Ripples, la talent agency di YeSeul Kim che vuole colmare il divario di genere nella leadership intellettuale

- The Wom - Tuesday, January 27, 2026
Dalla Corea al MIT, da Procter & Gamble al Web3: YeSeul Kim ha attraversato mondi e continenti diversi, lontanissimi, prima di fermarsi a Treviso e fondare la Ripples Talent Agency. Non un’agenzia di personal branding tradizionale, ma un’azienda che affronta il grande tema del gender gap nella leadership del pensiero. Perché di donne competenti e brillanti è pieno il mondo. Il problema è che nessuno le vede abbastanza

Il divario di genere nella leadership del pensiero YeSeul Kim lo ha esperito sulla propria pelle. Panel composti solo da uomini che discutono di parità di genere; fondi di venture capital che ignorano le fondatrici; media che raccontano le professioniste attraverso le loro relazioni familiari, mai attraverso i loro risultati. E lei, imprenditrice e manager di origini asiatiche, che viene scambiata per l’assistente dei suoi collaboratori uomini.

Coreano-americana, laureata al MIT, imprenditrice seriale e angel investor, Kim ha costruito la propria carriera attraversando il corporate globale di Procter & Gamble, l’innovazione sociale, l’educazione internazionale a H-FARM, fino all’ecosistema Web3. Tutto senza mai lasciarsi definire da un ruolo professionale. Oggi vive a Treviso, ma la sua visione è dichiaratamente internazionale: creare le condizioni affinché le donne possano essere viste, ascoltate e riconosciute come leader intellettuali.

È da questa consapevolezza, maturata tra Stati Uniti, Asia ed Europa, che nel gennaio 2025 ha fondato Ripples Talent Agency. Non una semplice agenzia di personal branding, ma una realtà virtuosa che si è data l’obiettivo di colmare il divario di genere nella leadership del pensiero, intervenendo laddove la sottorappresentazione femminile continua a essere strutturale. Ovvero nei media, nei luoghi decisionali, nei panel pubblici, nelle conferenze, nei consigli di amministrazione.

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In Italia, poi, la questione è ancora più evidente: le donne vengono spesso raccontate attraverso relazioni familiari – “moglie di”, “figlia di” – mentre i risultati professionali restano sullo sfondo. E non è raro che dibattiti televisivi o politici su temi che incidono direttamente sulla vita femminile, dal lavoro di cura al gender pay gap, siano composti esclusivamente da uomini.

Ripples nasce per rompere questo schema. L’agenzia rappresenta dirigenti e fondatrici, accompagnandole nella costruzione del loro capitale reputazionale: accesso ai board, opportunità di speaking, pubblicazioni, visibilità internazionale. Allo stesso tempo, lavora con donne nelle fasi iniziali o di transizione della carriera attraverso percorsi di consulenza personalizzata e masterclass su comunicazione e leadership.

L’obiettivo non è “insegnare a esporsi”, ma creare le condizioni perché competenze e visioni già esistenti possano diventare autorevoli nello spazio pubblico

La storia di YeSeul Kim — professionista cosmopolita abituata a reinventarsi, fondatrice che ha scelto di costruire un’impresa mentre diventava madre — incarna la missione di Ripples: trasformare l’influenza da privilegio a responsabilità. Perché la visibilità non è un vezzo individuale, ma uno strumento collettivo. Perché non si tratta di diventare l’eccezione, ma di cambiare la regola per tutte.

YeSeul Kim

Intervista a YeSeul Kim, fondatrice di Ripples

Identità è una parola che ricorre spesso quando si parla di leadership femminile. Per te, che hai vissuto tra continenti e culture diverse, cosa significa?

È una domanda complicata. Ho molte identità e ho vissuto in tanti luoghi diversi, dunque non esiste una risposta univoca. Tecnicamente sono nata in Corea, ma quando avevo due anni la mia famiglia si è trasferita a Guam, un’isola nel Pacifico che è territorio degli Stati Uniti. Guam è un punto di incontro tra Oriente e Occidente: un territorio americano con una cultura locale fortissima, quella dei Chamorro. La mia famiglia è coreana, ma sull’isola convivono persone da moltissimi Paesi asiatici. Per me la diversità era la norma. Poi sono tornata in Corea per un anno, e successivamente negli Stati Uniti per le scuole medie.

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Che tipo di ragazza eri e quali ambizioni avevi?

Ero una ragazza a cui non era permesso sognare davvero in grande. Mi hanno insegnato che l’istruzione era l’unica strada verso il successo, quindi il mio unico sogno era entrare all’università. A 18 anni sono stata ammessa al MIT, la mia prima scelta. Avrei dovuto sentirmi al culmine di un traguardo, invece ho provato una specie di vuoto: quello era il mio unico sogno, e l’avevo già raggiunto.

È stato allora che ho capito una cosa fondamentale: bisogna imparare a sognare più in grande

È in quel momento che è nato il tuo primo progetto imprenditoriale?

Sì. Al MIT ho iniziato a chiedermi che tipo di impatto volessi creare nel mondo. Ho fondato così il Leadership Training Institute, un’organizzazione non profit basata sul principio del pay it forward. Formavamo studenti del MIT come mentor per lavorare con ragazzi delle scuole superiori di Boston su progetti a impatto sociale. Quei progetti, a loro volta, aiutavano altre persone. Mi sono resa conto che l’impatto individuale è lineare, ma se aiuti qualcuno che poi aiuta altri, allora si crea una catena. Sono passati 15 anni e l’organizzazione esiste ancora. È questo il potere di un’idea costruita per durare: metti da parte l’ego e pensi all’eredità di un progetto.

Dopo questa esperienza sei entrata poi nel mondo corporate…

Sì, ho seguito il percorso che la società considera “giusto”. Dopo il MIT ho lavorato in Procter & Gamble, ma in 14-15 anni non ho mai ricoperto lo stesso ruolo né lavorato nello stesso settore. Il mio ultimo incarico da dipendente è stato in Italia, a H-FARM, come General Manager delle scuole internazionali. Nonostante questo percorso, però, nessuno dava per scontato che fossi io la persona in comando. Sono alta 1,54, asiatica, sembro più giovane della mia età. Spesso scambiavano il mio collaboratore – uomo, bianco, più grande di me – per il mio capo. Queste cose non mi hanno mai fermata e mi hanno insegnato a reinventarmi continuamente.

Come ci sei riuscita?

In gran parte grazie al personal branding.

Non ho mai voluto identificarmi con un titolo, perché i titoli possono essere tolti. La reputazione no: quella è tua

Quando ho lasciato H-FARM ho deciso di diventare imprenditrice. Mi sono avvicinata al Web3, ho iniziato a comunicare in modo visibile ciò che stavo facendo, e le aziende hanno iniziato a fidarsi di me. A un certo punto ho capito che il capitale finanziario non era ciò che mi interessava davvero. La mia vera passione è il capitale sociale: creare connessioni, relazioni, valore condiviso. Da lì è nato il concetto di capitale reputazionale.

Ed è così che hai fondato Ripples...

Esatto. Ripples nasce dalla mia storia. È ciò che ho costruito per me stessa e che ora voglio aiutare altre donne a costruire. Aiutiamo le donne a diventare visibili come thought leader, perché la visibilità genera impatto e permette di restituire qualcosa alle generazioni successive.

Perché questa realtà è particolarmente necessaria per le donne?

Perché le donne hanno più bisogno di capitale reputazionale rispetto agli uomini. Quando pensiamo alle “influencer”, ci viene in mente la moda, il beauty, la maternità. Ambiti importanti, ma considerati “non pericolosi” e prettamente femminili.

I veri thought leader — in politica, economia, tecnologia — sono quasi sempre uomini. Siamo metà della popolazione mondiale, ma rappresentiamo solo un quarto delle voci nei media

E quando veniamo citate, raramente lo siamo sui temi più importanti e decisionali. Ho una figlia di quattro mesi e ho fondato Ripples quando ho scoperto di essere incinta. Non voglio che cresca in un mondo in cui è facilissimo nominare cinque CEO uomini, ma quasi impossibile fare lo stesso con scienziate, economiste o giudici.

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Che tipo di donne rappresentano il target di Ripples?

Il nostro target principale sono donne tra i 40 e i 60 anni: dirigenti che hanno toccato – ma non sfondato – il soffitto di cristallo, fondatrici di startup, soprattutto in ambito AI e tecnologia. Molte di loro stanno vivendo una transizione o una crisi identitaria. Quando sei stata “la CMO di…” per anni, chi sei senza quel titolo? Le aiutiamo a riscoprire la propria identità e a comunicarla in modo autorevole.

Come funziona concretamente Ripples?

Ripples è una talent agency, ma ribalta il modello tradizionale. Non lavoriamo per le aziende: lavoriamo per il talento. Il percorso è in tre fasi: consulenza di personal branding, costruzione della leadership di pensiero – attraverso contenuti, posizionamento, visibilità – e infine rappresentanza attraverso opportunità di speaking, board, scrittura, insegnamento. Prima di rappresentare una persona, la aiutiamo a definire il proprio “grande tema”. Io lo chiamo: qual è il tuo TED Talk?

Sul vostro sito scrivete: “Essere influenti non è un lusso, è una responsabilità”. Cosa intendi?

La visibilità ha un costo e un rischio, soprattutto per le donne. Ma se rinunciamo a essere visibili, lasciamo che il mondo continui a essere raccontato solo da una prospettiva. Con l’AI questo problema si amplifica: se i dati di partenza sono maschili, anche le risposte lo saranno.

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A un anno dalla nascita di Ripples, che bilancio ti senti di fare?

È stato un anno di apprendimento e sperimentazione, anche grazie alla maternità, che mi ha insegnato molto. La cosa più potente è che non devo spiegare alle donne perché Ripples è necessaria: lo sentono nel corpo. E l’idea di avere qualcuno “dalla loro parte”, e non in una relazione transazionale, è ciò che le colpisce di più. Ci teniamo molto, poi, a far capire alle donne leader una cosa importante: chiedere aiuto non è una debolezza, ma una strategia. E noi siamo qui per crearla insieme.

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