Nel 1926 esce nelle sale cinematografiche giapponesi un film destinato a fare la
storia – pur perimetrato di enigmi. Il film s’intitola Una pagina di
follia (“Kurutta Ichipēji”), racconta – per allusioni e allucinazioni – la
storia del custode di un manicomio. Ex marinaio, costui svolge le proprie
mansioni per prendersi cura della moglie, afasica, internata dopo aver tentato
di uccidere sé e il figlio, neonato. L’uomo è roso dal rimorso; la figlia
grande, nel frattempo, tenta di sposarsi con un ‘buon partito’. Su tutto,
aleggia la demenza dei pazienti – una demenza, s’intuisce, sinonimo di cupa
sapienza.
Il film, fenomenale quanto spiazzante, ebbe un certo successo; sulle locandine
campeggiava l’icona di una maschera del teatro Nō – di quella si velano i folli,
in una delle scene più belle della pellicola. Inutile immaginare un film per
sequenze, secondo i caratteri della ‘trama’; Una pagina di follia è orchestrato
in modo maniaco, tra trafitture, visioni, flash – è un film ‘sperimentale’ i cui
temi di fondo sono di estasiata potenza. Provo a riassumerli in alcuni
interrogativi: che cos’è davvero la pazzia?; perché il potere, per esistere, ha
bisogno di ammutolire i ‘diversi’, di carcerarli, di cancellarli?; perché ogni
relazione ‘esclusiva’ si rivela, infine, elusiva?; che cos’è l’io, che cos’è
l’uomo sotto la coltre delle sue svariate maschere?
Diretta da Teinosuke Kinugasa – regista di alto talento: nel 1953 avrebbe vinto
il Gran Prix al Festival di Cannes con La porta dell’inferno –, Una pagina di
follia svanì presto dalle sale; la pellicola fu riscoperta, quasi per caso,
mutilata, emblema di un’era irripetibile, nel 1971. Oggi la si trova facilmente
in rete, dura poco più di un’ora – sconcerta ancora; anzi, in un tempo in cui
vincono le fiction che allettano il nostro desiderio di conforto, sbalordisce
più di allora.
Il dettaglio particolare è che il soggetto di Una pagina di follia è scritto da
Yasunari Kawabata, il grande scrittore, futuro Nobel per la letteratura. Il
film, in effetti, avrebbe dovuto fungere da manifesto della Shinkankakuha, la
“Scuola della nuova sensibilità” di cui Kawabata era il promotore. In reazione
alle forme artistiche tradizionali da un lato e alla “letteratura proletaria”
dall’altro, lo scrittore proponeva “una riflessione senza precedenti sul posto
che occupano le sensazioni nella vita degli uomini”. Kawabata sintetizzò gli
intenti della sua ‘scuola’ in una frase diventata emblematica: “se finora si è
sempre scritto ‘i miei occhi hanno visto rose rosse’, perché gli occhi e le rose
sono elementi distinti, i nuovi scrittori fondono occhi e rose scrivendo ‘i miei
occhi sono rose rosse’”. Cadono, insomma, tutti i filtri tra ragione e
ispirazione, tra realtà e immaginario, tra il disegno del testo e il colore: la
scrittura di Kawabata, in particolare – pensiamo al suo capolavoro, Il paese
delle nevi –, si struttura come un quadro impressionista.
In questa dinamica, la fusione delle arti – che è poi uno dei tratti specifici
del ‘modernismo’ – è fondamentale. Una pagina di follia esce sotto il marchio
della “Società di produzione cinematografica Shinkankakuha”: sarà il primo e
unico film prodotto da Kawabata e dai suoi sodali. Il soggetto dello scrittore è
bellissimo, fitto di pennellate liriche: è raccolto, per la traduzione di
Costantino Pes, nel ‘Meridiano’ Mondadori che raccoglieRomanzi e racconti di
Kawabata (2003). Ecco l’attacco:
“Notte. Il tetto di un ospedale psichiatrico. Un parafulmine. Un acquazzone.
Lampi.
Una ballerina danza leggiadra su un gaio palcoscenico.
Davanti al palcoscenico appaiono delle sbarre. Le sbarre di una cella.
Il gaio scenario si trasforma gradualmente nella stanza di un manicomio.
Anche lo splendido costume della ballerina muta gradualmente in un’uniforme da
ricoverato.
La ballerina pazza danza follemente”.
Il testo procede in questo modo per una ventina di pagine. Chi ha maneggevolezza
con la letteratura giapponese, ricorderà in questi modi – scabri, di violenta
espressività – la destrezza di Ryunosuke Akutagawa, il maestro di Kawabata (gli
ultimi esiti del suo addestramento, raccolti in Italia, ad esempio, in La ruota
dentata e altri racconti, Se, 2003).
Ecco un altro passo, di particolare intensità:
“La moglie giocherella con un bottone.
L’inserviente riappare.
La donna si volta. Si mette a dormire.
La pioggia batte contro la finestra.
Il bottone rotola sul pavimento.
Appaiono le acque scure di uno stagno.
L’inserviente ha l’espressione di chi è assorto in ricordi lontani.
Uno stagno scuro. Un neonato. L’inserviente all’epoca in cui era un marinaio, in
cerca di qualcosa sulla riva dello stagno. La moglie cerca di annegarsi, la
figlia la trattiene. Per errore, il bambino sfugge dalle braccia della madre e
cade nello stagno.
Espressione di intenso dolore dell’inserviente”.
È difficile trovare momenti in cui la scrittura compenetri così profondamente la
visione. Di solito, gli scrittori prestano la propria opera per la resa filmica:
in questo caso il regista realizza la scrittura di Kawabata.
Il cuore di Una pagina di follia, comunque, è rappresentato dalla ballerina che
“danza follemente”. Dall’inizio al termine del film, la ballerina, internata,
danza: è come se il mondo – cioè: il sogno; o l’incubo – esistesse a patto che
la ballerina continui a danzare. Che la danza – specie di scrittura in moto, di
corpo-verbo che dice danzando – sia legata al sacro, punto di giunzione – di
giunture/preghiere – tra uomo e Dio, è proprio di ogni tradizione. Il corpo che
danza, in qualche modo, sutura Dio nell’incanto; oppure lo scuce dal suo
risentimento, scuce tutte le ferite.
In particolare, Kawabata era affascinato dalle ballerine e dal mondo degli
“attori girovaghi”, con cui era entrato in contatto nel 1918: a quel mondo
dedica uno dei suoi racconti più noti, La danzatrice di Izu, pubblico nel
gennaio del 1926, quasi in concomitanza con le riprese di Una pagina di follia –
realizzate a Kyoto, sotto la continua supervisione dello scrittore. I
riferimenti, però, sono anche altri; in particolare, in quegli anni, due. Da un
lato, c’è Rainer Maria Rilke: sono diverse le poesie che il grande poeta dedica
alla danza; i Sonetti a Orfeo – testi ‘da ballare’, in questo senso
autenticamente ‘orfici’ – sono dedicati alla memoria di Wera Knoop, ballerina
morta ragazza; la quinta delle Elegie duinesi è dedicata ai “randagi eterni”,
gli artisti girovaghi, i saltimbanchi. Il riferimento decisivo, comunque, è
quello di William Butler Yeats. In Yeats, la poesia è, nel suo assoluto senso,
danza – è parola che infrange i limiti, in un sovrappiù del corpo: che incorpora
e scorpora. “Il fascino che esercitava su Yeats la danza: era il momento in cui
poteva essere superata la divisione tra Arte e Vita” (Anthony L. Johnson). In
una delle poesie più note di Yeats, The Double Vision of Michael Robartes –
raccolta nel 1919 in The Wild Swans at Coole – appare “una ragazza…/ che forse
aveva danzato per tutta la vita” e “danzando pareva/ quasi che nella danza
avesse superato/ il pensiero”. La danza impazzita, la figura della crazed
girl “che improvvisa la sua musica/ la sua poesia, danzando sulla spiaggia,/
l’anima divisa da se stessa”, saranno fondamentali nell’opera dell’ultimo
Yeats, dopo l’incontro con Margot Ruddock, l’attrice-musa, la pura ispirata,
autrice di un unico, enigmatico libro, The Lemon Tree(tradotto dalle nostre
edizioni come Vita, l’assalto), bellissima, presto svanita nei labirinti della
mente e reclusa in un istituto psichiatrico.
Eiko Minami, la ballerina che appare in Una pagina di follia
Le ispirazioni non sono peregrine: Kawabata traduceva dall’inglese, la “Scuola
della nuova sensibilità” si rifaceva, tra l’altro, alla psicanalisi e alla
letteratura mitteleuropea. In modo analogo a Yeats – ma da ‘orienti’ diversi –
anche Kawabata tentava un’unione tra la propria tradizione profonda (nel suo
caso, la poesia di Dogen e di Ryokan, il carisma del teatro Nō) e la cultura
occidentale. Yeats, a suo modo, fondeva le Upanishad ai canti irlandesi, il
“Celtic Twilight” alla scoperta – accaduta grazie a Ezra Pound – del teatro
classico giapponese.
Kawabata proseguirà la propria ricerca artistica entro i dettami di uno stile
rarefatto, fatto di coltellate di luce. La danza – come sempre – raffigurava, al
contempo, l’azione rituale e il moto che rompe le convenzioni; armonia e caos.
Resta da dire della ballerina che si vede, trasfigurata, quasi un burattino,
in Una pagina di follia. Si chiama Eiko Minami. Fu danzatrice di una certa fama,
con rare apparizioni in film dell’epoca. Fece una tournée in Manciuria che ebbe
vasta eco; nel 1939 – l’anno in cui muore Yeats – mutò nome, aveva aperto una
scuola di ballo. Era nata trent’anni prima, in febbraio. Da allora, di lei non
si sa nulla; ignota la data della morte – scomparve, forse, follemente
danzando.
L'articolo “La ballerina danza follemente”. Discorso intorno a “Una pagina di
follia”, un film impossibile proviene da Pangea.