“È la generazione, attraverso modelli, di un reale privo di origine o di realtà:
un iper reale. Il territorio non precede più la mappa, né le sopravvive. È
tuttavia la mappa che precede il territorio -la precessione dei simulacri- a
generare il territorio”, Jean Baudrillard, “Simulacres et Simulation”, 1981.
Jorge Luis Borges racconta di un antico impero in cui l’arte della cartografia
si sviluppa sino al punto in cui i geografi imperiali pretendono che la mappa di
una provincia occupi un’intera città. Questa deriva li porta, alla fine, a
ritenere che l’unica mappa accettabile sia quella uno a uno, perché capace di
dar conto dei dettagli di un impero tanto grande e meraviglioso. La mappa viene
creata e sovrapposta a coprire il territorio. Il delirio collettivo si conclude
solo con la generazione successiva: gli eredi dei cartografi si rendono conto
che una mappa del genere non ha alcuna utilità e l’abbandonano al suo destino.
Scrive Borges: “Nei deserti dell’Ovest restano ancora lacere rovine della mappa,
abitate da animali e mendicanti; nell’intero Paese non vi sono altre reliquie
delle discipline geografiche”. L’effetto collaterale dell’abbandono della mappa
è la distruzione, con essa, delle discipline geografiche. Non a caso un effetto
assai simile a quanto accaduto nei due precedenti “inverni dell’Ai” seguiti
all’entusiasmo acritico degli anni Cinquanta e poi degli anni Ottanta. Dopo lo
sversamento all’esterno dei laboratori di ricerca dei modelli linguistici
seguito al lancio di ChatGPT, informatica e politica sembrano preda di un
pensiero molto simile a quello dei cartografi del racconto di Borges. La sana
fiducia nell’utilità di modelli matematici per predire il comportamento del
mondo fisico si è tramutata in fede cieca e assoluta. Secondo le imprese della
Silicon Valley (e i loro protettori alla Casa Bianca) dovremmo prendere questi
modelli a nostra “mappa del mondo”, per orientarci nel prendere decisioni
importanti, soprattutto in emergenza. In effetti l’intento dei ricercatori che
hanno creato questi modelli linguistici è davvero molto simile a quello dei
cartografi del racconto. Il procedimento di ottimizzazione del modello,
ribattezzato addestramento, produce un “riassunto per sommi capi” di tutti i
dati in mano al ricercatore che lo crea. Queste tecniche fanno parte della
famiglia delle compressioni con perdita, di cui fa parte anche l’algoritmo per
ridurre le dimensioni di un file musicale al formato .mp3. Nel formato
“riassunto” (detto “il modello”) i dati meno comuni sono sottorappresentati,
mentre quelli più comuni sono sovrarappresentati, producono quindi una
simulazione distorta della realtà, un po’ come le mappe geografiche sono
infedeli rispetto alle vere dimensioni dei Paesi (anche se per un motivo
differente). Questo è uno dei sensi della frase “un modello linguistico funziona
probabilisticamente”: le situazioni più comuni vengono rappresentate meglio di
quelle rare. Detto questo, l’utilità di imbarcarsi in tale procedimento di
ottimizzazione è che una volta “trasformati i dati in modello” possiamo provare
ad accedervi attraverso prompt (ossia “sollecitazioni”) scritte nel nostro
linguaggio. Se poi trascuriamo la perdita e fingiamo che il modello sia una
simulazione fedele del mondo esterno potremmo risparmiare tempo, aumentare la
produttività e risolvere problemi che, nel mondo reale, potrebbero richiedere
tempi e risorse irragionevoli. Purtroppo, però, la perdita non solo non è
trascurabile, a seconda dei casi -come vedremo- può essere una questione di vita
o di morte. Nel trascurare la perdita si trasforma -come scrive il filosofo Jean
Baudrillard- una simulazione in simulacro. Questo significa, per continuare a
usare la metafora del racconto, pretendere di sostituire la mappa al territorio.
Questa fallacia sarebbe rimasta confinata nel mondo della matematica astratta se
le imprese della Silicon Valley non avessero un bisogno disperato di farci usare
questa tecnologia per poter ripagare, almeno in parte, gli enormi investimenti
al buio fatti dalla Borsa statunitense. Ma il costo di questi sistemi è talmente
sproporzionato da non potersi ripagare grazie al mercato. È una tecnologia che
può sopravvivere solo alle grasse commesse pubbliche, meglio se militari. Ecco
perché, il 25 febbraio di quest’anno, il segretario alla Guerra del governo
Trump, Pete Hegseth, ha lanciato un ultimatum ad Anthropic: rimuovere entro 48
ore ogni restrizione al suo Claude (uno dei maggiori modelli linguistici di
grandi dimensioni dopo ChatGPT) o perdere il contratto di fornitura con il
Pentagono. La risposta di Anthropic è stata negativa e il contratto è stato
rescisso, aprendo le porte alla concorrente OpenAI, i cui vertici sono
entusiasti sostenitori economici della campagna di Trump. La richiesta del
Pentagono era rendere possibile “ogni uso lecito”: una definizione volutamente
ambigua, che avrebbe aperto la strada ai sistemi d’arma automatici (inclusi
quelli atomici), così come ai sistemi di sorveglianza della popolazione civile,
senza alcun controllo da parte della magistratura. La mossa era da attendersi,
visto il memorandum rilasciato solo un mese prima, che imponeva al dipartimento
della Guerra una politica “Ai first” con diktat su come potenziare lo sviluppo e
la sperimentazione di agenti per la gestione delle operazioni di combattimento e
il supporto decisionale basati sull'Ai, dalla pianificazione della campagna
all'esecuzione della “kill chain” Un linguaggio da far accapponare la pelle, il
cui significato è fin troppo chiaro: prevedere l’uso di modelli linguistici per
calcolare gli obiettivi (come già fatto da Israele), arrivando a creare una kill
chain, ossia una catena di montaggio degli omicidi automatizzati. Il software
utilizzato per questa operazione? Il modello Claude, di Anthropic. Quindi,
l’azienda che -almeno in apparenza- si sta coraggiosamente scontrando con il
“cattivo” Hegseth per imporgli limiti sugli usi più scandalosi dell’Ai ha già,
nei fatti, violato quei limiti che dichiara di voler presidiare. Questo
apparente ossimoro è facilmente spiegato: una volta creati sistemi in grado di
uccidere senza intervento umano, sperare che vengano “usati bene” grazie
all’etica dell’utilizzatore è, per l’appunto, una pia speranza. È necessario
intervenire prima, avendo il coraggio di bandire alcune tecnologie. A questo
punto il bombardamento della scuola Minab il 28 febbraio 2026 -con le sue 175
vittime, in maggioranza bambine- assume l’aspetto di una terrificante
conseguenza logica. Secondo i giornalisti investigativi statunitensi l’ipotesi
più probabile è che Claude abbia commesso un errore: o per mancanza di
sufficienti dati (le cosiddette “allucinazioni”), o perché i dati con cui era
stato ottimizzato non erano stati aggiornati. A quel punto il bombardamento ha
cancellato la scuola dall’isolato occupato in larga parte da un edificio della
marina militare, eguagliando il territorio alla mappa, come preteso dai creatori
di Claude. Altrettanto conseguente pare, a questo punto, l’ultima notizia di cui
vogliamo dare atto: il regime iraniano ha dichiarato che dal primo di aprile di
quest'anno considera le sedi di 18 aziende high tech statunitensi che può
raggiungere con i suoi sistemi di bombardamento “obbiettivi legittimi”, a meno
che il governo Usa non cessi i suoi attacchi. Forse l’idea di non sviluppare
tecnologia militare, come prevedeva il regolamento originale di Google, non era
solo una scelta etica. Era soprattutto una scelta saggia. “Scatole oscure.
Intelligenza artificiale e altre tecnologie del dominio” è una rubrica a cura di
Stefano Borroni Barale. La tecnologia infatti è tutto meno che neutra. Non è un
mero strumento che dipende unicamente da come lo si usa, i dispositivi tecnici
racchiudono in sé le idee di chi li ha creati. Per questo le tecnologie “del
dominio”, quelle che ci propongono poche multinazionali, sono quasi sempre
costruite come scatole oscure impossibili da aprire, studiare, analizzare e,
soprattutto, cambiare. Ma in una società in cui la tecnologia ha un ruolo via
via più dispositivo (e può quindi essere usata per controllarci) aprire e
modificare le scatole oscure diventa un esercizio vitale per la partecipazione,
la libertà, la democrazia. In altre parole: rompere le scatole è un atto
politico. Stefano Borroni Barale (1972) è laureato in Fisica teorica presso
l’Università di Torino. Inizialmente ricercatore nel progetto EU-DataGrid (il
prototipo del moderno cloud) all’interno del gruppo di ricerca dell’Istituto
nazionale di fisica nucleare (Infn), ha lasciato la ricerca per lavorare nel
programma di formazione sindacale Actrav del Centro internazionale di formazione
dell’Ilo. Oggi insegna informatica in una scuola superiore del torinese e, come
membro di Circe, conduce corsi di formazione sui temi della Pedagogia hacker per
varie organizzazioni, tra cui il ministero dell’Istruzione. Sostenitore del
software libero da fine anni Novanta, è autore per Altreconomia di “Come passare
al software libero e vivere felici” (2003), una delle prime guide italiane su
Linux e altri programmi basati su software libero e “L’intelligenza inesistente.
Un approccio conviviale all’intelligenza artificiale” (2023). © riproduzione
riservata
L'articolo “Del rigore nella scienza”: Borges, Anthropic e gli effetti della
fede cieca in mappe infallibili proviene da Altreconomia.
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Dopo un anno di rinvii e anticipazioni a effetto, la nuova creatura di OpenAI è
finalmente qui. Ed è un flop. La delusione dei fan della società di Altman è
talmente grande che alcuni, dopo nemmeno 24 ore, hanno ottenuto il ripristino
della versione precedente perché, secondo loro, “è meglio di quella nuova”. Nel
tentativo di correre ai ripari, Sam Altman arriva a pronunciare la parola
proibita: “bolla”. Che cosa ci aspetta? La rubrica di Stefano Borroni Barale
L'articolo ChatGPT-5 è qui. Ed è esattamente come ce lo aspettavamo proviene da
Altreconomia.
La definizione moderna di Intelligenza artificiale (IA) si basa su idee vecchie
di settant’anni. Infatti, quando Elon Musk e compagni parlano di IA, si
riferiscono a delle tecnologie in grado di superare il famoso test di Turing,
altrimenti noto come “gioco dell'imitazione”. Alan Turing, in un fondamentale
articolo del 1950, propone un esperimento mentale: chiudere in due diverse
stanze un uomo e la sua “macchina di Turing”, permettendo a un esaminatore di
interrogarle solo dall'esterno attraverso una tastiera; l'uomo avrebbe dovuto
cercare di aiutare l’esaminatore, la macchina cercare di ingannarlo. La macchina
avrebbe vinto se fosse riuscita a convincere l’esaminatore di essere una
persona, unicamente rispondendo per iscritto alle sue domande. All'epoca una
condizione del genere sembrava davvero molto difficile da realizzare, ma oggi,
settant’anni di evoluzione tecnologica dopo, sembra un traguardo alla portata di
software come ChatGPT. Al tempo stesso il web è pieno di fallimenti al test da
parte di ChatGPT: vuoi per “allucinazioni” (risposte completamente fuori tema),
vuoi per errori grossolani (anche in operazioni banali); in ogni caso tali da
rivelare la vera natura della macchina, ancora ben lontana dall’essere
intelligente. Macchine senzienti e altre credenze tecno-magiche Se invece
prendiamo per buona la definizione di “intelligenza” data da Turing, sorvolando
sulla riduzione dell’intelligenza alla capacità di operare in maniera
soddisfacente con i simboli dell’alfabeto senza investigare sulla capacità della
macchina di “comprendere il senso” di tali simboli, otteniamo la ferma
convinzione dell'esistenza -qui e ora- di macchine senzienti. È in questo
contesto che si colloca la lettera: un contesto in cui è normale parlare, con
assoluta convinzione, dell’ipotesi di fondere l’uomo con le macchine per
conseguire la vita eterna (transumanesimo) o del rischio di una “apocalisse
delle macchine” in cui queste, come in “Matrix” o “Terminator”, sarebbero pronte
a mettere fine alla nostra esistenza sul Pianeta, dopo averci superato
nell’evoluzione (singolarismo). La guerra per l’IA Com’è possibile, dunque, che
da un consesso così smaccatamente tecno-entusiasta venga un monito a riflettere
e procedere con calma, democratizzando la tecnologia? Per comprenderlo bisogna
mettere insieme diversi pezzi di un puzzle complesso. Anzitutto Elon Musk aveva
tentato, nel 2018, di scalare OpenAI e prenderne il controllo, senza successo.
In quel momento è nata la collaborazione che ha portato l’azienda di Sam Altman
nell’orbita di Microsoft. Infatti, Bill Gates si è sentito in dovere di
intervenire prontamente in un campo che non dovrebbe più interessarlo, per
rispondere che “una moratoria non cambierebbe la sostanza del problema”. Questo
fa pensare che le vere motivazioni abbiano a che fare con uno “scontro al
vertice” tra colossi come Microsoft, l’emergente impero di Musk, Meta (che ha da
poco lanciato la sua versione “open source” di GPT, chiamata LLaMA ) e Google
con il suo Bard. In tale ottica una “moratoria” avrebbe chiaramente l’effetto di
dare un po’ di fiato a chi, come Musk, sta rincorrendo, e ridurre il vantaggio
che OpenAI ha conquistato grazie ai pesanti investimenti di Microsoft. E qui da
noi? Per una volta l’Italia è in prima fila. Il 30 marzo il Garante per la
protezione dei dati personali, organo collegiale usualmente rappresentato
pubblicamente dall’avvocato Guido Scorza, ha notificato a OpenAI la violazione
di diversi principi del Regolamento generale per la protezione dei dati (Reg.
679/2016, acronimo “Gdpr”). I punti più delicati sollevati dal Garante sono
quelli relativi al fatto che, dall’informativa scritta da OpenAI, non risultava
abbastanza chiaro il fatto che le conversazioni intrattenute con il bot
sarebbero state utilizzate per alimentare l’IA, la mancanza di efficaci metodi
per limitare l’accesso ai minori di 13 anni e, infine, la cosa più grave: il
fatto che ChatGPT restituisca dati personali uniti a informazioni false, per
esempio nella costruzione di biografie personali. Questo è un punto chiave per
OpenAI, giacché correggere questo tipo di errori è costoso, in quanto necessita
intelligenza umana, come mostrato nella primissima fase della creazione di
ChatGPT-3, quando un piccolo esercito di operatori del Kenya è stato assunto per
addestrare il modello grezzo. Sottopagato. Il richiamo dava tempo all’azienda 20
giorni (prolungabili) per rispondere e mettersi in regola. OpenAI ha invece
optato per la linea di scontro frontale: chiudere l’accesso al suo sito in
Italia e diffondere la vulgata secondo la quale il “Garante, nemico
dell’innovazione, ha chiuso OpenAI in Italia”. Falso, visto che la versione
precedente è ancora integrata in Bing, a dimostrazione che non è in atto alcuna
caccia alle streghe, semmai il primo serio tentativo di fare un passo concreto
verso l’apertura di un indispensabile e urgente dibattito su questi temi. Entro
fine 2023 è attesa la promulgazione della direttiva europea sull’IA che, pur se
“annacquata” rispetto al testo originale, potrebbe risultare una risorsa utile
per chi spinge verso una tecnologia più partecipata. La direttiva prevede
infatti che nelle cause per danni generate da questa nuova tecnologia, l’onere
della prova sia in carico all’azienda che fornisce il servizio e non al
danneggiato. Dunque, nessun pericolo? Se l’allarme lanciato dalla Silicon Valley
è come minimo prematuro (se mai avremo una Intelligenza artificiale generalista
- Agi è molto difficile che sia nel prossimo secolo), questo non significa che
l’IA sia sicura. Negli ultimi tre anni in molti hanno descritto i notevoli
problemi che l’IA, e le tecnologie in generale, possono causare ai diritti
umani, alla società e al mondo del lavoro. Penso ad accademici come Dan
McQuillan, Kate Crawford e Teresa Numerico, ad hacker come Carlo B. Milani e ad
attivisti digitali come Max Schrems, “responsabile” delle due sentenze europee
che portano il suo nome e che stanno mettendo i bastoni tra le ruote
all’applicazione dell’IA nella scuola, con progetti finanziati da Google e Meta
e, purtroppo, anche dai fondi del Piano nazionale di ripresa e resilienza
(Pnrr). Tali fondi, infatti, rischiano di andare a consolidare la presenza di
piattaforme come Google Workspace for Education, che sta raccogliendo
-nell’inconsapevolezza generale- i dati necessari a costruire la prossima IA
educativa, che dovrebbe sostituire i docenti nei piani di Google e Meta. Per
scongiurare questo scenario si sono mobilitate sia Assoli (l’Associazione per il
software libero), che ha scritto al governo per ottenere che le scuole si dotino
di piattaforme libere, sia il sindacato della scuola Cub Sur che ha lanciato una
campagna segnalando, oltre alle note problematiche di privacy e trasparenza,
anche la violazione dello Statuto dei lavoratori operata sistematicamente da
Google. L’IA di oggi è una tecnologia che lavora alacremente all’allargamento
della disparità sociale ed economica e al suo consolidamento in apparati rigidi,
regolati dalle macchine. Alcuni esempi: la tecnologia di riconoscimento facciale
utilizzata come arma contro i migranti, gli algoritmi di assegnazione delle
commesse che rendono la vita dei rider un’esperienza che ricorda lo schiavismo e
l’algoritmo delle graduatorie provinciali per le supplenze che da due anni priva
gli allievi più fragili, ossia persone con disabilità e Bes, delle loro figure
di riferimento, spedendo i professori precari in una girandola di cattedre che
non li vede mai ritornare nella stessa scuola, al contrario di quanto avveniva
con le nomine in presenza. Alla luce di questa realtà viene naturale pensare che
tutto questo gridare “al lupo, al lupo” nella direzione di un pericolo ipotetico
nel futuro, abbia come effetto collaterale di togliere attenzione ai danni reali
nel presente. Stefano Borroni Barale, classe 1972, è fisico teorico.
Inizialmente ricercatore nel progetto Eu-DataGrid (per Infn To), dopo otto anni
nella formazione sindacale internazionale e una (triste) parentesi nel privato,
oggi insegna informatica in un Iti del torinese. Sostenitore del software libero
da fine anni 90, è autore per Altreconomia del manuale di liberazione
informatica "Come passare al software libero e vivere felici" (edito nel 2003).
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L'articolo Intelligenze pericolose domani? Disparità sociali ed economiche oggi
proviene da Altreconomia.