P alazzi sventrati, cumuli di macerie, cadaveri, bambine e bambini insanguinati
che piangono, che urlano o che restano in silenzio intontiti dalla violenza,
dalla perdita, dalla precarietà. Le immagini scorrono sui nostri smartphone,
sugli schermi dei nostri televisori. Proviamo solidarietà, vicinanza,
compassione, il timore che tutta quella disperazione possa toccarci, che arrivi
da noi e ci sommerga. Non ci si rende conto che non esistono confini, che non
basta spegnere i nostri dispositivi digitali, perché la guerra è sempre stata a
casa nostra, perché siamo tutte e tutti abitanti dello stesso pianeta. È il
messaggio che emerge da Guerra alla Terra. Conflitti armati e crisi ecologica
(2026) del biologo e divulgatore scientifico Danilo Zagaria, un’opera che indaga
l’impatto delle attività militari sull’ambiente.
Il saggio si concentra sui conflitti armati compresi tra l’inizio del Ventesimo
secolo e i giorni nostri che hanno coinvolto il continente euroasiatico e gli
Stati Uniti. Vengono così affrontati gli avvenimenti che costituiscono
l’intreccio più evidente dell’attuale situazione geopolitica occidentale e che
hanno da sempre inciso, in modi diversi, sulla protezione di animali e di interi
ecosistemi, sulla gestione delle risorse naturali e sulle emissioni di gas
serra. Trittico della Grande Guerra, Rapsodia del bombardamento aereo,
Contaminazioni e A volo di drone sono le quattro parti in cui è suddiviso il
testo, quattro tappe che ci consegnano le differenti fasi di sviluppo delle
strategie e delle tecnologie di guerra, in un’accelerazione che contagia anche
lo stile espositivo, dal racconto quasi epistolare di alcuni dei protagonisti
della Grande guerra alle istantanee dello sterminio che si è consumato nella
Striscia di Gaza.
> Qual è il peso ambientale dei conflitti? Come incidono sulla salute degli
> ecosistemi, sulla crisi climatica, sullo sfruttamento delle risorse, sull’atto
> stesso di abitare il pianeta? In che modo combattimenti, battaglie, raid,
> esercitazioni militari e tecnologie belliche compromettono – direttamente,
> indirettamente e talvolta volontariamente – le relazioni ecologiche che
> sostengono la presenza della vita sul pianeta. E ancora: può la guerra, il
> fenomeno umano mortifero e distruttivo per eccellenza, aspirare a essere
> ecologica? Oppure incarnerà sempre e in modo insanabile il mito del dominio
> dell’umanità sulla natura?
Sono queste le domande a cui l’autore cerca di rispondere attraverso la
narrazione storica, il supporto di pubblicazioni scientifiche e i dati – troppo
spesso scarsi e incompleti ‒ prodotti grazie al lavoro di alcune organizzazioni
internazionali. Il linguaggio è chiaro e lineare e il ricorso a citazioni
artistiche, letterarie e cinematografiche conferisce una maggiore
tridimensionalità alle pagine del volume. L’analisi della composizione di
Guernica di Pablo Picasso, i brani di opere come Mattatoio N. 5 di Kurt Vonnegut
o di Davanti al dolore degli altri di Susan Sontag, i riferimenti al
documentario Apocalisse nel deserto di Werner Herzog o al libro fotografico
Kuwait. Un deserto in fiamme di Sebastião Salgado e tanti altri rimandi riescono
a coinvolgere emotivamente, in maniera mai pietistica e superficiale.
> La più preoccupante crisi ambientale del nostro secolo, quella climatica, non
> è provocata soltanto da tutte le attività civili che sfruttano fonti
> energetiche basate sui combustibili fossili ma anche da quelle belliche.
Tra le vicende che meglio mostrano gli effetti della guerra sugli ecosistemi ce
ne sono alcune che già dominano la conoscenza e l’immaginario collettivo (e che
più facilmente sono collegabili ai danni ambientali), come l’impiego delle bombe
atomiche a Hiroshima e Nagasaki e l’utilizzo di agenti chimici per eliminare la
copertura vegetale nella guerra del Vietnam. Altri esempi in territorio europeo
sono la modifica della morfologia del paesaggio causata dall’uso delle mine
durante il primo conflitto mondiale ‒ in Italia, sulle Dolomiti della provincia
di Belluno, un’esplosione modificò la forma della vetta del Col di Lana ‒ e le
tempeste di fuoco provocate dai bombardamenti inglesi sulle città tedesche nella
Seconda guerra mondiale, trappole infernali per civili e animali. O ancora, chi
è nato prima degli anni Novanta del secolo scorso ricorderà le immagini dello
sversamento di petrolio da parte degli iracheni nel mare del Golfo Persico, un
disastro che sterminò la fauna acquatica e l’avifauna delle aree raggiunte dal
greggio nel conflitto tra Kuwait e Iraq.
Ci sono poi episodi meno conosciuti o che sembrano meno brutali, meno “sporchi”,
ma non per questo sono meno devastanti. Sono, ad esempio, emblematici i test
nucleari effettuati tra il 1946 e il 1958 nelle Isole Marshall, che hanno
esposto l’intera zona a una consistente ricaduta di materiale radioattivo
(fallout), contaminando così fauna e flora e costringendo le popolazioni locali,
già colpite da problemi di salute gravi e duraturi, ad abbandonare per sempre la
propria terra. Tra i più recenti ci sono l’inquinamento da plastiche in Ucraina,
legato all’utilizzo di droni russi controllati da chilometri di cavi in fibra
ottica, i cui frammenti si disperdono nei boschi e nelle aree rurali; e poi
l’inquinamento atmosferico da gas serra prodotti dalle operazioni belliche, in
guerra così come in tempo di pace. Danilo Zagaria spiega:
> Tutta questa operosità, distruttiva o meno che sia, oltre a provocare i danni
> ecologici che ho raccontato in questo libro, causa anche elevate emissioni di
> gas serra (anidride carbonica, metano e protossido d’azoto), ossia i
> principali responsabili dell’alterazione dell’effetto serra naturale del
> pianeta. La più preoccupante crisi ambientale del nostro secolo, quella
> climatica ‒ i cui effetti stanno diventando evidenti a tutti, compresi i
> negazionisti ‒ non è quindi provocata soltanto da tutte le attività civili che
> sfruttano fonti energetiche basate sui combustibili fossili ma anche da quelle
> belliche.
Giunti quasi alla conclusione del volume è impossibile non sentirsi ancora più
impotenti nei confronti di questi attacchi diretti apparentemente solo contro i
membri della nostra stessa specie ma sferrati, di fatto, alla Terra e a tutti i
suoi abitanti. Ci si chiede se Homo sapiens abbia una propensione per la guerra
che lo condanni a riproporre scenari di morte e devastazione. Da tempo siamo
alla ricerca di una risposta, indagando nel suo passato storico ed evolutivo, in
quest’ultimo caso volgendo lo sguardo agli altri primati. A tal proposito,
recentemente ha suscitato particolare interesse il conflitto tra due gruppi di
scimpanzé di Ngogo, in Uganda, descritto in una pubblicazione su Science e
citato nell’introduzione del libro. Sebbene aiuti la riflessione sulle origini
delle instabilità che possono condurre a scontri violenti, questa vicenda è solo
una parte di un insieme di studi provenienti da numerose discipline, tra cui
l’archeologia, l’etnografia e l’etologia, i cui risultati non consentono ancora
di stabilire definitivamente in quale misura la bellicosità umana sia legata a
fattori biologici o culturali.
> Le formiche combattono guerre che possono ricordare le nostre, ed esistono
> colonie che preferiscono sublimarle, ritualizzando il combattimento: girano
> intorno all’avversario, ne valutano i mezzi e si ritirano nel caso di
> manifesta inferiorità.
Zagaria, però, sempre attingendo all’esperienza animale, propone un esempio di
come sia possibile evitare lo scontro in situazioni di elevata tensione e
controllo delle risorse. Tra le formiche, insetti capaci di guerre che possono
ricordare le nostre, esistono colonie del genere Myrmecocystus che preferiscono
sublimarle, ritualizzando il combattimento: girano intorno all’avversario, ne
valutano i mezzi e si ritirano nel caso di manifesta inferiorità. Potrebbe
sembrare una soluzione non applicabile a una specie come la nostra, ma
comportamenti simili sono stati osservati anche in comunità umane che vivono in
Papua Nuova Guinea, in Etiopia e nella Cordigliera delle Ande.
Nella conclusione di Guerra alla Terra, l’autore non si lascia andare a una
facile utopia di concordia tra nazioni. La sua proposta è un concreto
compromesso tanto elementare quanto oggi apparentemente irraggiungibile, ossia
dare priorità alla tutela del territorio e alla conservazione della natura,
tentando al contempo di prevenire e disinnescare i conflitti attraverso la
diplomazia. Del resto, non abbiamo molta altra scelta:
> In questo fragile equilibrio ecologico e politico, non sono soltanto i popoli
> a invocare una tregua: anche la Terra stessa ha un disperato bisogno di pace.
L'articolo Guerra alla Terra di Danilo Zagaria proviene da Il Tascabile.