«Siamo stanchi di studiare come il capitalismo domina e sfrutta», ha affermato
nel Chiapas insorto il subcomandante Moisés. «Ora la nostra preoccupazione è
immaginare come sarà la nuova realtà». Ed è appunto quello che stanno facendo
innumerevoli esperienze collettive sparse in tutta l’America Latina: la loro
priorità non è più criticare un sistema-mondo al collasso ma sperimentare in
vivo i tanti modi in cui sarà possibile – dopo la tormenta – ricostruire le
nostre società disastrate, o meglio le nostre comunità post-capitaliste.
Se le proposte di mutamento sociale avanzate dalla sinistra, da quella più
istituzionale a quella più radicale, rimangono pervicacemente ancorate a
strategie fondate sulla conquista del potere e sulla centralità dello Stato, ai
margini dell’Impero numerose comunità indigene, nere e contadine hanno dato
forma a un nuovo immaginario basato sulle autonomie territoriali, non più intese
come neo-istituzioni destinate a cristallizzarsi nella forma statale, ma come
organismi viventi capaci di assumere nuove configurazioni. A partire dagli
insegnamenti della pluri-decennale esperienza zapatista in Chiapas, di quella
del popolo Garifuna in Honduras e delle autonomie amazzoniche in Perù, Zibechi
delinea i tratti distintivi di questi esperimenti collettivi che – mettendo al
centro le relazioni comunitarie e la loro difesa – sono già oggi in grado di
ispirare modalità sociali differenti. Una bussola per uscire dalla tormenta
autoritaria in corso e indicarci le possibili strade per ricostruire, insieme e
dal basso, il nostro mondo.