G ruppi di donne siedono a gambe incrociate sull’erba secca e dorata. Parlano
appena fra loro, fasciate dai teli nakatuko attendono il turno per le cure. Di
uomini non se ne vedono, stanno lontani almeno 50 chilometri, a transumare le
mandrie fra sorgenti d’acqua, ma ci sono i dottori e le dottoresse in camice
bianco che dispensano farmaci, per i vermi intestinali, la tubercolosi. Sotto ai
rami sottili degli alberi di acacia misurano il diametro delle braccia ai bimbi
con lacci colorati: serve a monitorare i casi di malnutrizione. Il profilo bruno
e morbido del monte Moroto si stende all’orizzonte della savana, vastissima
verso est, fino al Kenya e l’Etiopia, disseminata di radi villaggi.
È la Karamoja, una regione da sempre tanto orgogliosa quanto isolata, abitata da
pastori seminomadi che vivono in una simbiosi intima con i loro pascoli. Siamo
sulla frontiera orientale dell’Uganda, fra i medici che operano in programmi
sanitari, coordinati da associazioni non governative e autorità locali. È
un’area estrema, a tratti abbacinante, dove emergono nette le cupe conseguenze
per il sistema sanitario locale generate dall’improvviso congelamento dei fondi
USAID.
Con 43 miliardi di dollari l’anno (circa l’1% del bilancio USA), la United
States Agency for international development contribuiva all’80% della linea di
finanziamento mondiale della cooperazione e al 40% degli aiuti umanitari
globali, nei Paesi più poveri e sfruttati del mondo. Come l’Uganda, dove USAID
ha coperto fino al 2024 oltre la metà dei bilanci del ministero della Salute. Il
contributo in assistenza sanitaria – si leggeva in una pagina del U.S.
Department of State oggi rimossa – nel 2024 era stato di 471 milioni di dollari,
su una manovra complessiva di soli 750 milioni. Ma da gennaio 2025, la
presidenza Trump ha deciso prima di congelare l’Agenzia, per poi chiuderla
definitivamente dal primo luglio. Poche attività sono state assunte dal
dipartimento di Stato e tutte le altre giudicate non in linea con gli obiettivi
del governo americano sono state abbandonate.
Cure nella savana per donne Karamoja; fot. Orsola Bernardo.
“In Karamoja la nostra ONG ha dovuto sospendere alcuni programmi essenziali per
la salute riproduttiva e dei bambini, e ridurre azioni di lotta alla
tubercolosi”, spiega Simone Cadorin, Area coordinator di Medici con l’Africa
Cuamm, che è presente con multiformi attività in diverse zone dell’Uganda, per
la cura delle madri, dei bambini, delle malattie locali. Giriamo, con Cuamm, nei
presidi sanitari della Karamoja, dove la ONG collabora assieme ai medici locali.
Tra i più isolati, c’è il Sant Pius Kidepo, un Health Center III, piccolo
ospedale di frontiera (il III sta per terzo livello) dove ritroviamo le stesse
donne che ricevevano cure sotto i rami d’acacia nella savana. “Senza le risorse
di USAID non abbiamo più fondi per pagare otto delle nostre risorse umane”,
spiega la coordinatrice sister Virginia, nel suo ufficio stretto tra le stanze
ambulatoriali. “Per ora queste persone lavorano come volontarie, ma non so fino
a quando potranno continuare. Sono impegnate su più fronti, per i malati di
tubercolosi e per gli esami medici fra la gente dei villaggi, così come per le
cure della malaria e tanto altro”.
> In Karamoja emergono nette le cupe conseguenze per il sistema sanitario locale
> dell’improvviso congelamento dei fondi USAID.
Tagli, rinunce, danni e preoccupazioni s’incontrano anche al St. Kizito Hospital
di Matany, ospedale missionario alle porte di Moroto. I suoi padiglioni
circondati da alberi, dove i malati cercano ristoro all’ombra, i suoi porticati
che riparano dalle piogge tropicali, nel 2024 hanno accolto 14.533 ricoveri e
37.000 visite, di gente che arriva da remoti villaggi rurali. Qui Cuamm ha
appena avviato una nuova unità di terapia intensiva neonatale e implementa
numerosi progetti per la salute infantile e materna. Il suo più recente
intervento è un laboratorio per lo studio della resistenza agli antibiotici,
fenomeno in aumento anche in Africa, dove l’assuefazione agli antibatterici
passa anche per i mangimi degli allevamenti intensivi, e quindi per la catena
alimentare.
Con lo stop dei contributi di USAID, l’ospedale di Matany ha dovuto sospendere
il contratto a ventidue risorse umane impegnate per il contrasto dell’HIV/AIDS,
e ridurre di conseguenza i servizi per i malati, così come si è arrivati a
limitare l’attività di laboratorio di analisi dell’ospedale. “È un gigantesco
problema, un break down per i diritti umani”, scuote il capo preoccupata la
dottoressa Lilly Achayo, lei stessa ugandese della Karamoja e Health manager di
Cuamm.
La preoccupazione è ovunque. La fuga di USAID è andata a minare i gangli
logistici. Sono crollate le risorse anche per i sistemi informatici e lo
smaltimento dei rifiuti. Al Moroto Regional Referral Hospital, ospedale pubblico
della città, dove Cuamm fra le varie collaborazioni ha contribuito all’avvio
d’una banca del sangue, mancano i fondi per pagare lo stipendio a quarantasei
dipendenti, tra medici, infermieri, ostetriche, dottori, personale di
laboratorio e di supporto. Al Moroto Hospital, USAID finanziava anche programmi
per HIV, tubercolosi, malnutrizione, e per il funzionamento
dell’amministrazione. Ma non solo, perché c’erano anche le attività di
formazione e sensibilizzazione con la comunità locale, preziosissime per
prevenire o controllare il diffondersi di epidemie.
Che fare adesso? Nel suo ufficio dell’ala amministrativa il dottor Ngorok
riflette: “Occorre integrare i servizi, trasformare centri specializzati in
poliambulatori che curano più malattie. Ottimizzare. Siamo chiamati a una grande
sfida”. La risposta è in linea con la strategia abbozzata del ministero ugandese
della Sanità: accorpare, ridurre i reparti e fonderli, impiegare le risorse
umane su più fronti. In una parola: tagliare. Ma le ricadute sono stressanti,
sia per il personale già soverchiato dal lavoro, in una nazione dove si conta un
medico ogni seimila abitanti, sia per i pazienti. “È complicato curare i malati
di HIV e AIDS in reparti condivisi con altri degenti. I sieropositivi subiscono
stigma sociale, sono marginalizzati e finiscono per rinunciare alle cure”, ha
avuto modo di osservare Simone Cadorin di Cuamm.
> L a strategia del ministero ugandese della Sanità: tagliare. Ma le ricadute
> sono stressanti, sia per il personale già soverchiato dal lavoro, in una
> nazione dove si conta un medico ogni seimila abitanti, sia per i pazienti.
Le colline della capitale Kampala, che il giornalista ed esploratore Henry
Morton Stanley descrive con meraviglia nel suo Through the Dark Continent
(1878), oggi galleggiano sulla coltre di smog del traffico, congestionato da
flussi di Toyota e moto-taxi boda boda. È là, nei palazzi della città alta, che
il governo ugandese è al lavoro per rimediare alla voragine lasciata da USAID.
Nel nuovo anno finanziario 2025-2026 l’esecutivo ha stabilito di accrescere il
budget per la sanità del 14,5%. Il ministro delle Finanze, riporta Reuters, ha
annunciato nel 2024 un taglio del 98% all’indebitamento verso creditori esteri,
nonché il taglio di oltre un quinto della spesa pubblica complessiva. È uno
sforzo immane per una delle nazioni più povere al mondo, già schiacciata dal
debito pubblico e da sempre fedele alleata degli Stati Uniti nel groviglio di
guerre dell’Africa centrale. Ma Yoweri Kaguta Museveni dispensa ottimismo. A
gennaio si vota e l’ottuagenario presidente si presenta per il settimo mandato.
È alla guida della “perla d’Africa” dalla sua presa del potere contro Tito
Okello, quasi quattro decenni fa.
Ma Kampala è lontana dalla Karamoja, ci vogliono otto ore di jeep per
raggiungere il Nord, valicando le acque del Nilo bianco, che nel Paese divide il
Sud più evoluto e il Nord ancora vistosamente povero, con impressi i traumi
della lunga guerra civile. Fino a due anni fa la regione era ancora isolata e
dimenticata, come nel periodo coloniale inglese. La strada che porta alla città
principale Moroto si fermava a due ore dall’arrivo, il resto era terra battuta e
fango. Poi, qualcosa è cambiato e l’ultimo tratto di carreggiata è stato
finalmente ultimato, sono arrivati grandi investimenti cinesi. Le terre della
Karamoja ora fanno gola, si allarga l’estrazione di minerali rari, uranio,
cobalto, oro, argento, grafite, platino e ora c’è da organizzare il passaggio
dei camion. Dietro al monte Moroto come una voragine si è aperta la cava di
marmo più importante dell’East Africa e i blocchi pregiati prendono le rotte del
mercato mondiale. Il sito è in concessione alla cinese Sunbelt Marble Mining,
come cinese è la China Railway Construction Corporation che sta innalzando alle
porte della città un gigantesco cementificio da 6000 tonnellate al giorno, il
Moroto 6000 T/D. Già ogni mattina lunghe file di lavoratori camminano verso gli
scheletri dei capannoni, oltre i cancelli del sito che spazia per otto ettari.
Villaggio di pastori della Karamoja; fot. Orsola Bernardo.
Per gli equilibri locali il cambiamento in corso è epocale. Dentro la savana,
nei villaggi Karamoja, la notte gli anziani attorno al fuoco raccontano, in
lunghissimi canti epici, le imprese degli avi guerrieri. Vacche e tori sono
sempre stati letteralmente al centro di ogni equilibrio e sistema, a partire dai
villaggi, dove s’intrecciano alte mura ad anello di rami per difendere i bovini
che muggiscono nel cortile più interno. Il valore di un uomo si misura in base
al suo ruolo da allevatore e a ogni occasione importante per leggere il futuro
si sviscera un toro e poi ci si cosparge delle sue interiora, è il rito
dell’Akiriket. Lo si fa prima dei matrimoni e delle guerre. Perché di conflitti
tra i clan dell’area ne esplodono con ciclicità, gli ultimi sono terminati da
poco. Tra il 2018 e il 2023, una tempesta di alleanze e contrapposizioni e
attacchi con i kalashnikov si è allargata fino ai villaggi del Kenya. Le guerre
scoppiano per i furti di mandrie o il controllo delle pozze dove abbeverarle.
“Mio marito è morto lo scorso anno nella guerra”, racconta una donna intenta a
sistemare le fascine sul tetto della sua capanna, circondata da sei o sette
bambini.
Ora che stanno arrivando gli investimenti delle aziende estrattive, ci sono
pastori Karamoja che abbandonano i villaggi. A Moroto, lontani dalle proprie
mandrie, in molti perdono ogni punto di riferimento e finiscono per buttarsi
via. Il consumo di alcol scadente e tossico, fortissimo, dilaga. Presto una
colata d’asfalto tapperà le buche della strada disastrata che taglia in due la
città, per favorire il via vai dei mezzi pesanti carichi di ogni materiale. Sono
sempre i cinesi a finanziarla. Moroto e la Karamoja si stanno trasformando in un
crocevia, arrivano ingegneri, operai, tecnici, trasportatori da fuori. Aumentano
i contatti, anche i rapporti sessuali. E mentre il business avanza, il servizio
sanitario arretra con la fuga improvvisa di USAID, e diventa sempre più
complicato monitorare il diffondersi di epidemie vecchie e nuove, dei focolai di
molox, il vaiolo delle scimmie o di ebola, che lo scorso anno si è riaffacciato
nel Paese con focolai a est verso la Repubblica democratica del Congo e nella
stessa Kampala.
> Il ministro delle Finanze ha annunciato nel 2024 un taglio del 98%
> all’indebitamento verso creditori esteri, nonché il taglio d’oltre un quinto
> della spesa pubblica complessiva. Uno sforzo immane per una delle nazioni più
> povere al mondo.
La scure più impietosa si è abbattuta sui finanziamenti per i malati di HIV e
AIDS. L’Uganda conta 1,4 milioni di sieropositivi ma nell’anno finanziario
2025-2026 sono stati sottratti 243,2 miliardi di scellini ugandesi alle cure. È
il buco più profondo, USAID è sempre stata il maggiore sponsor di PEPFAR (U.S.
President’s Emergency Plan for AIDS Relief), la più importante iniziativa
statunitense per il contrasto della malattia. Ora la situazione sta diventando
disperata in tutta l’Africa.
Le conseguenze ci vengono incontro a Gulu, il capoluogo della regione abitata
dal popolo Acholi, una città che di giorno trabocca di giovani, di attività e
microcommerci, di traffico e relazioni e incontri. Gulu però porta in sé anche
traumi profondi, tutti interiori, invisibili, nelle persone. Dalla presa di
potere di Museveni, a metà anni Ottanta, fino ai primi anni Duemila le strade di
Gulu, i villaggi attorno e tutta la regione è stata straziata dal sedicente
Lord’s Resistance Army, esercito di bambini e adolescenti, che di notte
bruciavano villaggi e rapivano altri bambini come loro.
Il capo di questa tragica guerriglia sbucata dalla guerra civile, quando nel
Nord del Paese si erano formati gruppi ribelli fedeli al vecchio governo, era
Joseph Kony, lui adulto che si dichiarava un medium e avvolgeva i suoi crimini
di guerra nelle torbide nebbie delle superstizioni sincretistiche. Parliamo di
uno degli episodi più allucinanti della storia africana contemporanea, con
30.000 bambini rapiti e trascinati nella giungla, sottoposti a violenze e
lavaggio del cervello, trasformati in carnefici capaci di produrre due milioni
di sfollati e centinaia di campi profughi. Un’armata sonnambula, più che un
esercito, disinnescata molto lentamente dai generali dell’Uganda e degli Stati
limitrofi, e ben utilizzata come alibi per armarsi fino ai denti. Oggi non c’è
famiglia dove non si conti un morto, un bambino soldato, una ex bimba
violentata, una mutilazione.
È in questa periferia che suor Dorina Tadiello e suor Giovanna Calabria, delle
Comboni Samaritans of Gulu, aiutano cinquecento donne che da ragazzine erano
state rapite e ridotte a schiave sessuali nel Lord’s Resistance Army e oggi sono
quarantenni rinnegate dalla comunità. Le due religiose comboniane sono vicine
anche ai ragazzini e alle ragazzine di Gulu, figli della generazione rovinata
dalla guerra, degli ex bambini soldato o delle famiglie disfunzionali, spesso
reduci dei campi profughi. Divisi in gang, la notte i ragazzi di strada girano
per la città, l’area del mercato, i suoi portici, rubano, picchiano, diventano i
padroni delle strade. Sono innumerevoli e per loro le suore comboniane hanno
attivato tanti progetti di ascolto e aiuto, dai laboratori di teatro a una
fattoria sociale con maiali e vacche.
> O gni mattina lunghe file di lavoratori camminano verso gli scheletri dei
> capannoni, oltre i cancelli del sito di un gigantesco cementificio. Per gli
> equilibri locali il cambiamento in corso è epocale.
In un’area così complessa, la pandemia dell’AIDS per decenni ha mietuto vittime
con contagi esponenziali. E ora non ci sono più fondi per garantire la
distribuzione dei farmaci antiretrovirali. Lo apprendiamo all’ospedale di Lacor,
struttura alle porte di Gulu, sostenuta dalla Fondazione Corti. I suoi settemila
sieropositivi in cura oggi vivono col fiato sospeso, in attesa del loro futuro,
perché non sanno se continueranno a ricevere le medicine. Non è ancora chiaro,
infatti, se sarà ancora possibile avere gratuitamente gli antiretrovirali che
permettono di tenere a bada l’HIV. Se così non fosse, sarebbe un balzo indietro
di decenni nel progresso della cura all’AIDS.
Cortile centrale del St. Mary’s Hospital, Lacor; fot. Mauro
Fermariello/Fondazione Corti.
“Le nostre scorte sono terminate e al momento ci stiamo affidando a quelle di
centri sanitari governativi. La nostra responsabile per i farmaci
dell’ambulatorio HIV è quotidianamente alla ricerca di medicinali, – avverte
Dominque Atim Corti, presidente della Fondazione Corti e medico – Ad oggi i
pazienti stanno ricevendo le loro cure e le ambulanze del Lacor continuano a
distribuire medicine nei villaggi, ma nessuno sa fino a quando questo sarà
garantito”. Prima di essere smantellata, lo scorso gennaio, USAID aveva affidato
la catena di approvvigionamento dei farmaci antiretrovirali ad agenzie non
profit e altri enti, che si occupavano di tutti gli aspetti, dalla logistica,
alla distribuzione. Ora il sistema è bloccato. E senza sovvenzioni la cura
costa 80 dollari all’anno per adulto e 140 per bambino. Una cifra impossibile
per la maggior parte della popolazione.
“Parliamo di uomini e donne che conosciamo uno a uno, che guardiamo negli occhi.
Se non ci sono farmaci, queste persone torneranno ad ammalarsi, a divenire
scheletriche, mentre le cure permettono di lavorare, di tornare a vivere –
continua Dominque Atim Corti – Interrompere la terapia significa permettere al
virus di farsi più resistente: esploderanno malattie dei sistemi immunitari
indeboliti, le corsie si riempiranno di oncologici e di altre patologie”. In
tutto il mondo stanno anche precipitando le azioni di monitoraggio, prevenzione,
cure pediatriche e per i malati in stato avanzato. Si stimano 850.000 infezioni
da HIV aggiuntive e 30.000 decessi correlati all’HIV nei prossimi cinque anni,
se si realizzeranno le previste riduzioni degli aiuti internazionali. Lo spiega
l’organizzazione CHAI nel documento HIV Market Impact Memo.
Il Lacor Hospital è sempre stato un luogo attraversato dal vento della storia.
Negli anni Cinquanta l’ospedale è nato come piccolo centro missionario, e via
via si è andato strutturando in modo simile a una sorta di falansterio, capace
di contenere al suo interno qualsiasi servizio e di chiudersi come un bastione
mentre fuori crepitavano i kalashnikov della guerra civile e bambini e genti
cercavano rifugio al suo interno.
> In un’area così complessa, la pandemia dell’AIDS per decenni ha mietuto
> vittime con contagi esponenziali. E ora non ci sono più fondi per garantire la
> distribuzione dei farmaci antiretrovirali.
Con i suoi tre distretti distaccati conta 554 posti letto, tra visite e ricoveri
cura ogni anno 190.000 persone, quasi 9000 parti l’anno e oltre 6000 operazioni
chirurgiche: cifre che rendono l’idea dell’immenso lavoro svolto da questo
grande ospedale non profit. Piove, mentre Giulia Monti, Deputy director finance
della Fondazione Corti ci guida nei suoi articolati spazi, tra reparti e
padiglioni. In un cortile, sotto i rami di un albero, ci sono delle lapidi di
pietra nera. Custodiscono le spoglie dei fondatori Piero e Lucille Corti, di
altre persone che hanno reso Lacor un faro e del dottor Matthew Lukwiya, che nel
2000 ha perso la vita per ebola, dopo aver applicato procedure all’avanguardia
nell’arginarne la diffusione. In questi mesi il pericolo viene da altrove. Per
Lacor, come per gli ospedali della Karamoja, dell’Uganda, dell’Africa e di tutti
quei Paesi sfruttati e depredati a beneficio della parte ricca di mondo, la
crisi umanitaria sul punto di detonare ha il volto ornato dal cappellino MAGA
del presidente Trump.
L'articolo Cosa resta dopo la fuga di USAID proviene da Il Tascabile.
Tag - reportage
Due bimbi lerci e bellissimi saltellano verso di noi non appena smontati
dalla maršrutka, ancora ubriachi dall’assurdo viaggio, un serpente di asfalto
lungo precipizi abissali, banchi di nebbia e cumuli di ghiaccio e piramidi di
massi al bordo della carreggiata. Fra le mani reggono delle calze colorate di
lana di pecora, e ce le porgono. La tessitura delle calze di lana di pecora è
una attività del posto in cui ci troviamo, forse l’unica.
Siamo a Khinalig, remoto villaggio dell’Azerbaigian nordorientale, posto su un
cucuzzolo a circa 2.300 metri di altezza fra i picchi del Grande Caucaso. È il
più alto e isolato centro abitato dell’ex repubblica socialista sovietica e uno
di quelli più sperduti e ad altitudine maggiore della regione del Caucaso e di
tutta l’Eurasia.
A Khinalig – Xınalıq in azero – ci si arriva da Quba, popolosa cittadina a nord
di Baku distante circa sessanta chilometri, percorrendo quella che in principio
è una strada di grande comunicazione e di straordinaria impervietà lungo il
letto pietroso del Qudiyalçay, un fiume che senz’altro ha vissuto anni migliori.
Qua e là, sul margine della corsia polverosa, bovini al pascolo, capannelle di
venditori di kebab e contadini che offrono su dei banchetti mobili i frutti
delle loro terre. Sono immagini di un mondo dimenticato, distantissimo dai
processi di integrazione e di mondializzazione del nostro secolo.
Man mano che percorriamo i chilometri alla velocità elevata tipica degli autisti
dell’Est ma di certo non appropriata a questi tragitti, le auto diminuiscono e
la strada si restringe. La civiltà così come la conosciamo è sparita da un pezzo
quando, dopo l’ennesimo curvone coperto dalla bruma, scorgiamo d’improvviso
Khinalig, a dritta, a poche centinaia di metri, nell’anfiteatro naturale che ci
offrono le vette innevate del Tufandağ, del Shahdagh e del Bazardüzü,
quest’ultima la cima più elevata dell’Azerbaigian coi suoi quasi 4.500 metri di
altezza.
Avvolta da una caligine azzurrina, Khinalig consegna di sé istantaneamente
un’immagine fuori dal tempo che attraversiamo. Qua la storia si è davvero
fermata. Ci arrampichiamo sul sentiero roccioso che conduce sulla sommità
dell’abitato. Qua incontriamo altri bambini. Ci scrutano con una vaga
diffidenza, ci seguono, ci indicano il percorso; tutto nel silenzio, ché gli
indigeni di Khinalig parlano una lingua unica, incomprensibile anche agli stessi
azeri, quindi anche alla giovane guida che ci accompagna. In questo mondo in
essenza, anche la parola è superflua. L’idioma è comunque una delle
particolarità del popolo khinalig. Loro lo chiamano ketsh – conosciuto anche
come ketshmits o khinalug – ed è un linguaggio isolato all’interno della
famiglia linguistica del Caucaso nordorientale, più vicino alla parlata del
Daghestan, repubblica russa della Ciscaucasia, appena di là del pizzo bianco del
Bazardüzü, che a quella della patria azera. Il suo alfabeto, definito da alcuni
linguisti nel secolo scorso, è composto da una settantina di lettere, di cui
ventotto vocali.
Località antituristica, non fosse per la sua posizione recondita, per l’assenza
di reali strutture ricettive e per la rigidità del clima per gran parte
dell’anno – in inverno si registrano temperature anche oltre i dieci gradi sotto
lo zero –, Khinalig presenta un’architettura spontanea e razionale, un grappolo
di case abborracciate e consolidate qualche tempo fa grazie all’intervento
diretto del presidente della repubblica d’Azerbaigian Ilham Aliyev.
Le abitazioni di quest’isola fra le montagne sono di pietra di fiume e argilla –
non dissimili a come dovevano essere migliaia di anni fa, al netto
dell’inserimento di alcuni elementi di lamiera e delle coperture in eternit –,
costruite praticamente una a ridosso dell’altra, al fine di fronteggiare al
meglio il clima inclemente e i forti venti della regione. Non è raro imbattersi
in un tetto di una casupola che al contempo funga da terrazza per quella che
sorge al livello superiore. In Europa lo liquideremmo come un accampamento di
nomadi e invece dal 2023 l’insediamento rurale di Khinalig, assieme alla lingua,
alle tradizioni dell’allevamento del bestiame e della transumanza, alla cultura
del villaggio, costituisce il sito patrimonio dell’umanità Unesco del Paesaggio
culturale del popolo khinalig.
Un signore paonazzo, con indosso un completo blu a righe, un po’ liso sulle
maniche, una camicia plumbea senza cravatta – eleganza arcaica, modesta, povera
ma non misera –, ci accoglie nella sua dimora, sbarrata da una porticina color
acquamarina. Premuroso nel suo silenzio, ci guida verso il piano superiore,
passando una parete foderata di tappetti dai colori caldi, costume funzionale
dei Paesi dell’Est. Ci fa accomodare a un tavolo lungo, già imbandito con tè,
caramelle, zollette di zucchero e coppette colme di marmellata di ciliegie. Più
in là, su un mobiletto, il samovar e un altro semplice servizio da tè pronto per
i prossimi ospiti.
Consumata la merenda e ringraziato con lenti inchini e mani sul petto, ci
ritroviamo di nuovo nelle stradine sospese nel tempo di Khinalig, diretti verso
il museo storico-etnografico, allestito all’interno di una rocca di pietra. I
tappeti, i libri antichi, alcune copie del giornale locale – il Xınalıq –, le
terrecotte, i manufatti e i recipienti in rame, gli utensili da lavoro e la
collezione di reperti archeologici risalenti all’Età del Bronzo – circa
cinquemila anni fa, le prime fasi di vita dell’insediamento – conservati nella
sala del piccolo edificio raccontano la storia di un inestimabile tesoro umano e
culturale, la memoria e la storia minima di un luogo e di un popolo capaci
di conservare la propria identità e di resistere a millenni di guerre,
colonizzazioni, commistioni ed evoluzioni della società dei sapiens.
Khinalig, villaggio alla fine e al principio del mondo; sì, perché tradizione
locale di cui i nativi khinalig sono fermamente convinti e orgogliosi vuole che
proprio su questo altopiano delle montagne del Caucaso Noè abbia gettato
l’ancora della sua arca, scampando al Diluvio e dando vita a una rinnovata
umanità. Verosimilmente una delle ventisei tribù della Albania caucasica citate
nel I secolo da Strabone nella Geografia – opera fondamentale per lo studio
della storia del mondo antico –, i khinalig sono un’umanità romita, legata alla
tradizione nomade dell’Asia Centrale, ma non erma e destinata all’estinzione,
ché il villaggio sperduto del Caucaso non conosce la irreversibile crisi
demografica che angaria i paesi dell’interno dell’Europa e dell’Italia in
particolare.
I residenti di Khinalig sono circa duemila – un numero che va pesato in
proporzione alla popolazione totale dell’Azerbaigian, più o meno dieci milioni,
circa un sesto di quella italiana – e la somma dei luoghi sacri – sono ben
cinque le moschee locali con la più importante, la moschea Abu Muslim, risalente
all’ottavo secolo – e l’ammodernamento recente della scuola a servizio
della nutrita popolazione in età verde riescono a parlarci di futuro pur in una
cornice immobile nel tempo, pressoché incontaminata e incorrotta, espressione di
una eccezionale resistenza al durissimo isolamento, una capacità che andrebbe
studiata dagli antropologi, ma pure dagli amministratori, dagli apostoli della
turistificazione forzata e da tutti i saltimbanchi esperti di piani fallimentari
di ripopolamento delle aree interne del Vecchio Continente.
La luce comincia ad affievolire e la temperatura cala rapidamente quando
intraprendiamo la strada del ritorno, accompagnati dai saluti muti di diverse
teste che spuntano dalle bicocche. Chissà se le lasceranno mai, se un giorno
abbandoneranno il loro remoto minareto per cercare nuovi orizzonti altrove.
Chissà se si lasceranno ingannare. Li guardo e penso che abbiano compreso e
raggiunto quello che in Occidente, avviluppati in un vortice di opportunità a
buon mercato, inondati di stimoli e modelli da emulare, dagli infiniti possibili
realizzabili, non riusciamo più a capire e a conquistare: la nostra vera natura.
L’autista ha riacceso l’agonizzante motore della maršrutka. Ritornano i bambini,
fra le mani ancora qualche calza variopinta. Ci scambiamo un ultimo sguardo. Uno
di loro sembra sorridermi, un altro mi guarda inespressivo. Cosa mi trasmettono
i loro occhi? Che li sto abbandonando, anche io, che forse avrei potuto fare
qualcosa di più? Ma cosa? Sarà forse l’insita arroganza dell’uomo occidentale,
la sua formazione eurocentrica, il suo latente senso di superiorità verso tutto
ciò che lo circonda a farmi credere questo? È un tremolio dello stomaco che dura
un attimo; il tempo di salire sulla sgangherata vettura perché tutto svanisca,
nella nebbia che torna a compattarsi sulla strada. Si va via, col presentimento
che quei ragazzini, nella loro primitiva autenticità, luminosa espressione
di un’alterità non traviata, non inquinata dall’opera di corruzione morale del
mondo capitalistico, eredi sì del pastore errante dell’Asia di Leopardi, ma
spogli delle sue penose angosce, non abbiano pensato proprio niente.
Antonio Pagliuso
*Tutte le fotografie scattate a Khinalig sono dell’autore del reportage
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