L a strada più semplice, di solito, è quella di tacere sull’argomento. Evitare
di parlarne perché da qualunque posizione si provi a prenderla, la cosa farà
discutere, e molto facilmente la discussione verterà verso il negativo. La
disabilità, nel discorso pubblico come nella rappresentazione cinematografica, è
una zona grigia, opaca, difficile da maneggiare senza cadere nella trappola
dello stereotipo, del paternalismo e, da qualche anno, del politicamente
corretto. Per decenni il cinema ha preferito lasciarla sullo sfondo o
raccontarla attraverso figure marginali, funzionali alla narrazione di qualcun
altro. Quando invece la metteva al centro, lo faceva spesso in termini estremi:
o la tragedia esistenziale, o l’eroe che supera ogni ostacolo, o la metafora di
un male più profondo. Fino ad arrivare a oggi, in cui si prova a
intellettualizzare il tutto cercando di scardinare gli stereotipi del passato,
facendo molto spesso peggio, creandone ulteriori. Senza voler essere troppo
schematici, si potrebbe suddividere la rappresentazione della disabilità nel
cinema in tre fasi. La prima la mostra come fenomeno da baraccone; la seconda
propone rappresentazioni più empatiche, ma ancora intrise di stereotipi; la
terza, quella contemporanea, è caratterizzata dall’inclusione e dalla tendenza a
normalizzare il problema.
Il cinema degli albori, quando mostra la disabilità, lo fa facendola apparire
come fenomeno da baraccone o stratagemma narrativo scioccante. Non tanto perché
le persone disabili vengano rappresentate come cattive, ma perché sono viste
come corpi fuori norma, curiosità biologiche, qualcosa da osservare con un misto
di ripugnanza e fascinazione. Già nei film muti agli albori del Novecento
compaiono personaggi disabili solo per il “fascino visivo della differenza”:
comiche come The Automobile Accident (1904) o The Beggar’s Deceit (1900)
giocavano sulla menomazione (reale o simulata) per suscitare riso o sorpresa. In
questo periodo la persona disabile sullo schermo ricadeva in figure
macchiettistiche e monodimensionali: il “mostro” malvagio, la vittima patetica o
il fenomeno da circo. Presentate più che altro come creature da temere o
deridere, oppure come oggetti di commiserazione destinati a suscitare lacrime.
Come osserva lo storico del cinema Martin Norden, fin dal cinema muto i disabili
sono stati rappresentati principalmente come freak, malvagi o destinatari di
pietà. Questa triade di stereotipi iniziali – il freak, il villain deformato, il
miserabile da compatire – ha gettato le basi di molte rappresentazioni
successive, consolidando nell’immaginario collettivo pregiudizi davvero duri a
morire. I personaggi con disabilità venivano insomma relegati al ruolo di “altro
da sé”, spesso dipinti come esseri inferiore o minacciosi, meritevoli di
isolamento dalla società.
Non mancano esempi emblematici di questo approccio. Il cinema horror e gotico
delle origini sfruttò ampiamente la disabilità come simbolo di deformità morale:
basti pensare a Il Gobbo di Notre Dame Wallace Worsley (1923) o a Frankenstein
di James Whale (1931), dove la deformità fisica diveniva automaticamente
sinonimo di malvagità. Analogamente, in vari adattamenti di pellicole
d’avventura, il cattivo era spesso contraddistinto da una menomazione: la gamba
di legno di Long John Silver in L’isola del tesoro, il braccio con l’uncino di
Capitan Uncino in Peter Pan o la gamba offesa del Capitano Ahab di Moby Dick,
sono figure iconiche in cui la disabilità segnala simbolicamente un difetto
morale o una pericolosità intrinseca. Sul versante opposto, numerosi melodrammi
presentavano il disabile come anima pura e sofferente: celebre è il piccolo Tiny
Tim di Canto di Natale, fragile e angelico bambino storpio, atto a suscitare la
pietà del pubblico natalizio. I film dell’epoca tendevano a incasellare la
disabilità in ruoli fissi e unidimensionali, in stereotipi che Norden ha
classificato efficacemente dal “dolce innocente” (come Tiny Tim) all’“ossessivo
vendicatore” (come Quasimodo), dal reduce di guerra menomato al genio storpio.
Tali personaggi erano definiti unicamente dalla loro menomazione, che diventava
metafora di carattere: buoni e santificati oppure malvagi e pericolosi, ma in
ogni caso diversi dai “normali”.
> Nel cinema degli albori la persona disabile sullo schermo ricadeva in figure
> macchiettistiche e monodimensionali: il “mostro” malvagio, la vittima patetica
> o il fenomeno da circo.
Il film sul quale ancora oggi si discute, ma che proprio per questo non smette
di affascinare è senza dubbio Freaks (1932) di Tod Browning. È una denuncia
dello sguardo normale che umilia e sfrutta, ma anche una spettacolarizzazione di
quello stesso sguardo. Sembra quasi che il disagio non venga portato in primo
piano per essere analizzato o problematizzato, ma direttamente per colpire. Come
se il cinema, in quella fase, avesse già metabolizzato tutto quello che sarebbe
venuto poi sul tema. All’epoca scioccò il pubblico – fu persino bandito in
alcune nazioni – per la sua rappresentazione cruda; i protagonisti erano veri
artisti da circo con malformazioni fisiche. La trama racconta la vendetta di un
gruppo di freaks contro due crudeli artisti “normali” che li avevano ingannati,
e il film mette in scena una sorprendente solidarietà tra emarginati: invece di
dividersi o cercare l’accettazione dei “normali”, i freaks si proteggono a
vicenda adottando il principio “un’offesa a uno è un’offesa a tutti”. Pur nato
con intenti sensazionalistici e horror, Freaks ribaltava parzialmente la
prospettiva comune, mostrando i veri “mostri” nei personaggi normodotati
opportunisti, mentre i disabili – sebbene presentati come curiosità viventi –
trovavano una loro dignità comunitaria. In retrospettiva, questo film è stato
rivalutato come un primo, ambiguo esempio di empatia verso la condizione dei
disabili, anche se ottenuta attraverso il sensazionalismo.
Resta il fatto che, per buona parte della prima metà del Novecento, la norma era
ben diversa: dai drammi strappalacrime ai film dell’orrore, la disabilità sullo
schermo veniva ricondotta quasi esclusivamente a tragedia, comicità grottesca o
malvagità. Molte pellicole classiche fornivano “lieti fine” falsati con
miracolose guarigioni (grazie a interventi divini o medici improbabili) oppure
con la morte redentrice e quasi eugenetica del personaggio disabile, come a
suggerire che non ci fosse posto per la disabilità nella conclusione positiva
della storia. Questo bias narrativo confermava l’idea che la vita con disabilità
fosse incompatibile con la felicità, a meno di un intervento straordinario, un
messaggio che ha infuso a lungo la cultura popolare.
> Pur nato con intenti sensazionalistici e horror, Freaks ribaltava parzialmente
> la prospettiva comune, mostrando i veri “mostri” nei personaggi normodotati
> opportunisti, mentre i disabili – sebbene presentati come curiosità viventi –
> trovavano una loro dignità comunitaria.
A partire dal secondo dopoguerra, complice la presenza reale di molti veterani
mutilati o traumatizzati dal conflitto, il cinema iniziò ad assumere un tono più
serio e compassionevole nel trattare la disabilità. Gli anni Quaranta e
Cinquanta videro l’uscita di film improntati al percorso di riabilitazione e
reinserimento: pellicole come C’è sempre un domani di Delmer Daves (1945), Anime
ferite di Edward Dmytryk (1946) e Il mio corpo ti appartiene di Fred Zinnemann
(1950, con Marlon Brando) affrontavano il difficile ritorno alla vita civile di
soldati rimasti paralizzati, cercando di sensibilizzare il pubblico sulla loro
condizione. Si creò un vero e proprio genere. Un esempio notevole è I migliori
anni della nostra vita di William Wyler (1946), in cui l’attore Harold Russell –
egli stesso veterano amputato – interpreta un marinaio che ha perso le mani in
guerra. La sua presenza reale conferì autenticità al film e l’opera mostrava con
tatto sia la compassione sia l’ammirazione verso questi “eroi feriti”.
Si trattava di passi avanti rispetto alla rappresentazione disumanizzante del
passato: ora il focus era sulle difficoltà concrete affrontate dal disabile e
sulla necessità di supporto da parte della società (famiglia, medici, comunità).
Tuttavia, queste narrazioni restavano spesso – per non dire sempre – intrise di
un certo paternalismo: il disabile veniva ritratto come una persona “da
aggiustare” o “salvare”, mantenendo l’idea che la disabilità fosse prima di
tutto un problema tragico da risolvere per ritrovare la normalità. Non di rado
la trama ruotava attorno al sacrificio o alla bontà altrui nel prendersi cura
del protagonista disabile, rafforzando l’idea che fossero principalmente oggetti
di assistenza e non individui autonomi.
> A partire dal secondo dopoguerra, complice la presenza reale di molti veterani
> mutilati o traumatizzati dal conflitto, il cinema iniziò ad assumere un tono
> più serio e compassionevole nel trattare la disabilità.
Negli anni Sessanta e Settanta, con l’onda delle battaglie per i diritti civili,
iniziarono a comparire film che provavano a dare uno sguardo più interiore e
rispettoso. Anna dei miracoli di Arthur Penn (1962) raccontò l’educazione di
Helen Keller, sordo-cieca dalla nascita, sottolineando le capacità di
apprendimento e la dignità della protagonista, sebbene lo facesse attraverso la
figura “salvifica” dell’insegnante (una dinamica maestro/allievo che mantiene
comunque la persona disabile in posizione subordinata). Nel 1975 Qualcuno volò
sul nido del cuculo di Miloš Forman (tratto dal libro di Ken Kesey del 1962)
portò sullo schermo la realtà cruda di un ospedale psichiatrico, umanizzando i
pazienti con disturbi mentali: pur non trattando disabilità fisica, il film
denunciava la disumanizzazione istituzionale, offrendo indirettamente un
commento sul modo in cui la società isola chi è “diverso”. Si trattava di
rappresentazioni più critiche verso il sistema, ma dove ancora i personaggi con
disabilità faticavano ad avere piena agenzia narrativa (nel film di Forman, ad
esempio, il protagonista è un impostore sano di mente, e i pazienti fungono in
parte da spalle tragiche o comiche alle sue azioni).
Tra gli anni Ottanta e Novanta, il cinema mainstream scoprì il filone dei biopic
e dei drammi a tema disabilità con ambizioni di sensibilità e approfondimento.
Film come Rain Man – L’uomo della pioggia di Barry Levinson (1988) esplorarono
condizioni specifiche – in questo caso l’autismo – cercando di suscitare empatia
nel pubblico. Rain Man fu rivoluzionario nel presentare un protagonista
autistico (interpretato da Dustin Hoffman) non come un semplice oggetto di
pietà, ma come una persona con talento e personalità, intelligentissimo ma
vivente in un mondo proprio; tuttavia, il film venne anche criticato per avere
enfatizzato il “savantismo” (abilità straordinarie di calcolo e memoria)
alimentando l’idea, purtroppo non scientifica, secondo la quale tutte le persone
autistiche abbiano doti geniali nascoste.
Allo stesso modo, Forrest Gump di Robert Zemeckis (1994) presentò un personaggio
con disabilità intellettiva amabile e fortunato, la cui vita straordinaria
(assiste a grandi eventi storici del suo tempo) è raccontata con umorismo e
tenerezza. Forrest conquistò il cuore del pubblico, ma la sua storia – quasi
fiabesca – evitava di mostrare i veri ostacoli sociali che una persona con quel
profilo cognitivo avrebbe incontrato; di fatto, Forrest Gump perpetuava il mito
del “buono puro di cuore” a cui il destino sorride nonostante la disabilità: uno
schema lontano dalla realtà. In questi e altri film di quel periodo si riscontra
infatti un’ambivalenza: da un lato finalmente i personaggi disabili acquistano
centralità e spessore umano, dall’altro spesso la narrazione cade in nuovi
cliché, magari più sottili, ma ugualmente limitanti.
Un tropo dominante divenne quello del “disabile ispiratore”, talvolta definito
inspiration porn dagli attivisti (espressione provocatoria coniata dalla comica
e attivista Stella Young). Questo modello raffigura la persona disabile come
eroe che “supera ogni avversità”, la cui funzione principale è ispirare gli
spettatori e i personaggi normodotati mostrando coraggio e determinazione fuori
dal comune. Il problema è che in questi casi non si racconta la persona
disabile, ma l’effetto che produce sugli altri. La sua vita viene utilizzata
come strumento motivazionale, spesso a prescindere da qualsiasi realismo. In
altri casi, ancora più frequenti, il personaggio disabile esiste solo per pochi
minuti sullo schermo: entra, soffre, sorride con saggezza, dice una frase
memorabile, poi scompare. Non ha conflitti propri, non ha ambivalenze, non ha
desideri che non siano riconducibili alla sua condizione. Non vive,
semplicemente esemplifica. È una forma di marginalità difficile da riconoscere a
prima vista, proprio perché spesso si ammanta di buone intenzioni. Ma è lì che
si annida l’equivoco più pericoloso: pensare che basti rappresentare qualcosa
per averlo affrontato davvero.
Gli esempi abbondano: Il mio piede sinistro di Jim Sheridan (1989) racconta la
vera storia del pittore e poeta Christy Brown, affetto da paralisi cerebrale,
interpretato magistralmente da Daniel Day-Lewis (vincitore dell’Oscar). Il film
offre uno sguardo onesto sulle difficoltà fisiche e familiari di Brown, ma
celebra soprattutto il talento eccezionale e la volontà ferrea con cui egli
trascende la propria condizione. Allo stesso modo Risvegli di Penny Marshall
(1990) enfatizza i “miracoli” medici e la riscoperta della vita da parte di
pazienti catatonici, mentre Patch Adams di Tom Shadyac (1998) imbastisce un
ritratto edificante in cui anche la malattia mentale diventa spunto di genialità
e bontà d’animo.
> Un tropo dominante negli anni Ottanta e Novanta divenne quello del “disabile
> ispiratore”, un eroe che “supera ogni avversità”, la cui funzione principale è
> ispirare gli spettatori e i personaggi normodotati mostrando coraggio e
> determinazione fuori dal comune.
Queste storie, commoventi e spesso benintenzionate, comunicano però un messaggio
implicito: la felicità per una persona disabile coincide solo con il superamento
– parziale o totale – della propria disabilità, attraverso conquiste
straordinarie o cure provvidenziali. Per quanto positivo possa sembrare lo
stereotipo del “disabile coraggioso e vincente”, esso risulta problematico
perché suggerisce che il modo migliore (o unico) di vivere con una disabilità
sia compiere imprese eroiche o dimostrare continuamente forza di volontà,
alimentando l’idea che “se ce la fanno loro, chiunque può tutto” ‒ e si torna,
d’un colpo all’inspiration porn. Di conseguenza, il pubblico generalista può
assorbire due convinzioni distorte: da un lato vedere ogni persona disabile come
un “angelo” o un “eroe” da ammirare, dall’altro ritenere che basti la forza di
volontà individuale per annullare barriere e limitazioni (minimizzando il ruolo
di supporti, adattamenti e diritti civili). Si arriva perfino al paradosso per
cui il pubblico tende a idealizzare le persone disabili straordinarie,
guardandole più come simboli (di ispirazione o di avvertimento) che come persone
comuni: pensiamo alla narrazione intorno a Bebe Vio.
Un film che torna sul tema del reinserimento, ma lo affronta in modo
radicalmente diverso, ribaltandolo completamente, in maniera magistrale, è Nato
il 4 luglio di Oliver Stone (1989). Anche qui il protagonista è incentrato su un
vero reduce di guerra, Ron Kovic, paralizzato in seguito a un conflitto, ma la
narrazione non offre nessuna consolazione. Anzi: il percorso che Kovic compie è
una discesa nel disincanto. La disabilità non è trattata come una prova da
superare per ritrovare un equilibrio, ma come una frattura definitiva, non solo
del corpo ma dell’intera visione del mondo. Tornato dal Vietnam su una sedia a
rotelle, si aspetta di trovare un caloroso ringraziamento da chiunque, invece
troverà indifferenza e ostilità, a partire da suo fratello, dai suoi amici e
dalla ragazza che frequentava prima di partire.
Stone, lui stesso veterano, racconta la vicenda con uno sguardo feroce e
antieroico. La patria che ha mandato Kovic in Vietnam non è più una madre
amorevole ma una macchina che ingoia, mutila e abbandona. L’eroe non viene
celebrato, ma ignorato, respinto, umiliato. E il processo di “riabilitazione”
non coincide con il recupero fisico – che resta parziale, se non impossibile –
ma con una presa di coscienza politica e umana. Kovic si trasforma da patriota
convinto a militante pacifista, rifiutando tanto la retorica del sacrificio
quanto quella della compassione. Nato il 4 luglio è un capolavoro proprio perché
scava nel punto cieco di tanti film precedenti: la rabbia. La frustrazione, la
depressione, la collera di chi si è ritrovato intrappolato in un corpo nuovo,
sconosciuto, e ha perso tutto quello che dava senso alla propria identità,
compresa la sua visione del mondo e i suoi obiettivi. Non c’è eroismo né
santità, ma un lento, doloroso apprendistato all’inadeguatezza. È, tra l’altro,
uno dei pochi film in cui la disabilità viene mostrata anche come crisi
sessuale, come perdita non solo di potere ma di desiderio. In questo senso, è
forse il film più onesto, e più scomodo, della sua generazione. Eccetto un
altro. Sto parlando di Combat Shock di Buddy Giovinazzo (1986).
> In Nato il 4 di luglio di Oliver Stone la disabilità non è trattata come una
> prova da superare per ritrovare un equilibrio, ma come una frattura
> definitiva, non solo del corpo ma dell’intera visione del mondo.
Non si sa se Stone abbia mai visto questa pellicola. Il rapporto che ebbe con la
Troma, la celebra casa di produzione che realizzò Combat Shock, è abbastanza
particolare. Nel 1971 Oliver Stone fece una breve apparizione in The Battle of
Love’s Return, diretto proprio dal cofondatore Lloyd Kaufman. Successivamente,
nel 1973, Stone lavorò come produttore associato nel film Sugar Cookies, dello
stesso Kaufman. Quest’ultimo, nonostante le collaborazioni, espresse opinioni
personali contrastanti su Stone, descrivendolo come una persona “nasty” e
“psycho”, pur riconoscendo il suo talento da regista. Inoltre, disse che,
durante l’infanzia, avevano un rapporto conflittuale, con Stone che lo
maltrattava durante i loro incontri. Non sappiamo altro. Quello che sappiamo
però è che Combat Shock è un capolavoro. Un film ancora più duro di Nato il 4
luglio, con molte similitudini concettuali, considerato da molti come il punto
più alto della Troma. Diversamente dai classici Troma, è un film serio, nel
senso che l’ironia è davvero scarnificata. A prevalere è semmai un senso di
angoscia. Frankie Dunlan, il protagonista (interpretato da Rick Giovinazzo,
fratello del regista), torna dal Vietnam traumatizzato dalle torture subite e
inflitte al prossimo. Qui la menomazione è duplice e ancora più sottile: non
soltanto la sua ‒ gravemente mentale ‒, ma anche quella propagata attraverso la
deformità di suo figlio, dovuta all’Agent Orange inalato dal padre durante la
guerra. Qui si scava a fondo, senza possibilità di risalita. Anche se il tema
non è direttamente la disabilità, sarebbe stato ingiusto non menzionarlo.
Due film anomali questi. Nel frattempo, alcuni film degli anni Ottanta e Novanta
cadevano ancora in narrazioni morbose o pietistiche, facendo permanere
rappresentazioni problematiche di segno opposto. The Elephant Man (1980) di
David Lynch, ad esempio, pur con tutta la sua poesia visiva, ritraeva la tragica
vita di Joseph Merrick – uomo gravemente deformato nell’Inghilterra vittoriana –
suscitando enorme compassione nello spettatore, ma lasciando quell’aura di
tristezza inevitabile attorno alla figura del disabile. Anche film romantici
come Edward mani di forbice Tim Burton (1990) o La bella e la bestia (1991,
nella disneyana chiave fiabesca di Gary Trousdale e Kirk Wise) replicavano lo
schema del “mostro buono in cerca d’amore”, dove la diversità fisica è qualcosa
da far accettare agli altri attraverso la bontà interiore. Insomma, nonostante i
progressi compiuti nel rendere i personaggi disabili più empatici, essi
restavano incastrati in trame costruite attorno alla loro condizione: o santi, o
martiri, o geni, o vittime. Spesso mancava la possibilità di vederli come
individui ordinari, con pregi e difetti qualunque, inseriti in storie non
necessariamente incentrate sulla disabilità.
È importante sottolineare che negli anni Novanta si comincia anche a discutere
della mancanza di autenticità dovuta al frequente casting di attori non disabili
in ruoli disabili. Mentre tali interpretazioni venivano lodate e premiate (la
cosiddetta “Oscar bait” – infatti, una percentuale significativa di Oscar
maschili è andata ad attori abili in ruoli disabili), le persone con disabilità
reali rimanevano quasi invisibili sia sullo schermo sia dietro la macchina da
presa. Questa prassi – definita talvolta cripface, in analogia al blackface –
sollevò critiche: per quanto un attore talentuoso potesse immedesimarsi,
l’assenza di rappresentazione autentica toglieva opportunità ai performer
disabili e, secondo molti, portava a performance filtrate dal punto di vista di
chi disabile non è. Un esempio lampante fu Mi chiamo Sam di Jessie Nelson (2001)
in cui Sean Penn interpretò un padre con disabilità intellettiva: nonostante
l’impegno e la buona fede, alcuni critici rilevarono toni forzati e poco
realistici, stimolando il dibattito su chi abbia il diritto di raccontare certi
vissuti. Verso la fine del Ventesimo secolo, dunque, la rappresentazione
cinematografica della disabilità navigava in un equilibrio precario: da un lato
maggiore visibilità e compassione, dall’altro stereotipi rinnovati (il
“supereroe disabile”, il “santo ingenuo”, il “genio tormentato”) e un
persistente filtro abilista nelle produzioni. Questa situazione aprì la strada a
una nuova fase, influenzata anche dai movimenti sociali e culturali del nuovo
millennio, che avrebbero chiesto con voce sempre più forte inclusione e
autenticità.
> Negli anni Novanta si comincia anche a discutere della mancanza di autenticità
> dovuta al frequente casting di attori non disabili in ruoli disabili.
Negli ultimi anni – grosso modo dagli anni Dieci del Duemila in poi – la
sensibilità culturale nei confronti della diversità (compresa quella legata alla
disabilità) è cresciuta esponenzialmente, spesso riassunta con il tanto
controverso e divisivo termine woke. Sull’onda di questo clima, il cinema ha
iniziato ad abbracciare una filosofia di normalizzazione della disabilità:
l’idea è di rappresentare personaggi disabili al pari degli altri, come una
delle tante sfaccettature della diversità umana, senza relegarli a ruoli
speciali o stereotipati. Si è compreso infatti che la rappresentazione nei media
ha un impatto profondo sulla percezione collettiva e sulla qualità della vita
delle persone emarginate. E se per altri gruppi (minoranze etniche, LGBTQ+,
ecc.) si erano fatti progressi significativi, la disabilità rimaneva uno degli
ambiti in cui l’inclusione stentava: le persone con disabilità erano tuttora
troppo spesso ritratte tramite trame stereotipate (come l’inspiration porn) o
addirittura escluse del tutto dalle narrazioni mainstream. La “svolta woke” ha
spinto Hollywood e altri cinema nazionali a interrogarsi su queste mancanze e a
tentare di porvi rimedio.
Uno degli aspetti centrali di questa tendenza è il casting inclusivo: finalmente
produttori e registi iniziano a scegliere attori con disabilità per interpretare
personaggi disabili, piuttosto che affidarsi sempre ad attori abili. Si sono
visti esempi incoraggianti: la serie TV Breaking Bad (2008-2013) ha scelto
l’attore RJ Mitte, affetto da una lieve paralisi cerebrale, per il ruolo di
Walter Jr. con la medesima condizione; il film indipendente The Peanut Butter
Falcon di Tyler Nilson (2019) ha fatto notizia per il suo protagonista con
sindrome di Down (Zack Gottsagen) accanto a una star come Shia LaBeouf,
ottenendo successo di critica e pubblico; CODA – I segni del cuore di Sian Heder
(2021) ha addirittura vinto l’Oscar al miglior film presentando una famiglia con
persone sorde interpretate da attori sordi (tra cui Marlee Matlin, icona del
cinema per non udenti sin dagli anni Ottanta). Questi progetti dimostrano che
dare spazio a interpreti disabili arricchisce l’autenticità dell’opera e può
avere riscontri positivi.
Parallelamente, anche ruoli minori in film e serie iniziano a includere
personaggi con disabilità senza fanfara, come parte naturale del mondo
rappresentato: ad esempio, nel kolossal Marvel Eternals di Chloé Zhao (2021) uno
dei supereroi (Makkari) è sordo ed è interpretato dall’attrice sorda Lauren
Ridloff, ma il film non ruota attorno a questo aspetto – semplicemente lo
incorpora; nel thriller A Quiet Place – Un posto tranquillo di John Krasinski
(2018) la giovane protagonista è sorda (anche qui l’attrice, Millicent Simmonds,
è realmente sorda) e ciò è integrato organicamente nella trama. Perfino
blockbuster d’azione come Mad Max: Fury Road di George Miller (2015) hanno
presentato figure disabili in chiave assolutamente “normale” – la guerriera
Furiosa di Charlize Theron ha un braccio protesico e nessuno nel film mette mai
in dubbio la sua capacità di comando per questo. Questi esempi indicano una
volontà crescente di affrancare la disabilità dal melodramma e
dall’eccezionalità, trattandola piuttosto come una delle tante caratteristiche
possibili di un personaggio. In un mondo ideale, vedere una persona cieca, sorda
o in sedia a rotelle in un film di genere (commedia, azione, romantico) dovrebbe
essere tanto normale quanto vedere persone di diverse etnie o orientamenti:
questo è, in sintesi, l’obiettivo della normalizzazione inclusiva.
> Dagli anni Dieci del Duemila comincia a manifestarsi una volontà crescente di
> affrancare la disabilità dal melodramma e dall’eccezionalità, trattandola
> piuttosto come una delle tante caratteristiche possibili di un personaggio.
Accanto al casting, è migliorato anche il trattamento narrativo dei personaggi
disabili. Sempre più sceneggiature cercano di evitare i cliché più triti: non
tutti i personaggi disabili devono essere santi ispiratori o tragici sofferenti,
possono essere antieroi, possono avere personalità negative, humor nero,
desideri comuni (amore, lavoro, avventura) e perfino difetti morali, proprio
come chiunque altro. Un segnale di ciò è la comparsa di storie d’amore e
sessualità che coinvolgono protagonisti disabili in maniera diretta e matura, un
aspetto prima tabù. Ad esempio, il film francese Un sapore di ruggine e ossa di
Jacques Audiard (2012) pone al centro una donna amputata (Marion Cotillard) e ne
esplora il rapporto sentimentale e sessuale con totale franchezza, mostrando
come l’intimità fisica contribuisca al suo percorso di ritrovata fiducia in sé
stessa. Anche il film indiano Margarita with a Straw di Shonali Bose (2014) ha
raccontato la scoperta della sessualità di una ragazza con paralisi cerebrale, e
produzioni hollywoodiane come The Sessions di Ben Lewin (2012) hanno affrontato
il tema del desiderio in persone con gravi disabilità motorie. Stessa cosa è
avvenuta nella serie Sex Education (2019-2023), introducendo, tra le altre cose,
il personaggio di Isaac, interpretato da George Robinson, attore con disabilità.
Anche se in alcuni di questi casi si presentano nuove problematiche più sfumate,
queste opere segnano sicuramente un allontanamento dal vecchio stereotipo della
persona disabile asessuata o infantile, restituendo almeno complessità, e una
parvenza di completezza, ai personaggi.
Un altro filone recente favorito dalla sensibilità woke è quello delle storie di
attivismo e diritti legati alla disabilità. Documentari come Crip Camp –
Disabilità rivoluzionarie di Nicole Newnham e Jim LeBrecht (2020) narrano la
nascita del movimento per i diritti delle persone con disabilità negli anni
Settanta (partendo da un campeggio estivo inclusivo) e celebrano i protagonisti
reali di quelle lotte. Film e serie, specie nel mondo anglosassone, hanno
cominciato a inserire riferimenti al modello sociale della disabilità (che vede
la società e le sue barriere come il vero “handicap”, più che le menomazioni in
sé) e a denunciare pratiche abiliste. Ad esempio, il film E poi Barbara incontra
Alan di Bruce Goodison e Amit Sharma (2022, BBC) racconta la storia vera di due
attivisti britannici che negli anni Novanta organizzarono proteste dirompenti
per l’accessibilità, evidenziando i pregiudizi strutturali contro cui i disabili
devono combattere. Questi contenuti, oltre a normalizzare la presenza di persone
disabili sullo schermo, mirano a educare il pubblico sul contesto sociopolitico,
spostando la narrativa dalla “colpa” individuale (il corpo difettoso) alle
responsabilità collettive (abbattimento delle barriere architettoniche,
inclusione scolastica, equità lavorativa, ecc.).
Se la spinta verso l’inclusione e la normalizzazione è senza dubbio un progresso
positivo, alcuni critici e attivisti mettono in guardia contro una possibile
deriva di superficialità nell’approccio woke. C’è il rischio, infatti, che nel
tentativo di presentare la disabilità semplicemente come un’altra forma di
diversità, si finisca per nascondere o minimizzare le difficoltà reali che le
persone disabili affrontano ogni giorno. In altre parole, una normalizzazione
puramente estetica o di facciata potrebbe ricondurre tutto alla norma dominante,
appiattendo le differenze senza affrontare i nodi sostanziali – il che da un
lato elimina la connotazione negativa della diversità, ma dall’altro nega la
diversità stessa.
> Se la spinta verso l’inclusione e la normalizzazione è senza dubbio un
> progresso positivo, ma alcuni critici e attivisti mettono in guardia sul
> rischio che si finisca per nascondere o minimizzare le difficoltà reali che le
> persone disabili affrontano ogni giorno.
Un esempio concreto è l’uso diffuso di termini eufemistici o di modelli
irrealistici: definire le persone disabili “diversamente abili” o rappresentarle
sempre e solo come figure forti e incrollabili (supereroi che non hanno bisogno
di aiuto) può sembrare un linguaggio rispettoso, ma spesso è uno specchio per le
allodole. Studiosi italiani di pedagogia inclusiva sottolineano come il ricorso
a queste formule – il “supercrip” invincibile da un lato, il “diversamente
abile” quasi magico dall’altro – si inscriva in un paradigma ancora abilista e
performativo. Si tratta infatti di rappresentazioni che mascherano stereotipi
tradizionali sotto una vernice modernista: il pubblico viene rassicurato perché
vede sì una persona disabile, ma questa o possiede qualità straordinarie che le
permettono di “annullare” il proprio handicap, oppure viene dipinta con un
linguaggio edulcorato che smussa ogni asprezza (come se la disabilità non
comportasse vere privazioni o dolore). In entrambi i casi, non si scalfisce
realmente il pregiudizio di fondo né si genera comprensione delle esperienze
autentiche di vita con disabilità.
Il rischio maggiore è che questa rappresentazione edulcorata contribuisca a
indurre ancora di più la società a ignorare i bisogni reali delle persone
disabili. Se al cinema vediamo solo storie di studenti in sedia a rotelle che
non incontrano mai barriere architettoniche a scuola, o di professionisti ciechi
il cui unico problema è far ridere gli amici con il cane guida, lo spettatore
potrebbe assorbire l’idea che in fondo oggi “essere disabili non è poi così
difficile”. Nella realtà, le barriere – fisiche, comunicative, culturali –
esistono eccome, e sono spesso opprimenti. Ma una normalizzazione acritica
potrebbe dipingere un mondo ideale, dove tutti sono inclusi e felici, mentre nel
mondo reale le persone disabili lottano quotidianamente per accesso, assistenza
e parità di diritti. Ad esempio, molti film recenti evitano di rappresentare
momenti pratici come le difficoltà nel prendere i trasporti pubblici in
carrozzina, o la burocrazia per ottenere ausili (quei pochi concessi), o la
fatica delle terapie quotidiane, elementi poco “cinematografici”, ma
assolutamente centrali nella vita di milioni di individui. Omessi questi
aspetti, lo spettatore medio può facilmente sottovalutare quanta determinazione
serva solo per ottenere l’ordinario quando si è disabili. Scendendo nel
didascalico: se i media mostrano sempre persone disabili che andranno bene se
solo si impegnano abbastanza, lo spettatore potrebbe pensare che non sia
necessario fare molto per venire incontro alle loro esigenze, perché “alla fine
se la cavano da soli”. Questa percezione distorta può rallentare il sostegno a
politiche inclusive concrete, perché normalizzare non deve voler dire far finta
che non esistano ostacoli.
Un altro effetto collaterale è la sottorappresentazione delle emozioni negative
legate all’esperienza della disabilità. Nella vita reale, è naturale che una
persona con disabilità provi talvolta frustrazione, rabbia, tristezza per la
propria condizione o per come viene trattata dalla società. Tuttavia, nel timore
di tornare a vecchi stereotipi pietistici, alcuni prodotti moderni evitano di
mostrare personaggi disabili in preda allo sconforto o al fallimento, quasi
temessero di inviare un messaggio “anti-inclusivo”. In verità, negare ai
personaggi disabili la possibilità di fallire o di avere sentimenti negativi
significa disumanizzarli in altro modo, imponendo loro una perfezione
unidimensionale (sempre forti, sempre pazienti, sempre di buon esempio). La
realtà quotidiana è fatta di alti e bassi anche – e soprattutto – per chi
convive con menomazioni o malattie croniche: ignorare questo nei racconti è
un’occasione persa per far emergere l’autenticità. In definitiva, la critica che
alcuni muovono a certe rappresentazioni woke è di scivolare in una “inclusione
di facciata”. Si include il personaggio disabile per dimostrare apertura
mentale, ma poi non gli si dà spazio narrativo vero, o lo si circonda di cotone
politically correct per non turbare nessuno.
> Nel timore di tornare a vecchi stereotipi pietistici, alcuni prodotti moderni
> evitano di mostrare personaggi disabili in preda allo sconforto o al
> fallimento, quasi temessero di inviare un messaggio “anti-inclusivo”.
Un esempio anomalo, che precede di anni l’ondata woke ma ne anticipa alcuni
dilemmi in controluce, è quello di Lars von Trier. Qui la disabilità ‒ o più in
generale la devianza dalla norma fisica e psichica ‒ non è mai trattata come
tema a sé, né come occasione per lanciare un messaggio; è invece parte integrata
e problematica della narrazione, restituita con uno sguardo ambiguo, ironico,
spesso disturbante. In The Kingdom (1994–97, 2022), serie ambientata in un
ospedale, due inservienti con sindrome di Down commentano la trama come un coro
tragico deformato: non sono oggetti di pietà, né “inclusi” per sensibilità, ma
personaggi veri, persino oracolari, che osservano il mondo con più lucidità dei
medici. In Le onde del destino (1996), il trauma fisico di Jan, che resta
paralizzato, è lo sfondo per esplorare la discesa psichica e spirituale della
moglie Bess, figura fragile e fanatica che finisce col sacrificarsi per amore.
Von Trier non tematizza la disabilità: la espone, la assorbe nel corpo del
racconto, per farla infine detonare. Non la glorifica né la semplifica. È uno
dei pochi autori che sembra muoversi su quella linea finissima in cui
l’intellettuale, proprio perché consapevole delle questioni legate alla
rappresentazione, si prende la libertà di dire esattamente ciò che vuole ‒ anche
di scherzarci sopra. Non per irriverenza gratuita, ma per accedere a un livello
più crudo di verità.
Una forma di spietatezza che si ritrova anche in certa stand-up comedy o in
episodi specifici di South Park, dove l’inclusione non viene negata, ma
attraversata fino in fondo, portata al punto in cui il linguaggio si incrina,
per far nascere da quella crepa qualcosa di nuovo: non l’ennesima morale, ma uno
sguardo più selvaggio. Questo sguardo però, almeno nel caso di von Trier, sembra
voler insistere più sull’assurdo della forma che sulla realtà delle cose. Quella
che viene evocata è una verità disturbante, certo, ma anche molto filtrata,
teatrale, espressionista. Non è detto che basti. Rischiare di farne solo materia
simbolica, anche con la miglior consapevolezza del mondo, significa forse
restare comunque un po’ fuori campo.
Tra le opere recenti che meglio incarnano un approccio maturo alla disabilità
spicca, a mio parere, A Different Man, film indipendente del 2024 diretto da
Aaron Schimberg, prodotto da A24. È significativo che una suggestione così
lucida arrivi proprio dalla casa di produzione hipster per eccellenza. A24 non
si è mai fatta problemi a lavorare sulla rappresentazione anche in modo
disturbante, ambivalente, persino contraddittorio. Basti pensare alla bambina di
Hereditary – Le radici del male di Ari Aster, dove la disabilità diventa un
segno dell’inquietudine cosmica, o ad altri film in cui la “diversità” fisica o
mentale si mescola con l’orrore più puro. In questo senso, A Different Man
rappresenta quasi una svolta autocritica all’interno di quella stessa poetica.
La trama segue Edward, un uomo con il volto segnato da tumori (neurofibromi)
dovuti alla neurofibromatosi, che conduce un’esistenza isolata e infelice a
causa del suo aspetto. Desideroso di sfuggire allo stigma e di vivere “come gli
altri”, Edward si sottopone a una rischiosa procedura medica per cambiare
drasticamente volto. Schimberg costruisce la narrazione inizialmente come un
dramma realistico sulle difficoltà di chi ha una disabilità visibile nel
condurre una vita soddisfacente – le umiliazioni quotidiane, la timidezza
patologica indotta dallo sguardo sociale, la frustrazione nei rapporti
affettivi. Ma a metà film tutto prende una piega inaspettata: dopo l’operazione
Edward ottiene un volto perfettamente “normale” e persino affascinante (in
questa fase il personaggio è interpretato da Sebastian Stan), solo per scoprire
che la sua vita non diventa affatto idilliaca. Anzi, la storia vira in un
thriller psicologico dai toni cupi: Edward perde il ruolo teatrale a cui teneva
– ironicamente, un ruolo da persona sfigurata, ora affidato a un altro attore
con disabilità – e sviluppa una pericolosa ossessione verso quest’ultimo. Il
film, dunque, si trasforma parallelamente al protagonista, passando da uno
studio sulla disabilità a una parabola più universale sulla perdita di sé e sul
senso di estraneità.
Come nota la critica, A Different Man mostra che eliminando la sua “diversità”
Edward diventa alieno a sé stesso e a tutto ciò che dava valore alla sua vita.
L’opera pone infatti domande inquietanti: cosa succede quando una persona
costruisce la propria identità attorno al desiderio di essere “normale”? Qual è
il costo psicologico di una società che non accetta la differenza, al punto che
chi è diverso preferisce cancellare una parte di sé? Ma oltre a questo, il film
riflette amaramente anche su molte delle dinamiche che abbiamo attraversato.
Nella società buonista contemporanea – soprattutto in certi ambienti artistici –
la diversità è spesso valorizzata in modo cieco, automatico, senza che questo
implichi una reale comprensione o una riflessione sulle condizioni materiali
delle persone coinvolte. La disabilità diventa così un’etichetta da esibire, un
elemento da includere nel cast o nella narrazione per dimostrare di essere al
passo con i tempi. Una forma di inclusione che rischia di essere strumentale,
superficialmente priva di vero ascolto, financo di interesse.
La forza di A Different Man risiede anche nella sua consapevolezza
metanarrativa. Schimberg, egli stesso nato con una condizione facciale
differente (affetto da cheiloschisi, più comunemente chiamato “labbro
leporino”), inserisce nel cast Adam Pearson (attore e attivista con
neurofibromatosi reale) per interpretare Edward prima dell’operazione. Questa
scelta dà luogo a momenti potentemente simbolici: ad esempio, quando Edward/Stan
assiste ossessivamente alle prove teatrali dell’attore disabile/Adam (che lo ha
“rimpiazzato” sul palco), lo spettatore vede in scena un attore abile truccato
da sfigurato che osserva un attore realmente sfigurato. Si crea così un gioco di
specchi sulle consuete dinamiche di rappresentazione: chi sta recitando chi? Chi
possiede la “verità” del personaggio? È un commento implicito a decenni di
cinema in cui attori senza disabilità interpretavano ruoli disabili, e appare
quasi come una rivincita il fatto che Adam Pearson rubi la scena allo
“splendido” Sebastian Stan, costringendo pubblico e protagonista a guardare in
faccia (letteralmente) la realtà della disabilità.
> A Different Man non è una fiaba motivazionale, ma neanche un exploitation
> melodrammatico; piuttosto un racconto che si muove in una zona grigia, dove la
> disabilità non è né glorificata né semplificata, ma integrata in una vicenda
> umana complessa.
In un’intervista il regista ha dichiarato: “Non sto facendo film per correggere
i torti della rappresentazione… Posso solo essere fedele alla mia esperienza e a
ciò che ritengo etico e giusto nelle storie che voglio intraprendere”,
evidenziando come il suo obiettivo non fosse creare un’altra storia didascalica
di riscatto, bensì offrire uno sguardo personale e onesto, anche a costo di
lasciare lo spettatore con domande scomode. Il risultato è che A Different Man
apre davvero una piccola nuova prospettiva su come il pubblico considera la
disabilità e la deformità: lo spinge a confrontarsi con emozioni contrastanti
(empatia, paura, curiosità, repulsione, compassione) senza fornire facili
risposte morali. Non è una fiaba motivazionale, ma neanche un exploitation
melodrammatico; piuttosto un racconto che si muove in una zona grigia, dove la
disabilità non è né glorificata né semplificata, ma integrata in una vicenda
umana complessa.
L’uso di un attore disabile vero come Pearson – già noto per aver partecipato ad
altri progetti audaci come Under the Skin di Jonathan Glazer (2013) e Chained
for Life (2018), anche questo di Schimberg – conferisce inoltre ad A Different
Man un valore rappresentativo importante: è la prova che si possono raccontare
storie sulla disabilità coinvolgendo direttamente le persone disabili nel
processo creativo, ottenendo al contempo prodotti artisticamente validi e
culturalmente innovativi, fungendo un po’ da cartina di tornasole dello stato
attuale della rappresentazione della disabilità. Un film che non sarebbe stato
possibile qualche decennio fa, oggi vede la luce grazie certamente a una
maggiore sensibilità diffusa, ma nello stesso tempo scuote quella stessa
sensibilità mostrando cosa succede quando la “normalizzazione” diventa
ossessione. L’invito è quello di superare sia la morbosità sia la
superficialità, auspicando un cinema capace di integrare la disabilità come
parte della condizione umana, con tutte le sue implicazioni identitarie e
sociali.
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