Il corpo di Maria Denisa Adas, 31 anni, è stato ritrovato in una valigia. Il
colpevole è Vasile Frumuzache, che ha confessato di averla uccisa per paura che
la moglie scoprisse il loro appuntamento. La donna è stata strangolata,
decapitata, e poi chiusa in un sacco della spazzatura. Eppure la narrazione
mediatica ha evidenziato soprattutto un altro aspetto, aggirando il confine tra
cronaca dei fatti e rispetto della vittima: che fosse una sex worker
Il diritto di cronaca non può ledere il rispetto della deontologia giornalistica
quando si parla di violenza di genere: il Manifesto di Venezia e l’articolo 5
bis del Testo unico deontologico sul linguaggio da utilizzare nei casi di
violenza di genere forniscono le indicazioni utili a riguardo. A dover cambiare,
insieme al linguaggio, è la cultura. Quella patriarcale per cui la reazione
pubblica e mediatica sposta lo sguardo da ciò che conta — il femminicidio, la
responsabilità dell’uomo che l’ha uccisa — a ciò che può far discutere,
insinuare, ridimensionare: il lavoro della donna.
LA NOTIZIA NON È LA PROFESSIONE DELLA VITTIMA
Nel racconto giornalistico del femminicidio di Maria Denisa Adas a emergere con
forza non è la violenza, ma soprattutto il fatto che Maria Denisa fosse una sex
worker: numerosi titoli di giornale non citano il suo nome. Ma solo la sua
professione, suggerendo che questa possa anche solo in parte spiegare o
giustificare l’omicidio.
> Questo è uno dei problemi più profondi della narrazione mediatica della
> violenza contro le donne: l’esigenza di “inquadrarle” prima di riconoscerle
> come vittime
Una donna che subisce violenza non viene considerata per il semplice fatto di
essere stata aggredita, violata o uccisa. Viene valutata. Passata al vaglio.
Analizzata nei comportamenti, nelle scelte, nella moralità. Come se dovesse
prima “meritare” empatia.
L’IDEA DELLA VITTIMA PERFETTA
Tra le distorsioni che un errato racconto della violenza del genere consolida è
l’idea, spesso non dichiarata ma ben presente, di “vittima ideale”. Una donna
remissiva, mite, discreta, possibilmente madre, possibilmente italiana,
possibilmente con uno stile di vita aderente a certi canoni sociali.
> Una figura che non mette a disagio, che non reclama attenzione, che non ha
> “colpe” riconoscibili agli occhi di chi racconta
In diversi casi la narrazione mediatica tende a creare una figura di donna
“perfetta” come vittima, che si adatta al modello rassicurante di fragilità e
passività. Una vittima che non rompe lo schema dominante, che si lascia
raccontare senza opporre resistenza. Quando invece la vittima è una donna che
non risponde in modo canonico a norme sociali e ruoli tradizionali, la
narrazione cambia radicalmente.
Questa donna “fuori dal canone” viene spesso dipinta in modo ambiguo o negativo:
si sottolineano scelte di vita, abitudini, relazioni sociali, il suo lavoro o il
suo stile di vita come se fossero una sorta di “giustificazione” implicita per
la violenza subita.
È una narrazione che, oltre a negare la complessità e la dignità della persona,
serve a creare una distanza tra la vittima e il pubblico, rendendola meno degna
di solidarietà.
LA TRAPPOLA DEL VICTIM BLAMING
Questa dinamica è parte del più ampio fenomeno noto come victim blaming — la
tendenza a colpevolizzare la vittima per quanto le è accaduto, sia in modo
diretto (“come era vestita?”, “perché era lì a quell’ora?”), sia in modo più
sottile, analizzando la sua vita e i suoi comportamenti come se fossero
responsabili della violenza.
Il rischio è chiaro e urgente: se la società continua a pensare che alcune donne
“se la cercano”, si perde la capacità di riconoscere la violenza come problema
strutturale e culturale, di mettere in discussione il sistema patriarcale che
alimenta questi crimini e di intervenire efficacemente.
IL RISCHIO DI VITTIMIZZAZIONE SECONDARIA
Gli ultimi dati dell’Osservatorio Step, che ha attuato un lavoro di monitoraggio
quotidiano del racconto della violenza su 25 testate della stampa nazionale,
confermano la tendenza: mentre la figura della vittima viene spesso sfumata o
messa in discussione, l’autore della violenza viene raccontato con empatia e
umanizzazione, spostando il focus dal crimine alla persona che lo ha commesso.
Nonostante la violenza maschile contro le donne sia un fenomeno strutturale e
diffuso, la narrazione giornalistica stenta a riconoscerlo. Da questo mancato
riconoscimento emergono i principali stereotipi e pregiudizi che caratterizzano
la rappresentazione giornalistica della violenza di genere, evidenziati
nell’ultimo capitolo:
> la violenza maschile contro le donne non viene messa a fuoco come fenomeno, né
> stigmatizzata. Questo contribuisce a mantenerla su un piano sostanziale di
> accettabilità sociale
La disparità della condizione maschile e femminile si riversa anche nella
rappresentazione che la stampa fa della violenza degli uomini contro le donne,
condizionando il discorso pubblico sul tema. La violenza viene definita da una
prospettiva quasi esclusivamente maschile che, assumendo centralità, tende a
deresponsabilizzare i carnefici e a infliggere nuovamente violenza alla vittima.
Come sottolinea il Consiglio d’Europa, la vittimizzazione secondaria «non si
verifica come diretta conseguenza dell’atto criminale» ma attraverso la risposta
di istituzioni e altri soggetti che sposta l’attenzione o la responsabilità
dalla persona che ha commesso la violenza alla persona che l’ha subita. Questo
accade soprattutto quando la donna che subisce violenza non corrisponde ai
codici dominanti e fortemente stereotipati della “vittima ideale”: remissiva,
attendibile, cauta, dalla condotta ineccepibile.
La stessa narrazione mediatica, anche quando si pone l’obiettivo di
sensibilizzare sul tema della violenza maschile contro le donne, tende ad
attingere da un immaginario costituito da figure cristallizzate in cui la
geografia del corpo femminile risulta essere profondamente colonizzata: la
“vittima perfetta” è una giovane donna che urla ma subisce la violenza; che si
ritrae ma porta i segni visibili che le marchiano il corpo; che è in casa (non
fuori a divertirsi) ma è sola. È quindi una vittima perfetta soprattutto perché
inerme e senza risorse.
Maria Denisa Adas non ha bisogno di “giustificazioni” per essere riconosciuta
come vittima. Non importa quale fosse il suo lavoro o come vivesse. È stata
uccisa da un uomo, e questa sola verità dovrebbe bastare.
Raccontare correttamente la violenza di genere dal punto di vista giornalistico
significa anche riconoscere i pregiudizi insiti nel modo in cui scegliamo le
parole, significa smettere di chiedere alle vittime di essere “perfette” per
essere credute e ascoltate. O veicolare anche in modo sottile questa idea.
The post Femminicidi, l’immagine della “vittima ideale” serve solo a consolidare
gli stereotipi appeared first on The Wom.