
Sulla guerra in OpenAI e sull’intelligenza artificiale che promuove le diseguaglianze
Autore Stefano Borroni Barale, su Altreconomia - Wednesday, December 20, 2023AI
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© Mojahid Mottakin - Unsplash[/caption]
La sera di domenica 17 novembre, Sam Altman pubblica sul social X (un tempo Twitter) un breve messaggio in cui annuncia al mondo la fine del suo rapporto di lavoro con OpenAI. Poco prima il consiglio ha diffuso un comunicato in cui lo sfiducia adducendo una poco chiara "mancanza di sincerità". Scattano consultazioni frenetiche. Microsoft non era stata in alcun modo avvisata della mossa. In poco tempo Satya Nadella, amministratore delegato di Microsoft, diffonde a sua volta un comunicato in cui conferma l'intenzione della sua azienda di continuare a investire in OpenAI. Passano ventiquattro ore e Altman riceve un'offerta di lavoro da Microsoft: dirigerà un nuovo dipartimento di ricerca sull'intelligenza artificiale, questa volta interno alla multinazionale. Il consiglio di OpenAI va in fibrillazione e comincia a nominare amministratori delegati al ritmo di uno al giorno, ma la cosa non dura molto: con una lettera il 95% dei dipendenti dell'azienda minaccia di licenziarsi se Altman non farà ritorno, e la cosa costringe i vertici alla resa. Sam Altman è nuovamente a capo di OpenAI.
Che cosa ha generato questa "guerra civile" all'interno dell'azienda? Le dichiarazioni dei principali protagonisti sono talmente ambigue da aumentare la confusione al proposito, invece di ridurla. Per provare a dipanare la matassa non resta che "unire i puntini". Per prima cosa, ufficialmente, alla base del conflitto non ci sarebbero motivazioni economiche. Resta il fatto che, come risultato, Microsoft ha rimesso "in sella" Altman e porta a casa un posto dentro alla dirigenza di OpenAI. In secondo luogo, alla base dell'"OpenAI Drama" ci sarebbe il conflitto che ha contrapposto gli "accelerazionisti efficaci" (l’amministratore delefato Sam Altman e i suoi fedelissimi) agli "altruisti efficaci" (di cui fa parte il direttore della ricerca Ilya Sutskever). Se questi termini vi suonano strampalati, non vi preoccupate: è lo stesso pressoché per chiunque non abiti nella Silicon Valley. Per farla breve, queste due "scuole di pensiero", pur condividendo la fede nell'imminenza della singolarità, hanno idee molto differenti su che cosa fare nell'immediato: i primi vogliono premere l'acceleratore a tavoletta e confidare nella "mano invisibile del mercato", i secondi lanciano appelli ai politici perché intervengano immediatamente "contro qualcosa di più pericoloso degli stessi armamenti nucleari".
Negli stessi giorni in cui i giornali erano intasati da questa telenovela, mi sono ritrovato a seguire online un'interessante conferenza dal titolo "Come l'Ai promuove le diseguaglianze a livello globale", tenuta presso l'Università di Groninga in Olanda. Dopo due anni di studi sul campo in America Latina e Africa, questi erano i dati raccolti dai ricercatori. La tecnologia che chiamiamo Ai si basa sui "minitask" come l'etichettatura manuale dei dati (e su questo è d'accordo anche più d'uno degli "entusiasti" dell'Ai, solo che lo considerano un problema da risolvere attraverso le prossime generazioni di sistemi di intelligenza artificiale). Contrariamente a quanto sostengono in Silicon Valley questi lavori non stanno diminuendo al crescere delle capacità dell'Ai (che, quindi, non sembra diventare più "intelligente" al passare degli anni), bensì sono in crescita esponenziale. L'intelligenza su cui si basano sembra avere origine molto più umana che artificiale.
Quello che si è scoperto è che in parecchi casi, servizi propagandati al pubblico come realizzati con l'Ai sono puri e semplici paravento per lavoro sottopagato svolto nel “Sud del mondo” (è il caso delle telecamere antitaccheggio inglesi, le cui funzioni Ai erano date da lavoro manuale in Madagascar). Si tratterebbe di marketing dell'intelligenza artificiale, impegnato a presentare lavoro umano come realizzato da macchine, al punto da coniare il termine real time training. Termine utilizzato quando un umano si sostituisce alla macchina nell'interazione con il cliente, istruendo l'Ai su come deve comportarsi nel futuro in tempo reale. Ne consegue che i minitask alla base della gig economy (economia dei "lavoretti") sono talmente in crescita che Amazon ha acquisito fin dai primi anni 2000 una piattaforma, chiamata Mechanical Turk (Turco meccanico), che ha il compito di aiutare le aziende a trovare questo tipo di manovalanza. Lucrando, ovviamente, sull'impiego di persone pagate anche meno di 120 dollari al mese. Quindi la ricerca, l'uso e la propaganda dell'Ai avvengono nel “Nord del mondo”, ma il lavoro necessario a far "funzionare la magia" viene erogato dal Sud. Se ci fosse mai un "blocco" temporaneo di internet l'intelligenza artificiale si fermerebbe quasi subito. Questo significa anche che le nuove diseguaglianze create da questo nascente "modello di business" si sovrappongono a quelle precedenti e -spesso- le peggiorano.
I lavoratori impegnati in minitask li svolgono da casa, senza tutele sindacali e senza possibilità di crearsele (se non attraverso la rete), spesso sono soggetti lavorativamente fragili come anziani, donne e -purtroppo- bambini. Il problema più urgente, visto da qui, ci sembra il fatto che questa "rivoluzione tecnologica" sia in mano a una manciata di super miliardari. Questo significa che abbiamo un serio problema di partecipazione e autodeterminazione, oltre che un gigantesco problema di relazioni del lavoro. Come fare per risolverli? Accettare lo status quo come durante l'era dei social media non è più un'opzione. Ci vuole un approccio radicalmente diverso al design dell'Ai, che può partire unicamente dall'abbandono dei racconti fantascientifici per concentrarsi sul cambiare il modello di business che questa tecnologia induce.
Stefano Borroni Barale, classe 1972, è fisico teorico. Inizialmente ricercatore nel progetto Eu-DataGrid (per Infn To), dopo otto anni nella formazione sindacale internazionale e una (triste) parentesi nel privato, oggi insegna informatica in un Iti del torinese. Sostenitore del software libero da fine anni 90, è autore per Altreconomia del manuale di liberazione informatica “Come passare al software libero e vivere felici” (edito nel 2003) e da ultimo de "L’intelligenza inesistente. Un approccio conviviale all'intelligenza artificiale"
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