T ra le varie distorsioni cognitive che compromettono il nostro sguardo
occidentale sul mondo c’è una tendenza alla compartimentalizzazione dei saperi e
delle problematiche che spesso finisce per nascondere la reale portata di una
crisi. Joseph Henrich l’aveva raccontato bene nel suo WEIRD (2022): di fronte a
un segnale d’allarme, si tratti della crisi climatica, della trasformazione
digitale o di una pandemia globale, la nostra prima tendenza è quella di
trattare il problema come se fosse circoscrivibile e isolato dal contesto. Solo
in un secondo momento ci preoccupiamo di individuare le interconnessioni che
collegano questi fenomeni tra loro; ma spesso a questa fase nemmeno ci
arriviamo.
In questi anni stiamo attraversando un’emergenza ecologica, una rielaborazione
di un trauma pandemico globale e uno stato avanzato di digitalizzazione delle
transazioni economiche e sociali, territori che vengono spesso raccontati come
lontani e poco sovrapponibili, condizioni che per puro caso si sono trovate
all’interno della stessa cornice congiunturale.
In Antropocene digitale (2025), Adam Arvidsson e Vincenzo Luise provano a
rendere visibili queste interconnessioni, e lo fanno partendo proprio dalla
presa d’atto di una distorsione cognitiva, quella di un capitalismo
estrattivista che continua ad alimentare il mito di una crescita sostenibile
esternalizzandone i costi su soggetti (umani e non umani) che spesso non si
trovano nella condizione di reagire. In tempi in cui chi si oppone al
capitalismo fossile viene accusato di perseguire una non ben specificata
“ideologia ecologista”, Arvidsson e Luise specificano fin da subito che il
miraggio di un estrattivismo sostenibile, così come la progressiva
individualizzazione e digitalizzazione di ogni aspetto del nostro stare in
società, è tenuto in vita da un’ideologia ben più pericolosa, un’ideologia che
parte dal presupposto che possa e debba esistere una separazione tra essere
umano e natura.
Il risultato è che, per quanto la maggior parte delle persone sia in grado di
riconoscere le iniquità e le ingiustizie che caratterizzano questa congiuntura
storica, molti vivono nella rassegnata convinzione che non ci siano alternative
davvero esplorabili: “Un’ideologia è qualcosa di molto simile a un’idea fissa.
Una modalità di pensiero radicata che riflette alcuni aspetti della realtà ma ne
nasconde altri. Un’ideologia è ‘una verità che nasconde la verità’, ha scritto
Umberto Eco. Di solito, lo fa nell’interesse di attori potenti”.
In questo contesto, la pandemia ha rappresentato una sospensione di questo
incantesimo, uno squarcio nel velo su cui abbiamo imparato così bene a dipingere
una realtà immutabile: da un momento all’altro ci siamo trovati a prendere atto,
in modo diretto o indiretto, che la “normalità” su cui abbiamo edificato un
intero modo di vivere non era affatto scontata, che il futuro probabilmente
assomiglierà sempre di meno al presente, e che molte delle dinamiche che davamo
per acquisite potevano essere messe in pausa, se non totalmente rovesciate.
> Durante la pandemia ci siamo trovati a prendere atto che la “normalità” su cui
> abbiamo edificato un intero modo di vivere non era affatto scontata e che
> molte delle dinamiche che davamo per acquisite potevano essere messe in pausa,
> se non totalmente rovesciate.
Poteva essere un punto di svolta, e in molti all’epoca non hanno indugiato ad
annunciare l’avvio di un cambio di paradigma, che avrebbe approfittato della
plateale inadeguatezza del modello capitalistico fossile per favorire una
transizione ormai considerata inevitabile. Ma come già era successo ai tempi
dell’influenza spagnola, anche questa volta i sogni covati durante il lockdown
sono evaporati in una rincorsa verso una nuova normalità. Una volta rientrata
l’emergenza sanitaria, i due anni di pandemia sono diventati una parentesi da
rimuovere il prima possibile dalla coscienza collettiva, ma non senza prima
averla sfruttata per spostare ancora di più il baricentro delle nostre vite
verso un’individualizzazione digitalizzata.
> La diffusione di app e soluzioni digitali per affrontare problemi in ogni
> ambito della vita, e il nostro utilizzo di esse per operazioni quotidiane come
> la gestione bancaria, l’acquisto del pane o la prenotazione dei viaggi,
> rinforza la convinzione che le tecnologie digitali possano risolvere i
> problemi più vari. […] Vivere con il digitale non ci promette più qualcosa di
> nuovo e radicale, ma piuttosto un perpetuo “di più”: restiamo bloccati in un
> presente che sembriamo incapaci di cambiare.
Nella lettura di Arvidsson e Luise, la pandemia è stata un’occasione perfetta
per chi aveva interesse a puntellare il sistema estrattivo che già prima della
pandemia aveva mostrato segni di cedimento. D’un tratto era possibile rendere
ancora più pervasiva una “ideologia digitale sempre più mirata e adattata ai
nostri bisogni e desideri […], diventati sempre più dipendenti dalle stesse
tecnostrutture che dovrebbero soddisfarli”.
> Una volta rientrata l’emergenza, la pandemia è diventata una parentesi da
> rimuovere il prima possibile dalla coscienza collettiva, ma non senza prima
> averla sfruttata per spostare ancora di più il baricentro delle nostre vite
> verso un’individualizzazione digitalizzata.
Per rendersene conto è sufficiente dare una scorsa ai dati sulla quantità di
tempo che passiamo online (in media 6,40 ore al giorno, una cifra in costante
aumento negli ultimi 20 anni) e la fetta di tempo libero che dedichiamo agli
schermi (ormai più del 60%). Com’è intuibile, questo processo è stato affiancato
da una riduzione costante delle interazioni nel mondo reale, e da una
conseguente riduzione della capacità delle persone di percepirsi come parte di
una comunità. Siamo connessi come mai prima, ma si tratta di connessioni
virtuali e, appunto, circoscrivibili, a cui ci si può prestare e sottrarre nel
giro di un click. Per certi versi, ci rapportiamo più con le app, che con gli
utenti che le utilizzano, questo ha reso particolarmente semplice creare un
ambiente digitale in cui le persone si sentano “a casa”, e in cui ognuno ha la
possibilità di coltivare e rafforzare la verità che più si adatta alle proprie
esigenze: “Si è verificata una vera e propria frammentazione dei tipi di fiducia
che possano fondare la credenza in una realtà comune, mentre è avvenuta anche
una relativizzazione della realtà, con le persone che tendono a riporre maggiore
fiducia nei loro coetanei e nella loro interpretazione di ciò che sta
accadendo”.
In quest’ottica, le teorie cospirazioniste non nascono tanto da una mancanza di
informazioni corrette, quanto da una eccessiva quantità di informazioni, un
sovraccarico cognitivo che, in assenza di una narrazione unificatrice, finisce
per creare bolle di verità alternative che riescono a farsi più robuste proprio
in forza della loro lontananza dalle verità ufficiali (in primo luogo quelle
fornite dalla scienza).
> Per certi versi, ci rapportiamo più con le app, che con gli utenti che le
> utilizzano, questo ha reso particolarmente semplice creare un ambiente
> digitale in cui le persone si sentano “a casa”, e in cui ognuno ha la
> possibilità di coltivare e rafforzare la verità che più si adatta alle proprie
> esigenze.
Non è difficile comprendere quanto questo processo faccia gioco a chi ha
interesse a minimizzare la crisi climatica o a strumentalizzarne i tentativi di
affrontarla. Da ormai decenni gli scienziati di tutto il mondo insistono
compatti nel certificare le cause, il decorso e le prospettive della crisi
climatica, indicando come chiare responsabili quelle aziende e quelle nazioni
che dal secolo scorso a oggi hanno tratto profitto dall’estrazione, trasporto e
vendita di combustibili fossili. Chi conosce un minimo il mondo scientifico sa
che è raro trovare una simile convergenza. Ma paradossalmente il fatto che ci
sia un fronte così compatto, per chi si è arredato la bolla con una verità
alternativa, è prova del tentativo di confezionare una “realtà ufficiale” che
consenta di imporre un’agenda politica “green”.
Che fare, dunque? Arvidsson e Luise sono i primi a individuare nella
frammentazione digitale della sfera pubblica un ostacolo all’azione climatica,
ma sono anche i primi a riconoscere una varietà di nuove tendenze e movimenti
che si muovono in direzione opposta, spesso puntando a una riappropriazione a
una “depiattaformizzazione” delle tecnologie digitali (è il caso ad esempio
dell’agroecologia), e prefigurando una sottrazione del progresso tecnologico al
dominio della crescita per metterlo al servizio della ricerca di quello che Adam
Smith definiva “equilibrio naturale”.
> Chi oggi vive in condizioni di povertà relativa e assoluta, è spaventato tanto
> dalla crisi climatica quanto da una transizione iniqua che rischia di tradursi
> in una riformulazione in chiave verde del capitalismo, e in un ulteriore
> peggioramento delle sue condizioni di vita.
Un simile cambio di paradigma dovrà necessariamente passare dal tracciamento di
ponti che sopperiscano all’attuale frammentazione delle pratiche e dei
movimenti, ma prima ancora richiederà l’emergere di una narrazione collettiva
che possa risultare sia inclusiva che allettante, in particolare per quella
parte sempre più ampia di popolazione che oggi versa in condizioni di povertà e
marginalità. Persone che oggi, comprensibilmente, sono spaventate tanto dalla
crisi climatica quanto da una transizione iniqua che rischia di tradursi in una
riformulazione in chiave verde del capitalismo, e in un ulteriore peggioramento
delle loro condizioni di vita.
In un mondo che si avvia a essere sempre più esposto ai rischi, un primo passo,
secondo gli autori, è de-individualizzare il concetto di rischio:
> Dobbiamo pensare a nuovi modi di socializzare il rischio, basati
> sull’esperienza concreta delle condizioni materiali, e aprirci alla
> possibilità che i livelli accettabili di rischio emergano da interessi
> contrastanti, ciascuno riconosciuto come legittimo. […] Dovrebbe anche
> riuscire a trasformare il rischio da principio apolitico in qualcosa attorno a
> cui le persone possano unirsi in lotte collettive e solidarietà.
Quando parlano di “rischiare insieme”, Arvidsson e Luise non si riferiscono solo
all’antroposfera, e dunque agli esseri umani, l’ambizione è piuttosto quella di
fare rientrare nell’equazione tutti i viventi, non solo per ragioni di
principio, ma per una questione molto pratica: l’illusione di poter separare
l’essere umano dall’ambiente in cui vive non ha portato solo alla degradazione
degli ecosistemi, ma anche all’occultamento di tutte le interconnessioni che
rendono quegli ecosistemi vivi e funzionali.
In un mondo davvero compartimentalizzato non avremmo potuto prosperare. In un
mondo artificialmente compartimentalizzato rischiamo di non sopravvivere.
L'articolo Antropocene digitale di Adam Arvidsson e Vincenzo Luise proviene da
Il Tascabile.