Il talento di un poeta è inversamente proporzionale alla lunghezza della sua
nota biografica. Quella di Anne Carson è brevissima. “Anne Carson è nata in
Canada e si guadagna da vivere insegnando il greco antico”. Rotonda, ancillare
all’empireo, esatta. Nata a Toronto nel 1950, la Carson ha insegnato, tra
l’altro, a Princeton. A Omero – tornato di moda – preferisce i tragici: ha
tradotto Sofocle, Eschilo, Euripide; l’ultimo libro sarà edito in Italia nel
2027 – per Crocetti, che pubblica la Carson con lungimirante dedizione –;
s’intitola Antigonick, è una riscrittura dell’Antigone. Attacca così:
“Cominciamo nel buio”; Ismene e Antigone si scambiano opinioni su Hegel e
Beckett.
Non è una poetessa facile, per fortuna, Anne Carson. Per capire il suo stile
pensate a Virgilio mixato a David Lynch. Un esempio. In Era una nuvola –
Crocetti, 2021; in origine: Norma Jeane Baker of Troy, 2019 – Carson riscrive
l’Elena di Euripide dando scena a Marilyn Monroe: “La verità è/ che una nuvola
andò a Troia./ Una nuvola sotto forma di Norma Jeane Baker./ Furono gli dèi a
renderlo possibile, o quasi./ Mi portarono in volo a Los Angeles. Mi rinchiusero
in una suite del Chateau Marmont”. In un brandello della pièce, Norma Jeane
appare “nelle vesti di Truman Capote”. Nell’appendice di Era una nuvola,
Patrizio Ceccagnoli, suo storico, illuminato traduttore, intervista Anne Carson;
alla domanda sul ruolo dei classici “nella società contemporanea” la poetessa
risponde come se fosse la reincarnazione di Cristina Campo:
> “Invece di preoccuparci della rilevanza dei classici, potremmo riflettere su
> come rendere noi stessi rilevanti per i classici”.
I classici – se davvero tali – non sono “rilevanti”: vivono attorno a noi.
Sofocle sul comò; Agamennone che pulisce la vasca da bagno in cui è stato
sgozzato.
Anne Carson ha folti capelli grigi che ne accrescono la nobiltà; in un articolo
pubblicato sulla “London Review of Books” due anni fa, il giorno di Ferragosto,
s’intitola Gloves on!, ha confessato di avere il Parkinson. “Quando mi è stato
diagnosticato il morbo di Parkinson, un sintomo che ho trovato mortificante è
stato il letale disintegrarsi della grafia. Un tempo amavo scrivere sui taccuini
– ne ho degli scaffali pieni. Ora i tratti verticali si piegano, si spezzano,
spaziano in ogni direzione; le vocali sono macchie informi… il tutto è piuttosto
imbarazzante”. L’articolo – per dirvi dell’estro iliadico della Carson – levita
in una riflessione sullo ‘stile’. Di recente, Crocetti ha pubblicato un
saggio, Il genere del suono (2026), in cui la Carson elabora una ‘filosofia del
rumore’ per esplorare – così promette la quarta, sibilante – “gli stereotipi di
genere”. Più che altro, è una vertiginosa indagine sul senso del suono a partire
da Aristofane e da Hemingway. Rettifico quanto detto sopra. La Carson è Saffo –
l’ha tradotta in un libro del 2002, If Not, Winter – mixata a Marina Abramović.
La Carson, al contempo, è la poetessa più nuova e più antica di oggi. Chi ha
affinità con questi generi, riconosce alcuni tratti di Norman O. Brown e di H.
D.; ma non è questo il momento di fare i ratti da biblioteca.
L’ho letta la prima volta venticinque anni fa. L’ho letta perché Harold Bloom
diceva che Anne Carson era la più grande poetessa vivente in lingua
inglese. Diceva che era l’ultimo dei sapienti. All’epoca, in Italia, c’era
soltanto un libro di Anne Carson, Autobiografia del rosso. Stampava Bompiani;
traduceva Sergio Claudio Perroni (a cui, senza prevederlo, sarei stato
così legato) – La nave di Teseo lo ha riproposto nel 2020. Il libro – centrato
sulla figura di Gerione, estratto da un’opera di Stesicoro – mi fece
un’impressione straniante. È difficile appassionarsi alla poesia di Anne Carson:
chiede il martello dell’intelletto, obbliga a scuoiare la mente, è una sfida. Mi
appuntai il nome sul polso. Bloom era il mio oracolo, ma l’editoria italiana era
impreparata di fronte alla Carson. Pluripremiata nel mondo inglese, in odore di
Nobel da anni – troppo facile onorarla ora –, da noi non se l’è filata nessuno –
o quasi – nonostante nobili lettori (i più tenaci: Antonella Anedda, Elisa
Biagini, Carmen Gallo). Dopo avergli dedicato una copertina su “Poesia”, nel
2015 (n.307), Nicola Crocetti ha preso a pubblicarla sistematicamente da cinque
anni. La casa editrice Utopia si è concentrata sull’attività saggistica della
Carson, traducendo, tra l’altro, il suo primo libro, Eros il dolceamaro,
pubblicato quarant’anni fa, nel 1986. Meriterebbe un ‘Meridiano’.
Piuttosto. Il libro più bello della Carson è Vetro, Ironia e Dio (Crocetti,
2023; in origine 1995): la ricerca della poetessa canadese – spesso inerpicata
su un Elicona postmoderno – fa del lirismo una forma di agguato. In una sezione
del libro, La verità su Dio, la Carson fa ciò che deve fare un poeta: disseziona
l’Onnipotente. Alcuni versi sono mirabili: “…le pareti esterne di Dio sono di
vetro./ Vedo un milione di anime arrampicarsi sulle pareti interne/ per sfuggire
al Dio in fiamme,// abbandonato”.
In fondo, la Carson è una visionaria. In un’intervista rilasciata alla “Paris
Review” nell’aprile del 2024 ha detto di aver visto Ermes. Era “un autostoppista
a cui io e mio marito Currie abbiamo dato un passaggio nel bel mezzo del
Michigan, nel nulla più assoluto”. Profumava. “Era diretto alla prima biblioteca
pubblica lungo la strada, tre paesi più in là”. Vestiva, impeccabilmente, di
blu.
Quando ha ricevuto la notizia del Nobel, la Carson era in Islanda, paese di cui
è cittadina onoraria. “Ascoltava il vento”, ha riferito la segretaria
dell’Accademia Svedese. Lo ha detto con naturalezza, come si dice: sono a lavare
i piatti. Viene in mente Ezra Pound, la chiusa dei Cantos: “let the wind speak”.
Lascia che parli il vento. I cattivi poeti ascoltano se stessi. I grandi poeti
ascoltano il vento.
Per entrare nel cuore dell’opera di Anne Carson abbiamo interpellato il suo
traduttore, Patrizio Ceccagnoli.
Preliminari. Come ha conosciuto Anne Carson? L’ha conosciuta?
Ho conosciuto l’opera di Anne Carson nei primi anni Duemila a NYC dove lei era
già una star, una scrittrice culto, e io un dottorando alla Columbia University.
Ricordo che un mio amico, Gian Maria Annovi, finalista allo Strega poesia, ne
tradusse dei testi per “Nazione Indiana”. Me l’ha poi presentata un collega qui
in Kansas, un suo amico, Stan Lombardo, un classicista, noto traduttore. Grazie
a Maria Borio abbiamo partecipato a un evento online insieme. C’erano anche
Antonella Anedda, una delle prime lettrici italiane di Carson, e Valerio
Magrelli. Abbiamo un rapporto epistolare via email.
Un gioco. Descriva in tre aggettivi l’opera di Anne Carson.
Divertente, commovente, spiazzante.
Un gioco un po’ più serio. Ci spieghi perché l’opera di Anne Carson è così
importante.
È importante perché è una summa postmodernista della civiltà occidentale, da
Saffo a Heidegger, da Platone a Celan. E poi è come dicono gli accademici
svedesi, è giocosa.
Se devo dire del suo lavoro direi: dedizione; pervicacia. Quanto è difficile
tradurre un’autrice difficilissima come Carson? Come lavora? Interloquisce con
lei? Preferisce agire in solitudine?
Ci interloquisco il meno possibile, perché Anne non ama spiegarsi, non puntando
alla chiarezza, alla linearità. A volte abbiamo scelto dei titoli alternativi
insieme: Era una nuvola per Norma Jeane Baker of Troy lo ha proposto lei; Come
l’acqua per Plainwater l’ho suggerito io, lei ha accettato.
Bibliografia ludica. Ci dica: a) Il libro che ama di più di Carson (e perché);
b) Il libro che consiglia a un lettore che non ha mai letto finora Carson (e
perché).
Amo Economia dell’imperduto, il primo che ho tradotto, perché mi ha consentito
il neologismo per cui ho dovuto combattere. E poi direi Vetro, Ironia e Dio,
perché è una raccolta degli esordi con uno dei testi più belli, Il saggio di
vetro. C’è anche un testo ambientato a Roma e Orvieto, The Fall of Rome.
Ci dica la poesia-amuleto di Carson, quella che continua a folgorarla.
Direi Il saggio di vetro, o alcuni testi di Decreazione, quelli che parlano di
Monica Vitti e Antonioni.
Bibliografia mistica. Quale libro di Carson non ha ancora tradotto e vorrebbe
tradurre.
Nox! For sure.
Cosa insegna Carson sul modo: 1) di dialogare con i cosiddetti ‘classici’; 2) di
intendere la poesia.
Ci ricorda che il dialogo è ancora possibile e che la poesia è solo uno dei modi
di relazionarsi agli altri, ma è profondo e durevole.
…che cos’è per lei poesia?
A costo di suonare dannunziano, lo scarto dalla banalità, dal luogo comune, dal
linguaggio dei mass media, dell’IA. È il linguaggio idiomatico e idiosincratico
di Anne Carson.
**
La crisi di Dio
A volte Dio piomberà su di voi in preda all’ira.
Vi lascerà nel letto a mugolare.
Non prendetela malamente.
Perché le pareti esterne di Dio sono di vetro.
Vedo un milione di anime arrampicarsi sulle pareti interne
per sfuggire al Dio in fiamme,
abbandonato.
*
Il colpo di stato di Dio
Dio è una grandiosa incisione del cuore.
Sulla strada dove l’uomo si leva, possa Egli,
come dice il profeta,
indugiare.
*
La donna di Dio
Sei arrabbiata con la natura? disse Dio alla Sua donna.
Sì, sono arrabbiata, non voglio la natura conficcata
in mezzo alle mie gambe sulla tua bacchetta rosa
o scodellata come la geografia ogni volta
che la tua fibbia abbia bisogno di una leccatina.
Che intendi per Creazione?
Dio la circondò.
Fuoco. Tempo. Fuoco.
Scegli, disse Dio.
*
Il lavoro di Dio
Il chiaro di luna in cucina è un segno di Dio.
Il tipo di tristezza che come un nero tubo ci risucchia
dal nostro stesso ombelico e che i buddisti chiamano
“assenza di un manto mentale” è un segno di Dio.
I vicoli ciechi che come ciglia delimitano
l’umana conversazione sono un segno di Dio.
Perfino la calma di Dio è un segno di Dio.
Quell’odore sorprendentemente freddo di patate o denaro.
Solidi blocchi di silenzio.
Da questi diversi segni si può vedere
quanto lavoro rimanga da fare.
Mettete via la tristezza, è un ammanto del lavoro.
Da: Anne Carson, Vetro, Ironia e Dio, a cura di Patrizio Ceccagnoli, Crocetti
Editore – Giangiacomo Feltrinelli Editore, 2023
**
Sul giovane di notte
Il giovane di notte si sarebbe fatto portare in giro intorno al grido. Questo si
trovava nel mezzo della città e lo guardava a sua volta con il suo calore e le
sue pozze carnali di rose. Una lava terrificante brillava sull’anima del
giovane. Senza fermarsi, continuava a fissare.
*
Sulle orchidee
Viviamo scavando gallerie perché siamo dei sepolti vivi. A me le gallerie da te
scavate sembreranno stranamente senza meta, orchidee sradicate. Ma la fragranza
è immortale. Un ragazzino è scappato da Amherst qualche giorno fa, scrive Emily
Dickinson in una lettera del 1883, e quando gli fu chiesto dove stesse andando,
rispose: Vermont o Asia.
*
Su Hölderlin e la ferita della notte del mondo
Forse il re Edipo aveva un occhio di troppo, disse Hölderlin continuando a
salire. Sopra le cime degli alberi tutto è vuoto come dentro a un polso. La
roccia resta. I nomi restano. I nomi gli cadevano addosso, sibilando.
Da: Anne Carson, Come l’acqua, a cura di Patrizio Ceccagnoli, Crocetti Editore –
Giangiacomo Feltrinelli Editore, 2025
L'articolo Tra Saffo e David Lynch: qualcosa su Anne Carson (e sul suo
traduttore) proviene da Pangea.