“L a sete non si placa masticando un pezzo di pane. Si vince bevendo”. È con
questa immagine che la psicologa dello sviluppo Daniela Lucangeli si è rivolta,
durante l’incontro “Empatia e coraggio. Superare l’ansia insieme” a La fiera
delle parole di Padova, a chi le chiedeva come si potesse combattere l’ansia. Se
cerchiamo di convincerci razionalmente a non avere paura, suggeriva, agiamo sul
piano sbagliato. Se la paura nasce come un’esperienza emotiva, è attraverso
un’altra esperienza che possiamo trasformarla.
Nonostante sia un’idea intuitiva, per molto tempo la psicologia scientifica si è
occupata soprattutto di altre domande: come nasce la paura? Quali circuiti
cerebrali la generano? Perché in alcune persone diventa ansia cronica, fobia,
panico? Molto meno spazio è stato dedicato a un interrogativo complementare: che
cosa succede quando una persona, pur continuando ad avere paura, decide di
vivere comunque ciò che teme? Se la paura è un’emozione, il coraggio non può
essere semplicemente la sua assenza. Nessuno definirebbe coraggioso chi
attraversa un precipizio senza rendersi conto del pericolo.
Cos’è, davvero, il coraggio
Per secoli questa è sembrata una questione più adatta alla filosofia che ai
laboratori. Aristotele collocava il coraggio tra le virtù morali, a metà strada
fra la codardia e la temerarietà. Il coraggioso, scriveva nell’Etica Nicomachea
(libro III), è chi riconosce il pericolo senza lasciarsene dominare. Solo negli
ultimi decenni gli psicologi hanno iniziato a trattare il coraggio come un
fenomeno osservabile. Stanley Rachman, uno dei maggiori studiosi dei disturbi
d’ansia, propose di definirlo, in termini strettamente comportamentali, come
l’atto di avvicinarsi a qualcosa che suscita paura.
L’idea è stata poi messa alla prova in laboratorio. In uno degli studi
sperimentali più significativi relativamente a questo argomento, gli psicologi
Peter Norton e Brandon Weiss misero alla prova il coraggio di alcuni
partecipanti, tutti aracnofobici, chiedendo loro di avvicinare progressivamente
la mano a quattro tarantole imbalsamate. Pur provando livelli simili di paura,
le persone mostravano comportamenti diversi: alcune evitavano di avvicinarsi,
altre riuscivano a spingersi più vicino all’oggetto temuto. Era un cambiamento
di prospettiva importante. Significava che paura e coraggio non sono gli estremi
della stessa linea, come caldo e freddo, ma che possono coesistere. Anzi, il
secondo esiste soltanto in presenza della prima.
> Attraversare una strada trafficata per superare una fobia e denunciare un
> abuso sul lavoro sono entrambi esempi di avvicinamento alla paura. Ma soltanto
> il secondo soddisfa anche la definizione morale del coraggio.
Non tutti gli studiosi concordano su questa definizione. La psicologa Cynthia
Pury distingue oggi due modi diversi di intendere il coraggio. Il primo, quello
della psicologia sperimentale, si limita a osservare il comportamento: se una
persona affronta ciò che teme, sta manifestando coraggio, indipendentemente dal
motivo. Il secondo conserva invece un’eredità filosofica: affinché si possa
parlare davvero di coraggio, non è sufficiente affrontare un rischio, occorre
farlo per qualcosa che valga quel rischio.
Attraversare una strada trafficata per superare una fobia e denunciare un abuso
sul lavoro sono entrambi esempi di avvicinamento alla paura. Ma soltanto il
secondo soddisfa anche la definizione morale del coraggio. Le neuroscienze,
almeno per ora, riescono a studiare molto meglio il primo che il secondo.
Possono osservare come il cervello si sposta dall’evitamento all’avvicinamento,
ma fanno molta più fatica a misurare il significato che attribuiamo a quella
scelta. Ed è proprio qui che la domanda diventa ancora più interessante: quando
il cervello smette di leggere una situazione come qualcosa da cui fuggire e
inizia a considerarla qualcosa che vale la pena affrontare?
Il dialogo tra allarme e valutazione
Per gran parte del Novecento, la paura è stata intesa come una reazione quasi
automatica. Compare una minaccia, il cervello la riconosce e mette in moto
risposte che aumentano le probabilità di sopravvivere: il battito accelera, i
muscoli si tendono, l’attenzione si restringe a un solo oggetto e il corpo si
prepara alla fuga o al combattimento. Era un modello sostenuto da decenni di
ricerca sull’amigdala, una piccola struttura situata in profondità nel cervello
che attribuisce un significato specifico agli stimoli esterni.
Gran parte di ciò che sappiamo su questo circuito si deve al neuroscienziato
Joseph LeDoux. A partire dagli anni Ottanta, i suoi esperimenti hanno mostrato
che l’amigdala è fondamentale per apprendere la paura. Se uno stimolo neutro
viene associato ripetutamente a un evento spiacevole, il cervello lo tratterà
come un segnale di pericolo. È un meccanismo straordinariamente efficiente, che
permette di imparare dall’esperienza e che a volte si attiva anche quando il
pericolo non c’è più. Nel suo libro Anxious: Using the Brain to Understand and
Treat Fear and Anxiety (2015), LeDoux ha proposto di chiamare questi sistemi
survival circuits (circuiti di sopravvivenza): meccanismi evolutivi per rilevare
minacce e organizzare risposte difensive.
La domanda che negli ultimi anni ha iniziato ad animare il dibattito nelle
neuroscienze è, però, diversa: una volta che l’allarme è scattato, che cosa
rende possibile fare comunque un passo avanti?
> Per molto tempo si è pensato che il controllo razionale consistesse nel
> mettere a tacere le emozioni. Oggi l’immagine è più sfumata. La corteccia
> prefrontale non elimina la paura ma la integra con altre informazioni.
La risposta non risiede in un singolo “centro del coraggio”. Le neuroscienze
moderne parlano piuttosto di reti: sistemi di aree che dialogano continuamente
tra loro, influenzandosi a vicenda. Fra queste reti, un ruolo centrale spetta
alla corteccia prefrontale, la regione anteriore del cervello coinvolta nella
pianificazione, nella valutazione delle conseguenze e nella regolazione delle
emozioni. Se l’amigdala segnala l’urgenza del pericolo, la corteccia prefrontale
contribuisce a contestualizzarlo. Non spegne l’allarme, si chiede se sia ancora
necessario.
Per molto tempo si è pensato che il controllo razionale consistesse nel mettere
a tacere le emozioni. Oggi l’immagine è più sfumata. La corteccia non elimina la
paura ma la integra con altre informazioni. Confronta il segnale di allarme con
il contesto e con le esperienze passate, aiutandoci a distinguere fra un cane
aggressivo e quello del vicino che incontriamo ogni mattina. Allo stesso modo,
ci permette di riconoscere che parlare in pubblico può esporci al giudizio degli
altri, ma che quel giudizio non rappresenta una minaccia per la nostra
sopravvivenza.
Questo dialogo continuo fra allarme e valutazione è emerso in una serie di
esperimenti condotti allo Stanford Wu Tsai Neurosciences Institute. Studiando il
comportamento dei topi di fronte a una minaccia simulata (l’ombra di un
predatore proiettata sopra la gabbia), i ricercatori hanno individuato un
circuito che coinvolge il talamo della linea mediana ventrale (ventral Midline
Thalamus, vMT), una struttura fondamentale nel mettere in comunicazione diverse
aree cerebrali.
Il talamo viene spesso descritto come una centrale di smistamento delle
informazioni sensoriali, ma il suo ruolo pare essere più sofisticato. Le
informazioni sulla minaccia vengono distribuite contemporaneamente verso
l’amigdala e verso la corteccia prefrontale mediale, due sistemi che tendono a
orientare il comportamento in direzioni diverse. Da una parte l’urgenza di
proteggersi, dall’altra la possibilità di valutare se quella minaccia richieda
davvero una fuga immediata.
> Fra lo stimolo e la risposta esiste uno spazio di elaborazione, uno spazio
> brevissimo, ma sufficiente a spiegare perché due persone possano reagire in
> modo opposto davanti alla stessa situazione.
Lungi dal dimostrare che il coraggio “si trova” nel talamo, lo studio mostra
qualcosa di più interessante: fra lo stimolo e la risposta esiste uno spazio di
elaborazione, un circuito in cui il cervello pesa informazioni diverse prima di
scegliere come comportarsi. È uno spazio minuscolo, che si misura in frazioni di
secondo, ma è sufficiente a spiegare perché due persone possano reagire in modo
opposto davanti alla stessa situazione, o perché la stessa persona riesca ad
affrontare con relativa tranquillità qualcosa che prima la paralizzava. Il
coraggio è il risultato di una negoziazione continua fra sistemi cerebrali con
priorità differenti in cui l’allarme emotivo non ha più l’ultima parola.
Il cervello non cancella, aggiorna
Se il coraggio nasce da un dialogo fra circuiti cerebrali, questo dialogo può
cambiare. Possiamo allenare il cervello a non considerare minaccioso ciò che
oggi ci paralizza. La risposta più convincente arriva dalla terapia
dell’esposizione, uno dei pilastri della terapia cognitivo-comportamentale, che
prevede di avvicinarsi progressivamente e in modo controllato allo stimolo che
provoca ansia.
L’intuizione risale agli anni Cinquanta. Lo psicologo Orval Hobart Mowrer mostrò
come l’evitamento, pur offrendo un sollievo immediato, finisca per mantenere e
rafforzare la paura. Su questo principio, lo psichiatra Joseph Wolpe sviluppò la
terapia dell’esposizione, mostrando che affrontare gradualmente ciò che temiamo
permette di costruire un nuovo apprendimento. Ogni volta che scappiamo da ciò
che ci spaventa, infatti, il cervello registra che è stato l’evitamento a
proteggerci, non che quella situazione fosse in realtà innocua. È un meccanismo
perfettamente adattivo dal punto di vista evolutivo, ma spesso disfunzionale
nella vita quotidiana: più evitiamo, più cresce il numero delle situazioni che
impariamo a temere.
L’esposizione funziona perché interrompe questo circolo vizioso. Per decenni si
è parlato di “estinzione della paura”, come se il cervello cancellasse il
ricordo della minaccia. Oggi sappiamo che non è così. Uno degli esperimenti che
hanno cambiato questa prospettiva è stato pubblicato sulla rivista Neuron da
Elizabeth Phelps, Joseph LeDoux e colleghi della New York University. Ai
partecipanti veniva insegnato ad associare un’immagine neutra a una lieve scossa
elettrica. Bastavano poche ripetizioni perché quell’immagine provocasse una
risposta di paura. Successivamente la stessa immagine veniva mostrata molte
altre volte, ma senza alcuna scossa.
> Non si tratta di smettere di avere paura bensì di imparare che quella paura
> non descrive più fedelmente la realtà. Il cervello cambia soprattutto quando
> l’esperienza contraddice le sue aspettative.
I ricercatori osservarono che, mentre diminuiva l’attività dell’amigdala,
aumentava quella della corteccia prefrontale ventromediale, l’area coinvolta
nella regolazione delle emozioni. Il cervello non stava eliminando il vecchio
apprendimento, ne stava costruendo uno nuovo, capace di competere con il
precedente. È una distinzione che cambia il modo di pensare il coraggio: non si
tratta di smettere di avere paura bensì di imparare che quella paura non
descrive più fedelmente la realtà.
Le neuroscienze parlano infatti sempre più spesso di inhibitory learning
(apprendimento inibitorio). Ogni esposizione riuscita aggiunge una prova contro
le previsioni catastrofiche del cervello. Quando le conseguenze temute non si
verificano, il cervello acquisisce un’informazione nuova: è possibile
attraversare quella situazione senza che accada ciò che aveva previsto.
È il meccanismo osservato anche da Andrea Reinecke e dai suoi collaboratori
dell’Università di Oxford. In uno studio pubblicato su Translational Psychiatry,
i ricercatori hanno seguito pazienti con disturbo di panico sottoposti a quattro
sedute settimanali di terapia dell’esposizione. I risultati erano sorprendenti
per la rapidità: dopo appena quattro sedute, il 71% dei pazienti trattati
raggiungeva livelli sintomatologici da persona non ansiosa. Le immagini di
risonanza magnetica funzionale mostravano una netta diminuzione
dell’iperattivazione dell’amigdala e di specifiche aree della corteccia
prefrontale, in particolare le regioni dorsomediale e dorsolaterale, coinvolte
nel monitoraggio della minaccia, senza implicare una riduzione dell’attività
prefrontale nel suo insieme. Visto da questa prospettiva, il coraggio somiglia
sempre più a un processo di aggiornamento che dipende dall’esperienza.
La scuola e il cervello predittivo
Quando Daniela Lucangeli sostiene che l’ansia non possa essere combattuta
soltanto con la ragione, ma vada bilanciata attraverso esperienze emotive di
segno opposto, sta traducendo in linguaggio pedagogico un’idea centrale della
psicologia dell’apprendimento: il cervello cambia soprattutto quando
l’esperienza contraddice le sue aspettative.
> Il cervello non aspetta passivamente gli stimoli del mondo, li anticipa.
> Costruisce continuamente ipotesi su ciò che accadrà e le confronta con la
> realtà.
Uno studente che entra in classe convinto che ogni interrogazione sarà
un’umiliazione e ogni errore una prova della propria incapacità sta formulando
una previsione che tenderà ad autoalimentarsi. Se evita di esporsi e rinuncia
prima ancora di provare, non raccoglierà mai le informazioni necessarie per
correggerla.
Questa dinamica viene descritta oggi attraverso il paradigma del predictive
brain (il cervello predittivo), sviluppato fra gli altri da Karl Friston e Lisa
Feldman Barrett. Il cervello non aspetta passivamente gli stimoli del mondo, li
anticipa. Costruisce continuamente ipotesi su ciò che accadrà e le confronta con
la realtà. Imparare significa, in larga misura, aggiornare queste previsioni
quando si rivelano sbagliate. Anche la paura funziona così. Se il cervello
prevede che parlare in pubblico porterà al rifiuto, ogni occasione evitata
confermerà quella previsione. Quando invece l’esperienza mostra che il giudizio
degli altri è meno catastrofico del previsto, il modello interno comincia a
modificarsi.
La scuola, in questo senso, può essere un laboratorio di apprendimento
predittivo. Un ambiente in cui l’errore viene sistematicamente punito o
ridicolizzato tende a rafforzare le aspettative di minaccia. Al contrario, un
contesto in cui l’errore viene trattato come parte del processo di apprendimento
moltiplica le occasioni in cui il cervello può generare un “errore di previsione
positivo” e aggiornare i propri schemi.
È questo il senso profondo della metafora di Lucangeli. La sete non si placa
mangiando pane perché il corpo ha bisogno di un’esperienza diversa. Allo stesso
modo, il cervello necessita di vivere, più volte, esperienze sufficientemente
sicure da spingerlo a rivedere le proprie aspettative, sfruttando la plasticità,
ovvero la capacità del sistema nervoso di modificare le proprie connessioni in
risposta all’esperienza.
Il coraggio come spazio di libertà
Se nell’Etica Nicomachea Aristotele descriveva il coraggio come una virtù
dell’equilibrio, molti secoli dopo il filosofo esistenzialista Søren Kierkegaard
ha spostato l’attenzione più in profondità. La paura, scriveva in Il concetto
dell’angoscia (1844), ha quasi sempre un oggetto: un animale, una malattia, un
esame. L’angoscia, invece, è la “vertigine della libertà”, il disagio che
accompagna ogni possibilità e l’incertezza stessa.
> Possiamo osservare come il cervello impara a non reagire a uno stimolo che si
> rivela innocuo, ma è molto più difficile studiare ciò che accade quando la
> minaccia coincide con l’incertezza stessa.
Questa distinzione non è lontana da quella utilizzata oggi dalla psicologia
clinica. Le paure specifiche hanno un bersaglio identificabile e possono essere
affrontate con l’esposizione graduale. L’ansia generalizzata, invece, non si
concentra su una minaccia ben definita. Chi ne soffre vive nella costante
anticipazione che qualcosa possa andare storto (anticipazione apprensiva). È una
differenza che aiuta a capire i limiti attuali delle neuroscienze. Possiamo
osservare come il cervello impara a non reagire a uno stimolo che si rivela
innocuo, ma è molto più difficile studiare ciò che accade quando la minaccia
coincide con l’incertezza stessa.
Forse è per questo che il coraggio continua a interessare tanto gli scienziati
quanto i filosofi. Per gli uni è un insieme di processi neurobiologici che
possono essere osservati e modificati. Per gli altri è una qualità
dell’esperienza umana, inseparabile dalle ragioni per cui scegliamo di
affrontare un rischio. Le neuroscienze possono spiegare come il cervello renda
possibile un atto di coraggio, ma difficilmente potranno dire perché, in una
determinata situazione, qualcuno ritenga che quel gesto valga la pena.
Le evidenze accumulate raccontano che la paura è la condizione di esistenza del
coraggio. Il cervello sembra funzionare così: non elimina il ricordo del
pericolo, ma impara ad affiancargli un’altra informazione: questa volta posso
restare, posso resistere. Ogni esposizione riuscita, ogni passo compiuto
nonostante il desiderio di tornare indietro aggiunge una piccola correzione alle
previsioni con cui interpretiamo il mondo.
Dopo alcuni tentativi, ciò che sembrava impossibile diventa soltanto difficile,
poi impegnativo, infine normale. Il cervello non impara che una paura è
affrontabile perché qualcuno glielo spiega: lo impara attraversandola. Il
coraggio è, allora, il nome che diamo al momento in cui l’esperienza riesce,
lentamente, a convincere il cervello che il futuro non deve per forza
assomigliare al passato.
L'articolo Il coraggio come medicina proviene da Il Tascabile.