Intervista a Chiharu Shiota, artista di Osaka protagonista della mostra "The
Soul Trembles", in esposizione al MAO di Torino, a cura di Davide Galipò
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A mmettiamo di voler scoprire cosa c’è dentro una cosa: prima però dobbiamo
aprirla. Aprire qualcosa senza romperla è già un problema non da poco,
immediatamente torna a pesarci sulla coscienza il monito di genitori preoccupati
dall’incuria con cui i bambini sfasciano qualsiasi confezione di un oggetto
nuovo. Ci sono invece spesso e volentieri delle linee privilegiate da
percorrere, linee attraverso cui le cose si lasciano aprire, linee tratteggiate,
giunture mobili. Sembrano rassicurarci, ma per aprire serve un taglio, come si
faceva una volta con la carta dei libri. E, una volta aperta, la cosa non potrà
che presentarsi come divisa. Alcune confezioni tentano di rimediare a
quest’effrazione con meccanismi apri/chiudi, ma sono tentativi posticci. Dunque
apriamo. Cosa c’è dentro? Ora che è di fronte a me non posso non notare
quell’insopportabile giuntura che tiene insieme i due lati in cui – ora che è
aperta – si è divisa, e che la divide in almeno due sezioni, due lati,
destra/sinistra, sopra/sotto, alto/basso. Come scegliere? Principio di nevrosi:
dubbio. Ma cosa c’è dentro? Non riesco a capire, devo avvicinarmi, è una trama
fittissima, devo avvicinarmi ancora di più per discernere le singole parti. Ci
sono finito dentro, mi ingloba, non riesco più a scorgerne i bordi. Dove inizio?
Dove finisce? Dove inizia? Dove finisco?
Il titolo è Murmur. Without Breaks (2015) ed è la prima opera che incontriamo
entrando nell’Accademia dei Lincei per visitare la mostra Mondi possibili di
Gianfranco Baruchello curata da Carla Subrizi presso Villa Farnesina a Roma. Si
tratta di una sagoma bianca di una testa semiaperta – simile a quella di un
manichino bidimensionale – che si potrebbe chiudere a pacchetto su sé stessa
grazie alla giuntura metallica che unisce i due lati. L’interno è parzialmente
segnato dalla minuta grafia che contraddistingue il tratto di Baruchello. Murmur
esemplifica bene ciò che troviamo al fondo dell’atteggiamento artistico di
Baruchello: tentare di produrre un’opera, e quindi un segno, una
rappresentazione, che includa in sé stessa il processo del suo farsi. Un’opera
che si possa tenere in bilico sul suo stesso margine facendosi supporto
dell’impossibilità di determinare i confini esatti di qualcosa che possa valere
da supporto stabile.
> Murmur esemplifica bene ciò che troviamo al fondo dell’atteggiamento artistico
> di Baruchello: tentare di produrre un’opera, e quindi un segno, una
> rappresentazione, che includa in sé stessa il processo del suo farsi.
Il mormorio indistinto, il balbettio, è quello che sente ed emette il bambino
prima di riuscire a modulare le prime parole che, come ha notato il linguista
Roman Jakobson, sono spesso effetto di una ripetizione minima: ma-ma, pa-pa,
(mur-mur). Un’unità minimale si isola e diventa riutilizzabile costituendo il
nucleo primordiale di un’articolazione, e segnando così il passaggio dal rumore
alla significazione. Il mormorio smette di mormorare per iniziare a parlare, ma
sotto ogni parola il mormorio continua. I gesti artistici di Baruchello hanno
l’obiettivo di farci percepire il movimento che sottende l’approdo a qualsiasi
conoscenza chiara e distinta. Movimento, processo, divenire, da cui la cosa non
può essere staccata, rispetto al quale è semmai una manifestazione superficiale
e in cui è sempre in procinto di precipitare di nuovo. I segni e le opere di
Baruchello si muovono, transitano, attraverso la significazione senza mai
cristallizzarsi in una forma specifica. Sono segni asignificanti che si sforzano
di rimanere parzialmente in contatto aderente con il divenire da cui emergono,
con quello spazio trascendentale neutro pensato da Bergson– maculato e
attraversato da crisi istantanee, da transizioni di fase – che non può mai
trovare posto sul terreno del divenuto.
Gianfranco Baruchello, Rilievo Ideale, 1965. Courtesy Fondazione
Baruchello/Alessia Calzecchi.
Potremmo pensare questo strato attraverso cui tutti gli altri strati transitano
soffermandoci sull’opera Rilievo Ideale (1965), collocata nella stanza
adiacente. Si tratta di un plastico di una porzione di territorio inizialmente
realizzato per un utilizzo scolastico. Su quest’oggetto Baruchello ha
distribuito uno strato uniforme di smalto bianco al fine di cancellare tutti i
segni che surcodificavano in direzioni specifiche il puro movimento orografico
della superficie. Prima di un qualsiasi utilizzo il territorio torna così a
essere soltanto una superficie di eventi di curvatura intrinseci e singolari.
Come spiega efficacemente il filosofo e designer deleuziano Bernard Cache, è
sempre richiesto un orientamento vettoriale e una cornice per poter inquadrare
un’inflessione singolare in modo da estrarre dei punti di massimo e minimo che
permettano di fare qualcosa a partire da quella singolarità.
L’architettura, intesa nel senso più ampio possibile, è proprio l’arte di
intercalare intervalli nel continuum del territorio per costruire frame di
probabilità. Confini, muri, finestre, piani, hanno l’obiettivo di levigare le
asperità e di rendere l’esterno disponibile a partire da un’interfaccia tramite
cui osservarlo, quantificarlo, dominarlo, familiarizzarlo. Lo ha reso bene
Georges Perec quando ha scritto che “lo spazio è ciò che arresta lo sguardo, ciò
su cui inciampa la vista: l’ostacolo: dei mattoni: un angolo, un punto di fuga:
lo spazio, è quando c’è un angolo, quando c’è un arresto, quando bisogna girare
perché si ricominci. Non ha nulla di ectoplasmatico, lo spazio; ha dei bordi, lo
spazio, non corre in tutti i sensi: fa di tutto affinché le rotaie delle
ferrovie si incontrino ben prima dell’infinito”.
> I segni e le opere di Baruchello si muovono, transitano, attraverso la
> significazione senza mai cristallizzarsi in una forma specifica. Sono segni
> asignificanti che si sforzano di rimanere parzialmente in contatto aderente
> con il divenire da cui emergono.
Ma nel Rilievo Ideale di Baruchello le interfacce sono disfunzionali: la prima è
quella innescata dalle crepe che incrinano la superficie dello smalto subito
dopo che si è asciugato, creando poligoni che intersecano in modo imprevedibile
la singolarità orografica. Su questo strato si sparpagliano poi qua e là i
tipici segni asignificanti: piccoli e incomprensibili, piuttosto che
allontanarci dalla superficie ci portano ad avvicinarci a essa il più possibile
nel tentativo inutile di decifrarli. Se pensiamo all’interfaccia come quel punto
di soglia in cui interno ed esterno possono rapportarsi a partire da un
diagramma specifico che li co-determina, allora questi segni – queste opere –
sono interfacce sospese, che indugiano nel tentativo di costruire
un’interfaccia, sono punti in cui esterno e interno tentano di comunicare
mostrando l’impossibilità di trovare un protocollo che gli permetterebbe di
comprendersi definitivamente.
Un’interfaccia sospesa è anche la Casa in fil di ferro (1975) collocata nella
sala del fregio. Si tratta letteralmente dello scheletro di una casa realizzato
in fil di ferro che nella sua paradossalità ci mostra il processo laborioso
attraverso cui tentiamo con le nostre abitazioni di piegare e striare l’esterno
codificando delle pratiche. Il fil di ferro è metafora di quel contorno minimo
che stacca interno ed esterno uno dall’altro, è il gesto minimo di informazione
dell’informe affinché qualcosa possa solidificarsi e sostenersi mantenendo una
propria forma specifica. In questo solido possiamo per di più entrare, e da
dentro incontrare l’esterno a partire da questa struttura insieme materiale e
trascendentale. Ma è una struttura esile, leggera, costruita e che quindi si
presenta anche come smontabile, rivedibile, nomade.
Gianfranco Baruchello, Una Casa in fil di ferro, 1975. Courtesy Fondazione
Baruchello/Alessia Calzecchi.
Il neutro sembra essere l’unico genere adatto ai gesti di Baruchello, ma non è
un neutro da intendere in modo fiacco. In questo seguiamo Barthes: il neutro è
ciò che elude il paradigma, laddove il paradigma è inteso come la molla che fa
scattare il senso sulla base di un conflitto e quindi “scegliere l’uno e
respingere l’altro, è sempre sacrificare al senso, produrre senso, darlo da
consumare”. Eludere il paradigma è allora “un’attività ardente, scottante”. Ma
come farlo? La strategia di Baruchello si avvicina a mettere il paradigma in uno
stato di variazione continua, a coglierlo nel suo continuo, laborioso,
artigianale farsi e disfarsi. La polarizzazione arriva a stento a isolarsi a
favore del passaggio, della transizione di fase, della trasduzione.
Questo neutro sembra in tensione con le pareti di Villa Farnesina affrescate
all’inizio del Cinquecento, tra gli altri, da Raffaello su commissione di
Agostino Chigi. Ma c’è una figura che torna spesso negli intermezzi tra una
scena affrescata e l’altra, nelle zone in cui la pittura incornicia le scene
vere e proprie creando illusori intermezzi architettonici. È la figura della
grisaille, ovvero di una scena dipinta sotto forma di scultura, e quindi dipinta
in scala di grigi. È chiaramente un altro circuito paradossale: la pittura, che
avrebbe tutti i colori a disposizione, si trova a dipingere qualcosa limitando
la sua tavolozza soltanto al grigio per far apparire quella scena come se fosse
non una pittura ma una scultura, quindi fatta per esempio di marmo o gesso.
> Se le grisaille rinascimentali entrano inaspettatamente in eco con l’arte di
> Baruchello è perché, come ha scorto giustamente Andrea Pinotti, esse pongono
> direttamente “la questione della possibilità della raffigurazione del simbolo
> neutro”.
Aby Warburg, nei suoi studi sul rapporto tra Rinascimento e antichità classica,
non ha mancato di notare l’importanza di questa figura intermedia. Per lui la
pittura al grigio era il sintomo della sopravvivenza e della migrazione delle
antiche forme classiche nelle rappresentazioni rinascimentali. Le forme
classiche, nonostante animassero dall’interno il Rinascimento, erano però
portatrici di un’energia troppo dirompente per lo scenario cristiano e hanno
trovato nell’espediente della grisaille un modo per essere rappresentate in una
forma come trattenuta. Un esempio che fa Warburg è quello delle citazioni
classiche della cappella di Francesco Sassetti a Firenze: “La posizione
iconologica di queste figure in chiaroscuro grigio è chiara […] esse rientrano
nella cerchia di quei simboli dell’equilibrio fra energie diverse, senza che sia
ancora concesso ad esse, costrette a rimanere come ombre sotto il Santo, anche
il privilegio di intervenire direttamente nel placido realismo del Ghirlandaio
fino a trasformare il suo stile mediante l’eloquenza mimica della loro virtus
romana”.
Gianfranco Baruchello, Il fiume, 1983, particolare. Courtesy Fondazione
Baruchello/Alessia Calzecchi.
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