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Chi sta girando la chiave della contemporanea tirannia automatizzata?
“Siate dunque decisi a non servire mai più e sarete liberi. Non voglio che scacciate i tiranni e li buttiate giù dal loro trono; basta che non li sosteniate più, e li vedrete crollare, […] come un colosso a cui sia stato tolto il basamento”. Étienne de La Boétie, "Discorso sulla servitù volontaria", 1576. Giorgio vive a Roma ed è un militante a tempo pieno. Fa parte di un sindacato di base della scuola, è segretario del circolo di uno dei tanti partiti della diaspora della sinistra, è femminista, appassionato praticante dell’inclusione dei suoi allievi con disabilità e non. La sua vita, a parte i rari momenti in cui riposa o in cui si dedica ai suoi genitori molto anziani, è dedicata a cercare di ricostruire quel “tessuto collettivo” in cui è cresciuto, negli anni tra il sessantotto e il settantasette, e che lo ha visto prendere parte poi, giovanissimo, al movimento ecologista e nonviolento dei primi anni 80. La sua non è solo nostalgia: è convinto (a ragione) che solo un approccio collettivo ai nostri problemi potrà portare a uscire dalle convulsioni che sta vivendo la nostra società, soprattutto a quelle della democrazia, che osserva preoccupato. Nonostante tutto questo, una delle mani che sta girando la chiave della nascente tirannia automatizzata di cui parlava Edward Snowden è anche la sua. Per comprenderne il motivo bisogna ricostruire alcuni eventi. Praticare la “servitù cibernetica volontaria” non è questione di stupidità o malafede, semmai di essersi persi quelli che, di primo acchito, sembrano dettagli. Giorgio era nella seconda metà dei suoi vent’anni quando l’avvento del World wide web sembrò aver dato vita a Internet. In realtà, Internet esisteva dagli anni Sessanta e il web la stava solo rendendo un po’ più sexy. Ecco il primo importante dettaglio. Quel cambiamento meramente “estetico” ha promosso la nascita dei primi siti “di movimento”, che replicavano via Internet dinamiche molto simili a quelle delle radio libere che avevano invaso l’etere dal 1976 in avanti, facendo sognare alla generazione precedente quella di Giorgio che l’autogestione dei media da parte del movimento studentesco, fuori dal controllo Rai, sarebbe diventata la norma. Secondo dettaglio: purtroppo quello è rimasto un sogno. Un sogno simile è tornato a essere coltivato nei confronti del web. Gli entusiasti di quella stagione, però, hanno commesso un errore più grave del confondere il web con Internet: hanno confuso l’avvento di una tecnologia compatibile con la redistribuzione del potere con l’effettiva redistribuzione dello stesso. Terzo dettaglio: Internet non ha mai smantellato la burocrazia degli Stati-nazione, tanto meno l’organizzazione economica capitalista, che inizialmente esce addirittura rafforzata dalla bolla delle dot-com (nel 1995). Infatti, nei trent’anni successivi, le burocrazie statali e private hanno lavorato in sinergia alla riconfigurazione della rete, per renderla uno strumento di sorveglianza e controllo. Per questo oggi Peter Thiel, noto sociopatico di ultradestra, dopo aver promosso la “transizione al trumpismo” dei suoi techbros, ha finalmente intravisto le condizioni per realizzare il suo sogno distopico: abolire la democrazia a favore della “libertà” della Silicon Valley. Libertà di agire senza rispondere delle proprie azioni, s’intende. Questa è la prospettiva che rende l’immagine della cerimonia di insediamento del secondo ciclo di Donald Trump, un evento da lasciare senza fiato. All’indomani, lo stesso Bill Gates (Microsoft) ha dichiarato di essere “stupito dalla svolta a destra della Silicon Valley”; una svolta suggellata dalla presenza di Google, Amazon, Meta e Apple all’evento. Microsoft era l’unica impresa della rosa "Gafam" assente, sia all’insediamento, sia al party esclusivo tenutosi proprio a casa di Peter Thiel pochi giorni prima (ma Gates aveva fatto visita a Trump nella sua residenza in Florida appena pochi giorni prima). Forse Gates pensa che gli interessi delle aziende nate grazie al web siano meglio tutelati difendendo la Rete (com’era stato nei primi anni duemila), che non cercando di prendere tutto il potere in un colpo. I colpi di mano possono fallire mentre la strategia di diffondere un “sogno americano” in salsa cibernetica aveva fin qui trionfato. Quarto dettaglio, che potrebbe costar caro ai miliardari della Silicon Valley, una volta tanto. Il tentativo di prendere il totale controllo dei dati “sensibili” dei cittadini americani da parte del (Department of government efficiency, Doge), sotto la guida del suo caudillo Elon Musk, sono state lette dagli analisti informatici come un vero e proprio attacco hacker portato al cuore del sistema burocratico del governo statunitense. Un colpo di Stato senza spargimento di sangue, come scrive Salvaggio su TechPolicy Press. Stati e imprese, infatti, sono ormai completamente digitalizzati: funzionano grazie a enormi quantità di dati captati, non sempre con il consenso degli interessati. Una volta che le informazioni che ci riguardano divengono dati registrati digitalmente, qualsiasi abuso diviene tecnicamente possibile: è sufficiente un comando impartito a un terminale da un attore senza scrupoli. Il realizzarsi o meno degli scenari peggiori è questione politica. Infatti l’unica resistenza che, per ora, sta rallentando il Doge è quella legale. In prospettiva, però, le leggi possono cambiare, soprattutto sotto spinte populiste. Per questo la società civile dovrebbe darsi come obiettivo urgente la cancellazione dei dati e lo smantellamento degli apparati atti a captarli, almeno fino a che non si sia raggiunto un nuovo patto sociale su questa nuova forma di potere, compatibile con la sopravvivenza di un sistema democratico. È in questo senso che le mani che girano la chiave nella toppa della tirannia automatizzata sono quelle di Giorgio, quella di chi scrive, di chi legge, quella di tutte e tutti noi che abbiamo fornito e continuiamo a fornire i nostri dati. L’errore capitale è continuare a vedere il digitale come uno strumento neutrale o -peggio- “roba da esperti, informatici o tecnici”, anche dopo che questo è stato usato ripetutamente contro di noi, in maniera così plateale. Se non si comprende questo, ogni sforzo verso una società migliore rischia di essere spazzato via dalla tirannia automatizzata, quella che riconosce i migranti con sistemi di controllo satellitari da miliardi di euro piazzati a ogni confine e ne incrocia i dati con sistemi di riconoscimento biometrici, per braccarli con una precisione di dieci metri, anche nel mezzo di un deserto. Queste tecnologie possono essere utilizzate in qualsiasi momento contro giornalisti, oppositori, semplici cittadini. Anzi, stanno già venendo utilizzate oggi, come mostra il "caso Paragon" che ha fatto emergere sistemi di sorveglianza illegale a danno di giornalisti, preti e attivisti. Da questo punto di vista le cose in Europa vanno leggermente meglio. Nonostante il progetto ideale europeo sia naufragato in una struttura burocratica, cieca e sorda a tutto e funzionale alla finanza più che ai popoli, qualcosa si salva. La normativa sul trattamento dei dati (Gdpr) ci permette ancora di vivere l’avvento di personaggi come Trump e Musk con un barlume di speranza in più, rispetto ai cittadini americani. È molto probabile che i nostri governi stiano, sottobanco, abusando dei nostri dati (vedasi il caso Invalsi), ma per lo meno lo stanno facendo in maniera illegale e, se provassero a usare i dati in tribunale, potrebbero vedersela brutta. Forse potremmo ripartire da questa semplice osservazione, mentre proviamo a costruire un approccio al digitale basato sull’autogestione e sulla convivialità, invece che sul sogno di controllare (magari via norme) megastrutture impossibili da controllare per design. Il futuro non è ancora scritto, a patto di cominciare oggi stesso. Scatole oscure. Intelligenza artificiale e altre tecnologie del dominio” è una rubrica a cura di Stefano Borroni Barale. La tecnologia infatti è tutto meno che neutra. Non è un mero strumento che dipende unicamente da come lo si usa, i dispositivi tecnici racchiudono in sé le idee di chi li ha creati. Per questo le tecnologie “del dominio”, quelle che ci propongono poche multinazionali, sono quasi sempre costruite come scatole oscure impossibili da aprire, studiare, analizzare e, soprattutto, cambiare. Ma in una società in cui la tecnologia ha un ruolo via via più dispositivo (e può quindi essere usata per controllarci) aprire e modificare le scatole oscure diventa un esercizio vitale per la partecipazione, la libertà, la democrazia. In altre parole: rompere le scatole è un atto politico. Stefano Borroni Barale (1972) è laureato in Fisica teorica presso l’Università di Torino. Inizialmente ricercatore nel progetto EU-DataGrid (il prototipo del moderno cloud) all’interno del gruppo di ricerca dell’Istituto nazionale di fisica nucleare (Infn), ha lasciato la ricerca per lavorare nel programma di formazione sindacale Actrav del Centro internazionale di formazione dell’Ilo. Oggi insegna informatica in una scuola superiore del torinese e, come membro di Circe, conduce corsi di formazione sui temi della Pedagogia hacker per varie organizzazioni, tra cui il ministero dell’Istruzione. Sostenitore del software libero da fine anni Novanta, è autore per Altreconomia di “Come passare al software libero e vivere felici” (2003), una delle prime guide italiane su Linux e altri programmi basati su software libero e “L’intelligenza inesistente. Un approccio conviviale all’intelligenza artificiale” (2023). © riproduzione riservata L'articolo Chi sta girando la chiave della contemporanea tirannia automatizzata? proviene da Altreconomia.
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Tu chiamale, se vuoi, allucinazioni. Sull’intelligenza artificiale che “le spara grosse”
Dall’esplosione di ChatGPT nel dicembre 2022, passato il primo momento di ubriacatura, hanno cominciato a sorgere voci critiche. Verso le reali potenzialità dell’intelligenza artificiale (Ai) e verso la narrazione stessa di questa tecnologia promossa dalle Big Tech, ossia le aziende che ne detengono lo sviluppo e la commercializzazione, a partire alla ormai celeberrima OpenAi (di fatto una sussidiaria di Microsoft, soprattutto dopo gli ultimi “aggiustamenti” nell’organismo che la controlla, seguiti al licenziamento e al successivo rientro da vincitore di Sam Altman, di cui abbiamo scritto qui).   Il dibattito, per fortuna, è ricco. Curiosamente, ma in modo tutto meno che sorprendente, le prime voci a sollevarsi, nel mondo anglosassone, sono state quelle di tre donne: Timnit Gebru, Emily Bender e Meredith Whittaker. Grazie a una ricerca della prima abbiamo scoperto che le Ai per il riconoscimento facciale sbagliano statisticamente molto di più nel riconoscere i tratti somatici delle minoranze etniche, e quando ha posto seriamente il problema dei rischi di queste tecnologie è stata licenziata in tronco da Google. La seconda è co-autrice dell’articolo “incriminato” nonché colei che ha etichettato i Large language model (LLM) con il termine “pappagalli stocastici”, per sottolineare come questi software realizzino il divorzio tra segno e significato. La terza attualmente lavora per Signal, uno dei software di chat criptati più sicuri al mondo, posizione a cui è giunta dopo essere stata costretta a lasciare Google per via del suo attivismo sindacale, nonché delle sue critiche nel campo della cosiddetta “etica dell’Ai”.   In Italia le migliori analisi recenti sono quelle contenute nel lavoro di Vivien Garcia e Carlo Milani, che esplora con precisione chirurgica il modo in cui i sistemi automatizzati diffondono il condizionamento reciproco tra umani e macchine; e quelle della professoressa Daniela Tafani, due assoluti "must read" per chiunque voglia capire quali siano le principali mistificazioni che stanno alla base dell’Ai odierna.  Ma c’è un secondo livello a cui si presenta la mistificazione, che riguarda in particolare gli LLM: l’output di questi modelli mistifica la realtà. Mi riferisco al fatto che questo software, anche se opportunamente ottimizzato sotto la supervisione umana per rispondere accuratamente, spesso produce output spazzatura.  Gli entusiasti dell’Ai chiamano questo tipo di risultato “allucinazioni”, ma questa etichetta è fuorviante (ossia “allontana dal vero”). L’allucinazione è una percezione distorta della realtà, in psichiatria definita “percezione in assenza di stimolo”. Come ho spiegato nel mio libro, un LLM non ha alcuna percezione della realtà che possa “andare in crisi” generando percezioni distorte analoghe alle allucinazioni di un essere umano. Per questo diversi autori preferiscono dire che “le spara grosse” (il termine inglese suona più duro: bullshitting), un po’ come uno studente interrogato che inventa notizie e personaggi storici per non fare scena muta (trovate gli articoli a cui mi riferisco qui e qui).   Non solo, i LLM abbassano in maniera impressionante il costo della creazione di campagne di marketing, propaganda o -più in generale- di qualsiasi testo che non debba essere di particolare complessità e originalità. Per questo si presentano come poderosi strumenti di manipolazione dell’informazione. Questi utilizzi degli LLM, reiterati lungo il tempo e uniti all’eccessiva fiducia che nutriamo socialmente verso il loro output, stanno generando diversi effetti di inquinamento della cosiddetta "infosfera". A iniziare dai contenuti (esplosione dei contenuti spazzatura prodotti da LLM); in particolare a scopi di propaganda politica ed elettorale; dei dati personali (creazione di informazioni false su persone vere); della produzione accademica (ricercatori, magari spinti dalle urgenze del “publish or perish” che utilizzano i chatbot per scrivere articoli, che vengono sottoposti a peer-review "automatizzate" utilizzando altri chatbot, creando un clima di generale crescita della sfiducia anche verso le pubblicazioni scientifiche). Se la narrazione mistificata dell’hype è correggibile (con un enorme sforzo collettivo) la tendenza dei LLM a “spararle grosse” non potrà essere “corretta” per il semplice fatto che non è un comportamento erroneo, bensì la forma di funzionamento “naturale” dei modelli.   La questione si comprende meglio se capiamo che l’output di questi modelli non è costruito come una risposta alle nostre domande, ma come un tentativo di costruire una frase che probabilmente avrà senso per un essere umano, sulla base del contesto che l’utente ci fornisce con il suo prompt. In pratica, se il contesto è “Che cosa ha causato la sconfitta di Caporetto?”, l’output potrà partire con le parole “La sconfitta di Caporetto fu causata da…”. La maggiore o minore aderenza al contesto è addirittura un parametro di funzionamento dei LLM, che viene chiamato “temperatura”. Alte temperature causano più bullshit di quelle basse. Insomma: mentre per rispondere bisogna comprendere, per generare statisticamente frasi che hanno alta probabilità di avere senso compiuto basta non “allontanarsi troppo” dal contesto fornito dall’utente.   Questo fatto rende i LLM del tutto inutilizzabili? Forse no, ma certamente ne limita grandemente l’utilità e dovrebbe spingerci a una cautela di molto superiore a quella che si registra di questi tempi nel loro utilizzo, soprattutto alla luce degli utilizzi nefasti che ne possono essere fatti.  “Scatole oscure. Intelligenza artificiale e altre tecnologie del dominio” è una rubrica a cura di Stefano Borroni Barale. La tecnologia infatti è tutto meno che neutra. Non è un mero strumento che dipende unicamente da come lo si usa, i dispositivi tecnici racchiudono in sé le idee di chi li ha creati. Per questo le tecnologie “del dominio”, quelle che ci propongono poche multinazionali, sono quasi sempre costruite come scatole oscure impossibili da aprire, studiare, analizzare e, soprattutto, cambiare. Ma in una società in cui la tecnologia ha un ruolo via via più dispositivo (e può quindi essere usata per controllarci) aprire e modificare le scatole oscure diventa un esercizio vitale per la partecipazione, la libertà, la democrazia. In altre parole: rompere le scatole è un atto politico. Stefano Borroni Barale (1972) è laureato in Fisica teorica presso l’Università di Torino. Inizialmente ricercatore nel progetto EU-DataGrid (il prototipo del moderno cloud) all’interno del gruppo di ricerca dell’Istituto nazionale di fisica nucleare (Infn), ha lasciato la ricerca per lavorare nel programma di formazione sindacale Actrav del Centro internazionale di formazione dell’Ilo. Oggi insegna informatica in una scuola superiore del torinese e, come membro di Circe, conduce corsi di formazione sui temi della Pedagogia hacker per varie organizzazioni, tra cui il ministero dell’Istruzione. Sostenitore del software libero da fine anni Novanta, è autore per Altreconomia di “Come passare al software libero e vivere felici” (2003), una delle prime guide italiane su Linux e altri programmi basati su software libero e “L’intelligenza inesistente. Un approccio conviviale all’intelligenza artificiale” (2023). © riproduzione riservata L'articolo Tu chiamale, se vuoi, allucinazioni. Sull’intelligenza artificiale che “le spara grosse” proviene da Altreconomia.
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Il prossimo disastro “Crowdstrike Falcon” e l’urgenza di scegliere le nostre tecnologie
Venerdì 19 luglio 2024 il mondo si è risvegliato, forse, da un lungo sonno. Il responsabile di questo brusco risveglio ha un nome fino a quel momento ignoto alla stragrande maggioranza delle persone: Crowdstrike Falcon. Crowdstrike è un’impresa software americana, basata nella Silicon Valley, fondata solo 13 anni fa e valutata globalmente oltre 90 miliardi di dollari, con azioni il cui valore era quadruplicato dal solo gennaio 2023 (dopo il disastro hanno subito un crollo del 37%). Questa azienda si occupa di cybersicurezza: il suo prodotto di punta, Falcon appunto, è un software il cui obiettivo è impedire che un sistema informatico possa venire danneggiato da una ricca selezione di minacce informatiche (malware, ransomware, phishing, etc.): qualche anno fa si sarebbe chiamato “antivirus”. Che cosa è successo? Una serie di condizioni, perlopiù prevedibili e dipendenti da decisioni orientate al massimo risparmio a prescindere da qualsiasi altra considerazione, si sono allineate con implacabile precisione, creando la tempesta perfetta. Le elenco per punti: 1. la soverchiante maggioranza delle strutture informatiche pubbliche e private occidentali sono formate da un solo tipo di sistema operativo: Microsoft Windows; 2. Crowdstrike aggiorna automaticamente e nello stesso istante tutti i computer che fanno uso del loro software in tutto il mondo, mentre sarebbe buona norma procedere per passi, individuando così eventuali problemi prima che divengano globali; 3. come spiegato in un articolo della Cnn, non era previsto alcun controllo umano prima dell’aggiornamento: la distribuzione degli aggiornamenti avveniva a valle di un test totalmente automatizzato. Un errore di questo software ha fatto sì che un aggiornamento difettoso bloccasse i computer di mezzo mondo (Cina e Russia non hanno sperimentato alcun blocco perché utilizzano software libero); 4. Falcon prevedeva, in caso di malfunzionamenti, il ritiro automatico dell’aggiornamento, cosa effettivamente avvenuta dopo 87 minuti. Purtroppo però nessuno aveva previsto che un aggiornamento difettoso potesse bloccare i dispositivi colpiti rendendoli irraggiungibili da remoto. Assunzione ottimistica, considerato che Falcon ha accesso al “cuore” del sistema operativo, a livello amministratore; 5. la maggioranza delle aziende che si affidano a Crowdstrike non ha nessun dipendente che sappia come intervenire in un caso del genere. Chi aveva un dipartimento It l’ha licenziato per risparmiare al grido di “tanto facciamo tutto in Cloud”. Insomma: per produrre un disastro globale bisogna adottare una gestione fallimentare in ogni dettaglio e implementarla, appunto, su scala globale. La cosa cessa di sembrare assurda nel momento in cui realizziamo che tale organizzazione, fortemente centralizzata, consolida il monopolio Microsoft/Crowdstrike sull’infrastruttura informatica dell’Occidente: un obiettivo per il quale ha senso sacrificare qualsiasi cifra, dal punto di vista di queste aziende. A maggior ragione se il danno può essere, almeno in parte, esternalizzato verso i propri clienti. La situazione attuale del mercato informatico è analoga a quella dell’agroalimentare industriale, dove la monocoltura realizzata con una singola qualità di mais permette l’automazione del lavoro; al costo, però, di intervenire artificialmente per proteggerla. In presenza di una monocoltura, un solo agente infestante è in grado di distruggere per contagio raccolti grandi quanto l’intera provincia di Pistoia. La biodiversità naturale mette al riparo da questo fenomeno. Una volta distrutta la biodiversità servono ingenti quantità di agenti disinfestanti per proteggere il raccolto. Nel nostro caso la monocoltura da proteggere era Windows, l’agente disinfestante era Falcon di Crowdstrike. Questo evento non avrebbe mai potuto verificarsi in assenza di una monocoltura tecnologica. Alcuni commentatori hanno fatto notare come l’uniformità porti a risparmi nella formazione e nella gestione del personale. I danni costringeranno le aziende a rivalutare tali risparmi. Le stime più recenti parlano di un minimo di 15 miliardi di dollari di danni causati ai clienti (pari a quasi il 25% di tutto il valore di Crowdstrike), senza contare gli oltre 30 miliardi di dollari di perdita di valore in Borsa (un altro 37%). A questi andranno aggiunti i danni d’immagine per Microsoft. Su questo sistema uniformato poggia l’automazione dei processi di amministrazione che, fino a poco fa, erano curati dagli esseri umani. L’automazione della gestione dei sistemi informatici non è che un primo caso di automazione del lavoro cognitivo, che con l’avvento dell’intelligenza artificiale si vorrebbe allargare ben al di fuori del ristretto campo dell’informatica, moltiplicando i rischi di replicare "l’evento Crowdstrike", su una scala che fa paura anche solo immaginare. Che cosa accadrà ora? Al momento tutto fa pensare che la domanda da porsi non sia se disastri del genere avverranno nuovamente nel futuro, ma più razionalmente quando. Dovremmo pensare a delle contromisure. Si tratta di un’impresa tutt’altro che semplice: la tentazione immediata sarebbe quella di sostituire il software di Microsoft con dei software liberi come in Cina e Russia, che non sono state toccate dal disastro. Ma non è sostituendo una monocoltura tecnologica con un’altra, la centralizzazione statale con quella privata o Gates con Putin che ci metteremo al riparo dai danni generati da una megamacchina che si aggiorna automaticamente su tutto il globo. Occorre invece abbandonare, almeno in parte, il paradigma industriale ottimizzato sull’estrazione del massimo profitto: quantomeno per i servizi che non possono fallire come il 911 o il 112. Come? Un’idea potrebbe essere utilizzare tecnologie conviviali, ossia tecnologie che promuovano una società in cui “[...] lo strumento moderno sia utilizzabile dalla persona integrata con la collettività, e non riservato a un corpo di specialisti che lo tiene sotto il proprio controllo” (come scriveva Ivan Illich). Tali tecnologie promuovono naturalmente la biodiversità tecnologica in quanto sono basate su presupposti opposti a quelli industriali, come scrive Carlo Milani: “La ragione profonda è ecologica: così come gli organismi viventi possono essere minacciati dalla mancanza di biodiversità, […] la capacità di autodeterminazione [...] sarà sempre più in pericolo con la diminuzione della biodiversità [tecnologica]”. Non si tratta di smantellare la modernità, magari per inseguire un ritorno a un passato arcadico, bensì di cominciare a scegliere le nostre tecnologie, perché abbiamo compreso che scegliere la tecnologia è un atto politico, non un dettaglio tecnico da delegare agli “esperti”. -------------------------------------------------------------------------------- Con questo primo contributo inizia la rubrica "Scatole oscure. Intelligenza artificiale e altre tecnologie del dominio" a cura di Stefano Borroni Barale. La tecnologia infatti è tutto meno che neutra. Non è un mero strumento che dipende unicamente da come lo si usa, i dispositivi tecnici racchiudono in sé le idee di chi li ha creati. Per questo le tecnologie "del dominio", quelle che ci propongono poche multinazionali, sono quasi sempre costruite come scatole oscure impossibili da aprire, studiare, analizzare e, soprattutto, cambiare. Ma in una società in cui la tecnologia ha un ruolo via via più dispositivo (e può quindi essere usata per controllarci) aprire e modificare le scatole oscure diventa un esercizio vitale per la partecipazione, la libertà, la democrazia. In altre parole: rompere le scatole è un atto politico. E "Scatole oscure" lo farà, in modo documentato e regolare sul nostro sito. Stefano Borroni Barale (1972) è laureato in Fisica teorica presso l'Università di Torino. Inizialmente ricercatore nel progetto EU-DataGrid (il prototipo del moderno cloud) all'interno del gruppo di ricerca dell'’Istituto nazionale di fisica nucleare (Infn), ha lasciato la ricerca per lavorare nel programma di formazione sindacale Actrav del Centro internazionale di formazione dell'Ilo. Oggi insegna informatica in una scuola superiore del torinese e, come membro di Circe, conduce corsi di formazione sui temi della Pedagogia hacker per varie organizzazioni, tra cui il ministero dell'Istruzione. Sostenitore del software libero da fine anni Novanta, è autore per Altreconomia di “Come passare al software libero e vivere felici” (2003), una delle prime guide italiane su Linux e altri programmi basati su software libero e “L’intelligenza inesistente. Un approccio conviviale all’intelligenza artificiale” (2023). © riproduzione riservata L'articolo Il prossimo disastro “Crowdstrike Falcon” e l’urgenza di scegliere le nostre tecnologie proviene da Altreconomia.
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Sulla guerra in OpenAI e sull’intelligenza artificiale che promuove le diseguaglianze
Per raccontare gli eventi fondamentali di questa telenovela in salsa tecnologica, partiamo da alcuni momenti chiave nella vita di questo ornitorinco della Silicon Valley chiamato OpenAI. Come tutti sanno, l’ornitorinco è un simpatico mammifero noto per aver causato parecchi mal di testa ai naturalisti per molti motivi, primo tra tutti il deporre uova anziché dare alla luce piccoli vivi, caratteristica che è tipica di rettili e uccelli. Insomma, un vero e proprio “pasticcio” evolutivo. OpenAI sembra avere problemi simili. Nel 2015 i suoi fondatori, tra cui figurano Elon Musk e l'allora poco conosciuto Sam Altman, scrivono sul sito dell'azienda che "Il nostro obiettivo è quello di far progredire l'intelligenza digitale nel modo più vantaggioso per l'umanità nel suo complesso, senza essere vincolati dalla necessità di generare un ritorno economico. Poiché la nostra ricerca è libera da obblighi finanziari, possiamo concentrarci meglio su un impatto umano positivo".  In particolare, Musk, finanziatore della prima ora, vuole un'azienda che faccia concorrenza all'allora gigante dell'Ai DeepMind, controllata da Google. Spiega ad Altman che "l'intelligenza artificiale non va lasciata in mano a Larry Page (Google)" perché, nell'inevitabile momento in cui si verificherà la “singolarità”, ossia quando le macchine raggiungeranno o supereranno l'uomo in intelligenza, Page non farà nulla per evitare che questa nuova intelligenza sottometta o elimini l’umanità dallo scenario. A lui, invece, l'umanità piace (a patto che non abbia la forma del popolo boliviano che vuole autodeterminarsi: in quel caso si sente titolato a produrre "cambi di regime" a colpi di morti ammazzati senza troppi problemi, come twittava più o meno nella stessa epoca). E poco importa se la congettura in quel momento ha la stessa concretezza del motore a curvatura di Star Trek o delle spade laser di Guerre Stellari: Musk è convinto che arriverà a breve.   L'azienda rischia effettivamente di chiudere i battenti, ma alla fine Sam Altman trova la soluzione: convince il consiglio di amministrazione a trasformare OpenAI da non profit impegnata a sviluppare software liberi a "capped profit", ossia a profitto limitato fino a cento volte il valore iniziale. Ciò consente a OpenAI di attrarre investimenti da parte di fondi di rischio, i famigerati venture capital. Di lì a breve Microsoft entra in scena, investendo un miliardo di dollari, e OpenAI annuncia l'intenzione di concedere in licenza le proprie tecnologie per uso commerciale, mettendo in soffitta l'idea del codice libero.  Alcuni ricercatori criticano la svolta, sollevando dubbi sull'impegno dell'azienda a democratizzare l'Ai, ma ovviamente restano inascoltati. Così arriviamo alla vigilia del conflitto: con un'azienda saldamente collocata nell'orbita Microsoft, e che è divenuta famosa grazie al lancio sul mercato di una tecnologia sperimentale che causa molti più problemi di quelli che risolve, ma che sembra fatta apposta per occupare la prima pagina dei giornali un giorno sì e l'altro anche.  [caption id="attachment_184510" align="aligncenter" width="1035"] © Mojahid Mottakin - Unsplash[/caption] La sera di domenica 17 novembre, Sam Altman pubblica sul social X (un tempo Twitter) un breve messaggio in cui annuncia al mondo la fine del suo rapporto di lavoro con OpenAI. Poco prima il consiglio ha diffuso un comunicato in cui lo sfiducia adducendo una poco chiara "mancanza di sincerità". Scattano consultazioni frenetiche. Microsoft non era stata in alcun modo avvisata della mossa. In poco tempo Satya Nadella, amministratore delegato di Microsoft, diffonde a sua volta un comunicato in cui conferma l'intenzione della sua azienda di continuare a investire in OpenAI.  Passano ventiquattro ore e Altman riceve un'offerta di lavoro da Microsoft: dirigerà un nuovo dipartimento di ricerca sull'intelligenza artificiale, questa volta interno alla multinazionale. Il consiglio di OpenAI va in fibrillazione e comincia a nominare amministratori delegati al ritmo di uno al giorno, ma la cosa non dura molto: con una lettera il 95% dei dipendenti dell'azienda minaccia di licenziarsi se Altman non farà ritorno, e la cosa costringe i vertici alla resa. Sam Altman è nuovamente a capo di OpenAI.  Che cosa ha generato questa "guerra civile" all'interno dell'azienda? Le dichiarazioni dei principali protagonisti sono talmente ambigue da aumentare la confusione al proposito, invece di ridurla. Per provare a dipanare la matassa non resta che "unire i puntini". Per prima cosa, ufficialmente, alla base del conflitto non ci sarebbero motivazioni economiche. Resta il fatto che, come risultato, Microsoft ha rimesso "in sella" Altman e porta a casa un posto dentro alla dirigenza di OpenAI. In secondo luogo, alla base dell'"OpenAI Drama" ci sarebbe il conflitto che ha contrapposto gli "accelerazionisti efficaci" (l’amministratore delefato Sam Altman e i suoi fedelissimi) agli "altruisti efficaci" (di cui fa parte il direttore della ricerca Ilya Sutskever). Se questi termini vi suonano strampalati, non vi preoccupate: è lo stesso pressoché per chiunque non abiti nella Silicon Valley. Per farla breve, queste due "scuole di pensiero", pur condividendo la fede nell'imminenza della singolarità, hanno idee molto differenti su che cosa fare nell'immediato: i primi vogliono premere l'acceleratore a tavoletta e confidare nella "mano invisibile del mercato", i secondi lanciano appelli ai politici perché intervengano immediatamente "contro qualcosa di più pericoloso degli stessi armamenti nucleari". Negli stessi giorni in cui i giornali erano intasati da questa telenovela, mi sono ritrovato a seguire online un'interessante conferenza dal titolo "Come l'Ai promuove le diseguaglianze a livello globale", tenuta presso l'Università di Groninga in Olanda. Dopo due anni di studi sul campo in America Latina e Africa, questi erano i dati raccolti dai ricercatori. La tecnologia che chiamiamo Ai si basa sui "minitask" come l'etichettatura manuale dei dati (e su questo è d'accordo anche più d'uno degli "entusiasti" dell'Ai, solo che lo considerano un problema da risolvere attraverso le prossime generazioni di sistemi di intelligenza artificiale). Contrariamente a quanto sostengono in Silicon Valley questi lavori non stanno diminuendo al crescere delle capacità dell'Ai (che, quindi, non sembra diventare più "intelligente" al passare degli anni), bensì sono in crescita esponenziale. L'intelligenza su cui si basano sembra avere origine molto più umana che artificiale.  Quello che si è scoperto è che in parecchi casi, servizi propagandati al pubblico come realizzati con l'Ai sono puri e semplici paravento per lavoro sottopagato svolto nel “Sud del mondo” (è il caso delle telecamere antitaccheggio inglesi, le cui funzioni Ai erano date da lavoro manuale in Madagascar). Si tratterebbe di marketing dell'intelligenza artificiale, impegnato a presentare lavoro umano come realizzato da macchine, al punto da coniare il termine real time training. Termine utilizzato quando un umano si sostituisce alla macchina nell'interazione con il cliente, istruendo l'Ai su come deve comportarsi nel futuro in tempo reale. Ne consegue che i minitask alla base della gig economy (economia dei "lavoretti") sono talmente in crescita che Amazon ha acquisito fin dai primi anni 2000 una piattaforma, chiamata Mechanical Turk (Turco meccanico), che ha il compito di aiutare le aziende a trovare questo tipo di manovalanza. Lucrando, ovviamente, sull'impiego di persone pagate anche meno di 120 dollari al mese. Quindi la ricerca, l'uso e la propaganda dell'Ai avvengono nel “Nord del mondo”, ma il lavoro necessario a far "funzionare la magia" viene erogato dal Sud. Se ci fosse mai un "blocco" temporaneo di internet l'intelligenza artificiale si fermerebbe quasi subito. Questo significa anche che le nuove diseguaglianze create da questo nascente "modello di business" si sovrappongono a quelle precedenti e -spesso- le peggiorano.   I lavoratori impegnati in minitask li svolgono da casa, senza tutele sindacali e senza possibilità di crearsele (se non attraverso la rete), spesso sono soggetti lavorativamente fragili come anziani, donne e -purtroppo- bambini. Il problema più urgente, visto da qui, ci sembra il fatto che questa "rivoluzione tecnologica" sia in mano a una manciata di super miliardari. Questo significa che abbiamo un serio problema di partecipazione e autodeterminazione, oltre che un gigantesco problema di relazioni del lavoro. Come fare per risolverli? Accettare lo status quo come durante l'era dei social media non è più un'opzione. Ci vuole un approccio radicalmente diverso al design dell'Ai, che può partire unicamente dall'abbandono dei racconti fantascientifici per concentrarsi sul cambiare il modello di business che questa tecnologia induce.  Stefano Borroni Barale, classe 1972, è fisico teorico. Inizialmente ricercatore nel progetto Eu-DataGrid (per Infn To), dopo otto anni nella formazione sindacale internazionale e una (triste) parentesi nel privato, oggi insegna informatica in un Iti del torinese. Sostenitore del software libero da fine anni 90, è autore per Altreconomia del manuale di liberazione informatica “Come passare al software libero e vivere felici” (edito nel 2003) e da ultimo de "L’intelligenza inesistente. Un approccio conviviale all'intelligenza artificiale" © riproduzione riservata L'articolo Sulla guerra in OpenAI e sull’intelligenza artificiale che promuove le diseguaglianze proviene da Altreconomia.
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