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“Lenta manovra di sconvenienti vertigini”. Richard P. Blackmur, il critico-poeta
In un articolo pubblicato nel febbraio del 1978, piena pagina del “New York Times”, con ampio sfoggio d’ingegno, as usual, Harold Bloom sfodera una lista di Critic/Poet. > “In lingua inglese, la schiera dei critici-poeti è vasta, perfino > impressionante: Ben Jonson, Dryden, Samuel Johnson, Coleridge e Arnold sono > nomi che la maggior parte dei lettori ha bene in mente. Ruskin, Pater e Wilde > scrissero poesie in gioventù; saggiamente, preferirono infine dedicarsi alla > prosa. Forse soltanto Hazlitt, tra i maggiori critici del passato, non è mai > stato incline alla poesia”. Dilemma atavico, anche italico. Se molti poeti – da Dante a Ungaretti & Montale – sono stati anche critici, troppi critici si sono dati alla poesia. Ma poi: nasce prima il critico o il poeta? E poi: s’intende per critico chi opera in accademia – che fa dello studio della letteratura una professione – o chi professa sui giornali, di tanto in tanto? È equivalente il critico che lavora nel contemporaneo – eventualmente, indicando orizzonti di scelta all’editoria vigente – da quello che studia gli spettri del passato, fa ricerca nei bassifondi letterari?  Inquietanti questioni. Inutili. In fondo, ciò che conta, al di là del pedigree del poeta – che sia critico o idraulico, accademico o accattone –, è l’opera, la poesia.  Nel suo articolo – di smaliziata crudeltà – Harold Bloom intende colpire un collega, all’epoca ben più noto di lui. Ai lettori di queste coste il nome di Richard Palmer Blackmur – impalmato da Saul Bellow in un dimenticato, bellissimo romanzo: Il dono di Humboldt – risulterà per lo più ignoto: nato a Springfield, Massachussetts, nel 1904, pressoché autodidatta – cacciato da scuola quindicenne, frequentò senza ottenere laurea alcuni corsi a Harvard –, fu un prof leggendario a Princeton. Tra i suoi seguaci vanno citati W.S. Merwin e John Berryman; fu tra i pochi a riconoscere il talento di Delmore Schwarz, che non ebbe tema di imitarne i modi lirici. Richard P. Blackmur fu in effetti un pioniere in poetica: adorava il ‘parlare chiuso’, si trincerava in un simbolismo spesso incomprensibile ai più, scrisse poesie, di sinistra sapienza. Nel 1958 le Edizioni del Triangolo di Milano uscirono con una raffinatissima edizione delle Poesie di Blackmur con immagini di Serio Romiti e versioni di Alfredo Rizzardi, gran traduttore di Pound, Melville e William Carlos Williams.  Non erra dal vero Harold Bloom quando scrive che la poesia di Blackmur “deriva” da quella dei suoi lari – Yeats, Pound, Eliot – e che come critico-poeta è meno efficace di due straordinari critici-poeti, Allen Tate e Robert Penn Warren (più forti come poeti che come critici). “Blackmur, un critico certamente più possente di Tate e Warren, ha fallito come poeta, vittima del potere ideologico della propria prosa”. Potremmo dire lo stesso di Bloom: poderoso critico letterario, fallì miseramente – nel 1979 – quando si diede al romanzo; The Flight to Lucifer è un fantasy irrilevante. Al contrario, però, l’opera poetica di Blackmur – risolta in tre libri: From Jordan’s Delight, 1937, The Second World, 1942 e The Good European, 1947 – ha una autorevolezza, una stazza, a tratti interessante, autonomia d’indagine, l’estro degli estranei alle mode. “A Master of Close Reading” lo ha definito Harry Marten in un altro articolo uscito sul “New York Times”, era il 1986: potremmo mutuare il claim per recintare la poesia di Blackmur, dal talento scorbutico, ostile alla facile lettura, per questo dal fascino sciamanico.  Attraverso una serie di scritti critici – quelli sì, “ancora influenti, figura di un potere carismatico nel mondo letterario, di un prestigio che sempre si riabilita”, scrive Bloom – presto necessari (The Double Agent, 1935; Language as Gesture, 1952; The Lion and the Honeycomb, 1955; e il postumo A Primer of Ignorance, 1967), Blackmur si insinua in un lignaggio che riguarda Henry James e Henry Adams, Thomas S. Eliot e Hart Crane, André Gide e Wallace Stevens. Tra tutti, preferiva Thomas Mann, cioè un’etica dell’alta borghesia, il conservatore setacciato dallo stigma dell’arte. In sostanza, Blackmur tentò di sintetizzare la ragione con la mania: da qui non soltanto il precipizio poetico, ma una poetica della critica, o meglio, l’idea che l’arte della critica letteraria possa evolvere in letteratura. Questo piaceva a Bloom (perché, intimamente, lo riguardava): > “Come critico, Blackmur eguaglia i suoi adorati poeti e romanzieri, > costringendoli a una risposta energica, che pochi altri esegeti hanno saputo > esigere con tale possanza”.  Segue la domanda sibillina, “perché dunque una mente letteraria tanto sofisticata e sapiente poté ingannarsi in merito alla propria vocazione?”. Vezzi da vecchi duellanti. Le poesie riprodotte in calce all’articolo – di cui devo il merito all’arguzia di Paolo Masetti – dimostrano che il critico possiede gli alti gradi del poeta. Certo: in Blackmur il verso ha l’ardore del miracolo, del velo strappato, del dio meridiano che irrompe e scuote divani e tinelli. Un desiderio di apocalisse imminente intride il suo dire, oscuro come una profezia di Gioacchino da Fiore. Dei Poems of R. P. Blackmur – raccolti nel 1978 dalla Princeton University Press – Allen Tate scrisse che v’erano “alcuni tra i versi più influenti scritti nella prima metà del secolo”; a nessuno venne in mente di riprodurli ancora – si chiudeva un’epoca, si andava verso altri lidi lirici. Leggere oggi Blackmur, icona eretica del New Criticism, potrebbe servire per capire dove vanno gli States, dunque che ne sarà di noi.  Nel 1968, sulla rivista “Commentary”, Morris Dickstein scrisse che > “In un tempo in cui abbiamo sostenitori del Nuovo a ogni costo a ogni angolo > della strada, intellettuali che sostengono che sia arte ogni cosa che si fa > ‘con animo aperto’, Blackmur, voce che proviene da una cultura letteraria > arcaica e arcana, che pensavamo archiviata, ci ricorda che l’arte esige, per > lo meno, la disciplina dell’intelligenza, la gioia del ferreo giudizio”.  Il sentimento non conta in letteratura; vale il sentire, quella natura da rabdomanti del verbo; vale la mente e i perigli dello spirito. Quanto al cuore – miniera del male – lo si elevi sulla picca, perché se ne picchino i condor, sauri dell’aria. *** Tutto fiorisce Qui fiorisce il fagiolo e il baccello  qui nulla che l’uomo salva serba il proprio essere; la ragione luccica tra il verde e l’azzurro oltre la secca, al largo, l’oscurità vince sull’oceano.  I poveri dentro di noi vagano sulla scogliera, fissano con il secondo occhio l’orizzonte, meri accattoni del mare. Il sole brucia la carne ma il midollo è il vento; i gabbiani ci superano, la sterna è ordinaria; urla il legnoso tordo tra torbide betulle, le folli. Il torsolo è abbastanza freddo da erompere in ardore! Nessun riparo, qui, nessuna tana che si autoriscaldi finché i polmoni rollano l’oceanico soffio.  Certo è il tempo, visibile il mutamento: la pietra minaccia metamorfosi sgretola l’interiorità dei monti e nelle nostre orecchie rantola il lamento del mare. Questo deve sopportare il nostro cuore inflessibile: quiete solare, quiete terrestre, nell’ora senza fiato. Qui gli uomini indossano il blu il colore della fusione, ombra dell’unisono, il colore del nulla raddoppiato, ora reale il colore degli dèi quando vengono distrutti: il colore del soccorso e del miraggio, tranello e trincea, i corvi della morte, in ritardo, sempre.  * Scarabei ai vivi I O marinaio, dimmi perché, benché nell’ebbrezza marina del tuo sguardo non scorga nulla di morto né di moribondo qualcosa di irriflesso ribolle una speranza nel cuore, l’angoscia nell’anima.  II Per meditare sulla tigre, distogli lo sguardo dall’antico passato d’uomo; oltre la gabbia, il piccione ha trono nell’urna e al di là del piccione crepita il crepuscolo: lì, risoluto, scovi un invisibile covo.  III Posa la mano come fosse arpa: l’altra diventi strana alla tua mente; che gli estranei si incontrino. Solo un folle o un passionale crede che perdere sia schiocco di sangue, che il freddo si scaldi, il caldo dia in gelo.  IV In tale silenzio, foglia dopo foglia si denudano, come ossa, le betulle; il beccaccino vola spaventato, il vento vela i boschi mentre io, solo,  odo il mio volo immobile nella pietra.  V Oltre il calore, nel rinnovato amore, oltre lo splendore, la freddezza della primavera, che nella sua vecchiaia pare immobile, il fermo conteggio della volontà indifesa in cui moriamo. Conservo ancora i guanti dello scorso inverno.   VI Oh, il candore del grembo,  privo di spazio e di tempo senza speranze nelle segrete. Ora esistono amore e lavoro, un lato dell’onestà, mietitrici della virtù. VII La cincia non è come l’airone trampoliere che caccia nelle pozze e strilla in fuga come gli sciocchi; la cincia ha parola che serba il caldo nel vocalico fondo, quando estate si fredda VIII ed è lenta invasione, verbo segue verbo, del sonno sull’audace mente, lenta manovra di sconvenienti vertigini da cui dedurre la malattia dall’ordito dell’ordine, precipizio di nevi nel sonno.  IX Calma il sé, silenzio sboccia come primavera: l’abisso della luce, densa saturazione dell’ombra – passa la nube e la vita è verde, arde, divora la morte nel grido, e la stagione ronza e tutto batte le ali.   * Domenica, il mare fa mattutino, canta Venite e Kyrie, sfocia l’Amen sulla fluente tonaca indossò una stola scintillante, resa al sole. Verso mezzogiorno l’alta marea, badessa salata, si ribellò alle formalità del Sanctus, ordì una pesante beffa a Dio, e io, prima di rendermene conto, vidi nell’onda l’altare del Signore.  Queste sono le esequie a cui penso di continuo.  Richard P. Blackmur *In copertina: Andrew Wyeth, Turkey Pond, 1944 L'articolo “Lenta manovra di sconvenienti vertigini”. Richard P. Blackmur, il critico-poeta proviene da Pangea.
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