L’idea che calcio e politica non possano o non debbano mescolarsi è sempre stata
una comoda assurdità. Al contrario, Kuhn ci mostra come essi si scontrino e si
influenzino continuamente: dalla lettera del Sub Comandante Marcos a Massimo
Moratti al coinvolgimento delle tifoserie nei movimenti di protesta durante le
primavere arabe, dallo scandalo che ha travolto la FIFA nel 2015 allo sciopero
della nazionale di calcio femminile danese nel 2017.
Il calcio è ormai diventato un’industria dal fatturato multimiliardario.
Professionalizzazione e commercializzazione sono la cifra della sua immagine nel
mondo. Eppure, questo gioco conserva un’anima ribelle, forse più di qualsiasi
altro sport il cui destino è stato quello di essere cooptato da affaristi e
politici corrotti. Dalle origini nell’Inghilterra operaia di metà Ottocento fino
ad arrivare alle svariate forme di protesta politica dei giorni nostri, sia da
parte dei giocatori sia da parte dei tifosi, l’idea del calcio come “gioco del
popolo” è stata infatti mantenuta viva da molti individui, squadre e intere
comunità. Kuhn non solo ripercorre l’emozionante storia di questa epopea dal
basso, ma si confronta con quelle critiche che vengono spesso rivolte al calcio
quando lo si interroga dal punto di vista dell’emancipazione, come l’incitamento
al nazionalismo e alla competizione o la commistione con ambienti di destra.
E al tempo stesso esplora gli approcci e le prospettive alternative, esempi
pratici di un calcio egualitario e autorganizzato. Un inno a tutti coloro che ai
mega stadi e alle dirette televisive preferiscono la gioia di giocare assieme
nei vicoli e nei campi fangosi.