Ritorno a Maria Banuş. Ora so perché.
Assenza di libri, latitanza di riferimenti, lontananza. Crochi di cristallo –
come a dire: una primavera in vitro. Attento, basta un sussurro a rendere il
sole un’ape di vetro, a dare a piene mani il seme del sangue. Comunque, ci sarà
sempre qualcuno a ostentare la ferita, ci sarà sempre un vampiro a indossare il
tuo volto.
Maria Banuş è una ‘segnata’ dalla poesia. C’è chi evolve come poeta, dopo lento
addestramento, dopo una vita al di là del verbo. C’è chi deve apprendere – e c’è
chi sa; chi è morso dalla vipera poesia, neonato, ne rimane infetto a vita.
Nella crisi, nel discrimine, ovviamente, non c’è privilegio di stazza, non c’è
statura in sapienza. I segnati rischiano in ingenuità, in maldestri morsi;
gli addestrati in preminenza d’intelletto.
Nata a Bucarest nel 1914, esordì alla poesia quattordicenne: il suo mentore,
Tudor Arghezi, è stato uno dei massimi poeti rumeni del secolo. Esordì, appunto,
puntualmente, da segnata: nelle sue poesie d’amore, fanciulle, con i nastri al
collo, si registrava un’enigmatica inquietudine. “Il paese delle fanciulle”
scandalizzò i puri di cuore: parlava di desiderio, sessualità, l’inganno e il
Graal del corpo – Maria aveva ventitré anni. In Italia, trovò un complice in
Andrea Zanzotto che tradusse alcuni suoi testi in Nuovi spazi, ‘placca’ edita da
Scheiwiller nel 1964; lei amava Giuseppe Ungaretti, “grand poète de l’Italie etu
du monde”, a cui dedicò una copia del libro. In Francia, fu ammirata da Alain
Bosquet, che curò due suoi libri, Éclats des glaces foraines (1979) e Horologe à
Jaquemart (1987); la riteneva pari ad Anna Achmatova, Else Lasker-Schuler e
Gabriela Mistral, in un ideale anti-canone della poesia del Novecento: “Incarna
meglio di qualsiasi altro poeta la vibrante verità e la gloria di un’epoca in
cui nulla resta immutabile. E racconta l’amore come nessuno prima di lei”.
Visse con alterna intensità la propria origine: ebraica per lignaggio, atea,
comunista, ricostruì in parte le proprie radici dopo la tragedia dell’Olocausto.
Tradusse molto: Goethe, Puškin, Rilke e Shakespeare su tutti; piacque a Pablo
Neruda, che la trasportò, con enfasi, nel mondo ispanofono: “Grazie Maria
Banuş”, scrisse, “Grazie per il costante palpito del tuo amore e del tuo
sognare, per la rete magica in cui tessuti d’oro e di fumo attraggono, dagli
abissi, ricordi così gravi, come pesci dall’oceano, reti che catturano la
farfalla più selvaggia delle pianure rumene”.
Selvaggio, cioè: una delicatezza senza enfasi, senza fronzoli; un dire incline a
inquinare il tinello della bieca vita, della quotidianità infarinata d’invidia,
il livore dei puri di cuore. Prendere senza chiedere – consumare senza ritegno –
ecco: Maria Banuş.
Eppure, a dispetto di altri poeti rumeni – Ana Blandiana, Nina Cassian, ad
esempio – è pressoché impossibile leggere Maria Banuş, oggi. Nessun libro ne
riferisce le peripezie liriche: Maria Banuş muore a Bucarest nel 1999, dopo aver
pubblicato diverse raccolte, non senza subire oltraggi e censure. Nel 1996 la
“Quarterly Review of Literature”, edita a Princeton, dedica a Maria Banuş una
vasta silloge, Across Bucharest After Rain, a cura di Diana Der-Hovanessian e
Mary Mattfiled, da cui ho tratto i testi pubblicati in appendice. La Banuş è
definita “la più conosciuta poetessa rumena dei nostri tempi, sopravvissuta a
censure, pogrom e dittature. Nonostante ciò, ha scritto alcune delle più tenere
poesie d’amore nella giovinezza, alcune delle più intense poesia sulla vecchiaia
e alcune potenti poesie ‘politiche’ contraffatte da elementi onirici”.
Sono tornato a Maria Banuş mentre in questi luoghi di confine, di colli e
boschi, di vite sul baratro, nevicava. Il bianco, a tali intensità, perfora gli
occhi e riorganizza il senso della parola fame – reca panieri di albini corvi.
Nevicata: angeli senza ali, fatti di celesti fauci, tutto bocca – la Via Lattea
che pare un agnello – e questo agonizzare di alberi-titani. Macchine fuori via,
come ippopotami, sui campi. Muggiti di vento. Sotto la neve tutto pare
imperturbabile – per rivelarsi fragilissimo. Il più antico rito si dimentica in
un attimo. Allo stesso modo, la poesia di Maria Banuş: dietro ogni parola
assoluta c’è l’assoluzione, dietro ogni frase perentoria cova una fuga; alle
spalle dell’amore c’è il bacio che trafigge, alle spalle, il codice del
traditore. La pietra si scopre velo – la poetessa, un tempo ferina, ora è il tuo
pane, si sbriciola, non è più.
Chi cresce sotto la neve diventa così candido da potersi permettere ogni
crudeltà.
**
Lettera
Sssh. Ti scrivo perché
la notte ha il volto di un fauno
perché il palato è amaro, come
la serica buccia delle noci verdi,
ti scrivo perché come te
non ho memoria. Ne sono certa:
presto ci dimenticheremo del pallido
sfarfallio delle nostre palpebre.
Ricorda. Stavamo camminando. Poi
i capelli, contorti, che crollano sul viso.
Vento a raffiche. Alberi rimpiccioliti
dalla polvere che si toccano, frusciano.
C’era l’acacia. C’era il mare.
Ci siamo fermati perché dovevo
levarmi la sabbia dai sandali. Questo
è tutto. Le tue caviglie, ricordo: più care
per me del cielo e della terra.
*
Novembre
Come le lische di un pesce fantasma
come i nervi d’argento
delle foglie trasparenti,
come le minuscole clavicole di un elfo
questo giorno intagliato nell’avorio
di una bellezza carnevalesca
cerca di ingannarmi ma non riesce.
Ti conosco, incantatore.
Ti riconosco dal guscio scartato
del gambero in decomposizione
inghiottito fino all’inguine.
Non importa quanti siano i tuoi
travestimenti, di quali fraintesi
ti ammanti: io ti riconosco, mio signore.
Sento il tuo respiro
che mi sfiora il viso
come il bianco, come l’avorio
come l’argentea tela di un ragno:
vorrei essere sepolta tra
le braccia del mago.
Posso toccarti, mio signore.
*
Tra due rovine
ho issato la casa.
Tra due tradimenti
ho piantato la fede.
Tra due crepe
ho apparecchiato.
ho messo tovaglioli, posate e sale.
Tra due montagne di morti
ho trovato un croco – e ne ho sorriso.
Quella era la mia vita. Puoi capire
che è così che ho vissuto?
*
Pregiudizio
È un pregiudizio innocente
nient’altro, tutti ne hanno diritto.
Il mio è un giglio randagio
in mezzo a sofisticate
teorie sull’arte. Margherita e orgia.
È un gioco, ovviamente:
gioco con mattoni
storti. Questo mi è stato
dato per giocare:
fango e palta
di sangue secco. Così costruisco.
Cosa?, ti chiederai.
Oh, è una torre
con becco e artigli.
Reggerà?
Resisterà?
Per ora, c’è un filo a piombo
una legge, un nervo
infine, una lacrima.
Una lacrima pesante, fitta
fatta di piombo?
*
Bucarest dopo la pioggia
Forse è questa l’ora in cui
le vecchie cellule muoiono
(una volta ogni sette anni, dicono)
e le nuove sono appena nate, sono gemme
che muovono i primi passi insieme a me
alla luce dei castagni.
Questo pomeriggio di giugno è costruito
con strisce di cielo rosa e grigie, con asfalto
di seta bagnata e foglie fradice che brillano al sole.
Perché ho meritato quest’ora di grazia?
Forse per gli anni trascorsi nella falena
della scrittura, forse per quelli all’ombra della forca
forse perché è cenere la tinta del mio sorriso.
Ma come potrei sdebitarmi per questo rosa
vergine e vivente, per quest’ora fenicottero
mentre l’annunciazione mostra castagni ovunque?
*
Il ciclo
Prima ho imparato tutto
piuttosto bene:
numeri, nomi di cose,
luoghi.
Poi mi sono riposata
come l’idiota del villaggio
contempo e scopro
di aver dimenticato tutto.
Una caverna mi si apre di fronte
scendo un gradino
attraverso il prato.
Bruco come un cavallo.
Sono l’agnello che scopre il pascolo.
Scendo un altro gradino
e trovo radici contorte
di alberi.
Un altro gradino – le pietre.
La luce vibra, mi siedo
inizio a imparare
dall’altro lato del mondo.
*
L’angelo della morte
Un giorno, mi ha fatto visita l’angelo
della morte, vestito da fornaio. Aveva farina
bianca sulle mani, sul viso, sui vestiti.
Il suo forno emanava un dolce profumo
di pane, di pane cotto alla luce.
In una mirabile rotazione ritmica
usciva una pagnotta dopo l’altra
come il sole a la luna.
“Non ho paura di te, fornaio.
Non assomigli per nulla al vecchio
Ianni, che stava sulla strada della mia
infanzia, quel paradiso di pasticceria”.
Gli stavo dicendo queste parole quando
si voltò verso di me, in una vampa orribile:
dietro di lui ruggivano i forni dell’olocausto –
sotto il grembiule infarinato, proprio come
quello del buon fornaio, l’angelo della morte
nascondeva un tronco ricoperto di funghi
velenosi, che dilagavano lungo le radici.
*
Geologia
era una fetta di pane col burro
divorata nel cortile della scuola
una fetta di immobili nubi
in una fotografia
la porzione di un urlo mutilato
dalle parole, la fragranza dei pini
che tintinna nelle tue parole,
strati, scisti sedimentari,
le mie montagne.
*
Antico amore
Lo sapevo, sarebbe accaduto
in questa terra di nebbie:
ciò che mi ha sorpreso
è stato tutto quell’ectoplasma
avvolto di grigi sudari.
E noi due ancora
mano nella mano con tutte
quelle parole già scartate
e le parole che davano
alle narici un sentore
di sangue che ascende
dalla terra della lava
dalla terra della lotta
e noi ancora mano nella mano.
Maria Banus
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