L’authority italiana chiede alle società cinesi una risposta entro 20 giorni.
Il Garante per la protezione dei dati personali ha inviato una richiesta di
informazioni a Hangzhou DeepSeek Artificial Intelligence e a Beijing DeepSeek
Artificial Intelligence, le società che forniscono il servizio di chatbot
DeepSeek, sia su piattaforma web che su App. E’ quanto si legge in una nota
dell’autorità che ha valutato «l’eventuale alto rischio per i dati di milioni di
persone in Italia».
Il Garante «ha chiesto alle due società e alle loro affiliate di confermare
quali siano i dati personali raccolti, da quali fonti, per quali finalità, quale
sia la base giuridica del trattamento, e se siano conservati su server collocati
in Cina».
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La definizione moderna di Intelligenza artificiale (IA) si basa su idee vecchie
di settant’anni. Infatti, quando Elon Musk e compagni parlano di IA, si
riferiscono a delle tecnologie in grado di superare il famoso test di Turing,
altrimenti noto come “gioco dell'imitazione”. Alan Turing, in un fondamentale
articolo del 1950, propone un esperimento mentale: chiudere in due diverse
stanze un uomo e la sua “macchina di Turing”, permettendo a un esaminatore di
interrogarle solo dall'esterno attraverso una tastiera; l'uomo avrebbe dovuto
cercare di aiutare l’esaminatore, la macchina cercare di ingannarlo. La macchina
avrebbe vinto se fosse riuscita a convincere l’esaminatore di essere una
persona, unicamente rispondendo per iscritto alle sue domande. All'epoca una
condizione del genere sembrava davvero molto difficile da realizzare, ma oggi,
settant’anni di evoluzione tecnologica dopo, sembra un traguardo alla portata di
software come ChatGPT. Al tempo stesso il web è pieno di fallimenti al test da
parte di ChatGPT: vuoi per “allucinazioni” (risposte completamente fuori tema),
vuoi per errori grossolani (anche in operazioni banali); in ogni caso tali da
rivelare la vera natura della macchina, ancora ben lontana dall’essere
intelligente. Macchine senzienti e altre credenze tecno-magiche Se invece
prendiamo per buona la definizione di “intelligenza” data da Turing, sorvolando
sulla riduzione dell’intelligenza alla capacità di operare in maniera
soddisfacente con i simboli dell’alfabeto senza investigare sulla capacità della
macchina di “comprendere il senso” di tali simboli, otteniamo la ferma
convinzione dell'esistenza -qui e ora- di macchine senzienti. È in questo
contesto che si colloca la lettera: un contesto in cui è normale parlare, con
assoluta convinzione, dell’ipotesi di fondere l’uomo con le macchine per
conseguire la vita eterna (transumanesimo) o del rischio di una “apocalisse
delle macchine” in cui queste, come in “Matrix” o “Terminator”, sarebbero pronte
a mettere fine alla nostra esistenza sul Pianeta, dopo averci superato
nell’evoluzione (singolarismo). La guerra per l’IA Com’è possibile, dunque, che
da un consesso così smaccatamente tecno-entusiasta venga un monito a riflettere
e procedere con calma, democratizzando la tecnologia? Per comprenderlo bisogna
mettere insieme diversi pezzi di un puzzle complesso. Anzitutto Elon Musk aveva
tentato, nel 2018, di scalare OpenAI e prenderne il controllo, senza successo.
In quel momento è nata la collaborazione che ha portato l’azienda di Sam Altman
nell’orbita di Microsoft. Infatti, Bill Gates si è sentito in dovere di
intervenire prontamente in un campo che non dovrebbe più interessarlo, per
rispondere che “una moratoria non cambierebbe la sostanza del problema”. Questo
fa pensare che le vere motivazioni abbiano a che fare con uno “scontro al
vertice” tra colossi come Microsoft, l’emergente impero di Musk, Meta (che ha da
poco lanciato la sua versione “open source” di GPT, chiamata LLaMA ) e Google
con il suo Bard. In tale ottica una “moratoria” avrebbe chiaramente l’effetto di
dare un po’ di fiato a chi, come Musk, sta rincorrendo, e ridurre il vantaggio
che OpenAI ha conquistato grazie ai pesanti investimenti di Microsoft. E qui da
noi? Per una volta l’Italia è in prima fila. Il 30 marzo il Garante per la
protezione dei dati personali, organo collegiale usualmente rappresentato
pubblicamente dall’avvocato Guido Scorza, ha notificato a OpenAI la violazione
di diversi principi del Regolamento generale per la protezione dei dati (Reg.
679/2016, acronimo “Gdpr”). I punti più delicati sollevati dal Garante sono
quelli relativi al fatto che, dall’informativa scritta da OpenAI, non risultava
abbastanza chiaro il fatto che le conversazioni intrattenute con il bot
sarebbero state utilizzate per alimentare l’IA, la mancanza di efficaci metodi
per limitare l’accesso ai minori di 13 anni e, infine, la cosa più grave: il
fatto che ChatGPT restituisca dati personali uniti a informazioni false, per
esempio nella costruzione di biografie personali. Questo è un punto chiave per
OpenAI, giacché correggere questo tipo di errori è costoso, in quanto necessita
intelligenza umana, come mostrato nella primissima fase della creazione di
ChatGPT-3, quando un piccolo esercito di operatori del Kenya è stato assunto per
addestrare il modello grezzo. Sottopagato. Il richiamo dava tempo all’azienda 20
giorni (prolungabili) per rispondere e mettersi in regola. OpenAI ha invece
optato per la linea di scontro frontale: chiudere l’accesso al suo sito in
Italia e diffondere la vulgata secondo la quale il “Garante, nemico
dell’innovazione, ha chiuso OpenAI in Italia”. Falso, visto che la versione
precedente è ancora integrata in Bing, a dimostrazione che non è in atto alcuna
caccia alle streghe, semmai il primo serio tentativo di fare un passo concreto
verso l’apertura di un indispensabile e urgente dibattito su questi temi. Entro
fine 2023 è attesa la promulgazione della direttiva europea sull’IA che, pur se
“annacquata” rispetto al testo originale, potrebbe risultare una risorsa utile
per chi spinge verso una tecnologia più partecipata. La direttiva prevede
infatti che nelle cause per danni generate da questa nuova tecnologia, l’onere
della prova sia in carico all’azienda che fornisce il servizio e non al
danneggiato. Dunque, nessun pericolo? Se l’allarme lanciato dalla Silicon Valley
è come minimo prematuro (se mai avremo una Intelligenza artificiale generalista
- Agi è molto difficile che sia nel prossimo secolo), questo non significa che
l’IA sia sicura. Negli ultimi tre anni in molti hanno descritto i notevoli
problemi che l’IA, e le tecnologie in generale, possono causare ai diritti
umani, alla società e al mondo del lavoro. Penso ad accademici come Dan
McQuillan, Kate Crawford e Teresa Numerico, ad hacker come Carlo B. Milani e ad
attivisti digitali come Max Schrems, “responsabile” delle due sentenze europee
che portano il suo nome e che stanno mettendo i bastoni tra le ruote
all’applicazione dell’IA nella scuola, con progetti finanziati da Google e Meta
e, purtroppo, anche dai fondi del Piano nazionale di ripresa e resilienza
(Pnrr). Tali fondi, infatti, rischiano di andare a consolidare la presenza di
piattaforme come Google Workspace for Education, che sta raccogliendo
-nell’inconsapevolezza generale- i dati necessari a costruire la prossima IA
educativa, che dovrebbe sostituire i docenti nei piani di Google e Meta. Per
scongiurare questo scenario si sono mobilitate sia Assoli (l’Associazione per il
software libero), che ha scritto al governo per ottenere che le scuole si dotino
di piattaforme libere, sia il sindacato della scuola Cub Sur che ha lanciato una
campagna segnalando, oltre alle note problematiche di privacy e trasparenza,
anche la violazione dello Statuto dei lavoratori operata sistematicamente da
Google. L’IA di oggi è una tecnologia che lavora alacremente all’allargamento
della disparità sociale ed economica e al suo consolidamento in apparati rigidi,
regolati dalle macchine. Alcuni esempi: la tecnologia di riconoscimento facciale
utilizzata come arma contro i migranti, gli algoritmi di assegnazione delle
commesse che rendono la vita dei rider un’esperienza che ricorda lo schiavismo e
l’algoritmo delle graduatorie provinciali per le supplenze che da due anni priva
gli allievi più fragili, ossia persone con disabilità e Bes, delle loro figure
di riferimento, spedendo i professori precari in una girandola di cattedre che
non li vede mai ritornare nella stessa scuola, al contrario di quanto avveniva
con le nomine in presenza. Alla luce di questa realtà viene naturale pensare che
tutto questo gridare “al lupo, al lupo” nella direzione di un pericolo ipotetico
nel futuro, abbia come effetto collaterale di togliere attenzione ai danni reali
nel presente. Stefano Borroni Barale, classe 1972, è fisico teorico.
Inizialmente ricercatore nel progetto Eu-DataGrid (per Infn To), dopo otto anni
nella formazione sindacale internazionale e una (triste) parentesi nel privato,
oggi insegna informatica in un Iti del torinese. Sostenitore del software libero
da fine anni 90, è autore per Altreconomia del manuale di liberazione
informatica "Come passare al software libero e vivere felici" (edito nel 2003).
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L'articolo Intelligenze pericolose domani? Disparità sociali ed economiche oggi
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