“Tutte le posture della vergogna”. Drieu, scrittore di guerra

Pangea - Saturday, March 8, 2025

Pierre Drieu La Rochelle, scrittore maledetto, dandy, personaggio da non frequentare, incide La Commedia di Charleroi nel 1934 come un epitaffio per l’Europa che si credeva immortale. Il romanzo è un labirinto di ferite, Charleroi, città belga, diventa il teatro dove i cadaveri della Grande Guerra parlano più dei vivi. Drieu in guerra c’è stato davvero, e il protagonista è il suo alter-ego, che calpesta fango e schegge di miti borghesi. Lo stile di Drieu setaccia l’eroismo per rivelarne l’assenza, l’autore francese cerca Dio nella decomposizione, trovando solo il riflesso della propria disintegrazione.

La sua prosa sanguina e inietta disgusto in ogni parola. I suoi soldati, pedine smarrite di una “commedia” grottesca, indossano uniformi che paiono costumi di scena: il pantalone rosso, simbolo di una Francia elegante e inutile, esposto al camaleontico grigioverde tedesco come un bersaglio consapevole. Drieu la chiama vanteria, è una vanteria suicida, un vezzo estetico che si fa carneficina. Tutto è teatro, dall’urlo cagnesco degli ufficiali alle marce ordinate come danze funebri. E se la guerra non può essere tragedia, allora diventa la più crudele delle commedie.

Il protagonista guida cariche, vuole essere un eroe ma finisce per essere solo un sopravvissuto, eco di Céline e preludio a Mishima. Alla fine, resta ammaliato dalla filosofia di un disertore, è Nietzsche che impugna il fucile di Jünger. Qui ribolle la rabbia, un’ingiustizia gridata contro la macchina spietata della guerra. Questo è un Drieu ancora precoce, ancora amico di Aragon. I suoi valori fendenti lanciati contro chiunque osi intravedere un significato, una profondità, in quel macello collettivo. Drieu, in questo stadio, è un iconoclasta, non figura nessuna redenzione, nessun senso, solo sangue e polvere.

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Il vuoto nelle trincee

La storia si apre con un viaggio: una madre, in lutto per il figlio caduto al fronte, “assolda” un ex combattente perché la guidi sui luoghi dove l’amato eroe è morto. Il dramma nasce dalla tensione tra la retorica della gloria e la desolazione fisica e morale dei campi di battaglia. Commedia è una parola beffarda, un ghigno che svela la finzione del patriottismo bellico, l’incompiutezza di un lutto che si trascina e rimbalza in una ostinata volontà di rievocare il passato. Come se, attraverso la contemplazione delle macerie, si potesse restituire al figlio e all’intera gioventù caduta, un brandello di senso. Ci sono momenti nella narrazione in cui sembra di leggere un Dante infernale trapiantato nelle trincee del XX secolo: Drieu scende negli abissi della memoria bellica con la stessa voracità con cui un pellegrino, spinto dal bisogno di penitenza, affronta i gironi più tetri. Eppure, il tono non è purgatoriale né eroico: è un andirivieni di sarcasmo e nostalgia, di denuncia e romanticismo.

Dietro il gesto di accompagnare la madre ai luoghi del sacrificio del figlio, si scorge la febbre di un’intera generazione che non ha più radici solide ma vive di fantasmi. Drieu si aggrappa a questi spettri, li sberleffa, li accarezza. La guerra riduce in polvere le certezze del passato e la presunta gloria del futuro, è una guerra antitetica all’eternità che – nelle parole dell’autore – ha vinto gli uomini.

«Gli uomini non sono stati umani, non hanno mai voluto essere umani. Hanno sopportato di essere inumani. Non hanno voluto superare questa guerra per raggiungere la guerra eterna, la guerra umana. L’hanno mancata come una rivoluzione. Da questa guerra sono stati vinti. E questa guerra è cattiva perché ha vinto gli uomini».

C’è da chiedersi come mai Drieu La Rochelle, con la sua prosa tetra, non sia letto e riletto oggi come testimonianza illuminante di un certo disincanto europeo. Forse pesa il marchio dell’infamia politica. Eppure, La Comédie de Charleroi rimane un documento artistico capace di rivelare i paradossi di chi, pur avendo subito la morte in trincea, non ha saputo respingerne il fascino.

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La nuova guerra dei burocrati

Il conflitto che il protagonista rivive non è affatto il campo epico della gloria o il palcoscenico del coraggio eroico. È una trappola, una burocrazia dell’orrore, una macchina per ingegneri e sadici, come afferma nel racconto “Il Tenente dei Fucilieri”.

«Troppa ferraglia. Questo ci uccide. Voglio dire che ci uccide anche moralmente. È piuttosto una guerra per burocrati, per ingegneri, un supplizio inventato da ingegneri sadici per burocrati tristi. Ma non una guerra per guerrieri. E lei è un guerriero». 
«Sì, insomma, sono un soldato».
«Ecco, lei è un soldato».

Qui non c’è spazio per l’estasi dell’azione, solo per la vergogna delle posture. La guerra moderna è diventata un grottesco spettacolo di uomini ridotti a ingranaggi. La modernità bellica non richiede guerrieri, ma pezzi intercambiabili: un esercito di esseri privati di immaginazione e slancio vitale. Il lessico non è mai neutro. Ogni frase scava, espone la nudità del fallimento umano. Le sue descrizioni della guerra tradiscono un mondo ridotto in macerie, un teatro dell’assurdo dove i soldati sono carne in un corridoio di macelli. L’immagine di uomini sdraiati al suolo contrasta brutalmente con l’idea classica di guerra come confronto diretto e ‘nobile’.

«Mi stupivo di essere così inchiodato al suolo: pensavo che non poteva durare molto. E invece durò quattro anni. La guerra oggi la si fa sdraiati, raggomitolati, appiattiti al suolo. La guerra, un tempo, erano gli uomini in piedi. La guerra di oggi, sono tutte le posture della vergogna».

Nel sentire comune – soprattutto in quello della generazione di La Rochelle – la guerra poteva ancora sembrare uno scenario eroico, una sorta di bagno battesimale in cui rigenerare la nazione e l’individuo. Ma l’autore svela il ghigno maledetto della modernità: il conflitto non appartiene più alla sfera dell’eroismo ma a quella della tecnica, del calcolo. Il sacrificio non è celebrato né è colmo di pathos, bensì è inghiottito nelle statistiche: tanti uomini morti in quell’offensiva, tanti feriti in quell’altra, come se fosse un conto da ragionieri.

Tra i corpi squartati dall’artiglieria tedesca, Pierre Drieu La Rochelle raccoglie pezzi di carne che un tempo erano Francia. Le sue mani grondano. Qualcuno – forse Dio, forse il Diavolo – gli sussurra all’orecchio: “Scrivi”. E lui scrive un libro che puzza di polvere da sparo e dannazione. Non chiedetemi se è bello: la bellezza è morta nelle trincee del Belgio. Non chiedetemi se è vero: la verità si è impiccata insieme ai disertori. Chi vuole l’epica della Grande Guerra vada a cercarla nei memoriali degli idioti, nei diari dei generali, nelle cartoline ingiallite delle madri. Qui c’è altro: c’è un uomo che ha visto l’Europa scoppiare come una granata e ne ha raccolto i frammenti con i denti. Ogni frase è una baionetta puntata contro Dio.

«D’un tratto mi lanciai fuori dalla buca. E corsi verso il bosco. 
Una nuova carica, ma completamente mia. Quella carica che ogni orgoglioso, quando suona la sua ora… 
Fuggivo allegramente, in mezzo allo scoppiare delle pallottole.
Poi di colpo, vlan, sulla nuca!
Ah, muoio».

Andrea Falco Profili

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