Tropico del Cancro è il libro di un uomo felice. È lo stesso Henry Miller a
dirlo nella prima pagina del romanzo:
> «Non ho né soldi, né risorse, né speranze. Sono l’uomo più felice del mondo».
Ed è proprio così. Tropico del Cancro, pubblicato nel 1934 in Francia e vietato
negli Stati Uniti fino al 1961, è un inno alla gioia di vivere, e ancora oggi è
un libro scandaloso. Non per le situazioni oscene che descrive o per il
linguaggio esplicito, tutte cose che ormai non scandalizzano più nessuno, quanto
piuttosto per la filosofia che viene fuori dalle sue pagine. Messo di fronte a
tutte le schifezze, gli orrori, le banalità dell’esistenza, Miller non batte
ciglio e continua a godersi la vita. Questo è il vero scandalo!
Figura leggendaria quella di Henry Miller (1891-1980). Emigrato a Parigi negli
anni Trenta dove viveva di espedienti in compagnia di altri emarginati, passando
dal letto di un’amante a quello di una prostituta, e scrivendo Tropico del
Cancro, che rimane il suo capolavoro, in cui libera la vita da tutte le
bardature e sovrastrutture per riportarla alla sua realtà primordiale
rappresentata dal sesso.
Il romanzo non ha una trama ben definita e racconta la vita parigina dello
scrittore americano, attraverso le sue peregrinazioni e i suoi incontri. Il
protagonista si limita ad accettare gli eventi così come gli capitano, senza
cercare di dare loro un senso. Non è guidato da nessuna filosofia o ideale, se
non il godimento immediato. Illuminante a questo proposito il ritratto di Miller
fatto da George Orwell:
> «Conobbi Miller alla fine del 1936, mentre passavo da Parigi diretto in
> Spagna. Ciò che più mi colpì in lui fu l’assoluta mancanza di interesse per la
> guerra di Spagna. Si limitò a dirmi in termini piuttosto energici che andare
> in Spagna in quel momento significava essere un idiota… le mie idee sulla
> necessità di combattere il fascismo, difendere la democrazia ecc. ecc. erano
> tutte fesserie. La nostra civiltà era destinata a essere spazzata via e
> sostituita da qualcosa tanto differente da non sembrarci neppure umana:
> prospettiva, disse, che non lo preoccupava affatto».
Proprio in questa rivendicazione di irresponsabilità sta lo scandalo, e la
grandezza, di Tropico del Cancro e del suo autore. Una irresponsabilità lucida,
di chi vede ed è consapevole dello sfacelo e dell’orrore che ci circondano, ma
trova inutile, oltre che assolutamente ridicolo, intervenire. Con tanti saluti a
tutta quella vasta schiera di anime belle, in gran voga oggi come allora, che
mangiano indignazione (finta) e impegno (un tanto al chilo) a colazione, a
pranzo e a cena.
Un atteggiamento quello di Miller molto più sincero e autentico delle
chiacchiere di chi ci invita a inseguire false palingenesi della storia o ideali
di panna montata regolarmente destinati al fallimento. Viene in mente Pier Paolo
Pasolini, riproposto fino alla nausea e perlopiù a vanvera nello stucchevole
cinquantenario della sua morte appena concluso, del quale nessuno ha ricordato
una sua frase, questa sì di assoluta genialità:
> «La parola speranza è completamente cancellata dal mio vocabolario».
Anche se può essere duro ammetterlo, la realtà è che anche la nostra vita di
tutti i giorni è molto simile a quella del protagonista di Tropico del Cancro,
fatta di tanti episodi senza senso, di incontri casuali, di piccole e grandi
meschinerie, da accettare così come vengono, senza illudersi che ci sia qualche
fine nobile da perseguire. La cosa più sensata da fare? Cercare di prendere al
volo almeno un pezzetto di felicità e sgranocchiarselo in fretta prima che
svanisca.
Silvano Calzini
*In copertina: Henry Miller e Brenda Venus fotografati da George Hurrell nel
1980
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Miller proviene da Pangea.