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“Appartengo al rango dei pericolosi”. Perché leggere Anthony Burgess
Ha ottant’anni ed è pieno di voglie. Kenneth Marchal Toomey è uno dei personaggi più affascinanti della letteratura occidentale del tardo Novecento. Consapevolmente pingue, romanziere provocatorio e di successo (ma “ho smesso dodici anni fa”), adorabile checca che eccelle nell’arte del pettegolezzo, giunge – come il suo creatore – da quella stirpe di scrittori eccelsi ed eccentrici che va da Jonathan Swift a Thomas De Quincey fino a sbocciare in William Somerset Maugham, del cui profilo – ha dichiarato l’autore – è il gemello in acetaia.  “Saranno state poco dopo le quattro pomeridiane di un giorno di giugno a Malta – il 23 per l’esattezza”, cioè il giorno in cui Kenneth compie 81 anni, “ed ero a letto con il mio amasio quando Alì mi annunciò la visita dell’Arcivescovo”. Amasio sta, in modo più ignobile, per amante. Nell’incipit di questo libro-Minosse, enciclopedico (700 pagine) e folle (graffio d’autore: “inizia verso il 1917 e termina nel 1971, racchiudendo quindi un’epoca in cui, pare evidente, il male si è manifestato nelle questioni umane in modo più spettacolare di quanto abbia mai fatto prima nella storia mondiale”), dal titolo bellissimo, Gli strumenti delle tenebre (che in lingua originale tuona Earthly Powers), c’è tutto il dannato genio di Anthony Burgess. L’arte del grottesco – l’ottantenne a letto con il giovinetto… – la tensione verso il sacro – il romanzo è un lento, lungo, feroce avvicinamento alla canonizzazione di Carlo Campanati in quanto papa Gregorio XVII – e il desiderio di dissacrare le sacre verità. Strepitoso Burgess, che ha fede nell’assolutismo della Curia (“Il compito della Chiesa cattolica oggi è grandioso. Deve assolvere la sua missione nel mondo difendendo i valori spirituali senza accettare alcun compromesso con concezioni ideologiche e filosofie che intaccano i suoi principi. Mescolare l’olio e l’aceto è impossibile”, dichiara a il Giornale, 14 dicembre 1978), che si dice “Cattolico Giacobino Imperialista Monarchico” quindi “sostanzialmente anarchico” e che traccia così il ritratto del suo lettore ideale: “dev’essere un cattolico decadente, un musicista fallito, daltonico, della mia età e che abbia letto tutto quello che ho letto io”.  In sostanza, Anthony scrive per sé solo.  Egocentrico dalla zazzera leonina, Burgess, ormai pluricentenario (nasce nel ’17, se ne è andato nel 1993), “è considerato uno dei maggiori scrittori inglesi contemporanei” (così la quarta di un suo romanzo qualsiasi), di certo uno dei più influenti. Eppure, in Italia non lo si legge più. I libri di questo poligrafo che sfotteva Vladimir Nabokov (“dicono che io sia il Nabokov inglese. Una sciocchezza: Nabokov è un dandy su scala internazionale, io sono ancora un ragazzone di provincia che ha paura di essere vestito in modo troppo sciatto. Tutto in Nabokov è artificiale, è una recita”), si ubriacava con William S. Burroughs ed era devoto a James Joyce (“la mia prima ribellione, a quindici anni, accadde dopo la lettura del Ritratto dell’artista da giovane e l’Ulisse è il libro più importante del secolo”), tanto da metterlo in musica (compositore di talento, Burgess scrive nel 1982 Blooms of Dublin, un concerto basato proprio sull’Ulisse), non si ristampano più, a eccezione di qualche einaudiana piuma di struzzo. Di fatto, la banalizzazione editoriale odierna ha relegato Burgess, autore sterminato (comincia nel 1956, con L’ora della tigre, narrando, a tratti psichedelici, la sua esperienza di insegnante in Malesia e in Borneo, impilando, in seguito, una bibliografia che conta una trentina di romanzi, di ogni genere e stoffa, tre raccolte poetiche, due libri per bambini, quattro raccolte di articoli giornalistici, quattro biografie – di Shakespeare e Hemingway, tra gli altri – una quindicina di saggi e quaranta partiture musicali), nel ring di Arancia meccanica. Per carità, quello, A Clockwork Orange, uscito nel 1962, è il capolavoro di sconcertante potenza, esploso con il film di Stanley Kubrick, che da un lato inscena la ferocia gratuita, graziata, dall’altro la ‘ragione di Stato’, altrettanto violenta, in una società sorretta dal ghigno e dal sopruso (“La mia parabola e quella di Kubrick vogliono affermare che è preferibile un mondo di violenza assunta scientemente a un mondo condizionato, programmato per essere buono o inoffensivo”). Ma quello non è certo l’unico né il più bello tra i libri di Burgess. Che fine ha fatto L’antica lama, per dire, dove il mito di Excalibur è trastullato nei tempi moderni, tra Stalin e Churchill, e Un cadavere a Depford, che è uno ‘scherzo’ sulla vita tragica di Christopher Marlowe ambientato nell’Albione elisabettiana, e Il seme inquieto, una visione fantascientifica di un futuro che è ora, dove lo Stato – orwelliano – invoglia all’omosessualità e alla sterilizzazione e fa mercato sui morti, oppure 1985, che è una riscrittura cinica di 1984 di Orwell, oppure Abba Abba, romanzo strambo e poliedrico, dove il poeta John Keats, a Roma, tormentato dalla tubercolosi, incontra il lirico romanesco Giuseppe Giacchino Belli (di cui Burgess, linguista esagerato, reinventa dei sonetti)? E che fine ha fatto L’uomo di Nazareth, che è la revisione dei Vangeli scritta da “Azor figlio di Sadoc, ma in greco mi chiamano Psilos, la stanga, perché sono un po’ al di sotto della statura media”, dove Gesù “era un uomo sposato, e possiamo immaginarci che avrà gustato le gioie del corpo né più né meno di quanti di noi hanno abbracciato il matrimonio benedetto”, che di fatto è lo spin off del Gesù di Nazareth di Franco Zeffirelli, scritto per lui da Burgess?  Niente. Non c’è più niente.  Dell’autarchico Burgess, uno degli scrittori più dirompenti del Novecento, di tracotante intelligenza, che odiava le idiozie del tempo presente (“disprezzo tutto ciò che è effimero ma imposto come qualcosa che ha un valore ultimo. I Beatles, ad esempio. Gran parte della cultura giovanile, soprattutto musicale, è basata sulla scarsa conoscenza della tradizione, e spesso eleva l’ignoranza a virtù”), italiano per parte di moglie (Liliana Macellari, nata a Porto Civitanova, unita a Burgess dagli anni Sessanta), in Italia non c’è più quasi nulla. Neppure, appunto, quel capolavoro di stile che è Gli strumenti delle tenebre, in cui Burgess tenta “di dimostrare l’azione del potere diabolico o divino” nella Storia, così pieno di vita che potrebbero farci una fiction da un migliaio di puntate, dove appaiono, come fiamme, sullo sfondo degli intrighi vaticani e di un Papa che giura di sconvolgere l’architettura curiale – vi ricorda qualcuno? – i protagonisti del secolo, da Rudyard Kipling (“dietro lenti spesse come fondi di bicchiere, gli occhi guizzavano ingranditi e feroci”) a Benito Mussolini (“il rospo ateo”), descritto mentre firma i Patti Lateranensi, da Joseph Goebbels impegnato nella propaganda pro-nazi a Ezra Pound (fissato mentre teneva “le sue ridicole trasmissioni da Radio Roma”), alla città di Roma che è oggi come era ieri, “la fogna della storia, una fogna a cielo aperto”.  Burgess, che tuttavia in patria è onorato come si deve, si è costruito uno stuolo di nemici che ora, a cadavere ben frollato, si vendicano. “Se corrompe Arancia Meccanica,  non lo fanno forse anche la Bibbia e Shakespeare?”, rispose Anthony a chi lo accusava, con il suo romanzo, di aizzare i ragazzotti alla furia civica.  > “Forse una persona può vedere Amleto e poi uccidere il proprio zio? > Sto iniziando ad accettare il fatto che, in quanto romanziere, appartengo al > rango dei pericolosi”.  Per disinnescare il pericolo insito in ogni grande opera, basta smettere di stamparla. Così si silenzia il genio. L'articolo “Appartengo al rango dei pericolosi”. Perché leggere Anthony Burgess proviene da Pangea.
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