Emma Stone a 13 anni ha convinto i suoi genitori a trasferirsi a Los Angeles…
con una presentazione PowerPoint! Genio precoce o futura star?
Prima ancora di vincere un Oscar, Emma Stone era solo una ragazzina con un sogno
gigante e una strategia brillante: a 13 anni ha realizzato una presentazione
PowerPoint per convincere mamma e papà a trasferirsi a Los Angeles. Spoiler: ha
funzionato. E sì, è una storia da film!
L’INIZIO DI TUTTO: UNA RAGAZZINA CON UN SOGNO GIGANTE
Immagina la scena: una giovane Emma Stone, capelli biondi, occhi grandi pieni di
sogni, che guarda i genitori e pensa “Los Angeles, ecco dove devo andare”.
Sembra una di quelle storie che si sentono sempre, ma in questo caso c’è un
dettaglio che fa tutta la differenza: Emma Stone, per convincere i suoi, si è
preparata una vera e propria presentazione PowerPoint. Oggi può far sorridere,
ma a pensarci bene, chi a 13 anni avrebbe avuto così tanta determinazione? Altro
che capricci da star: qui c’era già la stoffa di chi ha le idee chiare e sa dove
portarle.
Un racconto che odora di coraggio e un pizzico di follia, eh? La giovane Emily
Jean Stone (sì, il vero nome è questo) ha deciso di giocare a carte scoperte,
affidandosi alla tecnologia più smart degli anni Duemila: le slide. Vero, oggi
sembra una scena da TikTok, ma all’epoca PowerPoint era roba d’avanguardia, mica
meme.
LA MITICA PRESENTAZIONE POWERPOINT DI EMMA STONE (E QUEI “BULLET POINTS” CHE
SANNO DI DESTINO)
Cosa ci ha messo, allora, Emma Stone in quella presentazione PowerPoint? Non ha
scelto parole a caso, ma ha usato i famosi punti elenco, “bullet points”, arma
segreta di tutti i persuasori in erba. Il suo progetto si chiamava niente meno
che “Project Hollywood” e, in poche slide, Emma ha rollato le motivazioni più
sensate (e inadatte all’obiezione genitoriale) che potessero venire in mente.
* Voleva diventare un’attrice e sapeva che per riuscirci bisognava trasferirsi
a Los Angeles, senza se e senza ma.
* Dimostrava di aver valutato pro e contro, elencando dati sulle opportunità
lavorative e sulle scuole migliori per giovani artisti.
* Cercava complicità sottolineando il supporto e la fiducia necessari in
famiglia per sostenere un sogno così grande.
Ecco, il tutto confezionato con un mix di ironia e logica che rendeva ogni
obiezione quasi ridicola. Sicuramente – i genitori di Emma lo hanno confermato
più volte – si sono trovati davanti a qualcosa di imprevedibile, disarmante e,
in fondo, anche commovente.
I GENITORI DI EMMA STONE: CORAGGIO O FOLLIA ACCETTARE?
Chissà in quanti, davanti a una richiesta così grossa, avrebbero risposto con un
secco “Col cavolo”. Perché, in fondo, pensiamoci: chi porta davvero la figlia
adolescente a Hollywood, sulla base di una presentazione PowerPoint? Eppure, la
mamma e il papà di Emma hanno acceso l’auto e sono partiti.
Non è stata una scelta facile. Dietro c’erano tante paure: la possibile
delusione, la lontananza da casa, i ritmi folli di un settore che sembra
divorarti se non ci stai attenta. Ma la quantità di fiducia richiesta per
lasciare andare una figlia così… non è da tutti. Forse, più di ogni altra cosa,
è stato credere in lei, nella sua testa dura e nella sua capacità di prendersi
la responsabilità delle sue scelte. Insomma, una dose mega di coraggio e amore
che, a ben guardare, ha fatto la vera differenza.
DALLA SLIDE AL PALCO: LA RIVINCITA DEI SOGNI LUCIDI
Se oggi Emma Stone raccoglie Oscar come si raccoglievano le figurine
all’intervallo, il merito, almeno in parte, va anche a quella famosa
presentazione PowerPoint. Una mossa che era già un micro-film, con tanto di
suspense, twist motivazionale e colpo di scena finale. Tutto giocato sul filo
sottile tra realtà e sogno, come solo i migliori film sanno fare.
Oggi la storia di Emma viene raccontata come esempio di come creatività,
coraggio e razionalità possano davvero aprire porte che sembrano chiuse. Un
piccolo dettaglio vintage, quello della presentazione, che la rende forse ancora
più iconica e universale: la dimostrazione che per inseguire un sogno, a volte
basta una motivazione ben argomentata… e la faccia tosta di chi sa che essere se
stessi è il vero passaporto per Hollywood.
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la sua vita? appeared first on The Wom.
Tag - Spettacoli e TV
Prima di essere una star dei social, nei primi anni 2000 Kim Kardashian aveva un
altro lavoro… che le ha aperto le porte di Hollywood!
Kim Kardashian superstar? Certo, ma tutto è iniziato tra grucce, vestiti e
segreti altrui. Nei primi 2000 Kim Kardashian lavorava nell’ombra come closet
organizer delle star: Paris Hilton, Lindsay Lohan e Nicole Richie si affidavano
a lei. E da lì, ha costruito il suo impero.
LO SAPEVI? KIM KARDASHIAN È PARTITA DA DIETRO LE QUINTE
Prima di diventare la regina di Instagram, delle copertine e del beauty
business, Kim Kardashian fino ai primi 2000 aveva in mano altro: vestiti,
grucce, orari serrati e una missione precisa. Già, perché agli inizi del secolo
Kim lavorava nell’ombra. Ma non come semplice stagista qualunque. Lei era la
closet organizer delle star. Letteralmente: chi le apriva la porta di casa, le
affidava ciò che aveva di più caotico (l’armadio) con una fiducia cieca — e
forse anche un pizzico di disperazione.
Immagina uno scenario: Los Angeles, maison gigante, montagne di vestiti sparsi
ovunque. E una ragazza, Kim, che sistema, ordina, piega, classifica e…
riorganizza. Da lì, l’inizio della storia che avrebbe cambiato il modo di fare
“celeb”.
MA PER CHI LAVORAVA KIM KARDASHIAN? VOGLIA DI GOSSIP, VERO?
Girava voce (anzi, lo dice proprio lei nei vecchi episodi di “Keeping Up with
the Kardashians”) che la sua cliente più famosa fosse nientemeno che Paris
Hilton. Sì, proprio lei: la party-girl dei 2000, la socialite che sembrava
vivere su un altro pianeta, e che ha insegnato al mondo la parola “glitz”.
Kim non si limitava solo a sistemare abiti, ma dava anche consigli di stile.
Spesso, è stata Paris a volerla accanto nei suoi appuntamenti modaioli, alle
feste scandalose e pure durante le sessioni di shopping più folli. Si dice che
Kim riuscisse a ripescare l’abito perfetto, quello che nessuno ricordava di
avere.
Le star che si sono affidate alle sue mani? Ecco qualche nome da far girare la
testa:
* Paris Hilton (regina indiscussa)
* Lindsay Lohan (chi non l’ha mai vista in outfit esagerati?)
* Nicole Richie
Ecco, la lista non è mai stata completa, ma bastava un nome: Kim sapeva già cosa
doveva tirare fuori dal mix.
IL LAVORO DI CLOSET ORGANIZER: MOLTO PIÙ DI UNA BARBIE CHE SISTEMA I VESTITI
Organizzare armadi nelle ville di Beverly Hills non vuol dire solo piegare jeans
o appendere bluse. Significa entrare nella vita delle celebrità, capire lati che
nessuno vede e imparare che dietro ogni gruccia c’è una scelta di identità.
Nel “dietro le quinte”, Kim si muoveva come un pesce nell’acqua:
* Riusciva a interpretare l’umore di una star solo dal modo in cui infilava le
scarpe sugli scaffali.
* A volte, dava indicazioni su cosa buttare, cosa tenere e cosa era meglio
nascondere ai paparazzi.
* E spesso diventava confidente, complice, persino compagna di pianti per un
vestito rovinato o per un ex da dimenticare (davanti all’anta dell’armadio
tutto prende una piega strana, diciamolo).
Visto da fuori poteva sembrare il lavoro dei sogni. Ma richiedeva discrezione,
gusto e una grande dose di faccia tosta. E di “chic”, tanto chic.
DA CLOSET ORGANIZER A ICONA GLOBALE: KIM KARDASHIAN, LA RIVINCITA DELL’ARMADIO
Ogni grande storia parte dallo scaffale più in alto. Kim Kardashian lo sa bene.
Proprio sistemando scarpe glitter, minidress color lampone e borse da mille
dollari nelle case altrui, ha imparato ad osservare, ascoltare (e magari a
copiare qualche segreto).
Chi l’avrebbe mai detto? Da ragazza che ordinava i closet a fenomeno social che
detta tendenze. Il passaggio non è stato un caso, ma frutto di fiuto,
determinazione e quella faccia tosta che oggi tutti le riconoscono.
Kim non si è mai fatta bastare il ruolo di spalla: ha costruito la sua
narrazione proprio su quei dettagli che aveva studiato dietro le quinte. Cioè,
queste storie — parole sue — restano “il segreto meglio custodito di Hollywood”.
A volte per diventare famosi, basta sapere esattamente dove mettere le mani.
Nell’armadio, ovvio.
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2000, prima della fama! appeared first on The Wom.
Leighton Meester è nata mentre sua madre era in prigione: l’incredibile storia
vera della star di Gossip Girl che ha trasformato il caos in forza.
Altro che favola patinata: Leighton Meester è quasi nata in prigione, in mezzo a
una storia familiare da brividi. Eppure, quella bambina cresciuta tra traslochi
e silenzi ha conquistato Hollywood. Una vera rinascita che insegna a riscrivere
il proprio destino, senza paura.
LEIGHTON MEESTER: IL DESTINO GIÀ SCRITTO TRA SBARRE E SOGNI IMPOSSIBILI
Non capita tutti i giorni di scoprire che una star di Hollywood come Leighton
Meester ha respirato l’aria di prigione ancora prima di quella di casa. E no,
non è un’esagerazione buttata lì per fare scena. La Blake di Gossip Girl—icona
di stile, romanticismo e drammi adolescenziali—porta sulle spalle un’infanzia
che sembra uscita dalla penna di uno sceneggiatore col piede pesante sul freno
della realtà. Mentre migliaia di bambini ascoltavano fiabe della buonanotte, per
Leighton il confine tra favola e incubo era sottilissimo.
Sua mamma, Constance Meester, era detenuta per una vicenda di droga negli anni
Novanta (e qui il dettaglio che lascia a bocca aperta: la gravidanza affrontata
dietro le sbarre, col via vai delle guardie e il silenzio rotto solo dai passi
metallici sul pavimento). Leighton tecnicamente è nata fuori dal carcere, ma per
un soffio—giusto il tempo di spostare mamma Constance in ospedale. Non sono solo
chiacchiere o voci di corridoio: sono documenti pubblici quelli che raccontano
questa storia surreale.
UN’INFANZIA “ON THE ROAD”: TRA TRASLOCHI IMPROVVISI E AMICIZIE PRECARIE
Crescere con una madre appena uscita di prigione significa vivere una
quotidianità fatta di instabilità e domande senza risposta. La piccola Leighton,
insieme al fratello Lex, si è abituata presto ai cambiamenti improvvisi.
Chiudere una valigia, prendere al volo un autobus o adattarsi a una stanza tutta
nuova: sembrano scene da film, ma per lei erano la routine.
* Traslochi continui, ogni volta una scuola diversa
* Legami d’amicizia che evaporano in un’estate
* Un padre spesso assente e zii “di passaggio”
La scuola era l’unico rifugio certo, anche se mai identico. Dietro lo sguardo
attento di alcuni insegnanti, Leighton scopre di avere una voce e un talento che
non passano inosservati. Che, tra una verifica e l’altra, si può sognare in
grande anche nel pieno del caos.
LA FORZA DI RINASCERE: DAL DOLORE ALLE LUCI DI HOLLYWOOD
La vicenda di Leighton Meester non è la solita storia pietosa, però, capito? Non
c’è spazio per i violini o i piagnistei. C’è solo lei e quella forza di volontà
che spacca il ghiaccio: prendere le briciole della vita e farne un lauto pranzo.
Da adolescente, Leighton decide senza esitazioni di cambiare aria. Si
trasferisce a Los Angeles—sì, proprio come i protagonisti delle storie a lieto
fine americane—e si butta a capofitto tra casting, piccoli ruoli e sogni col
fiato corto.
Ogni no ricevuto, ogni porta chiusa fa spuntare una nuova ruga di
determinazione. La fragilità dell’infanzia resta là, in un angolo della memoria,
ma diventa benzina. Così, tra una soap opera e qualche spot pubblicitario,
arriva l’occasione che cambia tutto: la parte di Blair Waldorf in Gossip Girl.
OGGI: ESEMPIO DI RINASCITA (VERA), ALLA FACCIA DEI PREGIUDIZI
Oggi la gente la guarda e vede solo la star: elegante, strafamosa, sorridente
sul red carpet. Ma dietro alle foto patinate c’è molto di più. Una ragazza che
ha toccato il fondo abbastanza presto da capire che la vera libertà “te la devi
costruire da solo”, senza aspettare che qualcuno la regali. Leighton parla
apertamente delle sue radici difficili, senza vergogna e senza filtri,
soprattutto quando può ispirare chi vive esperienze simili. La sua storia fa
riflettere: i punti di partenza, spesso, non determinano quelli di arrivo.
Un paio di lezioni che si possono rubare a Leighton Meester, senza troppi giri
di parole?
* I pregiudizi si possono smontare pezzo a pezzo
* Il passato non va dimenticato, ma trasformato in energia
* Per fare strada a volte basta cambiare la mappa
Non male, per una che la vita ha cercato di incastrare fin dall’inizio.
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sua infanzia incredibile appeared first on The Wom.
Tyla ha vinto un Grammy, nel 2024, prima ancora del suo primo album: la nuova
star sudafricana ha riscritto le regole del pop globale grazie a “Water”.
Tyla ha fatto quello che sembrava impossibile: vincere un Grammy prima ancora di
pubblicare il suo primo album. Ventidue anni, una hit virale e un carisma
travolgente: è la nuova icona globale che sta rivoluzionando le regole del
gioco. Ha iniziato da pochi mesi e la sua ascesa è appena iniziata.
TYLA E LA VITTORIA AI GRAMMY CHE NESSUNO SI ASPETTAVA
Tyla non è semplicemente la nuova regina del pop sudafricano, è un fenomeno che
sembra arrivato direttamente da un universo parallelo: quello in cui si vince un
Grammy ancora prima di pubblicare un album vero e proprio. Mettiamoci comodi,
perché questa storia fa girare la testa più di un’esibizione sul palco. Cioè,
una ragazza di poco più di vent’anni – nata a Johannesburg, sudafricana fino al
midollo, cresciuta a colpi di social e TikTok – che riesce a infilarsi tra i
grandi della musica globale e portarsi a casa uno dei premi più ambiti della
scena mondiale: sembra quasi fantascienza.
Il colpo di scena? Tyla ha vinto nel febbraio 2024 il Grammy per la Miglior
performance di musica africana grazie alla sua hit “Water”, un pezzo che ormai
non si toglie dalla testa neppure a volerlo. E qui si guarda il calendario: la
sua carriera internazionale è decollata appena un anno fa e l’album d’esordio,
quello completo e ufficiale, è stato pubblicato qualche settimana dopo. Sta per
uscire, si sono detti tutti in quei momenti, ma intanto lei si stava godendo una
consacrazione a tempo di record. Non è la classica storia di chi “ci prova e un
giorno ce la fa”. Qui siamo oltre: Tyla ha riscritto le regole del gioco.
LA HIT “WATER” E IL FENOMENO VIRALE DIETRO LA SUA ASCESA
Cosa rende Tyla così travolgente? Un singolo, sì, ma non uno qualsiasi. “Water”
è esploso come dinamite su tutte le piattaforme digitali, soprattutto TikTok,
diventando la colonna sonora di migliaia di video, balletti, trend. Volendo
semplificare, ma neanche tanto, il suo segreto è stato un mix micidiale di:
* produzione ipnotica e curata fino all’ossessione;
* testi semplici ma taglienti come una lama nuova;
* presenza scenica super magnetica, di quelle da “occhi incollati al telefono”.
Insomma, il sound afro-pop si è fuso con le influenze internazionali, generando
qualcosa di veramente nuovo. Non c’hai il tempo di capire cosa è successo che
già tutto il mondo balla “Water” e Tyla si ritrova in copertina ovunque.
Curioso, vero? In un’epoca in cui tutti vogliono subito il prossimo, Tyla
cavalca l’onda perfetta: zero pasticci, una manciata di singoli giusti e subito
la cima. Il tempismo è clamoroso.
PRIMA UN GRAMMY, POI L’ALBUM: L’ORDINE CHE SPIAZZA TUTTI
Beh, qui il ribaltamento delle aspettative è evidente. Di solito primo disco =
primi premi, o almeno così si racconta di solito. Tyla invece ha invertito il
copione, portando a casa il Grammy nel febbraio 2024 con una sola canzone e una
manciata di singoli. Il suo primo album completo era ancora un mistero, atteso
come si attende il gran finale di una serie tv ed è uscito qualche settimana
dopo. E intanto chi la segue resta in sospeso, tra hype crescente e mille
supposizioni.
Ritrovarsi in quelle settimane con un Grammy in mano e nessun “vero” album alle
spalle significa una cosa sola: il pubblico globale ora vuole tutto, subito e
senza sconti. Il prossimo (amzi, addirittura il primo) disco? Diventa quasi un
evento mondiale, con tutte le aspettative e la pressione che comporta. Ma Tyla
sembra per nulla spaventata, anzi, abbraccia il caos: sorride, posta, lancia
spoiler. È consapevole di quanto questa anomalia la renda unica. Di fatto, il
Grammy le regala una dose di credibilità su cui chiunque sognerebbe di costruire
una carriera lunga dieci vite.
PERCHÉ TYLA È IL NUOVO VOLTO DA SEGUIRE (E DA NON SOTTOVALUTARE)
Se qualcuno aveva ancora dei dubbi, ora non c’è più spazio per tentennamenti:
Tyla è la nuova “it girl” della scena musicale mondiale. I motivi sono parecchi,
e forse anche facili da elencare. Basta guardare:
* la sicurezza sfrontata con cui si presenta al mondo, senza scimmiottare
nessuno;
* la facilità con cui conquista i social e, di riflesso, la stampa;
* il suo modo di mescolare influenze culturali, rendendo tutto più
internazionale e accessibile.
Arrivare al Grammy con così poca esperienza discografica alle spalle è raro,
rarissimo. Sembra quasi che la sua generazione si sia stufata delle regole
vecchie. Tyla incarna proprio questa energia: una *self-made woman* che prende
lo spazio che vuole, a suo modo, e dettando il ritmo. Ora la domanda vera è:
quanto riuscirà a durare questa magia? Ci sarà il rischio dell’effetto “meteora”
oppure stiamo assistendo all’esplosione di una nuova star destinata a restare?
La sensazione è che Tyla abbia ancora molti assi nella manica. E sì, il prossimo
album non vedrà l’ora di mettersi alla prova. Prepararsi, perché la rivoluzione
non si fermerà qui.
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album? appeared first on The Wom.
Ariana Grande ha una voce fuori dal comune: è un soprano lirico o solo una
popstar? Scopri dove si colloca davvero la sua estensione vocale.
Ariana Grande canta come un angelo, ma tecnicamente – se fosse una cantante
lirica – che voce ha? È un soprano da teatro d’opera o solo una popstar dai
super acuti? Se te lo sei mai chiesta ascoltando le sue hit mozzafiato,
preparati a scoprire tutto: estensione, tecnica e segreti di una voce da
brividi.
ARIANA GRANDE: VOCE DA CARTONE ANIMATO O DIVA D’OPERA?
Ariana Grande ha una di quelle voci che si imprimono nella testa dal primo
ascolto, come un profumo che non ti scordi più. C’è chi la paragona a una
sirena, chi la vede come la reincarnazione moderna di una star degli anni
Cinquanta e chi, invece, si fa una domanda che suona un po’ strana, ma tanto
interessante: Ariana Grande potrebbe essere una cantante lirica? Basta
ascoltarla in brani come “Dangerous Woman” o “God is a woman” per capire subito
che tra i suoi superpoteri c’è la capacità di saltare da note bassissime a
picchi acuti da lasciare senza fiato. Ma tecnicamente, dove si colloca la sua
voce? Soprano, mezzosoprano, contralto?
Non è una domanda così banale come sembra, perché ogni categoria vocale, nel
mondo del canto, ha peculiarità precise e trovare l’etichetta giusta è più
complicato di scegliere che pizza ordinare in compagnia di amici affamati. In
fondo, il suo talento è qualcosa che gira tra le regole, flirtando con diversi
generi e tecniche. Non ci credi? Sei nel posto giusto per scoprire i dettagli.
LE CATEGORIE: SOPRANO, MEZZOSOPRANO, CONTRALTO (IN PAROLE POVERE)
Per capire che tipo di voce lirica abbia Ariana Grande, bisogna fare un attimo
il punto sulle categorie vocali femminili, senza scendere nei tecnicismi da
manuale di canto. Le voci delle donne, semplificando, vengono di solito
suddivise in tre grandi gruppi, come se si trattasse di taglie:
* Il soprano: la voce più acuta, quella che vola alta come una gabbianella
spensierata. Le note della Regina della Notte in Mozart, giusto per dire,
sono roba da soprano.
* Il mezzosoprano: sta proprio nel mezzo. Può muoversi sia verso gli acuti sia
verso i toni più caldi, flessibile come quelle magliette che vanno su tutte.
Qui spesso trovi le popstar, ma pure le grandi dive d’opera.
* Il contralto: è raro e prezioso come una moneta antica. Voce scura, profonda,
con toni che sembrano nascere direttamente dal cuore.
Ariana Grande, da sempre fan del musical e delle grandi voci d’epoca, ammette
spesso di ispirarsi a personalità sia pop che liriche. Però, anche a un orecchio
meno allenato, non passano inosservati certi suoni che spaziano con una velocità
assurda. Il bello, poi, è che Ariana si diverte proprio a giocare coi registri,
cambiando colore e intenzione come cambia parrucca nei video.
ARIANA GRANDE: ANALISI SPIETATA (MA CON AMORE) SULLA SUA VOCE
Quando si ascolta una sua performance, ci si accorge subito della sua estensione
impressionante. Ariana riesce a raggiungere note da usignolo – acutissime,
brillanti, esplosive – ma anche a modulare su toni più bassi che ti lasciano
letteralmente sorpreso. In realtà, secondo molti vocal coach, la sua
classificazione naturale sarebbe quella di soprano, grazie a:
* Estensione che tocca – e supera – le quattro ottave (mica poco)
* Facilità negli acuti, anche durante pezzi live (cioè, ci solletica le
orecchie come niente)
* Timbrica cristallina ma capace di diventare densa, quasi teatrale
Ma non basta… Perché Ariana mette insieme agilità (il famoso whistle register,
cioè quel suono acuto e squillante che usano solo i coraggiosi), controllo
tecnico e una padronanza degli effetti vocali che nei suoi brani danno
dipendenza. Eppure, ogni tanto, qualcuno si stupisce di quanto anche nei brani
più pop dimostri un rispetto silenzioso per l’approccio lirico – vuoi per la
respirazione, vuoi proprio per la potenza da “cantante classica under 30”.
In pratica, Ariana Grande è quella ragazza che, se volesse, potrebbe pure
cantare il “Vincerò” di Puccini. Magari lo farà, un giorno. E no, non sarebbe
affatto una forzatura.
I SEGRETI VOCALI DI ARIANA: PERCHÉ LA SUA VOCE CI OSSESSIONA
Il vero mistero, però, è il modo in cui Ariana fa sembrare facile qualcosa che
facile non è. La sua voce sembra scivolare sulle note come se fossero caramelle,
ma dietro c’è una tecnica durissima. Non solo: Ariana sa giocare con la voce,
usare il falsetto da diva d’opera, fare virtuosismi quasi a sberleffo. Un
esempio? Le escalation di “Into You” o i cambi di registro in “Problem”.
Impossibile non restare col fiato sospeso.
E in tutto questo, il segreto della sua unicità sta anche nell’interpretazione.
Spesso nelle sue esibizioni inserisce piccole sfumature che ricordano
l’impostazione lirica:
* Frasi spezzate dove altri farebbero una sola lunga linea
* Accenti improvvisi nei punti “inaspettati”
* Vibrato controllatissimo che arriva al momento perfetto
Risultato? Una popstar che incanta perché nessuno sa mai davvero cosa
aspettarsi. Ariana Grande resta un mistero affascinante e, di sicuro, una voce
da leggenda della musica moderna. Forse non diventerà mai una Mariah dell’opera,
ma nessuno lo direbbe ascoltando i suoi acuti.
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contralto? appeared first on The Wom.
Sydney Sweeney ha lasciato l’università, ma ha scritto un business plan geniale
a 14 anni. Oggi domina Hollywood da vera imprenditrice di sé stessa.
Dimentica la classica storia da diva: Sydney Sweeney ha messo in pausa
l’università, ma non il cervello. A 14 anni Sydney Sweeney scriveva business
plan mentre gli altri facevano i compiti. Oggi è attrice, produttrice e stratega
del suo impero. E no, non ha bisogno della laurea per brillare.
UN’UNIVERSITARIA A METÀ… MA CON LE IDEE ULTRA-CHIARE
Sydney Sweeney, l’attrice che sta spopolando tra serie tv di culto e copertine
patinatissime, ha un piccolo segreto accademico: la sua laurea è rimasta in
stand-by. Niente pergamena elegantemente arrotolata, né foto in toga. Sydney
Sweeney ha lasciato gli studi di marketing quasi subito per buttarsi a capofitto
nei provini e nelle telecamere, eppure—e qui sta il plot twist—ha costruito una
vera strategia professionale. Altro che sogni campati in aria, qui si parla di
business plan fatto e finito, roba da manuale.
Ci sono ragazzi che collezionano libri sull’arte del successo, o che sognano
manager e consulenti. Sydney Sweeney, invece, mentre i suoi coetanei
archiviavano esami universitari, si creava da sola le basi del suo “imperio”.
Chi la guarda pensa sempre: “Wow, talento naturale!” e stop. Però il punto è che
dietro il suo viso d’angelo c’è un cervello che non si fa mai davvero scappare
un’occasione. La laurea può aspettare, la visione a lungo termine no—e infatti,
a giudicare dai risultati, il piano funziona.
QUEL BUSINESS PLAN CHE HOLLYWOOD LE INVIDIA
C’è una scena ricorrente nelle interviste: Sydney Sweeney racconta di aver
scritto, a soli 14 anni, un business plan dettagliato per convincere i suoi
genitori a lasciarle tentare la carriera a Los Angeles. Faceva paura come fosse
tutto così preciso, numeri, tappe, obiettivi reali. Insomma, mica “faccio
l’attrice da grande” detto a caso. Sydney Sweeney aveva già la tabella di marcia
in testa.
Parliamoci chiaro, quante persone a quell’età pensano già a cose tipo:
* Decidere dove investire i risparmi per le prime audizioni
* Prevedere—e magari anche scrivere!—che tipo di ruoli accettare o rifiutare
* Costruire una propria brand identity da zero
Ecco, Sydney Sweeney ha impostato tutto così, senza aspettare la classica
“spintarella” esterna. Hollywood l’ha adottata perché si è presentata non solo
come attrice, ma come vera imprenditrice di sé stessa. Certo, fa un po’
sorridere pensare che mentre qualcuno cerca tutorial per la visibilità online,
lei aveva già pianificato i suoi punti di svolta. Insomma, story di svolte ne ha
da vendere.
DALLA SCRIVANIA AI SET: COME SI COSTRUISCE LA FORTUNA A VENT’ANNI
Una delle cose che colpiscono di Sydney Sweeney al di là del business plan
precoce è che – tolta la patina social – resta una ragazza concreta, magari pure
un po’ timida a volte. Eppure, le sue scelte gridano coraggio e intuizione.
Proviamo a vedere come ha trasformato un sogno in business:
* Usa il marketing come chiave: ha studiato abbastanza da capire quanto contano
narrazione ed esclusività, sia sui social che nella scelta dei ruoli
* Valuta ogni proposta, piccola o grande, in base all’impatto sul proprio
“marchio personale”
* Sa che la formazione non va per forza di pari passo con la laurea: si
aggiorna, si informa e si circonda di professionisti
In fondo, non serve il diploma appeso se hai un piano che non crolla al primo
colpo di vento. Basta guardare le sue strategie—dalle collaborazioni moda agli
investimenti produttivi. Sui set lascia il segno anche come produttrice,
mostrando che la vera differenza la fa chi sa gestirsi, non chi ha solo il
talento in tasca.
IL “PIANO SWEENEY” E LA LEZIONE DA IMPARARE
Forse non tutti seguiranno la strada di Sydney Sweeney (e può anche far paura
pensarci, no?), ma c’è una lezione giovane e controcorrente: avere talento non
basta. Serve anche la capacità di posizionarsi nel mercato e di evolversi con
una velocità che quasi stordisce. Saltare alcuni step “classici” non vuol dire
bruciarsi le tappe, anzi.
Il suo esempio insegna che costruirsi la strada non è roba da supereroi. Basta
mettersi lì, tirare fuori coraggio e – con una buona dose di autoironia –
pianificare che cosa si vuole diventare. Perché, laurea o no, la chiave è essere
sempre un passo avanti. Sydney Sweeney l’ha dimostrato, carta e penna, ancora
prima di recitare la prima battuta. Chissà, magari qualche altro giovane si
metterà a scrivere il proprio business plan invece di “solo” sognare in grande.
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perfetto (a soli 14 anni!) appeared first on The Wom.
Lady Gaga ha iniziato la sua carriera come attrice in modo particolare, a New
York: un passato intenso e sconosciuto che ha plasmato la sua arte in modo
unico.
Prima degli abiti iconici e degli Oscar, Lady Gaga era solo Stefani Germanotta:
una ragazza di New York con una voce potente e il sogno di diventare attrice.
Tra luci fioche e sedie sfondate, ha trovato sé stessa sul palco off-Broadway.
Ed è proprio lì che è nata la vera Gaga, cruda, intensa, indimenticabile.
LADY GAGA PRIMA DI ESSERE “LADY GAGA”: CHI ERA DAVVERO STEFANI GERMANOTTA?
Prima di diventare il fenomeno globale che tutti conoscono, Lady Gaga aveva un
nome normale e un sogno testardo fra le mani. Stefani Joanne Angelina
Germanotta: suona quasi come una poesia folk, un nome intriso di New York, di
notti troppo corte e palcoscenici minuscoli ma tremendamente veri. Niente
lustrini, niente coreografie esasperate o Oscar in bacheca. Solo passione ruvida
per il teatro e una gran voglia di lasciarsi sorprendere.
New York l’ha cresciuta a suon di eccentricità e coraggio, ma è nell’ambiente
off-Broadway che tutto ha avuto inizio. Praticamente una bottega creativa dove
chi sta dietro le quinte sogna prima ancora che arrivino i riflettori. Cioè,
immaginiamola: luci basse, sedie sfondate, profumo di polvere e speranza. E lei
che ci si tuffa dentro, con una convinzione che spacca.
Un passato fuori dalle cronache patinate, quasi underground, che pochi conoscono
davvero. Eppure, è lì che la “Mother Monster” di oggi si è fatta le ossa,
imparando a raccontare storie prima con la voce, poi con tutto il corpo. Gli
inizi da attrice di Lady Gaga sono stati per lei fondamentali.
IL TEATRO OFF-BROADWAY: DOVE NASCE LA VERA GAGA
Non tutte le storie iniziano tra i lustrini di Las Vegas o sui red carpet di Los
Angeles. Il teatro off-Broadway è un’altra cosa: più sporco, meno prevedibile,
infinitamente più vero. E la Lady Gaga attrice, ai tempi ancora Stefani, era una
delle tante che si aggirava tra speranze smisurate e pubblico disattento.
Il bello dell’off, dicono, è che si sbaglia tanto e si impara ancora di più.
Lady Gaga recitava, cantava, suonava, portava in scena ogni frammento impaziente
del suo talento. Un percorso fatto di:
* provini infiniti, spesso senza risposta
* ruoli improbabili – tipo la ragazza stramba col pianoforte vintage, capito?
* spettacoli con una decina di spettatori annoiati, di quelli che però ti aiuta
a non mollare
Eppure, proprio lì sotto le luci smorte dei piccoli teatri del Village, Gaga ha
imparato a tenere il pubblico. A sentire le pause, a lanciare la voce come una
corda che ti afferra. Quelle esperienze sarebbero poi esplose nel suo modo
teatrale di stare in scena, nel modo animalesco in cui si prende il palco: anni
dopo, chi l’avrebbe mai detto che quella ragazza un po’ goffa avrebbe avuto la
stessa potenza di un uragano in gonna di carne?
DALLA FATICA ALLE STELLE: CHE COSA LE HA LASCIATO QUEL PERIODO?
Il passato teatrale di Lady Gaga non è solo un aneddoto da bio. È una chiave per
capire perché, quando Gaga canta o recita, non lo fa mai a metà. Quell’energia
quasi viscerale, quella tendenza a non stare mai ferma – neanche quando sarebbe
più facile – affondano tutte in quegli anni di gavetta.
Il teatro le ha lasciato:
* la capacità di trasformarsi fino all’estremo, senza mai perdere la
connessione con chi la guarda
* un istinto magnetico per il racconto: la capacità di sentire il pubblico,
fiutare l’emozione come fanno solo i grandi
* una fame di autenticità che non si affievolisce mai, anche sotto quintali di
trucco e concept
Forse è per questo che anche quando gira un film da Oscar o si esibisce al Super
Bowl, si sente un’eco sporca, ruvida, perfetta solo se guardata da vicino. Ogni
posa esagerata, ogni sguardo diretto in camera, tutto sembra ancora un po’ fuori
dagli schemi. E, diciamolo, pure il suo modo di “stare al mondo” – camaleontico
e inarrestabile – sembra nascere proprio lì, tra platee piccole e poster
incollati col nastro adesivo.
PERCHÉ LA SUA STORIA AFFASCINA ANCORA OGGI?
Lady Gaga non sarebbe Lady Gaga senza quelle serate da attrice off-Broadway,
vissute come fosse l’ultimo giorno sulla terra. Il suo passato, così poco
“pop-star” nei dettagli, sdogana il cliché del successo facile e mette al centro
la fatica, il rischio, la capacità di prendersi sul serio prima ancora che
qualcuno faccia il tifo.
C’è qualcosa di tremendamente umano in tutto questo: ricorda che dietro i meme,
gli abiti scandalosi o i record c’è una ragazza cresciuta tra palchi
improvvisati e sogni grandi il doppio di lei. Piace perché, in fondo, tutti
vorrebbero sapere che serve ben altro che fortuna per avere un posto sotto la
luce dei riflettori.
Ogni volta che Lady Gaga canta, piange o recita – anche in ruoli contorti come
in “A Star is Born” o “House of Gucci” – c’è ancora quell’urgenza da teatro
off-Broadway dentro di lei. Ed è proprio grazie a quel passato quasi segreto che
la sua arte, oggi come allora, lascia sempre il segno.
The post Lady Gaga ha un passato da attrice particolare, che in pochi conoscono
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Billie Eilish e i suoi look oversize: non solo moda, ma una scelta potente per
proteggersi, esprimersi e riscrivere le regole dello stile pop.
Dimentica la solita fashion icon: Billie Eilish ha trasformato gli abiti
oversize in una vera e propria armatura. Dietro quei capi enormi c’è un
messaggio forte, intimo, potente. Una ribellione silenziosa contro giudizi,
pressioni e cliché. E sì, è tutto tranne che solo moda.
BILLIE EILISH E LO STILE OVERSIZE: UNA SCELTA CHE VA OLTRE LA MODA
Quando si pensa a Billie Eilish, la mente corre subito ai suoi abiti larghi,
sgargianti, sopra le righe. Giacche che sembrano rubate dall’armadio di un
rapper anni ‘90, pantaloni che sembrano due vele aperte dal vento, felpe che la
fanno sembrare quasi minuscola. Ma attenzione: non è solo una questione di
stile, non è quella classica mossa da fashion icon che segue la tendenza e vuole
essere cool a tutti i costi.
Dietro quei vestiti enormi, c’è un motivo che va dritto al cuore. Billie Eilish,
infatti, ha voluto costruirsi una corazza visibile: con i suoi abiti oversize,
si protegge dai giudizi, dagli sguardi continui, dalle voci che spesso si fanno
troppo invadenti quando sei sotto ai riflettori. Questo look gigantesco è
diventato una specie di armatura, un modo per prendere spazio senza dover
spiegare niente a nessuno, per essere libera senza sentirsi osservata centimetro
per centimetro dagli haters del web o dai paparazzi in cerca del dettaglio che
fa scandalo.
IL MESSAGGIO NASCOSTO DIETRO OGNI OUTFIT
Non è la solita storia del “ho il mio stile e me ne vanto”. Billie Eilish usa la
moda in modo completamente diverso, come se ogni suo look dicesse: “Guardate
l’arte, non il corpo”. Una scelta quasi rivoluzionaria in un mondo che spinge
sempre sul mostrare, sul mettere tutto in vetrina, sulla pelle che deve brillare
a tutti i costi.
Ci sono almeno due messaggi forti che mandano gli abiti di Billie Eilish:
* Nessuno ha il diritto di commentare il corpo di qualcun altro, soprattutto
dietro uno schermo.
* La vera libertà sta nel potersi esprimere come e quando si vuole, senza dover
rientrare per forza in uno stampino.
In più, la cantante ha raccontato di avere vissuto giornate nere a causa dei
commenti sulla sua fisicità, soprattutto quando era ancora giovanissima. E in
quel momento, affidarsi a cappotti e tute extralarge è stato molto più di una
scelta estetica: è stato un grido silenzioso per farsi rispettare. Mica poco,
considerando quanta pressione c’è addosso alle giovani donne di oggi.
LA RIVOLUZIONE DEL BODY POSITIVITY SECONDO BILLIE EILISH
Mentre tante celebrità parlano di accettazione, Billie Eilish la mette in
pratica in modo spiazzante, usando la moda e gli abiti come scudo e come
megafono. Con i suoi outfit, finalmente si apre uno spazio nuovo nella cultura
pop: quello dell’imperfezione sbandierata. Non c’è nulla di performance, niente
pancino in vista perché “va di moda”, solo un’enorme voglia di sentirsi bene con
sé stessi.
Ecco cosa porta con sé la rivoluzione di Billie Eilish:
* Mille foto in tuta e maglione XXL e nessuna pretesa di essere “la più bella
della festa”
* Un rapporto col corpo più simile all’autodifesa che alla provocazione
* La libertà di cambiare outfit quando e come le pare, senza dover dare
spiegazioni
Non c’è moralismo nei suoi gesti, solo il desiderio di essere lasciata in pace.
E, d’altronde, chi non si è mai sentito giudicato almeno una volta per come si
veste o per come appare, magari proprio nel periodo più complicato della
crescita?
QUANDO LA MODA DIVENTA UN MODO DI GRIDARE “BASTA!”
Ciò che rende Billie Eilish diversa dalle altre popstar è proprio questa
coerenza nella sua ribellione: un modo di vestirsi che diventa dichiarazione di
guerra a chi vuole imporre regole inutili. Ogni suo look sfugge agli standard,
scardina le “regole” non scritte dei red carpet, fa sembrare qualunque outfit
super costruito… una maschera senza anima.
Capita spesso che qualcuno si chieda se, prima o poi, Billie Eilish cambierà
registro e comincerà a mostrare di più. Ma sarebbe un po’ come aspettarsi di
vedere delle rose crescere sul cemento: non avrebbe senso, perché la sua
autenticità è tutto quello che serve. E davvero, dietro quelle felpe giganti c’è
un mondo. Un mondo fatto di paure trasformate in forza, di libertà conquistata a
colpi di stile, di un modo diverso di stare al mondo con leggerezza e senza
paura.
C’è chi dice che sono solo vestiti, ma sotto quei capi ci sono storie che
parlano, ferite che si trasformano in audacia. Billie Eilish lo sa, e intanto
insegna a tutti che la vera tendenza è, da sempre, restare se stessa.
The post Billie Eilish indossa abiti oversize… per un motivo molto personale.
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Natalie Portman si è laureata ad Harvard mentre girava Star Wars: tra Padmé e
psicologia, ecco la vera eroina multitasking di Hollywood.
Altro che diva distratta! Natalie Portman ha frequentato e si è laureata ad
Harvard mentre indossava i panni di Padmé Amidala in Star Wars. Psicologia di
giorno, galassie lontane di notte: il suo mix di cervello e talento è la prova
che si può brillare su più fronti senza perdere un colpo.
NATALIE PORTMAN: TALENTO INDISCUTIBILE (E CERVELLO SOPRA LA MEDIA)
C’è chi pensa che le star del cinema vivano solo di riflettori, party e copioni
da imparare a memoria. Poi c’è Natalie Portman, che con disinvoltura si è
trovata a calarsi nei panni di una regina galattica e contemporaneamente a
districarsi tra le aule di una tra le università più prestigiose al mondo (e
laurearsi!). Sì, perché mentre tutti la ammiravano in Star Wars nei panni di
Padmé Amidala, Natalie stava pure sudando su libri di chimica e psicologia ad
Harvard. Insomma, altro che la “classica attrice hollywoodiana”.
Il suo percorso sembra la trama di una serie TV a metà tra il fantasy e il
college drama. Mentre sullo schermo affrontava senatori corrotti e guerrieri
jedi, fuori dal set combatteva con esami e lezioni universitarie. Chi avrebbe il
coraggio di sostenere un esame dopo una giornata passata sotto le luci dei set
Disney? Natalie sì, senza battere ciglio.
DUE MONDI PARALLELI: HARVARD DI GIORNO, STAR WARS DI NOTTE (O VICEVERSA)
Non è solo una questione di talento: quella di Natalie Portman è una vera e
propria doppia vita. Mentre girava alcuni dei film più attesi della storia
recente, lei:
* Si trascinava tra biblioteche e letture notturne.
* Sostenva esami tosti, tipo il laborioso corso di neuropsicologia.
* Collaborava con ricercatori e professori, senza mai chiedere trattamenti di
favore.
Quello che sorprende è la naturalezza con cui è passata dalla sala
cinematografica all’aula universitaria, senza perdere un colpo né davanti alla
macchina da presa, né davanti ai docenti di Harvard. Ma non serve essere fan di
Star Wars per provare una punta di sana invidia: quanti avrebbero retto questo
ritmo senza naufragare tra ansia, stanchezza e incertezza?
UNA LAUREA CHE NON È SOLO UNA MEDAGLIA (MA QUASI UN SUPERPOTERE)
La sua laurea in psicologia non è solo una curiosità da inserire nei quiz sulle
celebrity. Dietro c’è la dimostrazione che quella ragazza minuta, dall’aria
eterea e dallo sguardo magnetico, non voleva essere etichettata come “solo”
attrice. Anzi, Natalie Portman ha sempre ribadito che studiare (e quindi
laureansi) le serve per capire il mondo – e i personaggi che interpreta.
Dettaglio da non sottovalutare: nel curriculum c’è pure una pubblicazione
scientifica. Un articolo, vero, in una rivista di psicologia.
E no, niente agevolazioni. Ad Harvard Natalie è stata una studentessa come tutte
le altre: universitaria by day, attrice internazionale by night – o il
contrario, dipendeva dalle riprese.
LEGGI ANCHE – Lo sapevi che Anya Taylor-Joy ha imparato a giocare davvero a
scacchi per “La Regina degli Scacchi”?
NON SOLO PADMÉ: L’ESEMPIO DI NATALIE PORTMAN È UN’ISPIRAZIONE FUORI DAI CLICHÉ
Alla fine, la storia di Natalie Portman manda all’aria parecchi stereotipi sulle
star. Non solo ha dimostrato che studio e successo non si escludono a vicenda,
ma che l’impegno paga sempre, sia che si tratti di una scena di duello con la
spada laser, sia davanti a un esame universitario.
Non è solo una questione di essere multitasking. Si parla proprio di avere
voglia di superare i propri limiti. Natalie Portman, con la sua laurea ottenuta
mentre girava una delle saghe più iconiche della storia del cinema, insegna che
non serve scegliere per forza tra sogni diversi: a volte si possono inseguire
entrambi, anche quando sembrano venirsi contro. E magari, da adulti, raccontarlo
senza nemmeno sembrare troppo fighi.
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l’ha fatto davvero appeared first on The Wom.
SZA si è iscritta a biologia per colpa… dei documentari. Una scelta casuale
diventata il primo passo verso il successo musicale globale.
Prima di scalare le classifiche, SZA sognava… salmoni e mitocondri! Sì, la star
dell’R&B si è iscritta a biologia solo perché adorava i documentari. Una scelta
nata per caso, che racconta quanto la curiosità possa diventare il primo passo
verso qualcosa di straordinario.
SZA E QUELLA SCELTA UNIVERSITARIA (UN PO’ A CASO)
Va bene, nessuno se lo immaginerebbe: SZA, regina delle classifiche, voce
magnetica e anima contorta del nuovo R&B, all’università aveva puntato su
biologia. Sì, biologia: proprio quella materia sinonimo di laboratori all’odore
di formalina e quaderni pieni di disegni storti di mitocondri. Ma il motivo
dietro questa scelta? Zero piani precisi per il futuro, nessuno stratega della
carriera: semplicemente una cotta spudorata per i documentari — quelli da tardo
pomeriggio, quando il mondo si spegneva e il suono di voci calme che sussurrano
storie di zoologia sembrava meglio di qualunque playlist.
E sembra quasi una scena da film indie: la ragazza che si sdraia sul tappeto,
occhi incollati allo schermo, ipnotizzata più dal viaggio dei salmoni che dai
videoclip. Quel modo di imparare guardando la natura, un po’ sognante e un po’
“basta che funzioni”, ha spinto SZA verso il campus universitario, armata di
sogni e curiosità.
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DAI LABORATORI AL MICROFONO: LA SVOLTA CHE NON TI ASPETTI
A pensarci, è quasi comica la traiettoria: SZA è passata da studentessa di
biologia a diva internazionale. Ma i veri talenti spesso nascono fuori dal
percorso segnato, per caso. Secondo le interviste raccolte nel tempo, SZA non
era la classica secchiona da primo banco. Anzi, alla fine la passione per la
musica era lì, che gironzolava tra il taccuino degli appunti e le playlist sulle
cuffie, pronta a rubarsi la scena come il protagonista sfacciato di una serie
tv.
È incredibile come una passione collaterale possa cambiare le carte in tavola:
* L’università era il porto sicuro, ma presto si è trasformato in un
moltiplicatore di ribellione creativa.
* Un documentario tirava l’altro, finché la curiosità per la biologia si è
mescolata al desiderio di scrivere e sperimentare.
* Poi, quando la musica ha chiamato, SZA ha mollato il laboratorio: niente più
camici, ma microfono e note sparse ovunque.
In fondo, la vera lezione è che non serve sempre una vocazione epica. Spesso,
serve solo la voglia di scoprire cosa succede se si dice di sì a qualcosa che
affascina. Anche a caso, anche solo perché un narratore racconta la migrazione
delle formiche.
L’EFFETTO OUTSIDER: SZA TRA UNICORNI E UNIVERSITÀ
C’è qualcosa di unico in chi sceglie “stranamente”. SZA avrebbe potuto essere
un’altra ragazza destinata a finire nel grande calderone dei “non lo so cosa
voglio fare da grande”, invece quella sua fascinazione per il mondo selvatico e
vivo fuori dalla finestra le ha regalato un carattere tutt’altro che banale.
Pensarci fa sorridere: quante altre stelle della musica hanno davvero sbattuto
contro l’università? In un mondo in cui il percorso classico sembra una strada
asfaltata e dritta, SZA si è presa una deviazione con la biologia, tipo “giro
turistico” nelle proprie passioni. Un po’ come chi legge di draghi e poi scopre
che preferisce dipingerli invece che studiarli.
Nella sua biografia restano tracce di questo approccio:
* Non sentirsi incatenati a un ruolo.
* Pensare fuori dagli schemi anche quando nessuno se lo aspetta da te.
* Saper cambiare direzione come una viaggiatrice che usa la curiosità come
bussola.
E ora eccola lì, a dominare le chart mondiali — restando sempre quella ragazza
curiosa che si perdeva nei documentari.
COSA INSEGNA LA STORIA DI SZA: LA BELLEZZA DELLA CURIOSITÀ
SZA ha dimostrato che la curiosità è l’ingrediente segreto in ogni ricetta di
successo, anche quelle che partono con gli ingredienti “sbagliati”. Non è una
favola: è la realtà di chi si lascia trascinare dalle passioni, senza mai sapere
dove porteranno davvero.
La sua scelta racconta, tra le righe, qualcosa di universale:
* Non serve sempre avere un piano dettagliato.
* Vale la pena esplorare, anche se non sembra il sentiero giusto per tutti.
* L’importante è non spegnere mai la sete di imparare — che sia per le cellule
o le melodie.
Forse, la prossima volta che parte un documentario in tv qualcuno lo guarderà
con occhi diversi, chiedendosi dove lo porterà quella piccola scintilla di
interesse. Perché a volte basta solo accendere una curiosità, e il futuro si
costruisce un po’ alla volta, tra errori, deviazioni e un sacco di sorprese.
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