L’underground dimostra che un altro modo di produrre, comunicare, vivere insieme
e attribuire valore non è un’utopia astratta, ma una pratica già in atto, che
persiste e si trasforma nelle pieghe del presente. La sua dimensione sotterranea
è, in definitiva, una linea di fuga creativa che tiene aperto lo spazio del
possibile e ricorda che il futuro non è scritto una volta per tutte secondo
logiche egemoniche.
Una linea invisibile corre sotto la superficie della cultura ufficiale: non è
una sequenza di rotture, né un susseguirsi di ribellioni isolate, ma una
corrente continua, carsica, che attraversa la modernità dall’interno e la
interroga incessantemente. Ecco cos’è l’underground, non un fenomeno
generazionale, un’anomalia estetica o un catalogo di sottoculture eccentriche,
quanto piuttosto una funzione strutturale della cultura moderna, necessaria,
ricorrente, metastorica. Ogni qual volta una società produce un canone egemone,
come conseguenza dialettica inevitabile produce anche il proprio controcampo.
Dal samizdat sovietico al tropicalismo brasiliano, dalla mail art ai poster
psichedelici, dalle fanzine punk fino all’ hacktivismo contemporaneo, cambiano
le forme e gli strumenti, ma un elemento ricorre sempre: l’attitudine. Ovvero un
modo di produrre cultura e di costruire comunità basato sul rifiuto della delega
e della spettacolarizzazione, che preferisce l’autogestione alla mediazione, la
varietà dell’imperfezione all’appiattimento dell’ottimizzazione, l’opacità all’
iperesposizione del mercato.