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James Merrill, il poeta dell’altro mondo, il Mozart della poesia americana
Infine, scelsero Stonington, Connecticut. Diciottomila abitanti, a perpendicolo sull’oceano, l’ancora e il cannocchiale come emblemi sullo stemma civico. Questo gli permetteva, al contempo, vastità e vacuità; ampi orizzonti e vita nascosta. Era il 1955, James Merrill doveva compiere trent’anni, aveva il volto di un fauno, la serafica bellezza di un Milarepa di cristallo. Nato a New York, figlio di ricchissimi – suo padre era il fondatore dell’agenzia di investimenti finanziari Merrill Lynch –, odiava, va da sé, la vita dei genitori.  > “Non confidavo nella vita dei miei – sempre così integralmente presi da > impegni, obblighi sociali, cerimonie. La mia accelerazione emotiva, per così > dire, era data dagli animali, dai miei istanti nella natura; oppure, dal mio > rapporto con i vari inservienti della casa… le loro vite, al contrario di > quelle dei miei genitori, sembravano avere un senso compiuto, perfetto. I > giardinieri avevano le mani nella terra. I cuochi dragavano la farina, > preparavano il pane e le torte. Mio padre, semplicemente, faceva soldi; mia > madre vergava nomi sui segnaposto, pianificava i menù, ricamava”.  I Merrill divorziarono che James aveva tredici anni; il poeta – già autore di una prodigiosa raccolta d’esordio, The Black Swan, tirata dal suo professore, in forma privata, ad Atene – scelse una via spartana: abitò in quello sperduto borgo del Connecticut con il compagno, David Jackson. Si era laureato su Marcel Proust, d’inverno si trasferiva in Grecia. Andrea Mariani, in un antico studio su Merrill – tra i pochi in Italia – scrive che Stonington fu “il luogo di una concentrazione psichica ed emotiva senza eguali, nella storia della poesia americana contemporanea: un ubi consistam che, restando miracolosamente intatto in mezzo ai più violenti e volgari pericoli del mondo, permettesse al poeta nel contempo la visione chiara e distinta del turbine circostante… Stonington è l’assenza che permette di aprire gli occhi verso il di fuori”.  Secondo Harold Bloom – tra i suoi più importanti esegeti – James Merrill > “è un artista in versi indiscutibile, al pari di Milton, Tennyson e Pope. Di > certo, sarà ricordato come il Mozart della poesia americana, classico prima > che manierista o barocco, un maestro nel modellare la luce, nella perfezione > che consola”.  Scrisse libri di sigillata complessità in cui i dati autobiografici si coagulano a una congerie di riferimenti culturali che svariano tra William Blake e il melodramma, tra Dante e Henry James, Pound e il sufismo. Per alimentare la propria ispirazione maneggiava la tavola oujia: comunicava con gli spiriti, mediava tra gli altri mondi, si applicava nella scrittura automatica. Come Yeats e come Rilke, credeva nello schianto angelico del poeta, in una sorta di medianico ermetismo. La pratica diventò ossessione: Merrill ne uscì con ciclo onirico, “The Changing Light at Sandover”, stampato da Scribner’s nel 1982. Il libro, di quasi seicento pagine, tra i più folli tentativi della lirica americana, raduna tre tomi, pubblicati separatamente in otto anni di traffico spirituale; il più importante, Mirabell: Books of Number, permise al poeta, nel 1979, il National Book Award – che per altro aveva già ottenuto nel 1967, con Nights and Days.  Scrittore centauro, di violenta intelligenza, nel 1976 aveva pubblicato Divine Comedies, una specie di picaresco viaggio nell’aldilà. Tra gli spiriti “lari” del narratore, J.M., appare Wystan H. Auden, il grande poeta; tra i protagonisti, Ephraim che fu ebreo greco in Asia Minore poi sibarita, favorito dell’imperatore Tiberio, “morto/ strozzato nel 36 d.C. a Capri/ per aver AMATO/ IL NIPOTE DEL MOSTRO/ CALIGOLA”, poi altro, in perpetue rinascite.  Non sono estranei dal clima i viaggi a Istanbul e quelli in Giappone, l’etica cristiana, il buddismo. Il libro sconcertò critica e pubblico; sul “NY Times” Louis Simpson – era il 21 marzo del 1976, Merrill aveva compiuto cinquant’anni due settimane prima – ribadì ciò che tutti sappiamo, cioè che “esistono due tipi di poeti: quelli che credono che le poesie siano una costruzione verbale, in cui poco importano le emozioni, per cui la poesia è un vertiginoso gioco di parole, e quelli che ritengono che la poesia sia un prodotto del sentimento più che dell’arguzia”. Merril, va da sé, fa parte del primo gruppo, “è brillante, esotico, pittoresco, opera a latitudini superiori. Non è colpa sua se pochi lettori resistono a questo tipo di poesia”. Forse è questa la ragione per cui la poesia di Merrill in Italia, a parte gli sporadici interessi di Andrea Mariani, Flavio Santi e Damiano Abeni, è pressoché assente in Italia. Ad ogni modo, con Divine Comedies, Merrill ottenne il Pulitzer.  Amico dei poeti che come lui avevano a cuore il linguaggio e non il cuore messo a mercato su un libro – Elizabeth Bishop su tutti –, Merrill tentò di far convergere la vita nel verbo, fu uno dei rari lirici votati integralmente alla poesia. Scrisse alcune delle poesie più studiate nei college americani, Lost in Translation, ma è pur vero che l’oggi non ritiene più la poesia una prassi, cioè un’arte che richiede dedizione, amore, le generalità dell’ingegno, bensì l’istantanea di un sentire, le bave dell’io, una polluzione irrichiesta, spesso in ciance. Morì nel febbraio del 1995, svernava in Florida, dopo aver vissuto molte vite, in vagabondaggio tra miriadi di ere. In fondo, ardeva.   * Voci dall’altro mondo Al nostro tocco, la tazza da tè scalciò svoltò, pigra, in cerchio dalla A alla Z. La prima voce (se puoi dire voce questo muto soffiare) fu di un ingegnere.  Originario di Colonia morto a ventidue anni di colera al Cairo, non aveva CONOSCIUTO ALCUNA FELICITÀ. Eppure, aveva incontrato Goethe. Goethe gli aveva detto: PERSEVERA.  Il nostro grigio segugio uggiolò. Poi, un’orda di voci si impilò sopra la tavola ouija alcune di infanti, alcune camuffate dal sonno; un ragazzino di nome Will, riluttante alla gorgiera come un grande quadro di El Greco, svoltò l’arazzo della sua voce verso l’altra fredda, portentosa: TUTTO È PERDUTO. LASCIATE LA CASA. OTTO VON THURN UND TAXIS. OBBEDITE. NON AVETE SCELTA.  Terrorizzati, ci fermammo; confusi finché l’alba maculò d’oro le lenzuola. Ogni notte, da allora, la luna si gonfia, piccoli insetti sbattono sulla torcia che sguainiamo per orientarli oltre il portico… Ma nessun Segno. Nuovi voci arrivano dettano indirizzi, mendicano scritti; alcune ci mettono in guardia da una vita vana con un tono che ci pare esilarante.  Di questi tempi, dormiamo profondamente.  L’altra notte, la tazza da tè si è rotta di rabbia. In effetti, siamo ormai indifferenti   all’altro mondo. Nella penombra i gomiti sul tavolino glabro, parliamo, fumiamo, lieti di essere disturbati dal ronzio del gelsomino, dal pigolio delle nostre voci, dai sibili del povero, cieco Rover, più che da quelli che strepitano a mezz’aria ossessionati o misericordiosi, per un compito che siamo riusciti con arguzia a posticipare: da quando i freddi riflessi dei morti ci fissano, estinti risorti irresistibili, le nostre vite non sono  mai state così piene, così reali e la luna piena tarda ad assottigliarsi.  * Giorni nel 1964 Case, un’ambasciata, l’ospedale i dintorni sarchiati dal sole, ancora tremano nelle pozze spalancate dalla notturna pioggia… Dall’altra parte della strada che va verso il centro una ripida collina ci è amica puoi scalarla in venti minuti  per avere viste mozzafiato, frantumate da pini marittimi, urbani e di mare. Sotto i piedi, ciclamini, crochi d’autunno che ambrano come bava sottile le reliquie dei bei tempi di noi tutti. Se non è l’Olimpo è una baldoria al di là dei rumori, tutto l’anno. Ho portato a casa i fiori del mio scalare. Kyria Kleo che pulisce per noi li ha messi nell’acqua, Vergine, mugola, Vergine. Aveva sempre male alle gambe. Vestiva di scuro, grassa,  ultracinquantenne, pareva una matrona di Palmira estratta dal lardo e dal crine di sauro. Quanto ci amava, me, te, amava tutti, l’uccello, il gatto! Ora so che era lei l’amore. Amore tutto il giorno la faceva sospirare e splendere e soffrire.  (Non comunicavamo con parsimonia). Viveva vicino a noi con la pia madre e il figlio nullafacente. Mi chiamava figlio, il mio vero figlio, diceva. Dovrei dire che la pagavo generosamente.  L’amore rende generosi. Guardaci. Ci conoscevamo così poco che al posto di dormire stavamo notti intere alla luce della lampa a guardarci, a spartirci storie.  Un’ora tra tutte ritorna – tu che annaspi tra le mie braccia e ami o ridi o entrambi – ho appena ricordato e ti dico che ho alzato lo sguardo era mezzogiorno: la povera vecchia Kleo le gambe doloranti, arranca tra i pini. La chiamo. Chiamo tre volte prima che si giri.  Sopra il maglione azzurro aveva il volto dipinto. Sì. La sua faccia. Dipinta. Bianca  da clown, bianca come la luna di giorno, con le palpebre perlacee, la bocca a foglia.  Mangiami, pagami – la maschera erotica che il mondo indossa con l’illusione di unirsi a se stesso in nozze – con una necessità. Sorpresi, muti – l’amore è illusione? – siamo  andati per la nostra via. Poi ho attraversato una piazza dov’era il mercato: verdure, polli, ceramiche continuavano a materializzarsi grazie all’arte onirica dei mercanti; attento a non essere gabbato ho colto il fiore di quella dolcezza di novembre,  perduto su sentieri di morbida argilla,  dove il bocciolo palpita desto per essere strappato, in ginocchio, nel fango –  mi fermai, freddo, per il nostro bene: di ritorno, calmo, sulla via di casa, comprai un po’ di frutta. Perdona se leggi questo. (E possa Kuria Kleo, se qualcuno tradurrà mai in greco, leggendole  ad alta voce questa poesia, perdonarmi). Ero stato troppo a lungo senza amore, non sapevo nulla dei miei pensieri, e dove nascondere il viso quando il tuo tocco,  rapido, misericordioso, mi ha fatto da benda. Un dio respira alle mie labbra. Forse è illusione che allora duri a lungo; che abiti elemosinando ogni giorno, qui, con noi, a pulire e ad annaffiare a sospirare sempre d’amore e di dolore.  Speravo di poter ascendere a quelle altezze che si chiamano degradazione; in quei giorni mi parve di scalare un mondo  di fiori selvaggi, pasti, lacrime – ma forse cadevo le gambe curve, da ascesi a catabasi nelle pozze create da quei tomi di pioggia notturna… Ma tu eri ovunque, accanto a me, mascherata e smascherata, mentre ridi, soffri, ami.  * Stanza a infrarossi mente ultravioletta organismi più strani allucinati sulla scia, fluorescenti: catene di gingilli dorati, bolle di fuoco verde lungo le arteriose branche –  qui a Microcosmics Illustrated  Natale è tutto l’anno! Indifese, le patrizie cellule attendono l’invasione barbarica dei virus un altro sacco di Roma. Una nuova era. Ci terrorizza.  Terrore? Grida di gioia nella mangiatoia. Gioia? L’albero su cui morirà ora scintilla.  * L’altro aprile I vetri dardeggiano, tremano al tuo passaggio spettrale: una trasparenza a raggi X ondeggia, mi alzo ma non so dire, ricordo solo che uno soltanto è quello che si alza e non sa dire. Fanciullo acquazzone questa è la tua casa. Lascia che il nostro occhio si oscuri che crolli la pioggia, che la candela barcolli –  nel profondo del suo vocalizzo ci siamo solo io e lei.  Le iridi grige venate di ruggine, dell’alba sono umili e fiere: lungo il tuo andare adagiano il cranio, nella polvere.  * Urbana convalescenza Passeggio dopo una settimana a letto stanno demolendo parte dell’isolato: freddo, stordito, solo, mi affranco dalla dozzina in mansueti atti e guardo l’enorme gru che armeggia voluttuosa nella sporcizia di anni.  Le sue fauci sbavano macerie. Un vecchio ride, impreca il suo cervello e ricordo la fine de La Dea Bianca.  Come al solito, a New York abbattono tutto prima che tu abbia iniziato a prendertene cura.  A testa bassa, nel tempio del frastuono, fammi ricordare quale edificio sorgeva qui. C’era davvero un edificio? Vivo in questa strada da un decennio.  […] * Misteriosa epigrafe Questi giorni, come te,  sembrano vuoti e vacui hanno avide radici che scavano per arpionare in profondità la desolazione.  * Ceppo  Poi la fiamma si biforcò in un sentiero inatteso ansimai, caddi, svanii. Densità che pulsava verso l’alto, bande di cenere, cara luce che vaga verso il nulla, cosa potresti essere se non luce, e nient’altro? * Presso la Monument Valley  Crepuscolo di primavera, durante un permesso di guerra, presso la fattoria Shoup, a sud di Troy, ho cavalcato per l’ultima volta. Il silenzio sgorga dalle stelle della sera, l’acetosella cinguetta  forse non le dispiace essere calpestata. I prati ci abbracciarono, inebriati da invisibili lillà.  Vite rapide, polifoniche abbondavano ovunque.  Di comune accordo, costeggiammo il piccolo lago. E ora eccomi seduto tra le forme folli che prendono le cose. Vita fasulla da colono bianco, maculata da lunga colpa. Le Tre Sorelle ululano. La Porta degli Inferi sbadiglia. Mangio qualcosa nella Hertz mentre cala l’ombra. Giunse alla mia soglia come la morte, questa smagrita creatura  dagli occhi cinerini, incerta se confidare nell’uomo –  Mio caro dio, un cavallo. Gli offro un torsolo di mela ma fame non lo fagocita e lo lascia cadere nella sabbia. Alzo il finestrino e proseguo.  Riguardo all’antico legame tra la sua specie e la mia c’è poco altro da dire.  L'articolo James Merrill, il poeta dell’altro mondo, il Mozart della poesia americana proviene da Pangea.
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“Lenta manovra di sconvenienti vertigini”. Richard P. Blackmur, il critico-poeta
In un articolo pubblicato nel febbraio del 1978, piena pagina del “New York Times”, con ampio sfoggio d’ingegno, as usual, Harold Bloom sfodera una lista di Critic/Poet. > “In lingua inglese, la schiera dei critici-poeti è vasta, perfino > impressionante: Ben Jonson, Dryden, Samuel Johnson, Coleridge e Arnold sono > nomi che la maggior parte dei lettori ha bene in mente. Ruskin, Pater e Wilde > scrissero poesie in gioventù; saggiamente, preferirono infine dedicarsi alla > prosa. Forse soltanto Hazlitt, tra i maggiori critici del passato, non è mai > stato incline alla poesia”. Dilemma atavico, anche italico. Se molti poeti – da Dante a Ungaretti & Montale – sono stati anche critici, troppi critici si sono dati alla poesia. Ma poi: nasce prima il critico o il poeta? E poi: s’intende per critico chi opera in accademia – che fa dello studio della letteratura una professione – o chi professa sui giornali, di tanto in tanto? È equivalente il critico che lavora nel contemporaneo – eventualmente, indicando orizzonti di scelta all’editoria vigente – da quello che studia gli spettri del passato, fa ricerca nei bassifondi letterari?  Inquietanti questioni. Inutili. In fondo, ciò che conta, al di là del pedigree del poeta – che sia critico o idraulico, accademico o accattone –, è l’opera, la poesia.  Nel suo articolo – di smaliziata crudeltà – Harold Bloom intende colpire un collega, all’epoca ben più noto di lui. Ai lettori di queste coste il nome di Richard Palmer Blackmur – impalmato da Saul Bellow in un dimenticato, bellissimo romanzo: Il dono di Humboldt – risulterà per lo più ignoto: nato a Springfield, Massachussetts, nel 1904, pressoché autodidatta – cacciato da scuola quindicenne, frequentò senza ottenere laurea alcuni corsi a Harvard –, fu un prof leggendario a Princeton. Tra i suoi seguaci vanno citati W.S. Merwin e John Berryman; fu tra i pochi a riconoscere il talento di Delmore Schwarz, che non ebbe tema di imitarne i modi lirici. Richard P. Blackmur fu in effetti un pioniere in poetica: adorava il ‘parlare chiuso’, si trincerava in un simbolismo spesso incomprensibile ai più, scrisse poesie, di sinistra sapienza. Nel 1958 le Edizioni del Triangolo di Milano uscirono con una raffinatissima edizione delle Poesie di Blackmur con immagini di Serio Romiti e versioni di Alfredo Rizzardi, gran traduttore di Pound, Melville e William Carlos Williams.  Non erra dal vero Harold Bloom quando scrive che la poesia di Blackmur “deriva” da quella dei suoi lari – Yeats, Pound, Eliot – e che come critico-poeta è meno efficace di due straordinari critici-poeti, Allen Tate e Robert Penn Warren (più forti come poeti che come critici). “Blackmur, un critico certamente più possente di Tate e Warren, ha fallito come poeta, vittima del potere ideologico della propria prosa”. Potremmo dire lo stesso di Bloom: poderoso critico letterario, fallì miseramente – nel 1979 – quando si diede al romanzo; The Flight to Lucifer è un fantasy irrilevante. Al contrario, però, l’opera poetica di Blackmur – risolta in tre libri: From Jordan’s Delight, 1937, The Second World, 1942 e The Good European, 1947 – ha una autorevolezza, una stazza, a tratti interessante, autonomia d’indagine, l’estro degli estranei alle mode. “A Master of Close Reading” lo ha definito Harry Marten in un altro articolo uscito sul “New York Times”, era il 1986: potremmo mutuare il claim per recintare la poesia di Blackmur, dal talento scorbutico, ostile alla facile lettura, per questo dal fascino sciamanico.  Attraverso una serie di scritti critici – quelli sì, “ancora influenti, figura di un potere carismatico nel mondo letterario, di un prestigio che sempre si riabilita”, scrive Bloom – presto necessari (The Double Agent, 1935; Language as Gesture, 1952; The Lion and the Honeycomb, 1955; e il postumo A Primer of Ignorance, 1967), Blackmur si insinua in un lignaggio che riguarda Henry James e Henry Adams, Thomas S. Eliot e Hart Crane, André Gide e Wallace Stevens. Tra tutti, preferiva Thomas Mann, cioè un’etica dell’alta borghesia, il conservatore setacciato dallo stigma dell’arte. In sostanza, Blackmur tentò di sintetizzare la ragione con la mania: da qui non soltanto il precipizio poetico, ma una poetica della critica, o meglio, l’idea che l’arte della critica letteraria possa evolvere in letteratura. Questo piaceva a Bloom (perché, intimamente, lo riguardava): > “Come critico, Blackmur eguaglia i suoi adorati poeti e romanzieri, > costringendoli a una risposta energica, che pochi altri esegeti hanno saputo > esigere con tale possanza”.  Segue la domanda sibillina, “perché dunque una mente letteraria tanto sofisticata e sapiente poté ingannarsi in merito alla propria vocazione?”. Vezzi da vecchi duellanti. Le poesie riprodotte in calce all’articolo – di cui devo il merito all’arguzia di Paolo Masetti – dimostrano che il critico possiede gli alti gradi del poeta. Certo: in Blackmur il verso ha l’ardore del miracolo, del velo strappato, del dio meridiano che irrompe e scuote divani e tinelli. Un desiderio di apocalisse imminente intride il suo dire, oscuro come una profezia di Gioacchino da Fiore. Dei Poems of R. P. Blackmur – raccolti nel 1978 dalla Princeton University Press – Allen Tate scrisse che v’erano “alcuni tra i versi più influenti scritti nella prima metà del secolo”; a nessuno venne in mente di riprodurli ancora – si chiudeva un’epoca, si andava verso altri lidi lirici. Leggere oggi Blackmur, icona eretica del New Criticism, potrebbe servire per capire dove vanno gli States, dunque che ne sarà di noi.  Nel 1968, sulla rivista “Commentary”, Morris Dickstein scrisse che > “In un tempo in cui abbiamo sostenitori del Nuovo a ogni costo a ogni angolo > della strada, intellettuali che sostengono che sia arte ogni cosa che si fa > ‘con animo aperto’, Blackmur, voce che proviene da una cultura letteraria > arcaica e arcana, che pensavamo archiviata, ci ricorda che l’arte esige, per > lo meno, la disciplina dell’intelligenza, la gioia del ferreo giudizio”.  Il sentimento non conta in letteratura; vale il sentire, quella natura da rabdomanti del verbo; vale la mente e i perigli dello spirito. Quanto al cuore – miniera del male – lo si elevi sulla picca, perché se ne picchino i condor, sauri dell’aria. *** Tutto fiorisce Qui fiorisce il fagiolo e il baccello  qui nulla che l’uomo salva serba il proprio essere; la ragione luccica tra il verde e l’azzurro oltre la secca, al largo, l’oscurità vince sull’oceano.  I poveri dentro di noi vagano sulla scogliera, fissano con il secondo occhio l’orizzonte, meri accattoni del mare. Il sole brucia la carne ma il midollo è il vento; i gabbiani ci superano, la sterna è ordinaria; urla il legnoso tordo tra torbide betulle, le folli. Il torsolo è abbastanza freddo da erompere in ardore! Nessun riparo, qui, nessuna tana che si autoriscaldi finché i polmoni rollano l’oceanico soffio.  Certo è il tempo, visibile il mutamento: la pietra minaccia metamorfosi sgretola l’interiorità dei monti e nelle nostre orecchie rantola il lamento del mare. Questo deve sopportare il nostro cuore inflessibile: quiete solare, quiete terrestre, nell’ora senza fiato. Qui gli uomini indossano il blu il colore della fusione, ombra dell’unisono, il colore del nulla raddoppiato, ora reale il colore degli dèi quando vengono distrutti: il colore del soccorso e del miraggio, tranello e trincea, i corvi della morte, in ritardo, sempre.  * Scarabei ai vivi I O marinaio, dimmi perché, benché nell’ebbrezza marina del tuo sguardo non scorga nulla di morto né di moribondo qualcosa di irriflesso ribolle una speranza nel cuore, l’angoscia nell’anima.  II Per meditare sulla tigre, distogli lo sguardo dall’antico passato d’uomo; oltre la gabbia, il piccione ha trono nell’urna e al di là del piccione crepita il crepuscolo: lì, risoluto, scovi un invisibile covo.  III Posa la mano come fosse arpa: l’altra diventi strana alla tua mente; che gli estranei si incontrino. Solo un folle o un passionale crede che perdere sia schiocco di sangue, che il freddo si scaldi, il caldo dia in gelo.  IV In tale silenzio, foglia dopo foglia si denudano, come ossa, le betulle; il beccaccino vola spaventato, il vento vela i boschi mentre io, solo,  odo il mio volo immobile nella pietra.  V Oltre il calore, nel rinnovato amore, oltre lo splendore, la freddezza della primavera, che nella sua vecchiaia pare immobile, il fermo conteggio della volontà indifesa in cui moriamo. Conservo ancora i guanti dello scorso inverno.   VI Oh, il candore del grembo,  privo di spazio e di tempo senza speranze nelle segrete. Ora esistono amore e lavoro, un lato dell’onestà, mietitrici della virtù. VII La cincia non è come l’airone trampoliere che caccia nelle pozze e strilla in fuga come gli sciocchi; la cincia ha parola che serba il caldo nel vocalico fondo, quando estate si fredda VIII ed è lenta invasione, verbo segue verbo, del sonno sull’audace mente, lenta manovra di sconvenienti vertigini da cui dedurre la malattia dall’ordito dell’ordine, precipizio di nevi nel sonno.  IX Calma il sé, silenzio sboccia come primavera: l’abisso della luce, densa saturazione dell’ombra – passa la nube e la vita è verde, arde, divora la morte nel grido, e la stagione ronza e tutto batte le ali.   * Domenica, il mare fa mattutino, canta Venite e Kyrie, sfocia l’Amen sulla fluente tonaca indossò una stola scintillante, resa al sole. Verso mezzogiorno l’alta marea, badessa salata, si ribellò alle formalità del Sanctus, ordì una pesante beffa a Dio, e io, prima di rendermene conto, vidi nell’onda l’altare del Signore.  Queste sono le esequie a cui penso di continuo.  Richard P. Blackmur *In copertina: Andrew Wyeth, Turkey Pond, 1944 L'articolo “Lenta manovra di sconvenienti vertigini”. Richard P. Blackmur, il critico-poeta proviene da Pangea.
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