N el mito di Er, che conclude l’ultimo libro – il decimo – della Repubblica di
Platone, le anime scelgono il proprio rispettivo modello di vita prima di
reincarnarsi, senza soffrire di alcun limite nella decisione, che è solo
influenzata dalle abitudini che esse avevano nella vita precedente.
Er è un valoroso soldato morto in battaglia e risuscitato proprio mentre stava
per essere messo sulla pira e cremato. Tornato tra i vivi, descrive ciò a cui ha
assistito nell’aldilà: si era ritrovato su un prato ove, da una voragine che
conduceva fino alle viscere della terra, affluivano le anime che essendosi
macchiate di colpe durante la vita terrena avevano dovuto espiarle patendo per
migliaia di anni nell’ipogeo. Da una voragine sospesa nell’atmosfera scendevano
invece le anime pie e rette, che avevano beneficiato di godimenti celesti e
visioni di incredibile bellezza. Dopo sette giorni di permanenza lì, Er e le
altre anime si erano incamminati fino a scorgere, dritto come una colonna e
avvolto in una luce più pura dell’arcobaleno, un fuso su cui ruotavano otto
fusaioli, sostenuto dalle ginocchia di Ananke, la dea della necessità. Vicino a
lei sedevano, ciascuna su un trono, le sue tre figlie: Atropo, Cloto e Lachesi,
le quali, cantando rispettivamente il futuro, il presente e il passato,
accompagnavano con le mani la rotazione del fuso. Un araldo di Lachesi prendeva
quindi dalle ginocchia della divinità vari modelli di vita e li deponeva per
terra, invitando le anime a sceglierne uno in vista della loro reincarnazione,
che sarebbe stata imminente; veniva stabilito a sorte un ordine di scelta, ma i
paradigmi di vita proposti erano così tanti che anche le anime rimaste per
ultime avrebbero avuto a disposizione una rosa abbastanza ampia.
L’araldo spiegava che la responsabilità della scelta incombeva sulla singola
anima e che la scelta stessa sarebbe stata irrevocabile: si trattava di un
momento in altre parole fatidico, che dipendeva interamente dalla intelligenza e
buona volontà della singola anima. Comunque, come riferisce Er, la maggioranza
delle anime sceglieva secondo le abitudini contratte nella vita precedente. Il
riferimento alla vita passata può essere interpretato, essendo credenza
collettiva che si viva una volta sola, come un richiamo alle abitudini che ci
siamo costruiti nel tempo: basta solo accantonarle, in altre parole scrollarsi
di dosso la pigrizia, uscire dalla comfort zone, per cogliere le occasioni messe
a disposizione e diventare chi si desidera.
Il mito può facilmente essere interpretato come una metafora della meritocrazia:
al pari delle anime, anche noi scegliamo la nostra vita, così che ci meritiamo
quello che poi otteniamo in sorte. I modelli di vita offerti dall’araldo sono il
corrispettivo delle pari opportunità sancite da leggi, regolamentazioni e
interventi pubblici; e come le anime svantaggiate dal sorteggio godono comunque
di un’abbondante libertà di scelta, così chi è svantaggiato economicamente può
beneficiare di un’elevata mobilità sociale. Ma è davvero così?
> Si potrebbe interpretare il mito di Er come una metafora della meritocrazia:
> se siamo liberi di scegliere la nostra vita, ci meritiamo quello che otteniamo
> in sorte. Ma è davvero così?
Come sostiene Francesco Codello in L’illusione meritocratica (2024), la
concezione sottostante alla meritocrazia è che ogni essere umano “è padrone del
proprio destino”. In effetti, gli otto fusaioli simboleggiano le stelle fisse,
la luna, il Sole e i pianeti conosciuti ai tempi degli antichi Greci, così che
il fuso di Ananke può essere interpretato come il destino del cosmo, interamente
determinato dagli dei. All’individuo spetta invece il privilegio di sfuggire
alla necessità che governa la natura e di divenire artefice della propria sorte.
Le disuguaglianze sociali che si sviluppano una volta garantite le pari
opportunità dipendono esclusivamente dalla responsabilità dei singoli. A costoro
non resta altro che coltivare talenti e abilità affinché vengano valutati: come
nota Diego Giannone in Lessico del neoliberalismo. Le parole del nemico (2024),
proprio la valutazione implica una misurazione quantitativa, cioè la traduzione
in un linguaggio tecnico-scientifico, delle qualità individuali, che diventano
così comparabili. La comparazione, consentendo di giudicare gli individui e
ripartirli in classi di vincenti e perdenti, è il presupposto della loro
competizione e conflittualità.
Gli sforzi profusi da ciascuno per allenare il proprio talento e vedere
riconosciuto il proprio merito si inscrivono in un processo di individuazione,
cioè un processo nel corso del quale il singolo si forma attraverso delle prove;
queste ultime costituiscono delle porte di accesso alla realtà, nel senso che,
esperendole, l’individuo distingue tra sé, gli altri e il mondo e si costruisce
un’immagine del mondo su cui fare affidamento. Ebbene, una persona che non abbia
fatto altro che competere con gli altri per il successo facilmente si figurerà
una società abitata da monadi-concorrenti e informata da relazioni non tra
persone ma tra persone e cose – cioè tra lavoratori e capitale, tra cittadino e
Stato, tra candidati e valutazione –, in cui le seconde dominano sulle prime. La
meritocrazia assurge così a dispositivo di individuazione, cioè di formazione e
costruzione dell’individuo.
Chi si sottopone a questo dispositivo finisce, dopo un’estenuante contesa, per
collocarsi in un ordine economico-sociale ben gerarchizzato, in cui il posto che
ciascuno occupa è quello che si è meritato: nulla di più né nulla di meno è
dovuto. La meritocrazia contribuisce così allo sviluppo di un tipo di
personalità che non riconosce obblighi reciproci tra gli appartenenti alle
differenti classi sociali. Eppure, la continua messa alla prova che essa
prospetta riesce ad allettare non solo i vincenti, che evidentemente ci
guadagnano, ma anche i perdenti, indotti a credere di poter un giorno evolvere
in vittoriosi.
Contro questo modello, nel saggio Filosofia dell’amicizia (2021) Adriano
Bertollini argomenta che il principale dispositivo di individuazione tramite cui
le persone danno forma a sé stesse è invece l’amicizia, in quanto accidentata da
prove che consentono a ciascun amico di prendere coscienza dei propri limiti e
tracciare il confine tra sé stesso e il mondo; le prove cui gli amici sono
sottoposti alimentano inoltre una fiducia reciproca, in virtù della quale
ciascuno sa che l’altro può contare, in caso di bisogno, sulle sue qualità.
> Una persona che non abbia fatto altro che competere con gli altri facilmente
> si figurerà una società abitata da monadi-concorrenti e informata da relazioni
> tra persone e cose – cioè tra lavoratori e capitale, tra cittadino e Stato –,
> in cui le seconde dominano sulle prime.
Nelle relazioni amicali, così come in quelle cooperative e solidali (il comitato
di quartiere, il gruppo di volontariato ecc.), siamo costantemente messi alla
prova perché non smettiamo mai di “lavorare sulle regole che strutturano la vita
condivisa; quella vita vissuta insieme porta alla modificazione di tratti
idiosincratici individuali”, cioè delle qualità, e al loro mescolamento:
scambiamo, trasmettiamo e apprendiamo qualità gli uni dagli altri. Inoltre,
l’amicizia e le relazioni cooperative e solidali in genere permettono di vivere
la conflittualità che l’incontro con il mondo porta con sé – per esempio,
proprio l’attrito con il meritocratico mondo del lavoro – come un “fattore
unificante”, un’“occasione affinché una pluralità di persone possano trovarsi ad
agire di concerto” e così creare o rafforzare un legame. Viceversa, la
meritocrazia ci relega nelle nostre rispettive isole, ciascuno impegnato a
coltivare il proprio talento.
La condizione di isolamento derivante dalla competizione meritocratica ci
impedisce di percepire la comunità che siamo ed è dunque alla base del crollo di
istanze e azioni organizzate collettive: se infatti imputiamo il nostro successo
esclusivamente alla nostra condotta meritoria e addebitiamo l’insuccesso degli
altri unicamente al loro modo di essere e di agire, fatichiamo a metterci nei
loro panni e, se incespichiamo in questo esercizio, figuriamoci se riusciamo a
sentirci parte di una comunità.
Per superare questa impasse Paolo Godani – nel saggio La vita comune (2016) –
suggerisce di recuperare la capacità di percepire le qualità comuni a noi e agli
altri, che tra l’altro non sono poche in una società massificata come la nostra.
La sua proposta muove da Aristotele, secondo cui le qualità sono i tratti
distintivi dei personaggi della commedia, ma anche le loro caratteristiche
individuali, cioè esclusive: costituiscono in pratica attributi
trans-individuali, che oltrepassano i singoli collegandoli, cioè legandoli gli
uni con gli altri. Così gli individui possono essere equiparati a sostrati
indeterminati sui quali gravitano determinate qualità, che sì li caratterizzano,
ma intanto hanno natura comune. Anche per Honoré de Balzac e Molière le qualità
consistevano in elementi comuni e ricorrenti, la cui aggregazione,
materializzandosi di persona in persona, dava luogo non tanto a un individuo,
quanto a un tipo.
Balzac, in particolare, nella prefazione a La commedia umana (1842-48),
dichiarava esplicitamente che il suo intento era quello di ritrarre l’“umanità
di una certa epoca attraverso la presentazione di personae, cioè di maschere,
ruoli e funzioni”, come chiosa Godani in Il corpo e il cosmo. Per una
archeologia della persona (2021). Il romanziere francese aveva tratto l’idea
della sua sterminata opera – oltre centotrenta scritti tra romanzi, racconti e
saggi – da un’analogia tra il genere animale e quello umano: come l’animale
prende la sua forma peculiare dall’ambiente in cui si sviluppa, così l’essere
umano si differenzia a seconda dell’ambiente in cui svolge la sua attività. La
formazione dell’essere umano è però più complessa, perché le sue abitudini, il
suo linguaggio, le cose concrete della sua vita (dall’abbigliamento
all’abitazione fino al cibo) sono storicamente determinate, mutando di civiltà
in civiltà: l’uomo e la donna sono il prodotto non solo della natura ma anche
della società.
> Le relazioni cooperative e solidali permettono di vivere la conflittualità
> come un’“occasione affinché una pluralità di persone possano trovarsi ad agire
> di concerto”. Viceversa, la meritocrazia ci relega nelle nostre rispettive
> isole, ciascuno impegnato a coltivare il proprio talento.
Questa difficoltà non pare scoraggiare Balzac, tanto conscio della dimensione
del suo progetto da avere calcolato che le figure salienti dell’epoca che ha
scelto di rappresentare ammontano a due o tremila esemplari, tutti bisognosi di
gallerie espositive in cui essere inquadrati; non senza compiaciuta ironia il
romanziere francese nota di aver dovuto fare cento volte ciò che Samuel
Richardson – autore del romanzo epistolare Clarissa (1747-48), la cui eponima
protagonista si distingueva per purezza e virtù – aveva fatto una volta sola.
Comunque, l’approccio tassonomico di Balzac investe non solo gli esseri umani,
ma anche gli eventi principali della vita, a dimostrazione del fatto che non
esistono solo qualità comuni, ma anche situazioni tipiche, che ricorrono durante
ogni esistenza. Se presentiamo o comunque sviluppiamo qualità comuni non dipende
forse dall’affrontare situazioni universali, da cui nessuno va esente?
Quanto a Molière, nella prefazione a Tartuffe ou l’Imposteur raccontava di avere
apportato correzioni all’opera e di averla fatta approvare da principi e
ministri perché una buona fetta di pubblico, sentendosi rappresentata dai ben
poco virtuosi personaggi messi in scena, l’avevano presa di mira. Quelle stesse
persone che si erano riconosciute nei personaggi potevano senz’altro
identificarsi l’una con l’altra e così riconoscere di possedere qualità, anzi
vizi, comuni. Potenzialmente chiunque può essere l’impostore, l’avaro o il
malato immaginario: così le vite personali di questi personaggi si convertono,
assumono il significato di vite comuni.
La filosofia di Godani ci conduce a concepirci come dei mimi, così da mantenere
quella giusta distanza da noi stessi che ci permette di giocare e ridere di ciò
che siamo, e quindi di riconoscere che il proprio sé non è altro che un
carattere comune, incarnabile da chiunque altro, proprio come l’impostore,
l’avaro o il malato immaginario di Molière. Questa rinnovata percezione –
osserva il filosofo in La vita comune – ci libera “dal fardello depressivo
dell’unicità individuale”, consentendoci di vivere la nostra vita come
l’espressione casuale e contingente della vita di tutti.
Riconoscere l’esistenza di una vita comune significa disperdere il peso della
propria in quelle degli altri, ai quali siamo apparentati dalle qualità
condivise e i quali presentano qualità che potremmo o avremmo potuto incarnare
anche noi e viceversa. Questa rinnovata sensibilità consente di accantonare
quell’atteggiamento, figlio del romanticismo, che accorda priorità alla vita
interiore e importanza a eventi e avvenimenti solo se espressione di una
personalità; come sostiene Godani in La vita comune, permette, soprattutto, di
“destituire fin dall’inizio e assolutamente la logica della colpa”, del
disvalore conseguente al fallimento, così come quella del successo, del premio
riconnesso alla buona riuscita, in tal modo sconfessando entrambe le facce del
Giano bifronte meritocratico.
> Secondo Aristotele le qualità costituiscono attributi trans-individuali, che
> oltrepassano i singoli collegandoli, cioè legandoli gli uni con gli altri.
La meritocrazia infatti riduce l’essenza della natura umana, “in sé
perfettamente comune, a proprietà di un individuo”, che assurge così a padrone e
unico responsabile di sé; pertanto, essa è un dispositivo, oltre che di
individuazione, colpevolizzante, poiché isola le persone e narra le forche
caudine del mercato neoliberale del lavoro come imprese in cui la buona riuscita
dipende esclusivamente dalla profusione dell’impegno personale e dal
dispiegamento delle capacità acquisite, del talento allenato.
Se si riconosce che le qualità comuni concorrono tutte alla riproduzione del
genere umano e che dunque costituiscono patrimonio universale, allora non può
esservi spazio per il merito, inteso come lode dovuta a una qualità piuttosto
che a un’altra. Questa presa di coscienza passa attraverso quelle prove che,
dando simultaneamente forma a noi e agli altri, ci permettono di scoprire e far
scoprire le qualità altrui e nostre e favoriscono l’unione in un corpo
collettivo dalle qualità comuni.
Per esempio, aderire a un gruppo di acquisto solidale implica riconoscere
l’esistenza di qualità comuni a noi e agli altri, grazie alle quali possiamo
accontentarci tutti di una rosa di prodotti più ristretta di quella offerta
dalla grande distribuzione organizzata: quest’ultima si fonda sul presupposto
del consumatore-arbitro assoluto, le cui determinazioni, singolari e uniche, non
sono compatibili con quelle altrui se non per puro caso. Lo stesso si può dire
di tutte quelle forme di spontaneismo dal basso in cui ci organizziamo per
godere di rappresentazioni artistiche o discutere di questioni concrete e
urgenti: per esempio, è il nostro interesse personale che ci spinge a vedere
l’ultimo film di Ken Loach o ci fa indignare per la delibera comunale che
dispone la chiusura pomeridiana della biblioteca, ma sono le nostre comuni
qualità che ci permettono di dibattere del film dopo averlo fatto proiettare al
cineforum di quartiere o di delineare una strategia collettiva per opporci alla
restrizione del comune; diversamente, ci limiteremmo ad andare al cinema o a
delegare fin dall’inizio la contesa a un avvocato.
Ancora, creare gruppi di studio per esami universitari o concorsi pubblici
significa riconoscere che siamo soggetti al medesimo destino e dunque alle
stesse paure: le nostre comuni qualità – l’abilità di assorbire i concetti,
rielaborarli e iscriverli in un più grande quadro di senso compiuto, per poi
ripeterli ad altri – ci consentono di fornirci reciproco aiuto e, in un certo
qual modo, di deindividualizzarci, cioè di assumere una razionalità collettiva –
una mentalità di squadra – di fronte a un’occasione di valutazione del merito
atta a metterci l’uno contro l’altro. Questi esempi ci mostrano come le qualità
comuni agli esseri umani forniscano di continuo occasioni per dispiegare la
potenza di costruire strade e sentieri da seguire assieme, svicolando dalla
solitudine imposta dal mercato del lavoro e dalla sua meritocrazia.
Pensiamo ora a quando ci stupiamo di una persona ordinariamente di successo che
incappa in un madornale scivolone o restiamo sorpresi da un’altra, abitualmente
poco brillante, che compie una prodezza: passata l’incredulità, tendiamo a
giudicare negativamente la condotta del primo, a evidenziarne il demerito, e di
converso a esaltare il secondo, ad attribuirgli del merito. Non dovremmo forse
riconoscere che la caduta del primo e la rivincita del secondo sono da imputare
alla comunanza delle qualità, che alle volte trasmigrano dall’uno all’altro? Le
qualità, soprattutto quelle linguistico-relazionali sviluppate nel lavoro di
squadra e nella vita in società, sono molto sensibili allo stato psichico ed
emozionale della persona e dunque, anche se acquisite a seguito di una lunga e
consolidata esperienza, possono rivelarsi volatili.
> Se si riconosce che le qualità comuni concorrono tutte alla riproduzione del
> genere umano e che dunque costituiscono patrimonio universale, allora non può
> esservi spazio per il merito, inteso come lode dovuta a una qualità piuttosto
> che a un’altra.
Quanto alle qualità più rare, dovremmo considerarle, anziché un merito, “una
casualità, una varietà espressiva”, come le definisce Francesco Codello in
L’illusione meritocratica. Non è un caso che nel mito di Er le vite tra cui le
anime possono scegliere si trovino presso Lachesi, cioè presso il passato:
l’insieme delle qualità costituisce un tessuto comune al genere umano e dunque
preesistente al singolo che ne è la contingente estrinsecazione.
È interessante riflettere su come nel mito alcune anime scelgano una vita
opposta a quella in precedenza condotta: Epeo, pugile che partecipò alla guerra
di Troia, vuole divenire una donna operaia, mentre Odisseo un tipo ozioso e
appartato, che non soffre seccature. Questi personaggi sembrano stufi delle
qualità individuali che li hanno distinti e grazie alle quali si sono assicurati
(non senza fatiche, ma è la meritocrazia che le esige) tanti onori: preferiscono
appropriarsi di qualità più comuni e ricorrenti, meno illustri. Nel nostro mondo
meritocratico le qualità meglio remunerate o più apprezzate costano tanti
sacrifici che, se potessimo tornare indietro, forse non ripeteremmo.
Non possiamo reincarnarci in altri corpi ma possiamo mettere le nostre qualità
più rare, quindi socialmente più preziose, al servizio degli altri e lasciare
che loro facciano lo stesso per noi, un po’ come accade con le banche del tempo,
iniziative territoriali tramite cui i membri si scambiano servizi e, quindi,
mettono le proprie qualità al servizio degli altri e al contempo ricevono
benefici dalle qualità altrui. Chi svolge un servizio ottiene infatti un credito
di ore corrispondente al tempo impiegato, a prescindere dalle qualità messe in
campo, e può spendere questo credito per richiedere servizi a qualsiasi altro
iscritto. Il principio che informa questo esperimento di socialità solidale è
semplice: metto le mie qualità più ricercate (saper fornire assistenza legale su
questioni burocratiche come la tassa sui rifiuti) a disposizione degli altri e a
loro mi rivolgerò quando avrò bisogno di qualità che non possiedo (so come si
esce dai labirinti burocratici, ma non so far addormentare il mio bambino). In
tal modo si vive concretamente una vita comune, in cui le qualità di ciascuno
vengono socializzate.
L’araldo di Lachesi sottolinea pure che la virtù non ha padrone: ciò non
dovrebbe voler dire che anche le qualità più ambite o più benefiche appartengono
alla comunità umana e dunque devono intendersi poste al suo servizio? Se non
riusciamo più a immaginare un comunismo dei mezzi di produzione, possiamo
provare a pensarne uno delle qualità.
L'articolo Meritocrazia vs comunismo delle qualità proviene da Il Tascabile.