Don McCullin nasce a Londra nel 1935, crescendo durante la guerra, fra case
diroccate e bombardamenti, nel quartiere popolare di Finsbury Park, dove
scatterà le prime fotografie, a vent’anni, dopo aver svolto il servizio militare
per la Royal Air Force, ritraendo una banda di Teddy Boy, i Guvnors. La sua
prima fotografia pubblicata mostra i Guvnors in un palazzetto distrutto dalla
guerra. Gliela compra l’“Observer”, stampandola a mezza pagina e chiedendogliene
altre. Don McCullin diventa così un fotografo freelance, lavorando per
l’“Observer” e il “News Chronicle” e la rivista “Town”, viaggiando per
l’Inghilterra in cerca di scatti e abbandonando Finsbury Park, il suo quartiere
d’infanzia.
Nel 1961 la Repubblica Democratica Tedesca comincia la costruzione del muro di
Berlino, e lui decide di andarci a proprie spese, realizzando un portfolio che
sarà premiato dalla British PressAward e che gli frutterà il primo contratto da
professionista, sempre con l’“Observer”. Intanto si è sposato, e di lì a poco
diventerà padre. Ma non rimarrà molto in famiglia, troppo irrequieto per vivere
a lungo nello stesso posto. Nel 1964 parte per Cipro, dove copre l’invasione
turca; qui farà i suoi primi, grandi scatti di guerra, che l’anno successivo
saranno premiati dal World Press Photo. È il suo primo incontro con l’orrore
della guerra. In uno scatto un miliziano turco esce da una casa, di corsa, con
il fucile fra le mani: un’immagine oggi famosa. In un altro una donna piange due
uomini morti, riversi in una pozza di sangue, il marito e il fratello. Don
McCullin scoppia in lacrime, muovendosi a fatica intorno ai cadaveri, componendo
le fotografie “nella stessa maniera in cui Goya dipingeva o abbozzava i suoi
disegni di guerra”, come racconterà anni dopo nella sua
autobiografia, Unreasonable Behaviour, Un comportamento irragionevole, scritta
con Lewis Chester.
Lui è Don McCullin
Le immagini si susseguono. Una donna piange il marito morto, con il figlio
accanto, stringendo le mani ossute; degli uomini trascinano il cadavere di un
vecchio lungo una strada, di fianco a un carro armato; una ragazza turca cammina
imbracciata a un fucile, decisa a vendicare la morte del fratello. Sono scatti
in bianco e nero, istantanee della morte e del dolore che testimoniano la
ferocia e l’insensatezza della guerra, di ogni guerra. È lo sguardo delle
vittime, la loro disperazione e la loro forza, il loro urlo contro gli
assassini.
> “Speravo di aver catturato nelle mie fotografie un’immagine duratura che si
> sarebbe impressa nella memoria della gente” ha detto Don McCullin. “Cercavo un
> simbolo – anche se allora non mi sarei espresso in questi termini – che
> potesse rappresentare l’intera vicenda e avesse la forza d’impatto dei riti e
> delle icone religiose.”
Negli anni successivi Don McCullin continua a viaggiare, di guerra in guerra:
Vietnam, Congo, la Guerra dei sei giorni a Gerusalemme, ancora Vietnam, dove
tornerà oltre quindici volte, Nigeria, per la guerra di secessione del Biafra,
di nuovo Vietnam, nella cittadina di Hue, dove scatterà la sua fotografia forse
più conosciuta, quella del marine traumatizzato, con le mani strette intorno
alla canna del fucile.
Ogni sua immagine è una storia, un momento che si racconta attraverso gli
sguardi o i gesti, le posizioni delle mani e delle braccia e le smorfie sui
volti. Viene in mente la poesia Torture, di WisławaSzimborska:
> “Il corpo si torce, si dimena e divincola,
> fiaccato cade, raggomitola le ginocchia,
> illividisce, si gonfia, sbava e sanguina.”
Gli uomini piangono e si disperano o fissano semplicemente l’obiettivo, cioè Don
McCullin che fotografa, oppure sono morti, come il soldato vietnamita riverso al
suolo, nella cittadina di Hue, con le sue fotografie di famiglia sparse accanto
a sé.
Fra una guerra e l’altra, di viaggio in viaggio, Don McCullin trova il tempo di
fotografare anche i Beatles, a Londra, e di passare per la Cuba di Fidel
Castro, dove conosce la scrittrice Edna O’Brien, che diviene sua amica e gli
dedica una poesia, First the lions, then the vultures, Prima i leoni, poi gli
avvoltoi. È il 1968. Don McCullin è ormai un fotografo rinomato, fra i migliori
fotografi di guerra al mondo, anche se odia quest’espressione, “fotografo di
guerra”, dicendo che suona come un’accusa di comportamento mercenario. Le sue
immagini, in un chiaroscuro fatto di ombre e luci, sempre composite, ritraggono
la miseria, la disperazione, la fame, la malattia, la guerra, ma non solo:
alcuni suoi scatti sono momenti di rara bellezza, come il ritratto di Patience,
nel Biafra, una ragazza sedicenne denutrita eppure bella, che guarda il
fotografo con uno sguardo pieno di dignità e dolcezza.
Nel 1970, in Cambogia, Don McCullin viene ferito alle gambe, da una raffica di
mitra. Cerca di salvarsi, trascinandosi con le braccia fra cumuli di cadaveri e
soldati in fuga, strisciando nel fango.Finalmente lo caricano su un camion,
portandolo via. Riuscirà a tornare in Inghilterra, anche se non vi resterà a
lungo, nonostante le ferite, ripartendo quasi subito per il Bangladesh, in
India, dove farà un reportage su un’epidemia di colera. Qui le fotografie sono
terribili, come nelle guerre. Una famiglia piange la madre morta, in un campo
deserto. Dei malati di colera si rigirano sul pavimento, in preda al dolore,
come insetti schiacciati. “Nessuna salvezza, in quegli scatti” ha scritto Guido
Ceronetti, in Ti saluto mio secolo crudele, “l’uomo è privo di ali, l’uomo è
senza il soccorso divino, l’uomo è solo.”
L’uomo è solo anche nella guerra. Don McCullin torna in Vietnam e in Cambogia,
poi in Medio Oriente, per la guerra del Kippur. È come una droga, dice in
un’intervista: non può fare altro che partire, di guerra in guerra, accumulando
orrori.
“Quando tornavo in redazione con le mie fotografie” racconta, “il caporedattore
esclamava: ‘Che orrore! Sarà una buona doppia pagina!’, o: ‘Povera gente! Che
grande copertina!’. E io accettavo il loro gioco, non chiedevo altro che di
ripartire per la prossima guerra, era diventata la mia droga.” E poi:
> “Non è finita, non lo sarà mai. Non ci sarà un giorno senza questi flashback
> nella mia testa. Non posso attraversare una via di Belgrado, o entrare da
> Harrods, o passeggiare sulle colline del Somerset, senza che queste immagini
> ritornino, come gli spot alla televisione. Delle persone nell’ingresso di un
> palazzo di Beirut, in lacrime, mentre i miliziani ricaricano le loro
> mitragliatrici. Li hanno massacrati qualche minuto dopo, davanti a Gilles
> Caron e a me. Ci siamo scambiati uno sguardo, stringendo le palpebre, e non
> abbiamo detto una parola per il resto della giornata.”
Gilles Caron era uno dei più cari amici di McCullin, anch’egli fotografo di
guerra, scomparso in Cambogia nel 1970, probabilmente ucciso dai Khmer rossi.
Nel 1972, in Uganda, Don McCullin viene arrestato dai soldati del dittatore Idi
Amin Dada. Lo rinchiudono in prigione, lo picchiano, lo torturano, per poi
espellerlo a vita dal paese. Più tardi, prefaendo un suo libro di
fotografie, Hearts of Darkness, John Le Carré scriverà:
> “Don McCullin ha conosciuto tutte le forme di paura e ne è diventato un
> esperto. È tornato indietro Dio sa da quanti precipizi, e nessuno assomigliava
> all’altro. Le sue esperienze in una prigione ugandese basterebbero a far
> perdere per sempre il senno a un uomo, di certo a un uomo come me. Dice di
> essersi giocato la vita più volte di quante riesca a ricordare, ma non se ne
> vanta.”
Seguono altri orrori, specie il massacro dei palestinesi a Beirut, in Libano, a
Sabra e Chatila, nel 1982, o la guerra civile in Salvador, dove sarà ferito
ancora, cadendo da un tetto. Ma ormai Don McCullin è stanco. Ha visto troppe
guerre, troppo dolore, e poi sente che la sua fortuna sta per esaurirsi e non
vuole finire come il suo amico Gilles Caron o come Dana Stone o Sean Flynn o il
giapponese Kyoichi Sawada, tutti morti o scomparsi; non vuole morire.
Nel 1985 fotografa i riti religiosi dei pellegrini lungo le sponde del fiume
Gange, in India, dove si reca da anni, uno scenario di quiete; poi comincia a
ritrarre paesaggi e nature morte, in Inghilterra, nel Somerset, nei dintorni di
casa sua. “La mia ora preferita è il crepuscolo” spiega, “non posso non
desiderare che tutto divenga sempre più scuro.” Passa ore intere nel suo
laboratorio, sviluppando immagini. Sono paesaggi cupi, come scattati alla fine
del mondo, nei confini dell’animo umano, fatti di silenzio e oscurità. Sembrano
un epilogo a tutte le guerre che ha vissuto.
> “Immagina di guardare negli occhi di una persona che sta per essere
> giustiziata davanti a te e che ti implora di aiutarla” dice Don McCullin, “ma
> tutto quello che puoi fare è scattare una fotografia e andartene. Quando te ne
> vai, se hai ancora un briciolo di umanità, il tuo cuore è pesante come una
> pietra. Non stiamo parlando di fotografia, ma di una responsabilità molto più
> grande. Io mi porto dietro il peso di quel senso di responsabilità, e di
> colpa. Per questo cerco di alleggerirmi da quel carico facendo fotografie di
> nature morte e di paesaggi. Fotografando i campi allagati, gli alberi spogli,
> il paesaggio antico come le leggende di re Artù ai margini del mio villaggio
> nel Somerset, ho la sensazione di purificarmi da quella colpa.”
Non andrà più in guerra, Don McCullin, con l’eccezione di un breve viaggio in
Iraq, nel 1992, a quasi sessant’anni. Le sue fotografie ormai sono esposte nelle
gallerie di tutto il mondo, a Londra, a Parigi, a Berlino, a New York; nel 1993
la regina Elisabetta lo nomina commendatore dell’Impero britannico e dottore
honoris causa dell’Università di Bradford: una bella rivincita, per uno che non
poteva pagarsi gli studi e che è stato bocciato all’esame di fotografia della
Royal Air Force.
Nei suoi libri di fotografie (The Destruction Business, Hearths of
Darkness, Open Skies, Sleeping With Ghosts, Don McCullin in Africa, Don McCullin
in England) si vedono cadaveri trucidati e divelti e volti sfigurati, figli
mutilati e deformi e madri in lacrime e manicomi deserti e bambini legati ai
letti, a Sabra, sotto i bombardamenti israeliani, oppure la sua Inghilterra – il
cimitero della famiglia Brontë avvolto dalla foschia, un collezionista di teschi
londinese, un gruppo di skinhead adolescenti che prendono il sole, dei pescatori
che giocano a calcio su una spiaggia, un gregge di pecore che si avvia al
macello, all’alba, immagine di finitudine, un barbone malinconico e selvaggio,
simile a Nettuno, che fissa l’obiettivo con grande dignità.
Don McCullin è uno dei grandi testimoni del nostro tempo, non solo per le
fotografie di guerra, immagini dell’orrore e della miseria umana, ma anche per i
suoi scatti dell’Inghilterra e per i suoi paesaggi, le terre deserte e cupe del
Somerset o i campi di battaglia della Somme, in Francia, una delle sue prime
fotografie del nuovo secolo, quasi un monito a ogni guerra presente e futura. Il
suo percorso di fotografo, dai sobborghi di Londra al Vietnam al Biafra a
Gerusalemme fino alle tribù primitive delle isole Mentawai, esplora le
profondità umane e disumane del Novecento, il cuore di tenebra del secolo
ventesimo e forse, da ultimo, la nostra colpevolezza, nelle lande desolate di
una terra ormai priva dell’uomo, senza più guerre, nel silenzio di ogni cosa,
fin dove si spinge lo sguardo – cioè l’obiettivo – di Don McCullin, e forse
ancora più oltre.
Edoardo Pisani
*In copertina e nel testo: fotografie di Don McCullin
L'articolo Don McCullin, l’uomo che ha fotografato il cuore di tenebra del
secolo proviene da Pangea.
Tag - Guerra
Pierre Drieu La Rochelle, scrittore maledetto, dandy, personaggio da non
frequentare, incide La Commedia di Charleroi nel 1934 come un epitaffio per
l’Europa che si credeva immortale. Il romanzo è un labirinto di ferite,
Charleroi, città belga, diventa il teatro dove i cadaveri della Grande Guerra
parlano più dei vivi. Drieu in guerra c’è stato davvero, e il protagonista è il
suo alter-ego, che calpesta fango e schegge di miti borghesi. Lo stile di Drieu
setaccia l’eroismo per rivelarne l’assenza, l’autore francese cerca Dio nella
decomposizione, trovando solo il riflesso della propria disintegrazione.
La sua prosa sanguina e inietta disgusto in ogni parola. I suoi soldati, pedine
smarrite di una “commedia” grottesca, indossano uniformi che paiono costumi di
scena: il pantalone rosso, simbolo di una Francia elegante e inutile, esposto al
camaleontico grigioverde tedesco come un bersaglio consapevole. Drieu la chiama
vanteria, è una vanteria suicida, un vezzo estetico che si fa carneficina. Tutto
è teatro, dall’urlo cagnesco degli ufficiali alle marce ordinate come danze
funebri. E se la guerra non può essere tragedia, allora diventa la più crudele
delle commedie.
Il protagonista guida cariche, vuole essere un eroe ma finisce per essere solo
un sopravvissuto, eco di Céline e preludio a Mishima. Alla fine, resta ammaliato
dalla filosofia di un disertore, è Nietzsche che impugna il fucile di Jünger.
Qui ribolle la rabbia, un’ingiustizia gridata contro la macchina spietata della
guerra. Questo è un Drieu ancora precoce, ancora amico di Aragon. I suoi valori
fendenti lanciati contro chiunque osi intravedere un significato, una
profondità, in quel macello collettivo. Drieu, in questo stadio, è un
iconoclasta, non figura nessuna redenzione, nessun senso, solo sangue e polvere.
*
Il vuoto nelle trincee
La storia si apre con un viaggio: una madre, in lutto per il figlio caduto al
fronte, “assolda” un ex combattente perché la guidi sui luoghi dove l’amato eroe
è morto. Il dramma nasce dalla tensione tra la retorica della gloria e la
desolazione fisica e morale dei campi di battaglia. Commedia è una parola
beffarda, un ghigno che svela la finzione del patriottismo bellico,
l’incompiutezza di un lutto che si trascina e rimbalza in una ostinata volontà
di rievocare il passato. Come se, attraverso la contemplazione delle macerie, si
potesse restituire al figlio e all’intera gioventù caduta, un brandello di
senso. Ci sono momenti nella narrazione in cui sembra di leggere un Dante
infernale trapiantato nelle trincee del XX secolo: Drieu scende negli abissi
della memoria bellica con la stessa voracità con cui un pellegrino, spinto dal
bisogno di penitenza, affronta i gironi più tetri. Eppure, il tono non è
purgatoriale né eroico: è un andirivieni di sarcasmo e nostalgia, di denuncia e
romanticismo.
Dietro il gesto di accompagnare la madre ai luoghi del sacrificio del figlio, si
scorge la febbre di un’intera generazione che non ha più radici solide ma vive
di fantasmi. Drieu si aggrappa a questi spettri, li sberleffa, li accarezza. La
guerra riduce in polvere le certezze del passato e la presunta gloria del
futuro, è una guerra antitetica all’eternità che – nelle parole dell’autore – ha
vinto gli uomini.
> «Gli uomini non sono stati umani, non hanno mai voluto essere umani. Hanno
> sopportato di essere inumani. Non hanno voluto superare questa guerra per
> raggiungere la guerra eterna, la guerra umana. L’hanno mancata come una
> rivoluzione. Da questa guerra sono stati vinti. E questa guerra è cattiva
> perché ha vinto gli uomini».
C’è da chiedersi come mai Drieu La Rochelle, con la sua prosa tetra, non sia
letto e riletto oggi come testimonianza illuminante di un certo disincanto
europeo. Forse pesa il marchio dell’infamia politica. Eppure, La Comédie de
Charleroi rimane un documento artistico capace di rivelare i paradossi di chi,
pur avendo subito la morte in trincea, non ha saputo respingerne il fascino.
*
La nuova guerra dei burocrati
Il conflitto che il protagonista rivive non è affatto il campo epico della
gloria o il palcoscenico del coraggio eroico. È una trappola, una burocrazia
dell’orrore, una macchina per ingegneri e sadici, come afferma nel racconto “Il
Tenente dei Fucilieri”.
> «Troppa ferraglia. Questo ci uccide. Voglio dire che ci uccide anche
> moralmente. È piuttosto una guerra per burocrati, per ingegneri, un supplizio
> inventato da ingegneri sadici per burocrati tristi. Ma non una guerra per
> guerrieri. E lei è un guerriero».
> «Sì, insomma, sono un soldato».
> «Ecco, lei è un soldato».
Qui non c’è spazio per l’estasi dell’azione, solo per la vergogna delle posture.
La guerra moderna è diventata un grottesco spettacolo di uomini ridotti a
ingranaggi. La modernità bellica non richiede guerrieri, ma pezzi
intercambiabili: un esercito di esseri privati di immaginazione e slancio
vitale. Il lessico non è mai neutro. Ogni frase scava, espone la nudità del
fallimento umano. Le sue descrizioni della guerra tradiscono un mondo ridotto in
macerie, un teatro dell’assurdo dove i soldati sono carne in un corridoio di
macelli. L’immagine di uomini sdraiati al suolo contrasta brutalmente con l’idea
classica di guerra come confronto diretto e ‘nobile’.
> «Mi stupivo di essere così inchiodato al suolo: pensavo che non poteva durare
> molto. E invece durò quattro anni. La guerra oggi la si fa sdraiati,
> raggomitolati, appiattiti al suolo. La guerra, un tempo, erano gli uomini in
> piedi. La guerra di oggi, sono tutte le posture della vergogna».
Nel sentire comune – soprattutto in quello della generazione di La Rochelle – la
guerra poteva ancora sembrare uno scenario eroico, una sorta di bagno
battesimale in cui rigenerare la nazione e l’individuo. Ma l’autore svela il
ghigno maledetto della modernità: il conflitto non appartiene più alla sfera
dell’eroismo ma a quella della tecnica, del calcolo. Il sacrificio non è
celebrato né è colmo di pathos, bensì è inghiottito nelle statistiche: tanti
uomini morti in quell’offensiva, tanti feriti in quell’altra, come se fosse un
conto da ragionieri.
Tra i corpi squartati dall’artiglieria tedesca, Pierre Drieu La Rochelle
raccoglie pezzi di carne che un tempo erano Francia. Le sue mani grondano.
Qualcuno – forse Dio, forse il Diavolo – gli sussurra all’orecchio: “Scrivi”. E
lui scrive un libro che puzza di polvere da sparo e dannazione. Non chiedetemi
se è bello: la bellezza è morta nelle trincee del Belgio. Non chiedetemi se è
vero: la verità si è impiccata insieme ai disertori. Chi vuole l’epica della
Grande Guerra vada a cercarla nei memoriali degli idioti, nei diari dei
generali, nelle cartoline ingiallite delle madri. Qui c’è altro: c’è un uomo che
ha visto l’Europa scoppiare come una granata e ne ha raccolto i frammenti con i
denti. Ogni frase è una baionetta puntata contro Dio.
> «D’un tratto mi lanciai fuori dalla buca. E corsi verso il bosco.
> Una nuova carica, ma completamente mia. Quella carica che ogni orgoglioso,
> quando suona la sua ora…
> Fuggivo allegramente, in mezzo allo scoppiare delle pallottole.
> Poi di colpo, vlan, sulla nuca!
> Ah, muoio».
Andrea Falco Profili
L'articolo “Tutte le posture della vergogna”. Drieu, scrittore di guerra
proviene da Pangea.