Per raccontare gli eventi fondamentali di questa telenovela in salsa
tecnologica, partiamo da alcuni momenti chiave nella vita di questo ornitorinco
della Silicon Valley chiamato OpenAI. Come tutti sanno, l’ornitorinco è un
simpatico mammifero noto per aver causato parecchi mal di testa ai naturalisti
per molti motivi, primo tra tutti il deporre uova anziché dare alla luce piccoli
vivi, caratteristica che è tipica di rettili e uccelli. Insomma, un vero e
proprio “pasticcio” evolutivo. OpenAI sembra avere problemi simili. Nel 2015 i
suoi fondatori, tra cui figurano Elon Musk e l'allora poco conosciuto Sam
Altman, scrivono sul sito dell'azienda che "Il nostro obiettivo è quello di far
progredire l'intelligenza digitale nel modo più vantaggioso per l'umanità nel
suo complesso, senza essere vincolati dalla necessità di generare un ritorno
economico. Poiché la nostra ricerca è libera da obblighi finanziari, possiamo
concentrarci meglio su un impatto umano positivo". In particolare, Musk,
finanziatore della prima ora, vuole un'azienda che faccia concorrenza all'allora
gigante dell'Ai DeepMind, controllata da Google. Spiega ad Altman che
"l'intelligenza artificiale non va lasciata in mano a Larry Page (Google)"
perché, nell'inevitabile momento in cui si verificherà la “singolarità”, ossia
quando le macchine raggiungeranno o supereranno l'uomo in intelligenza, Page non
farà nulla per evitare che questa nuova intelligenza sottometta o elimini
l’umanità dallo scenario. A lui, invece, l'umanità piace (a patto che non abbia
la forma del popolo boliviano che vuole autodeterminarsi: in quel caso si sente
titolato a produrre "cambi di regime" a colpi di morti ammazzati senza troppi
problemi, come twittava più o meno nella stessa epoca). E poco importa se la
congettura in quel momento ha la stessa concretezza del motore a curvatura di
Star Trek o delle spade laser di Guerre Stellari: Musk è convinto che arriverà a
breve. L'azienda rischia effettivamente di chiudere i battenti, ma alla fine
Sam Altman trova la soluzione: convince il consiglio di amministrazione a
trasformare OpenAI da non profit impegnata a sviluppare software liberi a
"capped profit", ossia a profitto limitato fino a cento volte il valore
iniziale. Ciò consente a OpenAI di attrarre investimenti da parte di fondi di
rischio, i famigerati venture capital. Di lì a breve Microsoft entra in scena,
investendo un miliardo di dollari, e OpenAI annuncia l'intenzione di concedere
in licenza le proprie tecnologie per uso commerciale, mettendo in soffitta
l'idea del codice libero. Alcuni ricercatori criticano la svolta, sollevando
dubbi sull'impegno dell'azienda a democratizzare l'Ai, ma ovviamente restano
inascoltati. Così arriviamo alla vigilia del conflitto: con un'azienda
saldamente collocata nell'orbita Microsoft, e che è divenuta famosa grazie al
lancio sul mercato di una tecnologia sperimentale che causa molti più problemi
di quelli che risolve, ma che sembra fatta apposta per occupare la prima pagina
dei giornali un giorno sì e l'altro anche. [caption id="attachment_184510"
align="aligncenter" width="1035"] © Mojahid Mottakin - Unsplash[/caption] La
sera di domenica 17 novembre, Sam Altman pubblica sul social X (un tempo
Twitter) un breve messaggio in cui annuncia al mondo la fine del suo rapporto di
lavoro con OpenAI. Poco prima il consiglio ha diffuso un comunicato in cui lo
sfiducia adducendo una poco chiara "mancanza di sincerità". Scattano
consultazioni frenetiche. Microsoft non era stata in alcun modo avvisata della
mossa. In poco tempo Satya Nadella, amministratore delegato di Microsoft,
diffonde a sua volta un comunicato in cui conferma l'intenzione della sua
azienda di continuare a investire in OpenAI. Passano ventiquattro ore e Altman
riceve un'offerta di lavoro da Microsoft: dirigerà un nuovo dipartimento di
ricerca sull'intelligenza artificiale, questa volta interno alla multinazionale.
Il consiglio di OpenAI va in fibrillazione e comincia a nominare amministratori
delegati al ritmo di uno al giorno, ma la cosa non dura molto: con una lettera
il 95% dei dipendenti dell'azienda minaccia di licenziarsi se Altman non farà
ritorno, e la cosa costringe i vertici alla resa. Sam Altman è nuovamente a capo
di OpenAI. Che cosa ha generato questa "guerra civile" all'interno
dell'azienda? Le dichiarazioni dei principali protagonisti sono talmente ambigue
da aumentare la confusione al proposito, invece di ridurla. Per provare a
dipanare la matassa non resta che "unire i puntini". Per prima cosa,
ufficialmente, alla base del conflitto non ci sarebbero motivazioni economiche.
Resta il fatto che, come risultato, Microsoft ha rimesso "in sella" Altman e
porta a casa un posto dentro alla dirigenza di OpenAI. In secondo luogo, alla
base dell'"OpenAI Drama" ci sarebbe il conflitto che ha contrapposto gli
"accelerazionisti efficaci" (l’amministratore delefato Sam Altman e i suoi
fedelissimi) agli "altruisti efficaci" (di cui fa parte il direttore della
ricerca Ilya Sutskever). Se questi termini vi suonano strampalati, non vi
preoccupate: è lo stesso pressoché per chiunque non abiti nella Silicon Valley.
Per farla breve, queste due "scuole di pensiero", pur condividendo la fede
nell'imminenza della singolarità, hanno idee molto differenti su che cosa fare
nell'immediato: i primi vogliono premere l'acceleratore a tavoletta e confidare
nella "mano invisibile del mercato", i secondi lanciano appelli ai politici
perché intervengano immediatamente "contro qualcosa di più pericoloso degli
stessi armamenti nucleari". Negli stessi giorni in cui i giornali erano intasati
da questa telenovela, mi sono ritrovato a seguire online un'interessante
conferenza dal titolo "Come l'Ai promuove le diseguaglianze a livello globale",
tenuta presso l'Università di Groninga in Olanda. Dopo due anni di studi sul
campo in America Latina e Africa, questi erano i dati raccolti dai ricercatori.
La tecnologia che chiamiamo Ai si basa sui "minitask" come l'etichettatura
manuale dei dati (e su questo è d'accordo anche più d'uno degli "entusiasti"
dell'Ai, solo che lo considerano un problema da risolvere attraverso le prossime
generazioni di sistemi di intelligenza artificiale). Contrariamente a quanto
sostengono in Silicon Valley questi lavori non stanno diminuendo al crescere
delle capacità dell'Ai (che, quindi, non sembra diventare più "intelligente" al
passare degli anni), bensì sono in crescita esponenziale. L'intelligenza su cui
si basano sembra avere origine molto più umana che artificiale. Quello che si è
scoperto è che in parecchi casi, servizi propagandati al pubblico come
realizzati con l'Ai sono puri e semplici paravento per lavoro sottopagato svolto
nel “Sud del mondo” (è il caso delle telecamere antitaccheggio inglesi, le cui
funzioni Ai erano date da lavoro manuale in Madagascar). Si tratterebbe di
marketing dell'intelligenza artificiale, impegnato a presentare lavoro umano
come realizzato da macchine, al punto da coniare il termine real time training.
Termine utilizzato quando un umano si sostituisce alla macchina nell'interazione
con il cliente, istruendo l'Ai su come deve comportarsi nel futuro in tempo
reale. Ne consegue che i minitask alla base della gig economy (economia dei
"lavoretti") sono talmente in crescita che Amazon ha acquisito fin dai primi
anni 2000 una piattaforma, chiamata Mechanical Turk (Turco meccanico), che ha il
compito di aiutare le aziende a trovare questo tipo di manovalanza. Lucrando,
ovviamente, sull'impiego di persone pagate anche meno di 120 dollari al mese.
Quindi la ricerca, l'uso e la propaganda dell'Ai avvengono nel “Nord del mondo”,
ma il lavoro necessario a far "funzionare la magia" viene erogato dal Sud. Se ci
fosse mai un "blocco" temporaneo di internet l'intelligenza artificiale si
fermerebbe quasi subito. Questo significa anche che le nuove diseguaglianze
create da questo nascente "modello di business" si sovrappongono a quelle
precedenti e -spesso- le peggiorano. I lavoratori impegnati in minitask li
svolgono da casa, senza tutele sindacali e senza possibilità di crearsele (se
non attraverso la rete), spesso sono soggetti lavorativamente fragili come
anziani, donne e -purtroppo- bambini. Il problema più urgente, visto da qui, ci
sembra il fatto che questa "rivoluzione tecnologica" sia in mano a una manciata
di super miliardari. Questo significa che abbiamo un serio problema di
partecipazione e autodeterminazione, oltre che un gigantesco problema di
relazioni del lavoro. Come fare per risolverli? Accettare lo status quo come
durante l'era dei social media non è più un'opzione. Ci vuole un approccio
radicalmente diverso al design dell'Ai, che può partire unicamente
dall'abbandono dei racconti fantascientifici per concentrarsi sul cambiare il
modello di business che questa tecnologia induce. Stefano Borroni Barale,
classe 1972, è fisico teorico. Inizialmente ricercatore nel progetto Eu-DataGrid
(per Infn To), dopo otto anni nella formazione sindacale internazionale e una
(triste) parentesi nel privato, oggi insegna informatica in un Iti del torinese.
Sostenitore del software libero da fine anni 90, è autore per Altreconomia del
manuale di liberazione informatica “Come passare al software libero e vivere
felici” (edito nel 2003) e da ultimo de "L’intelligenza inesistente. Un
approccio conviviale all'intelligenza artificiale" © riproduzione riservata
L'articolo Sulla guerra in OpenAI e sull’intelligenza artificiale che promuove
le diseguaglianze proviene da Altreconomia.