Vorrei conoscere il destino della polvere per sapere se ha luoghi che le
appartengono, se si abitua subito al buio o prova pena, se si spegne o si
illumina; sotto le scarpe sento il pietrisco che geme mentre il caldo ancora
opprime, una voce mi indica la tomba di Marc Chagall, ho appena varcato la
soglia del cimitero di Saint-Paul-de-Vence, mi giro verso destra, c’è una
tabella con su scritto Allé B Allé C e, accanto, una freccia con su scritto
CHAGALL.
La voce è di Antonella Attanasio, ha portato me e mia moglie Lucia in questo
meraviglioso borgo medievale della Provenza-Costa Azzurra dove visse gli ultimi
venti anni il grande pittore bielorusso nato Moishe Segal, diventato in russo
Mark Zacharovič Šagal prima di adattare il nome alla francese una volta
trasferitosi a Parigi.
Il caldo si è attaccato al giorno e stringe anche il pomeriggio, il sole sosta
sulle colline intorno e pare non aver voglia di andarsene. Antonella, che vive
con la famiglia a Mougins dove è morto Picasso, confessa di essere stata spesso
qui ma di non essere mai entrata nel cimitero. Solo qualche turista si avvicina
alla tomba del pittore, dopo aver calpestato l’ombra di un pino marittimo,
guarda incuriosito e subito torna indietro tra le voci dei bambini; la lastra di
marmo ormai, dopo tanti anni, si è trasformata in un souvenir, non si prega più,
non si medita più, non si resta più in silenzio; ha smesso di essere tomba. Di
lato a quella di Chagall ce n’è una che costudisce ciò che resta di Jean August
Mazzi (1905-1950) e di Catherine Mazzi (1889-1951), chissà forse fratello e
sorella; non c’è più memoria di loro – ma la morte forse conosce e conserva
qualcuno di noi?
Lucia e Antonella osservano la lapide, commentano, fanno alcune foto poi Lucia
si allontana verso l’esterno, ingolosita dalla bellezza del paese. Non c’è più
la morte là dentro, solo un oggetto da portare a casa.
Il funerale di Chagall si tenne lunedì primo aprile 1985 in forma privata, pochi
giorni dopo la scomparsa, avvenuta il 28 marzo all’età di quasi 98
anni; aveva dipinto fino a quel momento, lavorando a delle litografie insieme al
suo stampatore e amico Charles Sorlier. La sera si era sentito male
nell’ascensore privato interno alla sua villa “La Colline”; era stato
installato, data l’età, per spostarsi tra il piano nobile dell’abitazione e il
suo grande atelier luminoso. Morì accanto alla seconda moglie, Valentina ‘Vava’
Brodsky; si dice che le sue ultime parole siano state: Je suis toujours en train
de rêver (“Sto ancora sognando”), portando anche nella morte la sua incantata
leggerezza.
Anche nelle poesie, oltre che nei quadri, Chagall esprimeva la perdita del mondo
natale: la nostalgia per Vitebsk, per lo shtetl e per le tradizioni distrutte
dalla guerra, dal comunismo e dai pogrom. La sua poesia, come la pittura, è
dialogo con Dio fatto di gioia e tristezza, memoria e speranza, colore e
forma. Forte era l’amore per Bella Rosenfeld, la prima moglie, la cui morte, nel
1944, lasciò un vuoto che si riflette in versi cupi e disperati. Chagall
scriveva in yiddish su taccuini, lingua con cui pensava e sognava; li leggeva e
spiegava al grande poeta svizzero Philippe Jaccottet.
> Un giardino verde fiorisce in me, fiori immaginari,
> In me si estendono le mie stesse strade.
> Le case mancano
> Fin dai tempi della mia infanzia sono in rovina,
> I loro abitanti si smarriscono nell’aria,
> Cercano un rifugio, vivono nella mia anima.
Il cimitero è piccolo, curato, sembra un orto di pietra e di verde, ha una
quieta allegria o, forse, una serena rassegnazione; il frinire delle cicale che
lo circonda è un continuo lamento funebre che si incastra nella luce. Nonostante
le radici ebraiche e la profonda spiritualità delle opere, non venne celebrata
alcuna cerimonia religiosa per onorare Chagall; così fu il volere della moglie
Vava. Tuttavia, mentre la bara veniva calata nella fossa lo scrittore Leon
Léneman, con il permesso del nipote Piet e della figlia Ida Chagall, cominciò a
recitare a bassa voce il kaddish, la preghiera ebraica per defunti; non
essendoci un minyan formale (il quorum di dieci uomini ebrei richiesto dalla
tradizione), venne sostenuto dall’ambasciatore israeliano Ovadia
Soffer. Finalmente mi avvicino alla tomba, bianca di luce e ricoperta di pietre,
secondo l’usanza ebraica, ce ne sono centinaia, sistemate a forma di cerchio,
hanno diverse dimensioni e sembrano il greto di un fiume come ad arginare la
vita che ancora vorrebbe uscire fuori; alcune sono ricoperte da scritte molto
semplici: “Grossman Rubin 6/10/26”, “Thanks for the joy and light you brought”,
“Se rappeles que la haut qualqu’un vaille sur toi”, ricordati che lassù qualcuno
veglia su di te, scritto in un francese colloquiale, con sotto il disegno a
colori di una bambina sospesa in aria, forse una vaga evocazione del salmo 121 e
il desiderio di ascesa al cielo di Chagall.
> Avvicinati, nuvola bianca
> Portami in alto
> Sento suonare le campane laggiù
> E dalle case sale il fumo
Sulla tomba sono scritti i nomi di Valentina ‘Vava’ Brodsky, morta nel 1993, e
del cognato Michel deceduto nel 1997. Marc non sopportava il cognato per via del
carattere vanesio, eccessivo e parassitario ma Valentina era legatissima al
fratello e, avendo gestito lei l’eredità e le proprietà dopo la morte del
pittore, decise che la tomba a Saint-Paul-de-Vence avrebbe ospitato anche
Michel. Ci sono famiglie che, in qualche modo, portano l’infelicità persino
nella tomba dove invece della scala di Giacobbe si ritrovano con la propria
anima impigliata nella morte, come le corna del montone di Abramo nel
cespuglio.
> Qualcuno dice:
> Non aspettarti troppa luce
> Lungo la strada.
> Le tue lacrime, le berrai da solo
> Alla fine del cammino.
Antonella mi dice che nel cimitero sono sepolti anche i grandi galleristi Aimé e
Marguerite Maeght, amici di Chagall, che fondarono la famosissima Fondation; la
vedo scendere verso una zona in basso, alla ricerca del loculo. Io non mi muovo,
non ancora. Chagall dichiarò: “Non ho un solo quadro che non si ispiri o non
rifletta Vitebsk”, il paese dove era nato e cresciuto. Nelle sue tele ricreò
ossessivamente il paesaggio bielorusso dell’infanzia: casette di legno colorate,
staccionate spruzzate di neve e la cupola della chiesa ortodossa che dominava la
sua città.
La famiglia di Chagall apparteneva alla comunità ebraica chassidica, movimento
religioso che poneva al centro un rapporto gioioso ed emotivo con Dio celebrato
attraverso il canto, la danza e la natura. Da qui deriva la totale assenza di
gravità nei suoi quadri. Capre, mucche, asini e galli non sono semplici elementi
della campagna bielorussa ma creature magiche e parlanti che volano nei cieli,
reinterpretando la spiritualità chassidica secondo cui la scintilla divina
risiede in ogni essere vivente.
> La mia mano ha forse toccato Dio?
> Mi sono allontanato
> All’incrocio delle strade
> È più breve il canto dell’usignolo
> Dove mi trovo?
Dopo la Rivoluzione russa del 1917, Šagal fu inizialmente entusiasta e venne
nominato Commissario alle Belle Arti per la regione di Vitebsk, dove fondò una
scuola d’arte rivoluzionaria, ma la propaganda sovietica pretendeva un’arte
realista incentrata sulla glorificazione di Marx e di Lenin e non certo su
animali e persone che volavano. Per questo motivo, Šagal rassegnò le dimissioni
e nel 1922 lasciò la Russia sovietica, diventando per sempre Chagall.
Antonella torna indietro, dice di aver trovato la tomba dei galleristi, si trova
su un secondo terrazzamento, appartata, ci sono tre pietre sulla lastra anche se
non sono ebrei; le avrà forse messo qualcuno per creare una relazione interiore
con il loro famoso amico.
> La terra sotto i miei piedi
> Mi sostiene giorno e notte
> Giro vorticosamente tra le mie ali
Andando verso l’uscita mi accorgo che l’ombra ha coperto in parte la tomba di
Chagall per farla riposare dalla stanchezza del giorno, sul lato opposto invece
la luce prova a tenere ancora svegli i morti.
Davide Palmieri
*Le poesie sono tratte da: Marc Chagall, Poèmes, Cramer Editeur, Genève 1975; le
traduzioni dal francese sono di Emanuela Chiriacò e Antonella Attanasio.
In copertina: Marc Chagall nel 1948, in un ritratto fotografico di Willy Maywald
L'articolo “Giro vorticosamente tra le mie ali”. Sulla tomba di Marc Chagall
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