Qual è la differenza tra «civilizzati» e «primitivi», ovvero tra società fondate
sullo sfruttamento di una parte del corpo sociale a vantaggio di un’altra e
società con uno spiccato carattere egualitario? Se le si paragona, le società
primitive sono «fredde», ovvero producono una quantità ridottissima di
disordine. Al contrario, le nostre società sono «calde» perché, come le macchine
a vapore, funzionano utilizzando una differenza di potenziale che si realizza in
diverse forme di gerarchia sociale. Esse si reggono dunque su un disequilibrio
che produce ordine nelle società, ma disordine nelle relazioni umane.
Nel 1959, in una trasmissione culturale della radio pubblica francese, Claude
Lévi-Strauss, ormai all’apice della sua fama, accetta di confrontarsi a tutto
campo con Georges Charbonnier, giornalista e uomo di lettere. Ne emerge un
incalzante dialogo che in punta di fioretto ci introduce alle intuizioni più
affilate e dirompenti di quello che è considerato il fondatore dell’antropologia
strutturalista: il pensiero selvaggio, la critica all’etnocentrismo, al mito del
progresso e al falso primato della società occidentale, la distinzione fra
società «calde» e «fredde», il ruolo della scrittura come strumento di potere.
Ma è soprattutto l’arte a fare da protagonista in queste pagine, mettendo a
confronto il suo ruolo nelle società dette «primitive », dove è espressione di
un linguaggio collettivo, con il suo ruolo nelle società «moderne», dove prevale
l’individualizzazione e la possessività. Una cavalcata nel rigoroso pensiero di
Lévi-Strauss che attraverso continue incursioni lo riesce a cogliere e a
restituire in tutte le sue implicazioni.