P erché moriamo è la domanda delle domande, l’opposto naturale di un altro
quesito altrettanto radicale: perché esistiamo. Moriamo perché siamo vivi, ed è
proprio nel cuore della vita che bisogna cercare le ragioni della sua fine.
Dietro a questa questione, che tocca il senso dell’esistenza, si apre
un’indagine scientifica complessa, che coinvolge biologia, chimica e genetica.
Per capire cosa ci uccide, dobbiamo prima comprendere cosa ci tiene in vita. In
molti manuali di biologia, la vita umana trova una prima definizione nella
cellula, la più piccola unità vivente. Dire che siamo fatti di cellule significa
riconoscere che un corpo non è un’entità indivisibile, ma una moltitudine
organizzata, un insieme di unità che si replicano, reagiscono, cooperano e,
infine, muoiono. Alcune si rinnovano ogni giorno, altre restano intatte per
anni; alcune si ribellano e rischiano di diventare pericolose, altre si
sacrificano per proteggere l’equilibrio dell’insieme.
A guardarle da vicino, queste cellule somigliano a città: si affidano a centrali
energetiche, si muovono lungo strutture interne che ricordano strade, dispongono
di magazzini, di barriere di controllo, di segnali chimici che ne regolano
traffico e comunicazione. Finché questa rete funziona, siamo vivi. Quando le
istruzioni iniziano a confondersi, i segnali a perdere efficacia e le
riparazioni a fallire, si avvia un processo lento, spesso impercettibile, che
chiamiamo invecchiamento.
È da qui che parte Perché moriamo (2025), il secondo saggio di Venki
Ramakrishnan, biologo molecolare e premio Nobel, che dalla metafora della
cellula come città propone un’analisi scientifica ampia e dettagliata
sull’invecchiamento e sulla morte, intrecciando dati biologici, riflessioni
personali e implicazioni sociali.
> Dire che siamo fatti di cellule significa riconoscere che un corpo non è
> un’entità indivisibile, ma una moltitudine organizzata, un insieme di unità
> che si replicano, reagiscono, cooperano e, infine, muoiono.
A quattro anni dalla pubblicazione italiana di La macchina del gene (2021),
memoir scientifico in cui lo scienziato raccontava la corsa per decifrare la
struttura del ribosoma, svelando i retroscena della scoperta che gli valse il
Nobel nel 2009, in Perché moriamo Ramakrishnan ripercorre la storia della
ricerca sulla longevità per spiegare perché non siamo progettati per durare
indefinitamente e cosa accade quando i meccanismi che mantengono in vita le
cellule cominciano a degradarsi. Senza indulgere in promesse di immortalità, lo
scienziato mostra come la scienza stia imparando a leggere e, in parte, a
modulare i segnali della fine. Dalla clonazione alla crioconservazione,
dall’editing genomico all’epigenetica, il libro esplora il panorama della
ricerca anti-aging, mostrando tanto le sue promesse quanto le sue illusioni. Il
risultato è un viaggio accessibile e profondo nelle scienze della vita.
L’analogia tra cellula e città, da cui prende avvio Perché moriamo, si estende
con discrezione al racconto personale dell’autore. Due città vere, in
particolare, emergono nel testo. Londra, dove Venki Ramakrishnan lavora, è
descritta come una metropoli pulsante, efficiente, regolata. Un sistema che
funziona, apparentemente destinato a durare. Hampi, sito archeologico nel sud
dell’India e antica capitale di un impero, è invece una rovina silenziosa, il
frammento di una civiltà un tempo potente e oggi cancellata, da cui l’autore
contempla la possibilità del crollo di una civiltà, così come di un corpo
biologico: “Nel corso della storia tra i più potenti fattori di disgregazione di
una società ci sono stati il caos e l’illegalità determinati dalla perdita di
controllo del governo. Proprio come nel caso della società, in biologia la
perdita di controllo e regolamentazione porta al decadimento e alla morte, non
solo della cellula ma dell’intero organismo”.
> Nel raccontare cosa significhi invecchiare, Ramakrishnan propone una
> narrazione che intreccia la biologia molecolare con le storie di chi ha preso
> parte alla ricerca scientifica sulla senescenza e, in alcuni casi, ha creduto
> possibile superare i limiti biologici della vita.
Quello che le due città suggeriscono è la fragilità della nostra consapevolezza
del declino, un’idea che fatichiamo ad abitare, pur sapendo che ci riguarda
intimamente. “Quando vado a Londra, mi è difficile immaginarla come una città
morta, e probabilmente gli abitanti di Hampi la pensavano allo stesso modo”,
riflette l’autore. Così, nonostante l’essere umano sia presumibilmente l’unica
specie ad avere consapevolezza della sua caducità, viviamo come se non dovessimo
morire mai.
Nel raccontare cosa significhi invecchiare, Ramakrishnan propone una narrazione
che intreccia la biologia molecolare con le storie dei suoi protagonisti.
Ricostruisce esperimenti, rivalità, intuizioni, ma anche ambizioni, fallimenti e
velleità di chi ha preso parte alla ricerca scientifica sulla senescenza e, in
alcuni casi, ha creduto possibile superare i limiti biologici della vita. Come
Alexis Carrel, il medico francese che parlava di immortalità cellulare, e che
negli anni Trenta arrivò a elogiare le camere a gas per criminali e malati
mentali. O John Craig Venter, figura chiave del sequenziamento del genoma umano,
accusato di usare i dati pubblici per fini privati. Nel volume,
quest’ultimo rappresenta la nuova frontiera del potere bioeconomico, la scienza
dell’invecchiamento come affare per pochi. A differenza di molti testi tecnici,
Perché moriamo non teme di esplorare questi snodi etici, né di mostrare i limiti
della ricerca quando è guidata da troppa ambizione, interessi personali o
visioni ideologiche. Pur riconoscendo i progressi della scienza
dell’invecchiamento, Ramakrishnan invita il lettore a interrogarsi su come
questi vengono narrati, finanziati e distribuiti.
In tal senso, uno dei filoni più controversi esplorati è quello legato alle
trasfusioni come possibile fonte di ringiovanimento. Gli esperimenti di
parabiosi, in cui il sangue di un topo giovane sembra migliorare le condizioni
di un topo anziano, sollevano non pochi interrogativi. La scienza non ha ancora
risposte definitive, ma intanto miliardari si sottopongono a trasfusioni
familiari e cliniche private vendono trattamenti non validati, rispetto a cui lo
scienziato invita alla prudenza, mettendo in guardia contro la
spettacolarizzazione della longevità come nuova promessa per ricchi.
> Nessuna persona crioconservata è mai tornata in vita, e molte di queste
> ipotesi non hanno basi scientifiche solide. Ma la domanda è un’altra: anche se
> fosse possibile vivere per sempre, sarebbe giusto farlo?
Anche il caso della startup Nectome è esemplare: nel 2018 propose di
“conservare” cervelli umani tramite imbalsamazione chimica, consapevole che il
processo sarebbe stato letale. “Si potrebbe pensare che la prospettiva di
un’eutanasia certa associata a un esito incerto non sia facile da vendere”,
scrive Ramakrishnan, “ma venticinque persone avevano già firmato il contratto”.
Tra loro, Sam Altman, cofondatore di OpenAI. Nessuna persona crioconservata è
mai tornata in vita, e molte di queste ipotesi non hanno basi scientifiche
solide. Ma la domanda è un’altra: anche se fosse possibile vivere per sempre,
sarebbe giusto farlo?
L’analisi si fa ancora più densa quando l’autore passa in rassegna i volti
pubblici dell’industria dell’anti-aging contemporanea: Aubrey de Grey, con un
passato da informatico e una barba da guru, è diventato celebre per le sue
affermazioni estreme: sostiene che l’invecchiamento sia un problema
ingegneristico e che l’uomo possa vivere fino a mille anni. Il suo stile
provocatorio gli ha garantito visibilità e finanziamenti, così come forti
critiche e, in anni recenti, de Grey è stato accusato di molestie da più
colleghe, circostanza che ha portato alla sua estromissione dalla fondazione da
lui stesso creata. Il secondo e controverso volto legato all’industria
dell’anti-aging è David Sinclair, genetista di Harvard, noto per i suoi studi
sull’epigenetica. Anche per lui la senescenza è un fenomeno reversibile, e su
questo ha costruito una presenza pubblica piuttosto marcata. Parte della
comunità scientifica lo ha criticato per i toni eccessivi, a tratti quasi
promozionali, ma lui prosegue, investendo e brevettando, convinto che il
ringiovanimento cellulare sia una frontiera reale.
Ramakrishnan prende posizione contro questa retorica della longevità illimitata,
alimentata da slogan, investimenti privati e aspettative sproporzionate; e
mantenendo un tono misurato sottolinea come, al momento, vivere più a lungo non
equivalga a vivere meglio. Stando ai dati di ONS (Office for National
Statistics) e dell’ONU (Organizzazione delle Nazioni Unite), gli anni vissuti
con quattro o più patologie sono infatti aumentati in proporzione alla vita
media. Il concetto di compressione della morbilità, ovvero quello di vivere sani
il più a lungo possibile per poi morire rapidamente, resta nella maggior parte
dei casi un ideale. “Quasi tutti pensiamo che sarebbe vantaggioso aumentare il
numero di anni vissuti in buona salute”, scrive, ma è possibile che stiamo
facendo il contrario. Viviamo più a lungo, sì, ma spesso più malati. E anche le
scoperte più promettenti non hanno ancora prodotto un cambiamento paragonabile a
quello che, nel Novecento, ha trasformato radicalmente la speranza di vita.
> La maggior parte dell’aumento dell’aspettativa di vita si deve ai
> miglioramenti nella sanità pubblica piuttosto che a progressi rivoluzionari in
> medicina. Johnson ha identificato tre fattori chiave in questa trasformazione:
> le moderne condizioni igieniche e i vaccini, che hanno drasticamente ridotto
> la diffusione delle malattie infettive, e i fertilizzanti chimici. Altre
> innovazioni significative sono stati gli antibiotici, le trasfusioni di sangue
> (cruciali in caso di incidenti e interventi chirurgici) e la sterilizzazione
> dell’acqua e degli alimenti mediante clorazione e pastorizzazione.
Il merito di una vita più protetta e longeva è quindi dovuto in primis a
interventi sanitari diffusi, sostenuti dall’applicazione di scoperte
scientifiche che hanno trovato spazio nel contesto storico e sociale.
> Insieme alla vita media è aumentato anche il numero di anni che viviamo
> affetti da patologie. Il concetto di compressione della morbilità, ovvero
> quello di vivere sani il più a lungo possibile per poi morire rapidamente,
> resta nella maggior parte dei casi un ideale.
Oggi, invece, l’allungamento della vita è appannaggio solo di chi può
permetterselo: “Esiste una notevole differenza nella speranza di vita tra ricchi
e poveri”, ammonisce lo scienziato. In Inghilterra il divario è di quasi dieci
anni, ma se si considerano quelli vissuti in buona salute, la forbice si
allarga. Negli Stati Uniti, i più ricchi hanno un’aspettativa di vita media
superiore di circa quindici anni rispetto alle fasce meno abbienti, “e questa
disparità è addirittura aumentata dal 2001 al 2014”. Ogni progresso medico,
approfondisce, tende a incrementare le disuguaglianze prima di distribuirne i
benefici. Nel caso della longevità, le differenze “hanno la capacità non solo di
perpetuarsi, ma di aumentare ulteriormente il divario”. Chi è già benestante e
in salute vivrà e lavorerà più a lungo, potrà accumulare e trasmettere più
ricchezza, consolidando una divisione permanente tra “chi potrà vivere una vita
molto più lunga e in buona salute, e tutti gli altri”.
Quindi, le ricadute dell’estensione della vita vanno oltre il piano biologico.
Una vita media che si prolunga, come osserva l’autore, trasforma tutto il
sistema sociale, dalla demografia all’etica del lavoro. In una società sempre
più anziana e in cui si fanno figli sempre più tardi, l’unica risposta
sostenibile è quella di prolungare gli anni di lavoro. Ma, come si chiede il
sociologo Paul Root Wolpe, l’idea di svolgere mansioni fisicamente usuranti a
settantacinque o ottant’anni, è davvero una prospettiva accettabile? Già oggi
l’aumento dell’età pensionabile produce forti tensioni, e anche laddove la
longevità favorisce la produttività, non sempre produce innovazione. Facendo
riferimento alla sua esperienza diretta in laboratorio, Ramakrishnan ammette:
“Io, per esempio, ho avuto la grande fortuna di poter assumere giovani di
talento grazie ai quali il mio laboratorio continua a pubblicare articoli su
riviste di alto livello”. Inoltre, pur senza determinare il valore individuale,
l’età influenza la posizione nel potere: i vertici politici e finanziari, per
esempio, sono sempre più occupati da ultraottantenni, e il rischio, sottolinea
lo scienziato, è che le nuove idee vengano soffocate prima ancora di emergere.
> Una vita media che si prolunga trasforma tutto il sistema sociale, dalla
> demografia all’etica del lavoro.
Per ultimo, Ramakrishnan affronta le obiezioni più profonde: vivere più a lungo
ci renderebbe più felici? Più saggi? “Il tentativo di prolungare la vita è come
inseguire una Fata Morgana”, scrive. “Nulla sarà mai abbastanza, se non la vera
immortalità. E non esiste nulla di simile. Anche se sconfiggessimo
l’invecchiamento, moriremmo di incidenti, guerre, pandemie virali o catastrofi
ambientali. Potrebbe essere più semplice accettare che la nostra vita è
limitata”. Citando Barbara Ehrenreich e Allison Arieff, l’autore chiude con un
invito alla sobrietà. Entrambe le autrici, da prospettive diverse, hanno
criticato l’ossessione per la longevità come nuova ideologia dell’efficienza e
del controllo. Riprendendo questa linea, l’autore ci invita a considerare la
mortalità come una condizione essenziale per l’esperienza umana: “Una vita
eccessivamente lunga eliminerebbe l’urgenza e il significato delle nostre
azioni, e il desiderio di far sì che ogni giorno valga la pena di essere
vissuto”.
Forse, allora, non viviamo meno di quanto ci serva per vivere bene.
L'articolo Perché moriamo di Venki Ramakrishnan proviene da Il Tascabile.
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E siste un ramo della cosmetica di lusso che promette di intervenire sulla
longevità cellulare. Tra i prodotti di punta, una crema all’estratto di peonia
dal costo superiore ai tremila euro per cento millilitri. Non viene presentata
come un semplice cosmetico, ma come un vero trattamento farmacologico: agisce –
si legge ‒ sulla matrice extracellulare, ripristinando l’equilibrio dei tessuti
e riportando la pelle a uno stato più giovane. Il tempo non si nasconde, si
tratta. E davanti alla promessa di tornare indietro, l’investimento non sembra
più così eccessivo.
Negli ultimi anni, il concetto di skin longevity si è affermato come uno tra i
trend più significativi nel settore beauty di fascia alta. Le strategie antietà
non si limitano più a voler cancellare rughe e segni del tempo, ma promettono di
intervenire prima che compaiano, agendo sui meccanismi profondi
dell’invecchiamento cutaneo. La pelle smette di essere una superficie da
migliorare e diventa una struttura vivente da mantenere in equilibrio. Le
formulazioni più avanzate combinano principi attivi funzionali con ingredienti
preziosi come oro, caviale, polvere di diamante o zafferano. Ne risulta
un’immagine ambigua e potente, tra cosmetico e trattamento, tra lusso e scienza.
Il messaggio è chiaro: non trasformare, ma conservare; non correggere, ma
prevenire. In fondo, la skin longevity sembra dare adito all’antico sogno di
rimanere – e non soltanto sembrare ‒ giovani il più a lungo possibile.
> Le strategie antietà non si limitano più a voler cancellare rughe e segni del
> tempo, ma promettono di intervenire prima che compaiano, agendo sui meccanismi
> profondi dell’invecchiamento cutaneo.
Il mercato della longevità cosmetica è florido e in espansione. Secondo il
Rapporto annuale 2024 di Cosmetica Italia, nel solo segmento della cura del
viso, le creme antiage rappresentano la prima sottocategoria per valore, con un
giro d’affari pari a 698 milioni di euro nel 2023. Una cifra che da sola copre
oltre un quarto del mercato skincare e che, rispetto all’anno precedente, segna
una crescita del 6,9%.
Alcuni tra gli ingredienti che trovano spazio nei cosmetici di fascia premium ‒
peptidi biomimetici, enzimi epigenetici, molecole antiglicazione – sembrano
richiamare la lingua parlata nei laboratori di biologia molecolare. Ma nei
centri di ricerca si muovono processi ben più ambiziosi.
Da anni, la biomedicina cerca di isolare le caratteristiche cellulari
dell’invecchiamento e di sviluppare tecniche in grado non solo di rallentarle,
ma anche ‒ in parte ‒ di invertirle. Tra i luoghi dove questa ricerca prende
forma, uno dei più attivi (e discussi) è il laboratorio di David Sinclair alla
Harvard Medical School. Il suo team lavora su un’ipotesi audace: che le cellule,
invecchiando, perdano memoria di come funzionare. E che questa memoria, in
determinate condizioni, possa essere recuperata. La tecnica attraverso cui
recuperarla si chiama riprogrammazione cellulare parziale. Nel 2020, su Nature
venne pubblicato un esperimento destinato a far discutere. Alcuni topi adulti, a
cui era stato danneggiato intenzionalmente il nervo ottico, vennero trattati con
tre dei quattro “fattori di Yamanaka” ‒ un cocktail proteico capace, in teoria,
di riportare le cellule adulte a uno stato più giovane. I risultati furono
sorprendenti: i topi riacquisirono la vista, e le cellule trattate mostrarono un
profilo simile a quello di un tessuto non ancora invecchiato. In altri
esperimenti su topi, la riprogrammazione cellulare ha prodotto pelle più tonica,
muscoli più forti, marcatori biologici più giovani.
Sebbene questi risultati siano a oggi limitati a esperimenti su cellule animali
non-umane, non si parla più soltanto di prevenzione, ma di una possibile
riscrittura del tempo biologico anche per l’essere umano. Cosmetica e ricerca
sembrano quindi muoversi lungo la stessa traiettoria: giovinezza e longevità
come aspirazioni convergenti, tra il desiderio di vivere a lungo e quello, forse
più radicale, di non invecchiare mai.
La vecchiaia, da condizione naturale a questione biologica
Per secoli, il desiderio di prolungare la vita ha trovato spazio nella sfera
della magia più che in quella scientifica. Alchimisti, medici e filosofi,
ciascuno a suo modo, hanno immaginato formule, rimedi ed elisir per ritardare
l’arrivo della morte. Ma l’invecchiamento in sé non era messo in discussione.
Era parte dell’ordine delle cose: una fase naturale, prevista e accettata, che
accompagnava la vita verso la sua conclusione. Galeno lo descriveva come un
progressivo raffreddamento del corpo, causato dalla perdita di calore e umidità.
Per Cicerone era una stagione dell’esistenza da attraversare con dignità e
misura, un tempo di riflessione, e non di ribellione contro la natura.
> L’idea che l’invecchiamento sia un processo rallentabile, attraverso
> cambiamenti nello stile di vita e interventi fisiologici mirati, comincia a
> farsi strada verso la fine del Cinquecento.
Poi, qualcosa cambia. Tra la fine del Cinquecento e lungo tutto il Settecento
comincia farsi strada l’idea che la vecchiaia possa essere rallentata. In Della
vita sobria (1558), lo scrittore Luigi Cornaro attribuisce la propria longevità
al suo stile di vita attento e frugale. Più tardi, nel 1796, il medico tedesco
Christoph Wilhelm Hufeland pubblica Makrobiotik (Macrobiotica o l’arte di
prolungare la vita), un vero e proprio manifesto della longevità, con consigli
quotidiani per vivere a lungo. L’invecchiamento diventa così un processo
osservabile, e quindi, almeno in parte, modificabile.
All’inizio del Novecento, alcuni fisiologi iniziano a considerare un legame tra
le ghiandole endocrine ‒ con le loro misteriose secrezioni ormonali ‒ e la
longevità. Si considerava, in particolare, come la produzione di androgeni e
ormoni sessuali cambiasse con l’età, e si iniziò a pensare che, forse,
correggendo quegli squilibri si potesse fermare il declino. Nel 1889, durante
una conferenza a Parigi, Charles-Édouard Brown-Séquard, oggi ricordato come uno
dei padri dell’endocrinologia, annuncia di aver sperimentato su di sé iniezioni
sottocutanee di estratti ottenuti da testicoli di cane e di cavia. Dice di
sentirsi più forte, più giovane. A Brown-Séquard è dedicato Tre colpi di genio e
una pessima idea, ultimo libro di Silvia Bencivelli. La “pessima idea” del
brillante scienziato, che decreterà la rovinosa fine della sua reputazione, fa
il giro del mondo, riscuotendo inizialmente un enorme seguito. Si racconta che
persino Émile Zola e Louis Pasteur abbiano provato il suo fluido. Negli anni
successivi, anche il fisiologo austriaco Eugen Steinach porta avanti teorie
simili. Sostiene che la vasectomia, usata come forma di sterilizzazione
parziale, possa favorire il ringiovanimento. L’idea conquista anche ambienti
intellettuali, convincendo pure Sigmund Freud, che si sottopone al trattamento.
Ma è il chirurgo e biologo Serge Voronoff a rendere questo filone spettacolare.
Negli anni Venti diventa celebre per i suoi trapianti di ghiandole testicolari
di scimmia in uomini anziani, convinto di poter restituire vigore e giovinezza.
Pubblica libri, apre cliniche, accoglie pazienti da tutto il mondo. Solo decenni
dopo, con l’avanzare dell’endocrinologia, i suoi esperimenti verranno
riconosciuti come privi di validità scientifica.
> La prima importante intuizione la ebbe l’immunologo ucraino Il’ja Mečnikov,
> che incuriosito dalla longevità degli abitanti di un paese del Caucaso,
> ipotizzò fosse dovuta ai batteri contenuti nello yogurt che i paesani
> consumavano in gran quantità.
Nel frattempo, ma da tutt’altra angolazione, un altro sguardo si posa sulla
vecchiaia. Durante un viaggio tra i villaggi del Caucaso, l’immunologo ucraino
Il´ja Mečnikov, che vincerà il Nobel per la medicina nel 1908, analizza le
abitudini dei suoi abitanti, incuriosito dalla loro longevità. Nota il consumo
di notevoli quantità di yogurt, e ipotizza quindi che i batteri contenuti in
quello yogurt possano allungare la vita. In particolare, Mečnikov sostiene che i
Lactobacillus bulgaricus contrastino la “putrefazione intestinale”, cioè
l’accumulo di tossine causato dai batteri nocivi nel colon. La sua teoria si
diffonde in fretta. In Francia, dove lavora all’Institut Pasteur, ma
successivamente anche in altre parti d’Europa, iniziano a nascere fabbriche di
yogurt “terapeutico”. E tra le élite europee quel prodotto diventa un elisir
moderno, un alimento capace di riequilibrare il corpo e tenere lontana la
vecchiaia. A distanza di oltre un secolo, quell’intuizione ci parla ancora.
Perché anticipa, con una semplicità sorprendente, alcune delle idee oggi al
centro della ricerca sulla longevità, come l’importanza del microbioma e il
legame tra intestino e cervello.
La cellula come nuova frontiera
Intanto, un nuovo protagonista cattura l’attenzione della ricerca sulla
longevità: la cellula. Nei primi decenni del Novecento, Alexis Carrel ‒ chirurgo
e premio Nobel francese ‒ avanza l’ipotesi rivoluzionaria dell’immortalità
cellulare. Nei laboratori del Rockefeller Institute di New York, Carrel lavora
al comportamento cellulare in vitro. In particolare, coltiva un ceppo di cellule
prelevate dal cuore di un embrione di pollo. Giorno dopo giorno, anno dopo anno,
quelle cellule continuano a vivere e a replicarsi. Si dice che siano rimaste
vitali per ben 34 anni ‒ persino oltre la morte dello stesso Carrel ‒ e che non
mostrassero alcun segno di declino. Il risultato è così straordinario da
conquistare attenzione internazionale e far nascere l’idea che, in condizioni
ideali, le cellule possano davvero vivere per sempre. Lo stesso Carrel sosteneva
che la senescenza e la morte non fossero eventi inevitabili, ma “fenomeni
contingenti” e dichiarava che il vero scopo dei suoi esperimenti fosse quello di
determinare come prolungare indefinitamente la vita di un tessuto al di fuori
dell’organismo.
> Fu Leonard Hayflick a scoprire che le cellule non si dividono all’infinito.
> Dopo circa cinquanta cicli di divisione, entrano in uno stato di arresto detto
> di senescenza, in cui smettono di moltiplicarsi e iniziano a produrre molecole
> infiammatorie che alterano l’ambiente circostante.
A rimettere i piedi per terra ci pensa, trent’anni dopo, l’anatomista americano
Leonard Hayflick. Studiando le cellule umane, scopre che queste non si dividono
all’infinito. Dopo circa cinquanta cicli di divisione, entrano in uno stato di
arresto detto di senescenza cellulare. Non muoiono, ma smettono di moltiplicarsi
e iniziano a produrre molecole infiammatorie che alterano l’ambiente
circostante. Questo limite, noto come “limite di Hayflick”, ci dice che
l’invecchiamento è un processo biologico, programmato e dal confine
invalicabile. Una svolta cruciale. Oggi, le cellule senescenti sono al centro di
una delle aree più indagate della ricerca sulla longevità. L’ipotesi è che
eliminarle selettivamente possa rallentare ‒ o almeno contenere ‒ il declino. I
primi esperimenti su animali con i cosiddetti senolitici, farmaci ancora
sperimentali, sembrano migliorare la funzione di muscoli, cuore e cervello.
Circa vent’anni dopo l’istituzione del limite di Hayflick, i tre scienziati
Elizabeth Blackburn, Carol Greider e Jack Szostak identificano i telomeri,
piccole porzioni di DNA che proteggono le estremità dei cromosomi e si
accorciano ogni volta che la cellula si divide. Funzionano, quindi, come una
sorta di conto alla rovescia biologico. Quando diventano troppo corti, la
cellula interrompe le divisioni, attivando i segnali della senescenza o della
morte programmata. La scoperta valse a Blackburn, Greider e Szostak il premio
Nobel per la medicina nel 2009, e diventerà parte di un disegno più ampio. Pochi
anni più tardi, infatti, un gruppo di studiosi descrive tutti i meccanismi
condivisi dai tessuti che invecchiano. Li chiamano hallmarks of aging (in
italiano: “segni distintivi dell’invecchiamento”), nove caratteristiche
ricorrenti ‒ tra cui, appunto, l’accorciamento dei telomeri e la senescenza
cellulare ‒ che non agiscono isolatamente, ma si influenzano e si rafforzano a
vicenda. Dieci anni dopo, nel 2023, quel modello viene aggiornato. I segni
distintivi diventano dodici e includono nuovi fattori come il microbioma
intestinale e la risposta cellulare allo stress.
L’industria della longevità
Attorno a queste ricerche negli ultimi anni è esplosa una vera e propria
economia della longevità. Come ricostruisce il biologo e premio Nobel per la
chimica Venkatraman Ramakrishnan nel suo libro Why We Die (in uscita per Adelphi
a giugno con il titolo Perché moriamo), solo nell’ultimo decennio sono stati
pubblicati più di 300.000 articoli scientifici sull’invecchiamento e sono nate
più di 700 start up, tutte con l’obiettivo esplicito di rallentare, invertire o
persino fermare il tempo biologico. In gioco ci sono decine di miliardi di
dollari, un flusso di investimenti che intreccia scienza, tecnologia e finanza.
> La longevità non è un parametro osservabile nel breve termine, e mancano
> ancora marcatori biologici affidabili che ci dicano ‒ con chiarezza e rigore ‒
> se un corpo ha davvero smesso di invecchiare.
Il cuore di questa nuova corsa all’oro ha un nome preciso: riprogrammazione
cellulare parziale. È la tecnica sviluppata ad Harvard dal team di David
Sinclair, che ha permesso al gruppo di topi di riacquistare la vista e di
ringiovanirne i tessuti tramite l’uso controllato dei fattori di Yamanaka. Il
clamore è stato tale che molte aziende si sono lanciate nella stessa direzione.
La più nota è Altos Labs, fondata nel 2022 con il sostegno di investitori di
spicco e con in squadra nomi eccellenti della ricerca, incluso lo stesso Shinya
Yamanaka. I topi di Sinclair, con i loro nervi ottici riparati e i tessuti
tornati giovani, diventano così il simbolo della scommessa di trasformare un
successo sperimentale in una strategia per gli esseri umani.
Eppure, al di là dell’euforia, viene da chiedersi: come si misura davvero
l’efficacia di un trattamento contro l’invecchiamento? Non esistono, al momento,
strumenti certi per quantificare i processi che ci fanno invecchiare. La
longevità non è un parametro osservabile nel breve termine, e mancano ancora
marcatori biologici affidabili che ci dicano ‒ con chiarezza e rigore ‒ se un
corpo ha davvero smesso di invecchiare. Nel 2002, un gruppo di cinquantuno
gerontologi ha pubblicamente messo in discussione le promesse dell’industria
della longevità. Tra i punti principali della loro dichiarazione, si legge:
“Eliminare tutte le cause di morte legate all’invecchiamento non aumenterebbe
l’aspettativa di vita di più di quindici anni” e “Le possibilità che gli esseri
umani possano vivere per sempre sono oggi tanto improbabili quanto lo sono
sempre state”.
Ma fuori dai laboratori, la narrazione dell’eterna giovinezza avanza spedita.
Pensiamo all’impatto mediatico di Bryan Johnson, milionario della Silicon
Valley, che ha adottato un protocollo quotidiano da due milioni di dollari
l’anno, tra supplementi, dieta vegana, controllo estremo dei dati corporei e
trasfusioni di plasma tra padre, figlio e sé stesso. O a Peter Thiel, fondatore
di PayPal, noto per i suoi investimenti in start up antiaging e per il suo
dichiarato interesse verso pratiche di biohacking e progetti di estensione della
vita. Anche in Italia, non mancano esempi. Silvio Berlusconi ha incarnato per
anni l’ideale di un corpo da tenere giovane a ogni costo, tra trattamenti
farmacologici e interventi estetici, mentre Giorgia Meloni e Francesco
Lollobrigida pare si affidino a pratiche come la crioterapia e a consulenze di
longevity expert.
> Solo nell’ultimo decennio sono nate più di 700 start up, tutte con l’obiettivo
> esplicito di rallentare, invertire o persino fermare il tempo biologico. Se la
> longevità è diventata un’impresa privata, resta aperta una questione etica e
> sociale: chi potrà permettersela?
Oggi, la vecchiaia è un bug da correggere, ci suggerisce Ramakrishnan. Un’idea
attraente, soprattutto per chi ha già accumulato ricchezza e potere, e cerca di
prolungarne il godimento. Oltre a Thiele, Elon Musk, Larry Page, Jeff Bezos,
Mark Zuckerberg: quasi tutti hanno investito, direttamente o indirettamente,
nella ricerca antiaging. A fare eccezione è Bill Gates, che ha dichiarato di
ritenere più urgente intervenire sulle disuguaglianze sanitarie globali.
Ma se la longevità è diventata un’impresa privata, resta aperta una questione
etica e sociale: chi potrà permettersela? E ancora, può la scienza ‒ per sua
natura lenta, fallibile e collettiva ‒ reggere il passo di un’industria che si
muove con logiche di profitto e di accelerazione permanente? Come osserva
Ramakrishnan, oggi, anche scienziati di grande reputazione hanno interessi
finanziari diretti nel settore della longevità, perché fondatori, dipendenti o
consulenti di start up. Questo non è necessariamente un problema, ma ‒ scrive ‒
quando li vede promuovere con entusiasmo i risultati delle proprie ricerche o le
promesse delle loro aziende, si chiede se ci credano davvero. Citando Upton
Sinclair: “È difficile far capire qualcosa a un uomo, quando il suo stipendio
dipende dal fatto che non la capisca”.
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