proviene da Pangea.
Tag - Harold Bloom
In un articolo pubblicato nel febbraio del 1978, piena pagina del “New York
Times”, con ampio sfoggio d’ingegno, as usual, Harold Bloom sfodera una lista
di Critic/Poet.
> “In lingua inglese, la schiera dei critici-poeti è vasta, perfino
> impressionante: Ben Jonson, Dryden, Samuel Johnson, Coleridge e Arnold sono
> nomi che la maggior parte dei lettori ha bene in mente. Ruskin, Pater e Wilde
> scrissero poesie in gioventù; saggiamente, preferirono infine dedicarsi alla
> prosa. Forse soltanto Hazlitt, tra i maggiori critici del passato, non è mai
> stato incline alla poesia”.
Dilemma atavico, anche italico. Se molti poeti – da Dante a Ungaretti & Montale
– sono stati anche critici, troppi critici si sono dati alla poesia. Ma poi:
nasce prima il critico o il poeta? E poi: s’intende per critico chi opera in
accademia – che fa dello studio della letteratura una professione – o chi
professa sui giornali, di tanto in tanto? È equivalente il critico che lavora
nel contemporaneo – eventualmente, indicando orizzonti di scelta all’editoria
vigente – da quello che studia gli spettri del passato, fa ricerca nei
bassifondi letterari?
Inquietanti questioni. Inutili. In fondo, ciò che conta, al di là del pedigree
del poeta – che sia critico o idraulico, accademico o accattone –, è l’opera, la
poesia.
Nel suo articolo – di smaliziata crudeltà – Harold Bloom intende colpire un
collega, all’epoca ben più noto di lui. Ai lettori di queste coste il nome
di Richard Palmer Blackmur – impalmato da Saul Bellow in un dimenticato,
bellissimo romanzo: Il dono di Humboldt – risulterà per lo più ignoto: nato a
Springfield, Massachussetts, nel 1904, pressoché autodidatta – cacciato da
scuola quindicenne, frequentò senza ottenere laurea alcuni corsi a Harvard –, fu
un prof leggendario a Princeton. Tra i suoi seguaci vanno citati W.S. Merwin e
John Berryman; fu tra i pochi a riconoscere il talento di Delmore Schwarz, che
non ebbe tema di imitarne i modi lirici. Richard P. Blackmur fu in effetti un
pioniere in poetica: adorava il ‘parlare chiuso’, si trincerava in un simbolismo
spesso incomprensibile ai più, scrisse poesie, di sinistra sapienza. Nel 1958 le
Edizioni del Triangolo di Milano uscirono con una raffinatissima edizione
delle Poesie di Blackmur con immagini di Serio Romiti e versioni di Alfredo
Rizzardi, gran traduttore di Pound, Melville e William Carlos Williams.
Non erra dal vero Harold Bloom quando scrive che la poesia di Blackmur “deriva”
da quella dei suoi lari – Yeats, Pound, Eliot – e che come critico-poeta è meno
efficace di due straordinari critici-poeti, Allen Tate e Robert Penn Warren (più
forti come poeti che come critici). “Blackmur, un critico certamente più
possente di Tate e Warren, ha fallito come poeta, vittima del potere ideologico
della propria prosa”. Potremmo dire lo stesso di Bloom: poderoso critico
letterario, fallì miseramente – nel 1979 – quando si diede al romanzo; The
Flight to Lucifer è un fantasy irrilevante. Al contrario, però, l’opera poetica
di Blackmur – risolta in tre libri: From Jordan’s Delight, 1937, The Second
World, 1942 e The Good European, 1947 – ha una autorevolezza, una stazza, a
tratti interessante, autonomia d’indagine, l’estro degli estranei alle mode. “A
Master of Close Reading” lo ha definito Harry Marten in un altro articolo uscito
sul “New York Times”, era il 1986: potremmo mutuare il claim per recintare la
poesia di Blackmur, dal talento scorbutico, ostile alla facile lettura, per
questo dal fascino sciamanico.
Attraverso una serie di scritti critici – quelli sì, “ancora influenti, figura
di un potere carismatico nel mondo letterario, di un prestigio che sempre si
riabilita”, scrive Bloom – presto necessari (The Double Agent, 1935; Language as
Gesture, 1952; The Lion and the Honeycomb, 1955; e il postumo A Primer of
Ignorance, 1967), Blackmur si insinua in un lignaggio che riguarda Henry James e
Henry Adams, Thomas S. Eliot e Hart Crane, André Gide e Wallace Stevens. Tra
tutti, preferiva Thomas Mann, cioè un’etica dell’alta borghesia, il conservatore
setacciato dallo stigma dell’arte. In sostanza, Blackmur tentò di sintetizzare
la ragione con la mania: da qui non soltanto il precipizio poetico, ma una
poetica della critica, o meglio, l’idea che l’arte della critica letteraria
possa evolvere in letteratura. Questo piaceva a Bloom (perché, intimamente, lo
riguardava):
> “Come critico, Blackmur eguaglia i suoi adorati poeti e romanzieri,
> costringendoli a una risposta energica, che pochi altri esegeti hanno saputo
> esigere con tale possanza”.
Segue la domanda sibillina, “perché dunque una mente letteraria tanto
sofisticata e sapiente poté ingannarsi in merito alla propria vocazione?”. Vezzi
da vecchi duellanti. Le poesie riprodotte in calce all’articolo – di cui devo il
merito all’arguzia di Paolo Masetti – dimostrano che il critico possiede gli
alti gradi del poeta. Certo: in Blackmur il verso ha l’ardore del miracolo, del
velo strappato, del dio meridiano che irrompe e scuote divani e tinelli. Un
desiderio di apocalisse imminente intride il suo dire, oscuro come una profezia
di Gioacchino da Fiore. Dei Poems of R. P. Blackmur – raccolti nel 1978 dalla
Princeton University Press – Allen Tate scrisse che v’erano “alcuni tra i versi
più influenti scritti nella prima metà del secolo”; a nessuno venne in mente di
riprodurli ancora – si chiudeva un’epoca, si andava verso altri lidi lirici.
Leggere oggi Blackmur, icona eretica del New Criticism, potrebbe servire per
capire dove vanno gli States, dunque che ne sarà di noi.
Nel 1968, sulla rivista “Commentary”, Morris Dickstein scrisse che
> “In un tempo in cui abbiamo sostenitori del Nuovo a ogni costo a ogni angolo
> della strada, intellettuali che sostengono che sia arte ogni cosa che si fa
> ‘con animo aperto’, Blackmur, voce che proviene da una cultura letteraria
> arcaica e arcana, che pensavamo archiviata, ci ricorda che l’arte esige, per
> lo meno, la disciplina dell’intelligenza, la gioia del ferreo giudizio”.
Il sentimento non conta in letteratura; vale il sentire, quella natura da
rabdomanti del verbo; vale la mente e i perigli dello spirito. Quanto al cuore –
miniera del male – lo si elevi sulla picca, perché se ne picchino i condor,
sauri dell’aria.
***
Tutto fiorisce
Qui fiorisce il fagiolo e il baccello
qui nulla che l’uomo salva serba il proprio essere;
la ragione luccica tra il verde e l’azzurro
oltre la secca, al largo, l’oscurità vince sull’oceano.
I poveri dentro di noi vagano sulla scogliera, fissano
con il secondo occhio l’orizzonte, meri accattoni del mare.
Il sole brucia la carne ma il midollo è il vento;
i gabbiani ci superano, la sterna è ordinaria;
urla il legnoso tordo tra torbide betulle, le folli.
Il torsolo è abbastanza freddo da erompere in ardore!
Nessun riparo, qui, nessuna tana che si autoriscaldi
finché i polmoni rollano l’oceanico soffio.
Certo è il tempo, visibile il mutamento:
la pietra minaccia metamorfosi
sgretola l’interiorità dei monti
e nelle nostre orecchie rantola il lamento del mare.
Questo deve sopportare il nostro cuore inflessibile:
quiete solare, quiete terrestre, nell’ora senza fiato.
Qui gli uomini indossano il blu
il colore della fusione, ombra dell’unisono,
il colore del nulla raddoppiato, ora reale
il colore degli dèi quando vengono distrutti:
il colore del soccorso e del miraggio, tranello
e trincea, i corvi della morte, in ritardo, sempre.
*
Scarabei ai vivi
I
O marinaio, dimmi perché, benché
nell’ebbrezza marina del tuo sguardo
non scorga nulla di morto né di moribondo
qualcosa di irriflesso ribolle
una speranza nel cuore, l’angoscia nell’anima.
II
Per meditare sulla tigre, distogli
lo sguardo dall’antico passato d’uomo;
oltre la gabbia, il piccione ha trono nell’urna
e al di là del piccione crepita il crepuscolo:
lì, risoluto, scovi un invisibile covo.
III
Posa la mano come fosse arpa:
l’altra diventi strana alla tua mente;
che gli estranei si incontrino. Solo un folle
o un passionale crede che perdere sia schiocco
di sangue, che il freddo si scaldi, il caldo dia in gelo.
IV
In tale silenzio, foglia dopo foglia
si denudano, come ossa, le betulle;
il beccaccino vola spaventato, il vento
vela i boschi mentre io, solo,
odo il mio volo immobile nella pietra.
V
Oltre il calore, nel rinnovato amore,
oltre lo splendore, la freddezza della
primavera, che nella sua vecchiaia pare immobile,
il fermo conteggio della volontà indifesa
in cui moriamo. Conservo ancora i guanti dello scorso inverno.
VI
Oh, il candore del grembo,
privo di spazio e di tempo
senza speranze nelle segrete.
Ora esistono amore e lavoro, un lato
dell’onestà, mietitrici della virtù.
VII
La cincia non è come l’airone
trampoliere che caccia nelle pozze
e strilla in fuga come gli sciocchi;
la cincia ha parola che serba il caldo
nel vocalico fondo, quando estate si fredda
VIII
ed è lenta invasione, verbo segue verbo,
del sonno sull’audace mente, lenta
manovra di sconvenienti vertigini
da cui dedurre la malattia dall’ordito
dell’ordine, precipizio di nevi nel sonno.
IX
Calma il sé, silenzio sboccia come primavera:
l’abisso della luce, densa saturazione
dell’ombra – passa la nube e la vita
è verde, arde, divora la morte nel grido,
e la stagione ronza e tutto batte le ali.
*
Domenica, il mare fa mattutino, canta
Venite e Kyrie, sfocia l’Amen
sulla fluente tonaca indossò
una stola scintillante, resa al sole.
Verso mezzogiorno l’alta marea,
badessa salata, si ribellò alle formalità
del Sanctus, ordì una pesante beffa
a Dio, e io, prima di rendermene conto,
vidi nell’onda l’altare del Signore.
Queste sono le esequie a cui penso di continuo.
Richard P. Blackmur
*In copertina: Andrew Wyeth, Turkey Pond, 1944
L'articolo “Lenta manovra di sconvenienti vertigini”. Richard P. Blackmur, il
critico-poeta proviene da Pangea.