Se in Umana gloria la lastra trasparente del vetro garantiva ancora una
visibilità nitida del mondo, permettendo al soggetto di sostare sul margine
della dispersione e di mappare i luoghi, in Pitture nere su carta lo schermo si
oscura definitivamente. Il titolo evoca direttamente le Pinturas negras di
Francisco Goya, evocando un universo cromatico ridotto al grado zero, dove la
luce del faro di Fontana viene sostituita da una tenebra cartacea che inghiotte
le forme. La poesia non è più un’incursione nei luoghi, ma la presa d’atto che i
luoghi sono stati del tutto cancellati: non esiste più il Friuli, non esiste più
la città, non ci sono stanze o cantieri. Il verso lungo e prosastico, che prima
serviva a intensificare la presa sul reale attraverso lo sforzo inclusivo,
subisce in questa fase una progressiva frammentazione, trasformandosi in un
referto secco, in una serie di annotazioni brevi, quasi lapidarie, che
registrano l’avvenuta catastrofe dell’esperienza. L’allucinazione della fine si
è pacificata nell’evidenza del nulla; il soggetto non cammina più “più in là di
sé”, ma parla direttamente da una condizione di post-mortem, muovendosi
all’interno di uno spazio bidimensionale dove l’identità è ormai un materiale
inerte, un reperto testuale privo di un corpo che lo sostenga.
Iniziamo questo nuovo affondo analitico considerando come in Pitture nere su
carta la scrittura stessa si faccia pittura opaca, superficie che non mostra più
il mondo, ma certifica unicamente la traccia dell’inchiostro sul foglio:
Colori 1
quais de la Seine
Inoltrato, non visto,
tra acqua e miseria, sfigurato.
Chiesa di Saint Julien le Pauvre, auberge.
Strada non saziata, tremanti.
Non io, non tu, nell’arcobaleno.
Padre, iconòstasi.
Carta dei nostri visi la speranza.
Acqua con le vite sui ponti,
le case galleggianti. Vai
iride scolorata, gonfia del mio sangue.
Il testo segna l’ingresso nell’universo di Pitture nere su carta, qui la parola
si satura e opacizza, trasformando lo spazio parigino in un diorama spettrale
dove la geografia urbana viene risucchiata dalla materia stessa del foglio.
Sin dall’inizio Benedetti dichiara lo statuto sotterraneo e rimosso del
soggetto: “Inoltrato, non visto,/ tra acqua e miseria, sfigurato”. L’io lirico
smarrisce ogni residuo di centralità percettiva, come ci dice l’aggettivo
“sfigurato” che ratifica il collasso dei lineamenti identitari, mentre la
condizione del “non visto” capovolge la postura fenomenologica della raccolta
precedente: il soggetto è un’ombra clandestina che si muove in un’intercapedine
degradata, schiacciata tra il fluire dell’elemento liquido e la nudità della
miseria, non è più esposto al mondo dal suo sguardo.
La seconda strofa riduce la topografia cittadina a un elenco di detriti verbali
e storici isolati dall’asindeto: “Chiesa di Saint Julien le Pauvre, auberge./
Strada non saziata, tremanti”. I luoghi storici della città perdono la loro
consistenza volumetrica per farsi nomi propri scritti su una superficie inerte.
L’antichissima chiesa parigina e l’albergo si affiancano alla “strada non
saziata”, personificazione di un’urbanità famelica che consuma i corpi,
lasciando l’io e l’altro in una condizione di puro brivido biologico
(“tremanti”). Il punto di rottura ontologica si compie nel verso successivo,
dove la distruzione della relazione intersoggettiva si consuma all’interno di
un’apparizione ottica priva di consistenza: “Non io, non tu, nell’arcobaleno”.
L’arcobaleno, tradizionale simbolo di conciliazione e di scomposizione luminosa,
si rivela un miraggio vuoto, uno schermo cromatico che accerta l’assenza delle
persone. La negazione simmetrica dei pronomi cancella sia la consistenza dell’io
sia quella del tu, estinguendo la possibilità stessa del dialogo e del
riconoscimento reciproco che in Umana gloria passava attraverso lo sguardo
rivolto al qualunque viso.
La comparsa delle figure della memoria arcaica e religiosa subisce la medesima
reificazione oggettuale: “Padre, iconòstasi./ Carta dei nostri visi la
speranza”. La figura paterna si fissa nell’immagine della muraglia sacra
dell’iconostasi, una parete che separa il fedele dal santuario, trasformando il
legame filiale in un diaframma visivo invalicabile. Immediatamente dopo, il
testo rivela il mutamento definitivo dei supporti dell’esistenza: i volti umani
perdono la consistenza della carne per farsi “carta”. La speranza stessa si
riduce a un’operazione tipografica, una filigrana impressa sulla superficie del
foglio che accoglie le “pitture nere”. I visi sono ormai ritagli, supporti
cartacei privi di spessore.
La chiusa del componimento sigilla l’assimilazione dei corpi al flusso
impersonale della materia cittadina: “Acqua con le vite sui ponti,/ le case
galleggianti. Vai// iride scolorata, gonfia del mio sangue”. Il fluire della
Senna trascina con sé le esistenze e le abitazioni, livellando ogni distinzione
in un’unica corrente spersonalizzata. Il comando finale (“Vai”) è rivolto a
un’“iride scolorata”, un occhio o un arcobaleno che ha perduto ogni vivacità
cromatica per saturarsi dell’ultimo fluido vitale del soggetto. Il sangue
dell’io non serve più a garantire la presenza carnale nel mondo, ma si
trasferisce nell’immagine stessa, gonfiando un’iride artificiale e spettrale. La
poesia di Benedetti approda così alla sua fase più radicale: lo sguardo si è
staccato dal corpo, il mondo si è ridotto a pigmento nero su carta e il soggetto
parla ormai dal fondo di una cancellazione in cui l’unica realtà superstite è la
traccia opaca della scrittura che constata la propria avvenuta scomparsa.
Il percorso di affondo nel “mondo nero” della superficie continua nel Capitolo
secondo:
Lacrime 5
Niente, adesso, è dire.
Quante le vite di abiti, visi, mani,
quante. Indietro, intorno.
Lo sai, è finire, qui.
Venivi dal pianto, ricordi, strappato
alla voce. Gli occhi sulla pagina
che scrivevi, blu, nera.
Padri, spose, in bianche
lapidi, bianche.
E tutto tenevi sul tuo maglione.
L’articolazione di Pitture nere su carta in macro-sezioni denominate come
capitoli risponde esattamente alla necessità di organizzare i detriti
dell’esperienza secondo le cadenze del romanzo, ovvero all’interno di una
struttura narrativa. Non si tratta, tuttavia, di una narrazione romanzesca
tradizionale, dotata di trama e sviluppo, quanto piuttosto della parodia
spettrale di una biografia. Benedetti adotta la partizione in capitoli perché il
mondo, essendo ormai diventato pura figurazione e superficie cartacea, può
essere registrato soltanto come un testo già scritto, un volume da sfogliare. Il
“mondo non mondo” si dà esclusivamente nella forma del racconto del suo stesso
congedo; la vita, smarrita la sua consistenza carnale e tridimensionale, si
deposita sulla pagina assumendo la linearità cronologica di un indice
romanzesco, dove ogni capitolo certifica una stazione ulteriore della catastrofe
percettiva.
In questo quadro di narrazione postuma si colloca Lacrime 5, componimento che
radicalizza il collasso della parola già emerso nel testo precedente. L’incipit
formula un’equazione definitiva tra l’azzeramento semantico e l’atto verbale nel
tempo presente: “Niente, adesso, è dire”. L’avverbio “adesso” sancisce
l’ingresso in una temporalità svuotata, dove il linguaggio cessa di essere uno
strumento di espressione o di evocazione per coincidere con l’evidenza del
vuoto. Dire equivale a enunciare il nulla. Subito dopo, il testo elenca per
accumulazione i residui delle esistenze passate: “Quante le vite di abiti, visi,
mani,// quante. Indietro, intorno”. Gli abiti, i visi e le mani – elementi che
in Umana gloria costituivano i supporti del contatto e della relazione –
appaiono qui parcellizzati, ridotti a una statistica spettrale (“quante”) che si
estende nello spazio e nel tempo (“indietro, intorno”) senza trovare un centro
di radicamento. Il verso successivo formula la presa d’atto della fine con una
perentorietà colloquiale raggelante: “Lo sai, è finire, qui”. Il “qui” non
indica più lo spazio accogliente della scrittura o della relazione minima, ma
coincide con la superficie bidimensionale e claustrofobica del foglio, luogo
geometrico dell’estinzione.
La terza strofa rievoca l’origine traumatica del soggetto attraverso l’atto
dello sradicamento: “Venivi dal pianto, ricordi, strappato// alla voce”. La
nascita stessa dell’io coincide con una lacerazione, una separazione violenta
dalla pienezza fonica della voce. Il pianto in Benedetti perde ogni connotazione
psicologica per farsi materia biologica primaria. Questo trauma dell’origine si
riflette immediatamente sulla postura dello scrittore: “Gli occhi sulla pagina/
che scrivevi, blu, nera”. La vista si schiaccia sulla superficie cartacea;
l’azione della scrittura non apre varchi verso l’esterno, ma si risolve nella
stesura cromatica dell’inchiostro, oscillante tra il “blu” della memoria e il
“nera” della definitiva cancellazione goyesca (o più prosasticamente i colori
delle biro utilizzate per scrivere). Eppure, la dimensione retorica potrebbe
aprire a un accordo per sillessi tra il “blu” dello sguardo e il “nera” della
pagina. In tal caso, Benedetti schiaccerebbe i due aggettivi l’uno sull’altro,
separati solo da una virgola che agirebbe come una fessura millimetrica, per
fare in modo che lo sguardo e il supporto che lo accoglie (la pagina) non siano
più due entità distinte ma la loro fusione sulla superficie del foglio. La
sillessi così estremizzata mostrerebbe visivamente il disorientamento e la
reificazione del soggetto: l’atto del vedere sarebbe talmente schiacciato sulla
carta da subire una metamorfosi di genere e di sostanza. Lo sguardo non
attraverserebbe più lo spazio, ma diventerebbe esso stesso pigmento, alterandosi
nell’urto con la pagina nera. C’è una bellezza raggelante in questa infrazione
grammaticale, perché, se così fosse, dimostrerebbe come la lingua di Benedetti
si pieghi fino a spezzarsi, rinunciando alla logica dei legami tradizionali per
poter registrare la fusione finale tra l’occhio del soggetto e il buio del
supporto (di qualunque strumento operativo dell’essere umano,
aggiungerei). Teniamoci per cara questa suggestione e passiamo alla strofa
successiva dove si realizza la pietrificazione del legame genealogico e
affettivo: “Padri, spose, in bianche/ lapidi, bianche”. Le figure centrali della
vita privata subiscono una monumentale reificazione tombale. L’aggettivo
“bianche”, ripetuto e isolato dalla spezzatura del verso, non evoca una
dimensione di purezza o di luce, ma il grado zero del colore, l’estensione
gessosa della pietra che cancella i tratti dei visi e la consistenza della
carne. La chiusa del testo raccoglie questi frammenti all’interno di un’immagine
di dimessa quotidianità: “E tutto tenevi sul tuo maglione”. Il “tutto” – che
comprende i padri, le spose, le lapidi, il pianto e le vite passate – perde il
suo peso metafisico per farsi pulviscolo, scoria materiale che si deposita
sull’indumento del soggetto. Il maglione diventa l’ultimo, fragile supporto
percettivo capace di trattenere i resti del mondo, un piano di consistenza
minimo dove la memoria si riduce a un’impronta tessile, un accumulo di pelucchi
e polvere che l’io contempla prima dell’oscuramento definitivo.
6.
Casa, lastre che sono state occhi,
e il proprio nulla. Vaga
nel silenzio. E io so dire e non dire,
fu il perdono antico.
Non so, dove e quando, casa
degli uomini e delle bestie,
del loro nulla, come
sia nostro mondo, da lastre
a bastoncelli, la nostra luce
nell’universo, e questa pagina.
Il passaggio dal Capitolo secondo al Capitolo terzo di Pitture nere su
carta trova in questo testo, contrassegnato dal numero 6, una cerniera teorica e
stilistica. Benedetti qui sembra compiere il passo verso la formulazione di una
vera e propria cosmologia della reificazione, dove la biologia dell’occhio e la
materia del foglio si scoprono sottomesse alla medesima cecità.
L’inizio del componimento stringe l’inquadratura sulle macerie dello spazio
domestico, saldandole immediatamente alla fine della funzione visiva: “Casa,
lastre che sono state occhi,/ e il proprio nulla”. La “casa”, che in Umana
gloria e nei primi testi urbani costituiva l’ultimo contenitore dei corpi, viene
ridotta a un cumulo di “lastre”. Questo termine recupera e radicalizza la
nozione della lastra trasparente del vetro, ma ne ribalta il segno: le finestre
e gli specchi più che diaframmi attraverso cui guardare il mondo, sono detriti
opachi che “sono stati occhi”. L’architettura stessa ha perduto la capacità di
riflettere e di accogliere l’umano, ospitando esclusivamente “il proprio nulla”
che “vaga/ nel silenzio”.
Davanti a questa desertificazione, la postura del soggetto si attesta sulla
capacità di dire della lingua in difetto: “E io so dire e non dire, / fu il
perdono antico”. Il “dire e non dire” riprende la formula di Lacrime 5 (“Niente,
adesso, è dire”), configurandosi come una pronuncia reticente, un’oscillazione
tra la parola e il silenzio che costituisce l’unica forma di “perdono” o di
conciliazione possibile con il passato. La poesia rinuncia alla pretesa di
spiegare o di trattenere l’esperienza, accettando la parzialità del segno.
La strofa successiva allarga lo sguardo verso la dimensione arcaica e
genealogica (il Friuli?), riletta però attraverso la categoria dello
smarrimento: “Non so, dove e quando, casa/ degli uomini e delle bestie,// del
loro nulla”. La coabitazione rurale tra l’umano e l’animale, che nelle raccolte
precedenti conservava una dignità pur nella miseria, viene qui risucchiata dalla
medesima voragine nichilistica. Non esiste più un centro originario a cui fare
ritorno; la casa comune degli uomini e delle bestie si rivela il luogo della
condivisione del vuoto.
La chiusa del testo realizza la saldatura biologica e scientifica di questa
catastrofe percettiva: “come/ sia nostro mondo, da lastre// a bastoncelli, la
nostra luce/ nell’universo, e questa pagina”. Il riferimento a “lastre” e
“bastoncelli” traspone la riflessione poetica sul piano dell’anatomia oculare,
evocando i fotorecettori della retina (i coni, qui assimilati alle lastre, e i
bastoncelli) deputati alla visione notturna e crepuscolare, in una poetica della
visione assimilabile in senso ampio a quella di Magrelli. Il “nostro mondo” e
“la nostra luce nell’universo” non sono entità metafisiche, ma costrutti chimici
e biologici, proiezioni destinate a spegnersi con l’esaurimento dell’organismo.
L’inserimento finale del sintagma “e questa pagina”, isolato e coordinato per
asindeto, chiude perfettamente la cerniera romanzesca verso il capitolo quarto.
Il mondo, la luce dell’universo e l’anatomia dell’occhio condividono lo stesso
identico destino di degradazione di questo foglio di carta. La scrittura non è
un’alternativa vitale alla morte del corpo, ma l’estensione materiale di quella
retina che si sta spegnendo. I bastoncelli dell’occhio e le fibre della carta si
confondono in un’unica superficie, dove la poesia di Benedetti smette di mappare
i luoghi per farsi pura anatomia della cecità, referto biologico di una luce che
si riduce a inchiostro nero nell’atto stesso di mostrarsi.
Dicevamo di come il testo appena esaminato conduca al Capitolo quarto dove il
rapporto con le Pinturas negras di Goya si fa totalmente esplicito. Dopo la
riduzione a “superficie di inchiostro nero” occorre confrontarsi con il
denudamento di senso della scrittura, con la sua parte in ombra:
4.
Il sonno delle mele, quiero dormir.
L’ombra delle lacrime.
Brillino i denti dei teschi.
Los dientes de la calavera.
Tierra sin un junco. Mani radici.
Terra senza un giunco,
dove non si accende il nudo
bianco, come un nero cactus.
…tu limpio desnudo
como un negro cactus…
Oltre il cono d’ombra delle Pinturas negras, si rende evidente il dialogo
sotterraneo con il barocco tragico e notturno di Federico García Lorca,
esplicitamente evocato dai prelievi in lingua spagnola. Il testo, contrassegnato
dal numero 4, mette in scena la spoliazione del senso attraverso una struttura a
specchio, dove ogni verso in italiano trova il suo doppio o la sua matrice
spagnola, traducendosi in una superficie ecoica, priva di spessore dialogico
reale.
L’esordio affianca l’animato e l’inanimato in una medesima richiesta di oblio:
“Il sonno delle mele, quiero dormir./ L’ombra delle lacrime”. Il riferimento al
“sonno delle mele” e il desiderio di dormire (“quiero dormir”) estraggono la
coscienza dal dovere della veglia e della testimonianza ottica che aveva
animato Umana gloria. Lo sguardo si ritira, il sonno evoca la celebre acquaforte
di Goya, Il sonno della ragione genera mostri, ma qui la ragione si è già
assopita, lasciando il posto all’“ombra delle lacrime”, ovvero a un pianto che
ha perso persino la sua consistenza liquida per farsi proiezione, macchia scura
sul foglio.
La seconda strofa realizza l’irruzione del macabro goyesco, spogliato di
qualsiasi intento espressionista o violento: “Brillino i denti dei teschi./ Los
dientes de la calavera”. La duplicazione linguistica accentua l’effetto di
straniamento e di svuotamento. Il verbo “brillino” attribuisce ai teschi l’unica
forma di luce superstite in questo universo cartaceo: non la luce solare del
faro di Fontana, ma il riverbero osseo e minerale della morte. La “calavera”
cessa di essere un simbolo religioso o antropologico per farsi puro elemento
grafico, un segno inciso sulla pagina.
La strofa successiva descrive un paesaggio desertificato, privo di ogni rigoglio
biologico o vegetale: “Tierra sin un junco. Mani radici./ Terra senza un
giunco”. La terra di Benedetti subisce un processo di mineralizzazione assoluta;
la totale assenza del giunco indica l’estinzione dell’elemento flessibile,
vitale, acquatico. I corpi umani subiscono una metamorfosi fossile (“Mani
radici”): gli arti, che un tempo cercavano il contatto, si conficcano nel suolo
inerte, trasformandosi in appendici lignee.
La chiusa del componimento sigilla questa estetica del denudamento attraverso un
ossimoro visivo violento: “dove non si accende il nudo/ bianco, come un nero
cactus.// …tu limpio desnudo/ como un negro cactus…”. Il contrasto cromatico tra
il “nudo bianco” (il corpo amato, la carne pulita evocata da Lorca) e il “nero
cactus” descrive l’impossibilità della rivelazione luminosa. Il bianco non
riesce ad “accendersi”, a bucare la tenebra della pagina; viene immediatamente
assimilato alla forma spinosa, arida e scura del cactus. Il nudo perde la sua
grazia erotica o vitale per farsi scultura vegetale d’inchiostro. In questa
riscrittura e scomposizione linguistica, il Capitolo quarto dimostra come il
disorientamento del soggetto sia ormai completo: la parola poetica non morde più
il reale e non abita più il margine del “tra”, se non nel confronto con la
propria ombra, traducendo i corpi e i paesaggi in una sequenza di citazioni e
deformazioni pittoriche dove l’unica certezza è l’opacità del foglio che
accoglie la fine dell’esperienza. Ecco perché l’evocazione di “reliquari” e
“sacrifici” all’interno del Capitolo quinto istituisce il legame più intimo e
strutturale con l’universo delle Pinturas negras e dei Disastri della guerra di
Goya, definendo il punto di non ritorno della riflessione di Benedetti sul
denudamento del senso.
Nelle opere più tarde e radicali di Francisco Goya, questi due concetti
subiscono un totale ribaltamento ironico e tragico, perdendo ogni funzione
sacrale per farsi referti di un’atrocità biologica. I “sacrifici” in Goya – si
pensi a tele come Saturno che divora i suoi figli o alle scene di mutilazione
dei Disastri – sono atti di violenza pura, cieca, svestiti di qualsiasi
giustificazione rituale, teologica o civile. Il sacrificio goyesco è la
constatazione raggelata di una carne che viene smembrata dal potere, dalla
follia o dal tempo, ridotta a pura materia inerte senza possibilità di
riscatto. Di conseguenza, i “reliquari” subiscono la medesima profanazione
materialistica. Nella tradizione religiosa, il reliquiario è il contenitore
nobile che custodisce il frammento osseo del santo per garantirne l’immortalità
e il culto. Nello sguardo di Goya, invece, l’intero mondo si trasforma in un
reliquiario mostruoso e ironico: i corpi appesi ai rami nei Disastri, le teste
decapitate o i volti grotteschi dei vecchi che mangiano la minestra nelle
pitture murali della Quinta del Sordo sono i resti di un’umanità ridotta a
detrito, a pezzo anatomico isolato. Il reliquiario di Goya esibisce la ferita,
certificando che dell’uomo non resta che un avanzo biologico, una scoria
scheletrica.
In Pitture nere su carta, Benedetti – come sempre più evidente man mano che si
avanza nel libro – interiorizza questa lezione figurativa, traducendola sul
piano della lingua e dei supporti percettivi. I “sacrifici” diventano il
compiersi della catastrofe dell’esperienza: l’immolazione definitiva dell’io
lirico e del suo mondo affettivo, che vengono privati di ogni spessore
biografico o sentimentale. La poesia rinuncia a trovare un riscatto morale al
nichilismo. I “reliquari” di Benedetti sono così le sue stesse poesie, i
frammenti verbali (i “brandelli”), i sostantivi isolati come “abiti, visi, mani”
o i nomi dei morti che non proteggono il passato per sottrarlo alla morte, ma
agiscono come l’esposizione dei reperti di un’avvenuta dispersione. I versi
del Capitolo quinto diventano contenitori gessosi, lapidi o scatole di cartone
in cui i resti sopravvivono come tracce opache galleggianti sulla superficie
della pagina. Il testo poetico sposa l’onestà estrema di Goya: si fa reliquiario
di un vuoto, rinunciando alla luce per farsi testimone che accoglie, registra e
fissa per sempre il sacrificio della presenza umana:
Reliquiari 6
mummie
Nella teca, il disseccamento naturale.
Un vento e l’asciuttezza, il congelamento.
Raggrinzito viso, rinsecchito. Cartonata pelle.
Testa dell’omero. Buchi, celle di porosità.
Carpo, ulna, radio. Fratture. Cartonata pelle.
Abrasioni, usura, carie, nelle corone.
Sullo smalto dei denti, nel cristallo dei denti.
*
Sacrifici 2
Rinnegato il canto.
Gli altari.
Perché tutti possano udire.
Dal tuo
…du rollst die Altäre
zeitenwärts…
i brandelli,
verso l’interno del tempo.
In Reliquiari 6, sottotitolato emblematicamente mummie, la teca poetica si apre
per esibire un campionario autoptico. All’inizio si descrive il processo di
sottrazione dei fluidi vitali: “Nella teca, il disseccamento naturale./ Un vento
e l’asciuttezza, il congelamento”. L’ambiente è dominato da agenti atmosferici
gelidi che privano i corpi di ogni spessore organico. Il verso successivo
formula una precisa dichiarazione di poetica e di metamorfosi dei supporti:
“Raggrinzito viso, rinsecchito. Cartonata pelle”. Il volto umano, che in Umana
gloria costituiva il perno del legame intersoggettivo, subisce qui una letterale
reificazione cartacea, la pelle infatti si fa “cartonata”.
La strofa centrale parcellizza il corpo attraverso un catalogo osteologico
isolato dall’asindeto: “Testa dell’omero. Buchi, celle di porosità.// Carpo,
ulna, radio. Fratture. Cartonata pelle”. La sineddoche anatomica riduce l’essere
umano a uno scheletro abraso, un cumulo di ossa segnate da fratture e porosità
che richiamano la grana stessa della carta. La chiusa strofica stringe
l’obiettivo sui dettagli dentari: “Abrasioni, usura, carie, nelle corone./ Sullo
smalto dei denti, nel cristallo dei denti”. I denti dei teschi, che nel capitolo
precedente brillavano goyescamente come unico riflesso minerale, mostrano adesso
i segni del logoramento temporale (“usura, carie”). La menzione del “cristallo
dei denti” evoca un’ultima, solida lucentezza che viene però aggredita dal
vuoto, confermando come la degradazione biologica sia ormai penetrata fin dentro
la sostanza più dura della presenza.
In perfetta continuità, Sacrifici 2 sposta questa distruzione anatomica sul
piano della parola letteraria, ratificando l’immolazione della lirica
tradizionale: “Rinnegato il canto./ Gli altari./ Perché tutti possano udire”.
L’atto del rinnegare colpisce il “canto”, ovvero la pretesa di armonia, di ritmo
e di riscatto che la poesia ha storicamente rivendicato. Gli “altari” del
sacrificio non servono più a innalzare preghiere, ma a esibire la violenza del
tempo in modo pubblico e perentorio, affinché la comunità ne sia testimone.
Il nucleo del testo si compie nel dialogo intertestuale con la poesia di Paul
Celan, esplicitamente citata: “Dal tuo/ …du rollst die Altäre/ zeitenwärts…/ i
brandelli,/ verso l’interno del tempo”. Il prelievo celaniano (“tu rotoli gli
altari verso il tempo”) descrive lo scardinamento dei luoghi stabili del sacro,
i quali vengono travolti dal flusso cronologico. Ciò che resta sull’altare della
pagina non sono corpi integri o identità ricomposte, ma “i brandelli”. Questa
parola descrive contemporaneamente i pezzi di carne lacerata del sacrificio
goyesco e i frammenti verbali, i ritagli di versi rimasti dopo il collasso della
sintassi (come in Celan). La traiettoria di questi detriti è un movimento
retrogrado “verso l’interno del tempo”. Il cammino della poesia arretra verso
l’origine traumatica, verso quel fondo opaco della memoria dove le parole, i
corpi e le immagini si fondono nell’oscurità dell’inchiostro. In questo quinto
capitolo, Benedetti rinuncia definitivamente alla trasparenza: la poesia si fa
contemporaneamente mummia e altare di brandelli, assumendosi il compito di
testimoniare la fine dell’esperienza attraverso una lingua che mostra unicamente
la propria spettrale, irriducibile usura.
Nel Capitolo sesto troviamo “sfarzi, smalti e supernove”:
Sfarzo 2
Vernissage. Rue des Beaux-Arts, Parigi.
Sfolgoranti i colori di Sebastian Matta.
Toni del rosso, del blu, del brunito.
È deflagrato L’oroscopo del giardino.
Christie’s. Fine costumes.
In azzurro e oro, a righe, di raso,
l’abito con blu, rosa, and gold flowers.
Di seta azzurra ricamato di seta rosa.
Atelier. Parigi, Rue de Verneuil.
Acciaio ossidato. Liberty. Molto Fuoco.
Poltrone e divani, lampade.
Stoffe rosse e blu, chemiluminescenti.
*
Smalti 3
Duane Hanson
Il corpo, colato in vetroresina,
si muove lentissimamente.
Dove? Sembra fisso, vuoti i movimenti.
È là? Si muove, un poco sempre.
Tra irrealtà e lacrime.
*
Supernove 2
Stella in esplosione. Anelli
concentrici. Cede
la vista, cede la memoria…
sicut oculus videns excellentissimum sensibile.
Oh, …come si convenne
l’imago al cerchio e come vi s’indova…
eco di luce che non da sé è vera.
Dopo il disseccamento autoptico dei reliquiari, Pitture nere su carta si concede
un’irruzione di luce e colori che non rappresenta affatto una guarigione, ma il
compiersi di una catastrofe ottica. “Sfarzi, smalti e supernove” funzionano come
un’allegoria della cecità per eccesso: è il bagliore accecante della parola che,
prima di spegnersi, sprigiona tutta la sua energia in una fiammata artificiale,
una saturazione retinica che precede la tenebra totale.
Sfarzo 2 sposta la scena nei luoghi del mercato e della consacrazione estetica
parigina: “Vernissage. Rue des Beaux-Arts, Parigi./ Sfolgoranti i colori di
Sebastian Matta”. La pittura del surrealista cileno Roberto Matta (nome
completo: Roberto Antonio Sebastián Matta Echaurren), nota per le sue esplosioni
cosmiche e le sue geometrie fiammeggianti, introduce una tavolozza satura: “Toni
del rosso, del blu, del brunito./ È deflagrato L’oroscopo del giardino”. Il
verbo “deflagrato” descrive perfettamente l’urto visivo: il giardino – che
storicamente nella poesia è il luogo dell’idillio naturale – diventa un quadro
che esplode in pigmenti puri.
Subito dopo, la scomposizione si sposta nelle sale d’asta di Christie’s, dove
gli abiti del lusso e del passato vengono frazionati in un catalogo di tessuti e
dettagli plurilingui. Lo sfarzo descritto è però una ricchezza priva di vita, un
accumulo di superfici tessili (“di raso”, “di seta”) esposte alla vendita,
residui di corpi che non ci sono più. L’atelier di Rue de Verneuil sigilla
questa atmosfera industriale e museale: “Acciaio ossidato. Liberty. Molto
Fuoco.// Poltrone e divani, lampade./ Stoffe rosse e blu, chemiluminescenti”.
L’antico contrasto tra il rosso e il blu si converte qui in una luce
“chemiluminescente”, una luminosità fredda, chimica, artificiale, prodotta da
una reazione di laboratorio. Lo sfarzo di Benedetti è la retroilluminazione di
un mondo ridotto a vetrina e a catalogo antiquario, nonché, forse, il suo ultimo
sforzo di riattivare una vitalità che si avverte perduta.
Con Smalti 3, lo schermo si sposta sulla scultura iperrealista di Duane Hanson,
offrendo la chiave di lettura di questa saturazione visiva: “Il corpo, colato in
vetroresina,/ si muove lentissimamente”. Il corpo umano subisce la sua
reificazione definitiva: non si fa carta, ma resina sintetica, plastica lucida.
Lo smalto non è la grazia di un dipinto rinascimentale, ma la vernice
industriale che ricopre il manichino. I versi centrali descrivono lo scacco
della percezione davanti a questo simulacro: “Dove? Sembra fisso, vuoti i
movimenti./ È là? Si muove, un poco sempre”. La stasi e il movimento si
confondono; l’essere umano, ridotto a installazione pop, oscilla “tra irrealtà e
lacrime”, prigioniero di una prassi svuotata di ogni intenzione biologica o
esistenziale. Il soggetto guarda il simulacro e vi ritrova specchiata la propria
anestesia.
La catastrofe ottica trova il suo compimento cosmico in Supernove 2. La
supernova è, per definizione astronomica, l’esplosione finale di una stella
morente, che brilla per brevissimo tempo di una luce immensa prima di collassare
in un buco nero: “Stella in esplosione. Anelli/ concentrici. Cede/ la vista,
cede la memoria…”. L’esplosione siderale coincide con la paralisi degli organi
conoscitivi del soggetto: davanti a troppa luce, l’occhio si acceca (“cede la
vista”) e il linguaggio perde il suo ancoraggio (“cede la memoria”).
A questo punto, Benedetti convoca la massima tradizione filosofica e teologica
per sanzionare il crollo. La citazione latina scolastica (“sicut oculus videns
excellentissimum sensibile” che proviene da un commento di Benvenuto da Imola
alla Divina Commedia dove l’autore fa un paragone filosofico tra la vista umana
e l’intelletto: “L’occhio umano, quando vede un oggetto eccellente – la luce del
sole –, si indebolisce ed è incapace di vedere altre cose inferiori. Al
contrario, l’occhio intellettuale che osserva l’oggetto eccellente – la luce del
sole eterno – si rafforza e diventa capace di vedere più perfettamente quella
luce e quelle inferiori”) riprende un principio aristotelico fondamentale:
l’occhio, davanti a un sensibile troppo eccellente (come il sole o, in questo
caso, la supernova), viene distrutto dalla violenza dello stimolo, confermando
che l’eccesso di visibilità produce cecità.
Subito dopo, il testo innesta il prelievo dal trentatreesimo canto
del Paradiso dantesco (ma già nel precedente Supernove 1, con cui il nostro
testo forma un dittico leggiamo: “Candida rosa, fiore maturo, / la mente sospesa
dal corpo si disnoda.// Grande Nube. Bianca, fucsia. Bianchi,/ innumeri
frammenti nel nero.// Corte celeste, moltitudine volante/ di banco in banco, di
foglia in foglia.// Aurea fiamma degli spiriti assolti. / Eco di luce che non da
sé è vera”), nel momento in cui Dante si trova davanti alla visione trinitaria e
constata il fallimento della propria mente: “Oh, …come si convenne/ l’imago al
cerchio e come vi s’indova…”. Ma mentre in Dante la geometria del cerchio
accoglieva l’immagine umana in un mistero di armonia divina, in Benedetti questa
ascesa mistica viene come congelata e rovesciata nell’ultimo, lapidario verso:
“eco di luce che non da sé è vera”.
La luce della supernova, lo sfarzo di Matta, la lucentezza della vetroresina di
Hanson non possiedono una verità propria o metafisica; sono soltanto un’eco, un
riflesso parassitario, la combustione finale di un linguaggio che ha consumato
tutta la sua materia. Il Capitolo sesto realizza così il paradosso estremo
di Pitture nere su carta: la poesia brilla di una luce violentissima e
artificiale solo per ratificare la fine della propria capacità di illuminare,
trasformando il paradiso dantesco nella constatazione che l’immagine e il
cerchio non si incastrano più, lasciando dietro di sé l’impronta bruciata di un
inchiostro che ha fatto troppa luce prima del buio definitivo. Per questo, a mio
avviso, il Capitolo settimo si apre così:
1.
Solo e oscuro, via da cani e da notti.
– Vogliono già stabilirsi, ci tengono, in una casa nuova
Voglio non essere muto, potendolo, in una voce nuova –
Così vera era l’estate.
Marciapiede, inferriata, sentiero, colchici,
noci, arbusti, lucignoli, ombre,
ombre.
L’inverno portato in manto, altrove il sole ha la luce.
– Sono protetti. Si specchiano, l’un l’altro. Interposta
l’immagine alla cosa… è la stanza e essi sono
Frane, in me, frane nella spalla, diplopie –
Diplopie.
Ossa della bocca gettate sulla neve a placche.
La fiammata artificiale del capitolo precedente sembra essersi consumata,
lasciando il soggetto in una condizione di assoluta spettralità. Il “buio” che
ne consegue è la risultante biologica e conoscitiva di quella distruzione
ottica.
L’incipit formula un referto di isolamento radicale, quasi animalesco: “Solo e
oscuro, via da cani e da notti”. L’aggettivo “oscuro” sanziona l’avvenuto
spegnimento della visione. Subito dopo, la pagina viene incisa da due versi
racchiusi tra trattini, che introducono una polifonia sdoppiata, una citazione
di voci impersonali o un dialogo interiore drammatico: “– Vogliono già
stabilirsi, ci tengono, in una casa nuova/ Voglio non essere muto, potendolo, in
una voce nuova –”. Questo passaggio costituisce un esplicito e tragico
controcanto alle sezioni finali di Umana gloria (Qualcuno guarderà il
bene, Verso la casa nuova). Là, la “casa nuova” rappresentava la speranza di una
percezione purificata, un nuovo inizio; qui, quel progetto viene bloccato. Chi
“vuole stabilirsi” vi si aggrappa quasi con disperazione commerciale e
burocratica (“ci tengono”), mentre il desiderio del soggetto si riduce al grado
zero della sopravvivenza espressiva: non si chiede più la pienezza del canto, ma
la possibilità minima, biologica, di “non essere muto” attraverso “una voce
nuova” che tuttavia appare già incrinata dal dubbio (“potendolo”).
La seconda strofa evoca per un attimo, con un passaggio nostalgico, l’evidenza
perduta del mondo tridimensionale: “Così vera era l’estate”. Ma questa pienezza
viene immediatamente polverizzata in un elenco asindetico di detriti, dove gli
arredi urbani parigini e la natura friulana si mescolano sulla superficie piatta
del foglio: “Marciapiede, inferriata, sentiero, colchici,/ noci, arbusti,
lucignoli, ombre,// ombre”. La ripetizione isolata di “ombre” sancisce la
perdita di volume delle cose. Gli oggetti elencati non hanno consistenza
corporea; sono sagome, proiezioni d’inchiostro nate dal logoramento della luce.
L’inverno diventa un indumento claustrofobico che avvolge il corpo (“L’inverno
portato in manto”), mentre la vera luminosità viene esiliata in un’alterità
irraggiungibile (“altrove il sole ha la luce”).
La seconda sezione tra trattini esplicita la natura di questo scacco percettivo
e relazionale: “– Sono protetti. Si specchiano, l’un l’altro. Interposta/
l’immagine alla cosa… è la stanza e essi sono/ Frane, in me, frane nella spalla,
diplopie –”. La diagnosi è spietata: gli esseri umani si muovono all’interno di
un’illusione narcisistica e protettiva (“Si specchiano, l’un l’altro”), ma il
contatto con il reale è definitivamente compromesso perché si è compiuta
l’“interposizione dell’immagine alla cosa”. Lo schermo del visibile, la lastra
di inchiostro opaco, si è infilata come un diaframma invalicabile tra l’occhio e
il mondo. La conseguenza immediata di questa alienazione è il crollo fisico
dell’organismo del poeta, espresso con formule di sfacelo anatomico e
neurologico: l’io si scopre vulnerabile all’erosione interna (“Frane, in me,
frane nella spalla”) e, soprattutto, viene colpito dalla “diplopia”. Il termine
“Diplopie”, isolato e ripetuto all’inizio dell’ultimo distico, descrive la
patologia oculare della visione doppia. È il referto clinico definitivo del
disorientamento: l’occhio, traumatizzato dall’eccesso di stimoli (e dallo sfarzo
precedente?), non riesce più a fondere le immagini in un unico centro di senso.
Il mondo si sdoppia, si sfoca, rivelando la sua natura di puro inganno ottico.
La chiusa del testo realizza la fusione finale tra il catalogo autoptico dei
reliquiari e il paesaggio invernale dell’estinzione: “Ossa della bocca gettate
sulla neve a placche”. La bocca, organo della fonazione e della parola, viene
ridotta alle sue componenti scheletriche, ossa che vengono “gettate” – con un
gesto di abbandono goyesco – sulla “neve a placche”. La neve si presenta “a
placche”, evocando così la superficie gessosa, la crosta che ricalca
la texture materica e irregolare della carta spessa e rovinata. Con questa
immagine da brividi, il Capitolo settimo sin dall’inizio dichiara il fallimento
di ogni “casa nuova”: i visi sono di carta, la vista è deformata dalla diplopia,
e i resti dello strumento poetico (per surreale metonimia le “ossa della bocca”)
giacciono dispersi sulla pagina bianca, fissati nel loro quasi afasico
silenzio.
Ma come prosegue questo transito al buio e al silenzio se non attraverso colpi
di coda, sempre rinnovati tentativi di catalogare l’esistente e renderlo
accessibile nel “tra”, nella relazione di soggetto e mondo:
3.
Della fabbrica del mondo, sec. XVI
Elementi. Terra,
metalli, pietre preziose, fiori, veleni.
Anima. Mente,
memoria, oblio, pape, stupefazione.
Inferno.
Nomi di diavoli, tormento, lamento, ah, disperazione.
Quantità. Numero,
nullo, nulla, niente, aleppe, alleluiamento, iota, zero.
Quantità. Misura,
forziere, valigia, in parte, spanna, scheggia, cospargere,
Particelle.
Elle, egli, ei, elleno, ello, eglino, ella.
Particelle.
O! vocante, o! dolente, o! riminiscente.
In questo testo Benedetti mette in scena un tentativo estremo di aggrapparsi
alla lingua nel momento esatto del suo sfaldamento, configurando il testo come
un’archeologia del linguaggio, un viaggio a ritroso verso le strutture
elementari della catalogazione rinascimentale evocata sin dall’epigrafe: “Della
fabbrica del mondo, sec. XVI”. Il riferimento è al trattato del 1548 di
Francesco Alunno da Ferrara, uno dei primi grandi dizionari metodici della
lingua italiana, strutturato per grandi categorie enciclopediche. Benedetti mima
questa tassonomia cinquecentesca per esibire la definitiva reificazione in
inventario dell’ordine delle cose. Il catalogo procede per macro-categorie,
ognuna seguita da un elenco di sostantivi, lemmi e particelle grammaticali. La
prima sezione, dedicata a “Elementi” e “Anima”, si apre con la materia fisica
per scivolare subito verso i “veleni”, introducendo la scoria tossica nella
natura; quando passa all’interiorità, il processo psicologico si risolve
nell’“oblio” e nella “stupefazione”. Il termine dantesco “pape”, tratto dal
celebre ed enigmatico verso dell’Inferno, agisce come un fonema puro,
un’interiezione dello stupore e dello sgomento che priva la mente di capacità
logica: l’anima è una facoltà interdetta, paralizzata davanti al vuoto.
Immediatamente dopo, la categoria dell’“Inferno” condensa il barocco goyesco (e
dantesco?) in una sequenza di reperti acustici, dove l’esclamazione (“ah”)
irrompe come un puro sussulto biologico della carne ferita, introducendo il
passo successivo della “Quantità. Numero”, che mette in scena una spaventosa
matematica del nulla. Allineando i sinonimi del vuoto (“nullo, nulla, niente,
[…] iota, zero”) e inserendovi nel mezzo “aleppe” e “alleluiamento”, Benedetti
realizza un livellamento agghiacciante (da Inferno, appunto): la lode sacra e il
nonsenso demoniaco vengono ridotti allo stesso statuto numerico dello “zero”,
costringendo il linguaggio a quantificare il proprio stesso azzeramento.
L’ultima parte del testo sprofonda nei supporti minimi della comunicazione,
persino le misure e i numeri di quantità non resistono alla perenne forza
disgregatrice, riducendosi appunto a “particelle” come tutti i pronomi di terza
persona elencati al dodicesimo verso, poco più di una neutra lista come nel
repertorio di Alunno.
Questo collasso delle macro-strutture logiche e matematiche dimostra che la
frantumazione investe anche i sistemi metrici con cui l’uomo ha storicamente
tentato di recintare e dominare il reale; davanti all’avanzare del buio
“goyesco”, il forziere e la valigia si spaccano, rivelando l’inconsistenza del
loro contenuto e lasciando emergere soltanto i frammenti minimi, i detriti
atomici della morfologia. L’esilio definitivo dell’io e del tu si consuma in
questo livellamento grammaticale, dove l’alterità si fa assoluta e spettrale,
priva di una carne o di una voce che possano abitare lo spazio della relazione.
Resta allora solo un commento con esclamativi continui (“O! vocante, o! dolente,
o! riminiscente”). La poesia rinuncia così alla funzione predicativa e
assertiva, ritraendosi nel perimetro di un’interiezione pura, un sussulto
fonetico che ricalca i moduli dell’antica grammatica scolastica per denudarne la
natura traumatica. L’atto del chiamare, il patire e il ricordare non sono più
verbi d’azione che modificano il mondo o che cuciono il “tra”, ma etichette di
un’afflizione impersonale che sopravvive alla scomparsa dei corpi. In questa
inversione radicale, il dolore cessa di essere un’esperienza psicologica del
soggetto per farsi struttura stessa della pagina, una vibrazione acustica
isolata che risuona nel vuoto della “fabbrica” ormai dismessa. Benedetti sigilla
in questo modo il transito verso l’afasia di Pitture nere su carta: la
rimembranza e il pianto perdono ogni residuo di consolazione lirica e si offrono
allo sguardo come reperti tipografici lacerati che testimoniano, con l’onestà
terrorizzante di un grido interrotto, la persistenza del patire nel momento
esatto in cui tutto il resto si riduce a inchiostro opaco e a zero.
Pitture nere su carta si chiude sul dolore (nello specifico, la morte della
madre di Benedetti) che ancora prova a raccontarsi nonostante il “congelamento”
da archivio cui il libro nella sua interezza ci ha condotto:
8.
Era la madre e sua madre, nel ricordo.
Risentiva parole, nelle proprie parole.
Io, soffio addensato a un’ombra di cera,
a un’ombra di sagoma…
Velame di posti. Viti, uova, radicchio,
aringhe, polenta. Maria, la nonna.
Viti di viti, uova di uova…
Carezzevole buio, sì, sono io.
Gianluca D’Andrea
(continua)
*In copertina: Mario Benedetti in un ritratto fotografico di Dino Ignani
L'articolo “Carezzevole buio, sì, sono io”. Sulla poesia di Mario Benedetti
proviene da Pangea.