Pierre Drieu La Rochelle, scrittore maledetto, dandy, personaggio da non
frequentare, incide La Commedia di Charleroi nel 1934 come un epitaffio per
l’Europa che si credeva immortale. Il romanzo è un labirinto di ferite,
Charleroi, città belga, diventa il teatro dove i cadaveri della Grande Guerra
parlano più dei vivi. Drieu in guerra c’è stato davvero, e il protagonista è il
suo alter-ego, che calpesta fango e schegge di miti borghesi. Lo stile di Drieu
setaccia l’eroismo per rivelarne l’assenza, l’autore francese cerca Dio nella
decomposizione, trovando solo il riflesso della propria disintegrazione.
La sua prosa sanguina e inietta disgusto in ogni parola. I suoi soldati, pedine
smarrite di una “commedia” grottesca, indossano uniformi che paiono costumi di
scena: il pantalone rosso, simbolo di una Francia elegante e inutile, esposto al
camaleontico grigioverde tedesco come un bersaglio consapevole. Drieu la chiama
vanteria, è una vanteria suicida, un vezzo estetico che si fa carneficina. Tutto
è teatro, dall’urlo cagnesco degli ufficiali alle marce ordinate come danze
funebri. E se la guerra non può essere tragedia, allora diventa la più crudele
delle commedie.
Il protagonista guida cariche, vuole essere un eroe ma finisce per essere solo
un sopravvissuto, eco di Céline e preludio a Mishima. Alla fine, resta ammaliato
dalla filosofia di un disertore, è Nietzsche che impugna il fucile di Jünger.
Qui ribolle la rabbia, un’ingiustizia gridata contro la macchina spietata della
guerra. Questo è un Drieu ancora precoce, ancora amico di Aragon. I suoi valori
fendenti lanciati contro chiunque osi intravedere un significato, una
profondità, in quel macello collettivo. Drieu, in questo stadio, è un
iconoclasta, non figura nessuna redenzione, nessun senso, solo sangue e polvere.
*
Il vuoto nelle trincee
La storia si apre con un viaggio: una madre, in lutto per il figlio caduto al
fronte, “assolda” un ex combattente perché la guidi sui luoghi dove l’amato eroe
è morto. Il dramma nasce dalla tensione tra la retorica della gloria e la
desolazione fisica e morale dei campi di battaglia. Commedia è una parola
beffarda, un ghigno che svela la finzione del patriottismo bellico,
l’incompiutezza di un lutto che si trascina e rimbalza in una ostinata volontà
di rievocare il passato. Come se, attraverso la contemplazione delle macerie, si
potesse restituire al figlio e all’intera gioventù caduta, un brandello di
senso. Ci sono momenti nella narrazione in cui sembra di leggere un Dante
infernale trapiantato nelle trincee del XX secolo: Drieu scende negli abissi
della memoria bellica con la stessa voracità con cui un pellegrino, spinto dal
bisogno di penitenza, affronta i gironi più tetri. Eppure, il tono non è
purgatoriale né eroico: è un andirivieni di sarcasmo e nostalgia, di denuncia e
romanticismo.
Dietro il gesto di accompagnare la madre ai luoghi del sacrificio del figlio, si
scorge la febbre di un’intera generazione che non ha più radici solide ma vive
di fantasmi. Drieu si aggrappa a questi spettri, li sberleffa, li accarezza. La
guerra riduce in polvere le certezze del passato e la presunta gloria del
futuro, è una guerra antitetica all’eternità che – nelle parole dell’autore – ha
vinto gli uomini.
> «Gli uomini non sono stati umani, non hanno mai voluto essere umani. Hanno
> sopportato di essere inumani. Non hanno voluto superare questa guerra per
> raggiungere la guerra eterna, la guerra umana. L’hanno mancata come una
> rivoluzione. Da questa guerra sono stati vinti. E questa guerra è cattiva
> perché ha vinto gli uomini».
C’è da chiedersi come mai Drieu La Rochelle, con la sua prosa tetra, non sia
letto e riletto oggi come testimonianza illuminante di un certo disincanto
europeo. Forse pesa il marchio dell’infamia politica. Eppure, La Comédie de
Charleroi rimane un documento artistico capace di rivelare i paradossi di chi,
pur avendo subito la morte in trincea, non ha saputo respingerne il fascino.
*
La nuova guerra dei burocrati
Il conflitto che il protagonista rivive non è affatto il campo epico della
gloria o il palcoscenico del coraggio eroico. È una trappola, una burocrazia
dell’orrore, una macchina per ingegneri e sadici, come afferma nel racconto “Il
Tenente dei Fucilieri”.
> «Troppa ferraglia. Questo ci uccide. Voglio dire che ci uccide anche
> moralmente. È piuttosto una guerra per burocrati, per ingegneri, un supplizio
> inventato da ingegneri sadici per burocrati tristi. Ma non una guerra per
> guerrieri. E lei è un guerriero».
> «Sì, insomma, sono un soldato».
> «Ecco, lei è un soldato».
Qui non c’è spazio per l’estasi dell’azione, solo per la vergogna delle posture.
La guerra moderna è diventata un grottesco spettacolo di uomini ridotti a
ingranaggi. La modernità bellica non richiede guerrieri, ma pezzi
intercambiabili: un esercito di esseri privati di immaginazione e slancio
vitale. Il lessico non è mai neutro. Ogni frase scava, espone la nudità del
fallimento umano. Le sue descrizioni della guerra tradiscono un mondo ridotto in
macerie, un teatro dell’assurdo dove i soldati sono carne in un corridoio di
macelli. L’immagine di uomini sdraiati al suolo contrasta brutalmente con l’idea
classica di guerra come confronto diretto e ‘nobile’.
> «Mi stupivo di essere così inchiodato al suolo: pensavo che non poteva durare
> molto. E invece durò quattro anni. La guerra oggi la si fa sdraiati,
> raggomitolati, appiattiti al suolo. La guerra, un tempo, erano gli uomini in
> piedi. La guerra di oggi, sono tutte le posture della vergogna».
Nel sentire comune – soprattutto in quello della generazione di La Rochelle – la
guerra poteva ancora sembrare uno scenario eroico, una sorta di bagno
battesimale in cui rigenerare la nazione e l’individuo. Ma l’autore svela il
ghigno maledetto della modernità: il conflitto non appartiene più alla sfera
dell’eroismo ma a quella della tecnica, del calcolo. Il sacrificio non è
celebrato né è colmo di pathos, bensì è inghiottito nelle statistiche: tanti
uomini morti in quell’offensiva, tanti feriti in quell’altra, come se fosse un
conto da ragionieri.
Tra i corpi squartati dall’artiglieria tedesca, Pierre Drieu La Rochelle
raccoglie pezzi di carne che un tempo erano Francia. Le sue mani grondano.
Qualcuno – forse Dio, forse il Diavolo – gli sussurra all’orecchio: “Scrivi”. E
lui scrive un libro che puzza di polvere da sparo e dannazione. Non chiedetemi
se è bello: la bellezza è morta nelle trincee del Belgio. Non chiedetemi se è
vero: la verità si è impiccata insieme ai disertori. Chi vuole l’epica della
Grande Guerra vada a cercarla nei memoriali degli idioti, nei diari dei
generali, nelle cartoline ingiallite delle madri. Qui c’è altro: c’è un uomo che
ha visto l’Europa scoppiare come una granata e ne ha raccolto i frammenti con i
denti. Ogni frase è una baionetta puntata contro Dio.
> «D’un tratto mi lanciai fuori dalla buca. E corsi verso il bosco.
> Una nuova carica, ma completamente mia. Quella carica che ogni orgoglioso,
> quando suona la sua ora…
> Fuggivo allegramente, in mezzo allo scoppiare delle pallottole.
> Poi di colpo, vlan, sulla nuca!
> Ah, muoio».
Andrea Falco Profili
L'articolo “Tutte le posture della vergogna”. Drieu, scrittore di guerra
proviene da Pangea.