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La peggiore settimana della mia vita di fan dello Studio Ghibli
Internet è ormai inondata da immagini ghiblizzate grazie alla nuova versione di ChatGPT. Ma, al di là del divertimento o della scocciatura, che conseguenze hanno tecnologie come queste sul mondo dell'animazione? È passata una settimana da quando OpenAI ha lanciato la nuova versione di ChatGPT, una che consente agli utenti di dilettarsi con il cosiddetto ghibli prompting: prendi questa immagine e restituiscimela come fosse un frame di un film dello Studio Ghibli. Dovremmo aver subìto abbastanza soprusi da parte della broligarchia da aver capito che niente di quello che fanno è fine a se stesso. Il ghibli prompting non è un passatempo: è un test, è un’indagine di mercato, è un focus group a cui partecipa un bel pezzo di popolazione terrestre. E non ci sarebbe niente di male – ci sarebbe, in realtà, ma l’economia di mercato ce la siamo scelta e ora ce la dobbiamo tenere – se non fosse che a questa festa gli unici a non essere invitati sono stati gli animatori che quello “stile Ghibli” lo hanno inventato e realizzato. È un vizio della broligarchia, questo di considerare la proprietà privata un diritto solo in precise circostanze, cioè quelle in cui la proprietà privata è la loro. Articolo completo qui
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Provaci ancora, Sam. Come Altman (e i suoi “techbros”) ci stanno portando verso il collasso
Il capo di OpenAI ha annunciato a inizio anno che il suo nuovo modello di intelligenza artificiale avrebbe ottenuto risultati simili a quelli umani in una sorta di test del quoziente intellettivo. Un esito ottenuto però facendo allenare la macchina sulle stesse domande e in modo poco trasparente, con costi ecologici ed economici fuori scala. È ora di disertare questa agenda, fatta di macchine mangia-soldi e mangia-risorse. Il 2025 si apre con fuochi d’artificio superiori a quelli a cui ci eravamo abituati sul fronte della propaganda attorno all’intelligenza artificiale (Ai). Il nuovo modello prodotto da OpenAI avrebbe infatti raggiunto risultati comparabili con gli esseri umani nel risolvere il test ARC-AGI. Il video qui sopra contiene un esempio delle domande contenute in tale test, che ricorda molto da vicino i test del quoziente intellettivo (Qi) utilizzati in psicologia per “misurare l’intelligenza” degli esseri umani. Sorvoleremo in questa sede su due fatti chiave che richiederebbero invece una seria analisi: non esiste un consenso scientifico su che cosa sia l’intelligenza umana e animale, ossia una definizione condivisa e, anche fingendo di aver raggiunto un consenso, misurarla resterebbe tutta un’altra faccenda. Dal punto di vista “teorico” ci limiteremo a richiamare l’etimologia: “inter” più “ligere”, “leggere tra (le cose)”, leggere in profondità. Sam Altman (più in generale l’intero comparto dell’Ai) ci ha abituato a trucchi degni degli artisti della truffa che giravano il suo Paese a inizi Ottocento, usati a supporto di affermazioni-bomba come quella appena citata (e immediatamente seguita da affermazioni ancora più esplosive sulla “Superintelligenza”). Ricordiamo, a titolo d’esempio non esaustivo, la figuraccia di Google alla presentazione del suo Gemini, quando i suoi padroni raccontarono che il modello in questione sapeva riconoscere il gioco della morra cinese al primo colpo (zero-shot), mentre -guardando il video completo- si scopriva che la verità era molto diversa (e i dettagli, in questo campo, sono molto importanti). Leggi l'articolo di Stefano Borroni Barale
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Le mille bolle dell’IA verso l’esplosione
Open Ai, che produce Chat-Gpt, potrebbe chiudere il 2024 con un passivo di 5 miliardi di dollari. La corsa di big tech all’intelligenza artificiale rischia di essere insostenibile Se governi e opinione pubblica stanno affrontando l’avvento dell’intelligenza artificiale con qualche (fondata) preoccupazione relativa a possibili utilizzi “indesiderabili” della tecnologia, l’impetuosa crescita di servizi e piattaforme basate su Ai mette a rischio anche la tenuta di tutti i protagonisti di questa ennesima rivoluzione digitale. La corsa all’Ia, per le Big Tech, rischia di essere un vero terreno minato. Il primo “rischio bolla” interessa proprio OpenAI, società che ha sviluppato (come no-profit) e commercializzato (dopo la trasformazione in for-profit) la celeberrima ChatGPT. Se in queste ore si parla di una raccolta fondi miliardaria che dovrebbe coinvolgere anche Apple e Nvidia e di una valutazione della società nell’ordine dei 150 miliardi di dollari, i suoi conti sono in profondo rosso. Secondo un report pubblicato da The Information, l’azienda di Sam Altman potrebbe chiudere il 2024 con un passivo di 5 miliardi di dollari. leggi l'articolo su "Il Manifesto"
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