Sarà bene sgomberare subito il contesto da ciarpame di paludata ascendenza
intellettuale come da futili celebrazioni, per affrontare schiettamente, seppure
a volo d’uccello, i temi di un’opera, “Songs of Innocence and of
Experience”(1789-1794), che si pone come Canto e Controcanto di un dominio
interdetto a poetiche che tralascino di cogliere innocenza e purezza,
corrompimento e tirannia di un regno assoluto – quello dell’uomo e della sua
“Nutrice” in forma di “Natura Naturata” –, immacolato e agapico quanto inficiato
da inimicizia, ingiustizia e privazioni, spine e tormenti, e che reca il
suggello inoppugnabile di leggi tra loro oppositive e in lotta incessante. Opera
che mostra “i due contrari stati dell’anima umana”, come recita il sottotitolo.
Il cimento poetico di Blake si fa qui dinamico e ossimorico proprio nei
significati, ma non tralascia una forma che aderisce plasticamente a Canti
“incantati” come a Canti maledetti.
Così accade, nella filosofia di Blake come nella sua poesia cristallina e fosca,
pietosa e terribile, bicefala, ossessionata dalla purezza quanto dalla
corruzione, che un Padre Celeste sia compassionevole e votato alla protezione
del proprio gregge umano o dispotico se non assente: soprattutto nelle Chiese,
laddove può venir fatto di chiedersi perché non si brindi a birra e non ci si
diletti in canti profani col suo amorevole supporto e incoraggiamento. Un Dio
che, pure, sa farsi uomo e ci rende a lui più vicini: “Allora Dio diventa come
noi, e noi possiamo essere come lui”.
Accade anche che Blake fosse uno degli antesignani dell’opponimento al razzismo
e alla schiavitù dei neri; ma il suo canto non si limita a condannare la
discriminazione razziale dei “nati e cresciuti in un Paese cristiano”, assurge a
critica aperta di ogni idea di supremazia, sia essa etnocentrica o di culto. E
il poeta disegna anche un paradosso in carattere con un passaggio biblico – “…
già senza la mia carne vedrò Dio”, Giobbe 19, 26 – per cui di due fanciulli, uno
nero e uno bianco, il più nudo, esposto e bisognoso risulta il bianco. Allo
stesso modo liberale e illuminato, nei “Canti dell’Esperienza”, che qui
anticipiamo incidentalmente, Lo spazzacamino punteggia i Songs di un’amara
riflessione sul destino di fanciulli sacrificati a uno sviluppo tecnico e
sociale che non contempla di poter intercedere per la loro salvaguardia da un
lavoro duro e intempestivo, in una società che si vuole avanzata ma che li
destina all’iniquità e al sopruso, allo sfruttamento e all’emarginazione
sociale: nell’ambito, così si adombra, di uno sfrenato classismo che non li
risparmia. Perché se un pensiero illuminato non manca di sottolineare che l’uomo
“non vive di solo pane” perché niente gli è più necessario di “compiere il
proprio Dovere” e saper gioire di traboccante gioia, è anche pur vero che non
v’è niente di più innocente – simmetria precisa con L’Agnello: “Egli è docile,
mansueto;/ In un bimbo s’incarnò” – di un fanciullo, e niente di più spregevole
che sottrarlo all’innocenza e alla gioia che si confanno alla sua verde età. E
le simiglianze dei bimbi con il creatore sono dichiarate spiccatamente anche
in Una ninnananna; più eteree e spirituali che non fisiche: “(Egli) in ogni
sorriso di bimbo sorride,/ Qui e in cielo di pace lusinghe elargisce”. Da
rilevare è la corrispondenza precisa tra regno celeste e reame creato, entrambi
sotto l’ala protettrice di un Dio nuovamente bimbo (“per me lui piangeva, per te
e per il mondo”) e nuovamente partecipe e garante di pace (in Cielo come in
Terra). Ed ecco poi un passaggio che fa il paio con Montaigne e col relativismo
religioso e culturale: “l’umana forma tutti amar si deve,/ nel pagano, nel turco
e nell’ebreo”. E come se non bastasse le virtù di Pietà e Misericordia, Amore e
Pace che “nelle tribolazioni tutti invocano”, sono tanto “il Signore, nostro
caro Padre”, quanto immagine tutta umana: “Son l’Uomo, ch’è suo figlio e
batticuore”; perché in lui pulsa il cuore di Dio, e la sua umana-forma ne
testimonia col proprio appannaggio di virtù e imperativo ad essere amata, e
nella sua impronta divina e nella sua impronta tutta umana… “Coltiva la pietà,
non chiuder fuori l’Angelo”, questo verso di Giovedì Santo è in risonanza con
l’imperativo che abbiamo citato. Ma nei “Canti dell’Esperienza” ecco il suo
contraltare, in cui i “figli della carità” sono materialmente i ricchi – cioè
coloro che sottraggono ricchezza agli altri facendo poi di un obolo vanto
proprio – e spiritualmente tutti coloro che si aspettano qualcosa in cambio:
brutta caricatura morale di un’etica della reciprocità evangelica. Ma per
tornare ai “Canti dell’Innocenza”, appare in essi, assai di frequente,
l’immagine del sonno, del riposo beato, come specchio di consolazione satolla di
pace; così pure in Notte dove si legge: “E se così qualcuno (gli “Angeli
lucenti” sono il soggetto)/ trovano al pianto e non al sonno intento,/ di sonno
il capo tutto gli circondano,/ stando accanto al suo letto.” E ancora, dice il
leone, non più intento a belluina ferocia ma pervaso di mansuetudine che
“scaccia la furia” e con la salute “Il morbo dall’immortale giorno”: “Ed ora
presso a te, belante agnello,/ posso stendermi, in sonno…”
Se i “Canti dell’Innocenza” testimoniano di un Dio redentore fattosi uomo per
consolare e liberare dal peccato, che “elargisce la sua gioia (ne appare
traboccante tanto da promanarla) a tutti e si fa “piccolo fanciullo” e “uomo di
dolore” perché incapace di non partecipare il dolore umano di chi soffre e
spera, ben diversi i “Canti dell’Esperienza”, dove quella di Dio è “invidia
stellata” di un Padre tiranno e geloso che getta l’uomo nella prigionia della
carne, massimamente vulnerabile, negando la gioia con cui si dovrebbe
manifestare la sua attitudine a generare vita. Veleno eterno che mette ai ceppi
il “libero Amore”.
Un Dio, dunque, punitore e inflittivo, come ben simboleggiato da Isaac Watts
(poeta e pedagogo sospeso tra rigido calvinismo e umanesimo nel contesto storico
del regno di Queen Anne, nonché conoscitore di Descartes, Milton, Locke, Pope e
fruitore di una ricca educazione classica) in Un fanciullo perduto con questi
versi terribili che risuonano cupi nel suono e nel tenore di minaccia:
> “Non sapete che spaventose piaghe
> Sono inflitte da Dio
> A chi infrange la legge di suo padre
> O spregia le parole di sua madre?
> (…) A quegli i corvi beccano via gli occhi,
> E glieli mangia l’aquila.”
In contraltare all’Agnello dei “Canti dell’Innocenza” compare in quelli dell’
Esperienza la Tigre che simboleggia sia l’atavica (cattiva anche nel senso di
prigioniera) passione bruciante dell’uomo, incatenata alla carne che ne
custodisce il bruciore e l’urgenza, sia lo spirito predatorio di una natura
assassina che ascende a simbolo di un Dio crudele.
Qui come altrove la Ragione non può niente contro l’Energia primordiale e
risulta inadeguata alla feroce impellenza di essa quanto più si prodiga in
schemi, interpretazioni, e pensieri che vorrebbero incasellarla. Si legge così
in Londra:
> “In ogni grido di qualunque Uomo,
> nel pianto di paura di ogni Bimbo,
> in ogni voce e proibizione avverto
> le manette forgiate dalla mente.”
E sempre nella “civilissima” Londra compare anche un cenno alla sifilide e alla
meretrice che rischia di infettare anche la famiglia del di lei cliente. E tutti
assieme sono comunque vittime del Feretro Nuziale, ovvero dell’istituzione del
matrimonio e delle vincolanti leggi morali che lo suggellano, le quali
incatenano la possibilità del libero amore. Qui come altrove, l’ipocrisia e la
pruderie di una civiltà che pecca ma condanna il peccato, che si infetta quanto
più vorrebbe restare pura e integra.
E la Crudeltà (“Il Compendio Umano”) tiene sotto il piede la radice dell’Umiltà,
spargendo “esche e trappole”, e il frutto corrotto dell’insana pianta è
l’Inganno… Gli Dei di terra e mare cercano quell’albero in Natura, ignorando che
ne cresce uno (sembianza e sostanza in uno, dalle radici al frutto) nel Cervello
Umano.
Il girasole diviene invece simbolo ovidiano di Clizia che si volge a Iperione,
emblema di un irretimento a cui è proscritto il proprio oggetto d’Amore
indefesso, il quale resta condanna e ossessione senza potersi adempiere; in un
digiuno che nel testo classico solo rugiada e lacrime stemperano. E così, forse,
l’uomo: che immagina, cerca con ansia ciò che è assente o tanto distante da
sembrare un miraggio, s’inganna nel momento stesso che decide e decide spesso di
ingannarsi e ingannare. Perché ciò che non è per lui esiste, e ciò che è,
sceglie spesso di non vederlo. L’urgenza dell’assente è per lui una religione e
un vanto, una vocazione e un cimento. Per citare Auden: “Loquace e ansioso,/
l’Uomo può immaginare ciò che è Assente/ e il Non-Esistente.”
La rosa, invece, è corrotta da oscuro e segreto rodere tra le sue pieghe un
tempo seriche e ora malate. In A Trizah, Madre Natura diventa una matrigna
malevola della parte mortale del poeta stesso, possessore di un cuore plasmato
con crudeltà e offuscato dall’autoinganno. Si manifesta qui il contrasto tra i
cinque sensi e lo slancio spirituale, con una nota di speranza nel finale, che è
anche un annuncio di libertà del poeta, non più destinato solo al “pianto di chi
se stesso inganni” e la cui lingua, costretta “in creta esanime” può sciogliersi
nel trascendere Morte (anche per mezzo della propria arte poetica, forse) e
scempio, per la redenzione operata dal Cristo e che gli fa soggiungere: “con te
cosa ho da spartire”?
Blake non finisce di appassionare e carezzare almeno quanto dar di scudiscio
sulla pelle dell’anima. Il suo è un canto nudato e pietoso, quanto corazzato e
inimico. Il suono delle sue parole desta bocci e gemme sotto un sole temperato,
fra il gorgheggiare degli uccelletti, quanto selve infernali; sanità e letizia,
quanto morbo e afflizione. Il suo duplice canto ha qui la terribile simmetria di
chi porta nel cuore la Tigre della notte dei tempi e il Leone che mansueto
prenderà posto accanto all’Agnello nel Giorno Immortale in cui dai suoi rosei
occhi cadranno lacrime dorate.
Massimo Triolo
*In copertina: William Blake, Elohim Creating Adam, 1795
L'articolo La Tigre e l’Agnello. Sui “Canti dell’Innocenza e dell’Esperienza” di
William Blake proviene da Pangea.