È ancora possibile dirci viaggiatori? Lo sarà mai più in futuro? O l'efficienza
della mobilità contemporanea, l'onnipresenza della comunicazione, la capillarità
del mercato globale ci hanno definitivamente trasformati in turisti, ovvero
clienti e consumatori di quest'enorme industria che ci vende la bellezza del
mondo?
Se si è passati in poco tempo dall'uso del mondo all'usura del mondo, è perché
la massificazione del desiderio turistico, camuffata da libertà di movimento, è
avvenuta all'interno di una logica industriale che ha distrutto la dimensione
simbolica del viaggio, trasformandolo in una «fuga d'evasione» da fare in tempi
e luoghi deputati, e soprattutto passando sempre alla cassa. Ponendosi al
servizio del consumo mondiale, il turismo è diventato, insieme alla televisione,
agli antidepressivi e al calcio, uno dei più potenti anestetici che la società
contemporanea elargisce ai suoi logorati cittadini, immersi in una ipermobilità
che dà la misura della loro insoddisfazione. Eppure, nonostante la
standardizzazione dei desideri e il saccheggio ambientale, il turismo mantiene
intatto il suo potere incantatore. Forse perché il turista, lontano dal suo
territorio originario, che ormai non conosce più, nutre la confusa speranza di
trovare altrove ciò che gli manca a casa: una vita conviviale in un territorio
ancora carico di senso. Senza accorgersi però che con la sua stessa presenza
distrugge ciò che è venuto a cercare.
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«Siamo stanchi di studiare come il capitalismo domina e sfrutta», ha affermato
nel Chiapas insorto il subcomandante Moisés. «Ora la nostra preoccupazione è
immaginare come sarà la nuova realtà». Ed è appunto quello che stanno facendo
innumerevoli esperienze collettive sparse in tutta l’America Latina: la loro
priorità non è più criticare un sistema-mondo al collasso ma sperimentare in
vivo i tanti modi in cui sarà possibile – dopo la tormenta – ricostruire le
nostre società disastrate, o meglio le nostre comunità post-capitaliste.
Se le proposte di mutamento sociale avanzate dalla sinistra, da quella più
istituzionale a quella più radicale, rimangono pervicacemente ancorate a
strategie fondate sulla conquista del potere e sulla centralità dello Stato, ai
margini dell’Impero numerose comunità indigene, nere e contadine hanno dato
forma a un nuovo immaginario basato sulle autonomie territoriali, non più intese
come neo-istituzioni destinate a cristallizzarsi nella forma statale, ma come
organismi viventi capaci di assumere nuove configurazioni. A partire dagli
insegnamenti della pluri-decennale esperienza zapatista in Chiapas, di quella
del popolo Garifuna in Honduras e delle autonomie amazzoniche in Perù, Zibechi
delinea i tratti distintivi di questi esperimenti collettivi che – mettendo al
centro le relazioni comunitarie e la loro difesa – sono già oggi in grado di
ispirare modalità sociali differenti. Una bussola per uscire dalla tormenta
autoritaria in corso e indicarci le possibili strade per ricostruire, insieme e
dal basso, il nostro mondo.
Scrivo di vini e di cibi alla continua «presenza» dell’uomo. E non rimpiango
affatto di aver abbandonato la già intrapresa via della speculazione filosofica,
giacché i vini e i cibi riguardano nel modo più diretto possibile l’uomo e la
vita. Quando assaggio un vino, io sento tutto quello che è successo in quella
terra dove è nato, tra quella gente che l’ha coltivato, tra quelle mani che
l’hanno toccato. Perché il vino è il canto della terra verso il cielo.
Gaudente, dotto, curioso, Luigi Veronelli è uno dei pilastri della cultura
materiale italiana. Alla costante ricerca di un piacere autentico e raffinato,
ma mai elitario, il suo irriverente edonismo libertario, lungi dall’essere fine
a sé stesso, è indissolubilmente legato alla dimensione socio-culturale. Sono
infatti i prodotti della «nuda terra» a essere il medium culturale grazie al
quale è possibile comprendere un territorio, la sua storia, le pratiche e
credenze che lo abitano e le relazioni sociali che ne scaturiscono. Ed è il vino
il medium per eccellenza attraverso il quale Veronelli costruisce per oltre
mezzo secolo il suo discorso critico, che si concretizza nelle battaglie a tutto
campo contro l’agro-industria, condotte a fianco di chi davvero lavora la terra,
i suoi amici «vignaiuoli», e di quei «giovani estremi» chiamati a sovvertire il
mondo per salvarlo. Un percorso unico, all’insegna di un’anarchia rivendicata
nelle cose, che Veronelli traccia con un linguaggio peculiare fatto di studiati
arcaismi, neologismi fortunati e voli pindarici che però riconducono sempre a
«camminare la terra».
Sappiamo tutti che prima o poi saremo costretti a uscire dall’attuale società
del consumo, anche se fatichiamo a farla finita con la nostra dipendenza
consumista. Oggi la posta in gioco è capire se ne usciremo positivamente,
adottando un’abbondanza frugale ecosocialista, oppure se lasceremo che
un’oligarchia plutocratica prima devasti il pianeta e poi, al meglio, imponga
un’austerità ecofascista.
Se la democrazia può funzionare solo quando è costruita su una percezione comune
della realtà, cioè su fatti verificabili e discutibili, l’affermarsi
dell’attuale regime di postverità fa presagire la fine di una democrazia
effettiva e del suo orizzonte di senso. Ecco perché il progetto della decrescita
non è semplicemente la critica di un modello economico come quello occidentale,
basato sull’idea di crescita infinita, ma è un ripensamento complessivo delle
nostre società e dei valori su cui si fondano. Smentire la pretesa totalitaria
dell’economia neoliberale e riflettere su una società post-crescita significa
allora decolonizzare il nostro stesso immaginario, ripudiando quella concezione
che riduce il politico alla politica politicante e restituendo dignità a quel
livello metapolitico che al contrario comprende tutte le dimensioni del vivere
collettivo. La decrescita si configura così come una contronarrazione che non
solo si oppone alla magniloquente narrazione della crescita, ma che al contempo
– abbandonato l’universalismo del «sogno occidentale» – prova a ricostruire un
mondo pluriversalista basato su una «democrazia delle culture».
Nel Rojava curdo, un territorio siriano confinante con la Turchia e l’Iraq, da
più di un decennio un popolo in armi – donne comprese – sta creando, e
difendendo, una democrazia dal basso che si configura come una autentica
rivoluzione sociale. In radicale rottura con i regimi autoritari predominanti
nella regione, a prescindere dalla loro matrice laica o religiosa, questo
inedito esperimento di autogoverno può diventare un modello non solo per il
Medio Oriente ma per tutto il mondo.
Dopo aver proclamato la propria autonomia nel pieno di una sanguinosa guerra
civile iniziata nel 2011 e non ancora terminata, il Rojava ha iniziato ad
autogovernarsi grazie a una rete di assemblee e consigli in cui vengono decisi,
senza distinzioni di genere o etnia, gli aspetti fondamentali della vita
sociale: l’economia, l’autodifesa, la produzione alimentare, l’amministrazione
della giustizia… Rifacendosi al confederalismo democratico elaborato in carcere
da Abdullah Öcalan – una visione dell’organizzazione sociale fortemente
influenzata dal municipalismo libertario di Murray Bookchin – la rivoluzione
sociale del Rojava ha identificato nello Stato-nazione patriarcale il principio
organizzatore da rigettare a favore di una democrazia diretta sperimentata sul
campo. Le testimonianze che seguono descrivono, nelle sue luci e ombre, questo
esperimento antiautoritario in divenire che affronta questioni cruciali come il
rapporto tra comunità e Stato, tra organizzazioni orizzontali e strutture
verticali, tra cultura tradizionale e capacità immaginativa. Tutte questioni che
riguardano molto da vicino anche la nostra società.
Qualcuno dirà che la vita è strana e qualcun altro che non lo è affatto. Noi ci
limitiamo a dire che vita e trame sono sinonimi, anche se questa affermazione
non verrà confermata da nessun dizionario. Ma i dizionari, si sa, sono sempre in
ritardo rispetto al farsi del mondo.
In questi cento racconti brevi, Filippi ci introduce all’imprevedibile,
accompagnandoci in un’esplorazione del labile e cangiante confine tra la vita e
la morte: uno spazio liminale, una sorta di Zona Temporaneamente Autonoma della
mente, dove però le cose capitano, suscitando improvvise illuminazioni e
modificando in modo inatteso le traiettorie esistenziali, le nostre vite e
quelle degli altri. Smarcandosi da ogni genere rigidamente definito, e in
dialogo con gli autori più amati, questa raccolta spazia dal racconto poliziesco
alla pagina di diario, dalla denuncia politica alla riflessione su cosa
significhi fare letteratura. Con l’avvertenza di tenere un occhio sempre aperto
a cogliere anche i minimi eventi della vita – a volte comici, a volte tragici –
queste pagine vanno attraversate con passo lieve, come fossero uno stretto
camminamento tra le aiuole di un orto, dove sono stati piantati i semi più
disparati che, si spera, un giorno diventeranno alberi, fiori, frutti e
ossigeno.
Autorə: Senta Descrizione:
«Nostra patria è il mondo intero» non è solo il verso di una notissima canzone
anarchica ma è anche l'icastica affermazione di quell'ideale cosmopolita che
permea tutta la storia del movimento anarchico italiano. Una storia fatta di
esilio, emigrazione forzata, frontiere violate e deportazioni, ma anche e
soprattutto di una pratica quotidiana tesa a realizzare – a qualsiasi latitudine
– quel mondo di liberi e uguali che è il cuore pulsante della diaspora
anarchica.
Tra il 1870 e il 1950, milioni di italiani emigrano in tutto il mondo in cerca
di una vita migliore. Fra di loro, proletari tra proletari, ci sono anche molti
anarchici spinti a partire per una ragione che non è solo economica ma politica:
sottrarsi a una persecuzione senza esclusione di colpi. Arrivati nei paesi di
destinazione, gli anarchici della diaspora – spesso doppiamente discriminati: in
quanto migranti e in quanto sovversivi – danno vita a una fitta rete
transnazionale che alimenta i movimenti operai locali, pur mantenendo vivo un
rapporto privilegiato con l'Italia, la «patria» linguistica e culturale con cui
avranno sempre stretti legami. Dall'Europa alle Americhe, dal bacino
mediterraneo all'Australia, Senta racconta le traiettorie di vita di questi
«refrattari» – e delle tante «refrattarie» – che in un mondo dilaniato dalle
guerre nazionaliste non abbandoneranno mai il sogno internazionalista di una
fratellanza universale. Ed è proprio da queste storie individuali, uniche eppure
straordinariamente simili, che emerge una grande storia collettiva fatta di
scioperi, lotte e rivolte, ma anche di cooperative, scuole libertarie, circoli
culturali, osterie e convivialità. Pane e rivoluzione, appunto.
Autorə: Jourdain Descrizione:
I beni collettivi esistono fin dagli albori dell’umanità, ci dice Elinor Ostrom,
e funzionano in modo non solo più equo ma anche più efficace se coloro che
utilizzano queste risorse possono autogovernarsi, sottraendosi alle dicotomie
pubblico/privato, Stato/mercato attualmente prevalenti. Altro che tragedia dei
beni comuni! Come dimostra pragmaticamente Ostrom, l’intera storia evolutiva
attesta la capacità dell’essere umano di cooperare per gestire l’interesse
comune.
Si confondono spesso i beni comuni e i beni collettivi, riducendo i secondi ai
primi, ossia a beni condivisi. Ma i beni collettivi sono ben di più: sono
micro-istituzioni che danno ai singoli la capacità di governare insieme le
risorse. Una capacità politica oltre che economica, in quanto consente ai membri
di una comunità di partecipare all’elaborazione delle proprie regole, in quella
che si configura come una prassi istituente collettiva. Il che certo non esclude
la comparsa di derive egoistiche, un problema che Elinor Ostrom non elude,
indagando sul campo le modalità con cui i gruppi auto-organizzati riescono a
scongiurare comportamenti individuali potenzialmente pericolosi. Ed è a partire
dal suo lavoro fondativo che Jourdain ci mostra come i beni collettivi siano
inscindibili dalle comunità e da un senso collettivo che porta gli individui a
negoziare in una prospettiva irriducibile agli interessi egoistici immediati. Si
profila così una concreta alternativa che permette di cambiare radicalmente il
modo di intendere le macro-istituzioni come lo Stato e il mercato e di
individuare una terza via capace di riappropriarsi collettivamente delle cose di
tutti.
Autorə: Laplantine, Nouss Descrizione:
Il meticciato esplora una terza via che prende sempre più le distanze sia dalla
fusione totalizzante prodotta dalla globalizzazione neoliberista sia
dall’esacerbazione dei particolarismi identitari che quest’ultima innesca. Detto
altrimenti, è quel processo con cui finalmente riconosciamo ciò che dobbiamo
agli altri e la smettiamo di affermare di non dover niente a nessuno.
L’ibridazione culturale non è certo un fenomeno nuovo, ma oggi il suo impatto è
crescente e accelerato. Le dimensioni locali si intrecciano infatti con la
dimensione globale e tutto confluisce in un calderone planetario che mescola
lingue, idee, gusti, usi e costumi. Questa potente spinta sincretica produce un
duplice effetto, del tutto speculare: da una parte mostra una pericolosa
tendenza all’omologazione e al «pensiero unico» e dall’altra alimenta, in
reazione, ideologie fortemente identitarie che vedono qualsiasi mescolanza come
una contaminazione. L’idea di meticciato delineata dagli autori, un etnologo e
un linguista, si propone al contrario di trovare un’alternativa tanto all’osmosi
quanto alla chiusura in nome di un’inesistente purezza. Si tratta di mettere in
discussione una certa concezione dell’universalismo, fatta di standardizzazione,
livellamento e uniformità, per affermare un pensiero in divenire che, attraverso
il confronto e il dialogo, diventi il vettore cosciente di quei mutamenti
incessanti che costituiscono l’umano e il reale.
Autorə: Rediker Descrizione:
“Sulle navi di Sua Maestà il cibo è scarso, la paga bassa e il lavoro duro,
mentre sui nostri vascelli c'è abbondanza e sazietà, c'è piacere, libertà e
potere. E chi non sceglierebbe di riscuotere il proprio credito da questa parte,
quando il rischio che si corre è, al peggio, lo sguardo incarognito dei due tizi
che ti stanno impiccando? No, vita felice e corta, ecco il mio motto.” -
Capitano pirata Bartholomew Roberts
Non solo Rediker è un gran conoscitore di pirati, ma oltretutto ne racconta la
storia in modo coinvolgente, quasi in presa diretta. E così ci parla con
passione di un'epopea insieme romantica e sanguinaria – di cui non tralascia i
dettagli più crudi – dove la scelta difficile di una vita fuorilegge nasce dal
consapevole rifiuto di una società segnata dal dispotismo, particolarmente
vessatorio per la gente di mare. Ancor oggi eroi dell'immaginario popolare, i
pirati hanno sì depredato, saccheggiato e ucciso, ma hanno al contempo incarnato
una peculiare visione del mondo basata sui valori di libertà ed eguaglianza. Una
visione che ha sfidato le convenzioni dell'epoca a proposito di razza, sesso,
classe e nazionalità, proponendo una democrazia radicale capace di sovvertire la
loro società. E anche la nostra.