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Il cerchio o l’arco
In quel tempo, Gesù, riprese a parlare con parabole [ai capi dei sacerdoti e ai farisei] e disse: «Il regno dei cieli è simile a un re, che fece una festa di nozze per suo figlio. Egli mandò i suoi servi a chiamare gli invitati alle nozze, ma questi non volevano venire. Mandò di nuovo altri servi con quest’ordine: Dite agli invitati: “Ecco, ho preparato il mio pranzo; i miei buoi e gli animali ingrassati sono già uccisi e tutto è pronto; venite alle nozze!”. Ma quelli non se ne curarono e andarono chi al proprio campo, chi ai propri affari; altri poi presero i suoi servi, li insultarono e li uccisero. Allora il re si indignò: mandò le sue truppe, fece uccidere quegli assassini e diede alle fiamme la loro città. Poi disse ai suoi servi: “La festa di nozze è pronta, ma gli invitati non erano degni; andate ora ai crocicchi delle strade e tutti quelli che troverete, chiamateli alle nozze”. Usciti per le strade, quei servi radunarono tutti quelli che trovarono, cattivi e buoni, e la sala delle nozze si riempì di commensali. Il re entrò per vedere i commensali e lì scorse un uomo che non indossava l’abito nuziale. Gli disse: “Amico, come mai sei entrato qui senza l’abito nuziale?”. Quello ammutolì. Allora il re ordinò ai servi: “Legatelo mani e piedi e gettatelo fuori nelle tenebre; là sarà pianto e stridore di denti”. Perché molti sono chiamati, ma pochi eletti». (Mt 22,1-14) * DESIDERIO NON CONDIVISO Non so dire se la vita sia una festa a nozze. Non so dire se vivere sia una festa. L’ombra lunga del dolore, del fallimento, dei sogni che si infrangono, del tempo che passa, della malattia. Del male nel mondo. Del peccato che stringe i cuori. Non so dire, anche se mi reputo felice, se vivere sia davvero una festa di nozze. Forse la vera festa di nozze è la morte. O meglio, il passaggio tra le braccia dell’Eterno.  Forse, se avessimo il coraggio di recuperare davvero quella visione del mondo e della vita, potremmo comprendere cosa significhi vivere beati. In attesa dello Sposo. > “Ma l’incontro decisivo è quello con Dio, poiché Dio è il reale per > definizione, ciò che ha valore per essenza. Solo in questo incontro, se > vissuto correttamente, l’uomo diventa quell’essere che il suo Creatore ha > voluto”. > > (Romano Guardini) Nascere, amare, soffrire, cercare, pensare, ogni nostra azione dovrebbe essere svelata per quello che è, spazio per poter fare esperienza del reale, e il reale, ha ragione Guardini, è solo Dio. Comprendo la fatica di giustificare questa affermazione che, in tempi di individualismo esasperato e di relativismo suona con un timbro di rigida assertività. Ma proprio in tempi confusi e malati sento sempre più il bisogno di profili credibili, non tanto e non solo a parole, ma nella vita. Martiri, testimoni. Che con radicalità e misericordia sappiano raccontarmi che solo l’incontro con Dio rende reale la vita. E che tutti noi siamo creature figlie del desiderio di un Creatore.  Un Dio che desidera alleanza con l’uomo, che lo invita al banchetto e un uomo che, invece, preferisce altro. Un uomo incurante di Dio e un Dio fallito nel suo desiderio d’amore. Gli invitati declinano l’invito. E così si condannano. > “La sua esistenza (dell’uomo) non si realizza nello sviluppo e nel compimento > di una «natura», ma nell’attuarsi di una «storia», in quanto egli incontra ciò > che esiste al di fuori di sé, prende posizione, prova, agisce e crea. In > quest’incontro si definisce di volta in volta il suo essere. (…) La figura che > ne rappresenta il carattere non è il cerchio chiuso in se stesso bensì l’arco > proteso verso ciò che gli viene incontro”. Dio è l’arciere; i servi sono le sue frecce. Il Creatore cerca, prega, invita. Paradosso: è quello che dovrebbe fare l’uomo, sono le azioni di un credente. Dio è il vero credente. Invece la creatura spezza le frecce. Boicotta l’amore del re. Ammutolisce il Creato. Saranno categorie che suonano antiche, ma se il reale viene svuotato dal Creatore (cioè dall’unico reale), quel che resta è una vita orizzontale che si muove solo per cause ed effetti. Quel che resta è il “proprio campo”, cioè uno spazio di mondo privatizzato che non contiene più nessun tesoro, nessuna perla. Ma se il campo è muto di Dio perché dovrei andare a lavorarlo? Per chi? Come pretendere di strappare felicità degne di reggere l’ambizione del termine, se mi condanno all’individualismo più bieco. Se mi richiudo nel cerchio spezzando l’arco? Un uomo condannato ai propri affari è espropriato del reale. Il materialista, secondo questa logica, è l’uomo astratto. Molto più dell’uomo di fede! La reazione di chi si ostina a chiudere fuori il Creatore dal creato può essere violenta. Ogni segno viene bruciato dalla decisione che non possa esistere Dio; ci si condanna a non voler vedere segni che si muovono su altri paradigmi, si prova una certa soddisfazione a definirsi non toccati dal dono della fede. Ma il reale è un arco e l’invito è costante e continuo. E non riconoscerlo condanna all’infelicità. * PERCHÉ NO? Certo che non è facile credere e non è immediato neppure sentire il sussurro di Dio nel grido scomposto di certe esistenze. Ma in qualche modo siamo chiamati a rispondere all’appello di essere stati messi al mondo. Sempre Romano Guardini mi aiuta con parole che io, probabilmente, non avrei avuto il coraggio di scrivere, non così: > “È sconcertante osservare ciò a cui l’uomo moderno attribuisce importanza e > ciò che trascura. A volte pare che le cose abbiano per lui un peso tanto > minore quanto più sono prossime al centro della sua esistenza”.  Lo sconcerto di Guardini mi interroga. Lo lascio brillare ai piedi di questa pagina evangelica che colpisce per il violento rifiuto che l’uomo opera verso l’invito di Dio. E poi lo mastico, quello sconcerto, boccone amaro, esame di coscienza. Non basta scrivere di Dio, non basta essere prete, non basta vivere isolato. Cosa ho posto davvero al centro della mia esistenza? A quali inviti sto rispondendo, quali messaggeri di Dio sto uccidendo? Quando sono cerchio sento il peccato originale che, come cappio, mi soffoca: come trovare il coraggio di essere arco? Ma anche in questa domanda si cela la grande tentazione umana. Il proprio campo, i propri affari, la propria fede, il proprio impegno di credere, tutto è “proprio”, sempre e solo il nostro io, così il cerchio si chiude su di noi. E la città fortificata brucia. * LA REDENZIONE > “Ora la fede dice che l’uomo non può arrivare a Dio per virtù propria, ma per > la grazia garantita dall’azione redentrice di Cristo. Ciò che lo eleva alla > nuova vita è il perdono, quell’atto divino rivolto non al bene, ma al male > dell’uomo; l’atto di sommo amore con cui Dio si rivolge all’uomo e lo > assolve”. E allora rieccomi per strada. Non più buono o cattivo, ma buono e cattivo. A salvarmi può essere solo il mio espormi alla vita e alla sicurezza che Cristo passerà a chiamarmi. La cosa essenziale è che io stia attento. L’attenzione, tensione, corda d’arco, forma somma di preghiera. Non so come mi chiamerà oggi, non so che volto avrà Cristo tra i traffici confusi della mia quotidianità, ma so per certo che anche oggi verrà a cercarmi. E verrà a cercare me per assolvermi. Anche fare trincea dei propri limiti è forma d’orgoglio. Falsa umiltà. Cristo oggi, adesso, cammina nella mia storia, nella storia di tutti; capitolare al suo insensato amore è l’unica salvezza, il prezzo per accedere al reale. Un Cristo che cammina nel mio male. Si fa trovare lì. E non è illusione. Non è scelta di comodo, perché il Dio del Vangelo non è l’evanescente presenza che annulla il male in nome di una divina amnistia. Lasciare entrare Cristo nel mio male fa male. Perché apre alla necessità della conversione. Non basta accettare di entrare al banchetto delle nozze perché tanto tutto e tutti sono stati perdonati. Occorre rivestirsi di Cristo. È scelta battesimale. Conversione vera e a caro prezzo, una morte diversa. Altrimenti non si comprenderebbe la condanna finale del re contro l’uomo senza l’abito adeguato. * VERITA’ E MISERICORDIA Ritorno alla parabola del Vangelo di oggi; non posso fingere che non ci sia giudizio, che non ci sia condanna; non riesco a piegarmi ad una sola interpretazione allegorica del testo. La città brucia, uomini sono ammazzati e l’inviato senza vestito nuziale è gettato nelle tenebre. Non posso credere che la misericordia divina sia una spugna gettata sulla storia; renderebbe indifferente ogni atto umano, sarebbe solo l’umiliazione della nostra libertà. Non può essere tutto uguale. > “Una realtà superiore è male intesa se causa la scomparsa di una realtà > inferiore, perché anche questa è verità. La redenzione non è opera > dell’entusiasmo, ma di un amore che è verità. La grazia di Dio è tutto; ma > questo non significa che l’azione terrena, gli errori della vita, le > distorsioni e le lacune dell’essere non siano nulla. Sono qualcosa, e lo sono > dinanzi a Dio che è verità. E il suo amore non consiste nell’eliminare le > ultime mancanze, ma nel condurle alla verità e nel porre riparo a ognuna di > esse, anche alla più piccola, e in modo radicale”. Mi aggrappo alle parole di Guardini, a quella verità che è Dio. Verità e misericordia si incontreranno, come dice il Salmo 85, e nessuna delle due sarà umiliata. Rileggo la parabola, la ripenso in prospettiva della mia morte, dell’Eterno a cui cerco di credere e alla mia storia attuale. Rileggo la parabola e sento che è, prima di tutto, un maestoso invito, una professione di fede che Dio pone nei confronti dell’uomo. E questo mi spaventa, mi commuove e mi spinge alla conversione: > “Quando un uomo simile entra nella luce divina, vede se stesso con gli occhi > di Dio. Ama la santità di Dio e odia se stesso, che è in contrasto con quella > santità. Prende coscienza del suo stato. Ora vive ciò che prima soltanto era, > o forse presentiva. Vivrà se stesso come colui che è dinanzi a Dio: questa > sofferenza dev’essere inimmaginabile, eppure è feconda”. E se anche Guardini si sta riferendo alla “purificazione dopo la morte”, io sento che la lettura di questa pagina del Vangelo ci raggiunge qui e ora, che la Sua luce può iniziare a invaderci già qui, con verità e misericordia.  Solo a Dio affiderei di fare verità su di me. Forse questa è fede. E nella fatica ringrazio perché: > “…mai come nel messaggio cristiano si attribuisce tanta grandezza all’uomo, > nessun’altra dottrina prende tanto seriamente il mondo, e mai come per mezzo > di Cristo le cose create, che esistono nella temporalità, s’innalzano con > tanta risolutezza verso Dio e sono assunte in Lui”. Alessandro Deho’ Tutte le citazioni sono tratte da: Romano Guardini, “Le cose ultime”, Vita e Pensiero, 1997 *Ogni settimana, ogni volta che ci sarà urgenza, Alessandro Deho’ prenderà spunto dalla lettura evangelica per avviare una riflessione fuori via, stonata, forse inutile. Lui dice, “balbettio”, dice “balbuziente”, dice di una inadeguatezza che fa lava, su cui fare leva; insieme abbiamo detto, come dice la Bibbia, “impacciato di bocca”: ma è proprio lì, dove la parola depone l’elmo e ogni verbo è vergine per eccesso di senso, nudo, inappropriato, che vogliamo stare. In copertina: Giovanni Pisano, Cristo crocefisso, XIII secolo L'articolo Il cerchio o l’arco proviene da Pangea.
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Vangelo
Alessandro Dehò
Consegniamoci al Suo bacio cannibale, lasciamoci divorare da Cristo
Là dove non ci sono strade > “È detto infatti “Beati i poveri in spirito, beati i miti, beati i > misericordiosi, beati gli operatori di pace”. Chi non procede su questa via si > smarrisce là dove non ci sono strade…” > > (Macario, Homélies spirituelles. Le Sait-Esprint et le chrétien, Om. 27,23, > Abbaye de Bellefontaine, 1984, pp. 270-271) I discepoli presi nella rete della chiamata del Cristo, trascinati in un esodo di cui non intravedono ancora il senso profondo, ora sono lasciati liberi dalla morsa, il pescatore predicatore, il predatore Cristo ora è seduto, sul monte, luogo evocativo della legge antica, a reti aperte, ora tocca a loro, decidere.  Ora tocca noi, sempre tocca a noi, di decidere se avvicinarci a Lui oppure tornare alla nostra vita di prima.Quello spazio tra noi e il Cristo non è mai colmato una volta per sempre, è quello il territorio della nostra libertà, camminargli incontro o fuggire. La vita del discepolo è tutta qui: avvicinarsi o allontanarsi, camminare sulle sue tracce oppure pretendere di dettare il cammino, farsi portare dove non si vuole oppure forzare la Parola trascinandola dove proliferano i nostri interessi, tornare come il fratello minore o stare a distanza come il maggiore, farsi scovare come la pecora smarrita o appendersi come frutto sfinito a un ramo… questa è la nostra fede. Accogliere il rischio delle beatitudini oppure, come dice Macario con una forza che la nostra predicazione pare abbia dimenticato, smarrirsi “là dove non ci sono strade”. > “In quel tempo, vedendo le folle, Gesù salì sul monte: si pose a sedere e si > avvicinarono a lui i suoi discepoli. Si mise a parlare e insegnava loro > dicendo: Beati i poveri in spirito…” (Mt 5) I discepoli accettano il rischio, e accettando l’azzardo della vicinanza scassinano la bocca di Cristo che, come la pietra percossa nel deserto, fa scaturire acqua: così accadono le Beatitudini.  E continuano ad accadere, a provocare. Fonte inesauribile, dolcissima e pericolosa, affascinante e terribile, come è Cristo. Non è acqua di addomesticata, le beatitudini sono gorghi che possono trascinarci a fondo, sono fratture, tagli, spade a trafiggere il nostro uomo vecchio. Sono sentenze di morte le beatitudini scagliate contro le nostre innumerevoli paure. Cristo sul monte, uomo delle beatitudini, sembra già crocifisso, a tentare di attirare ogni cosa a lui.   * Beati già fin d’ora > “Sembrerebbe, insomma, più normale sentirsi dire : «Voi ora siete > perseguitati, ma verrà il tempo in cui sarete beati, perché vostro sarà il > regno dei cieli». Ma no: «Beati» già fin d’ora! Per accettare e comprendere > questo paradosso, bisogna anzitutto guardare a Gesù. Il povero in spirito, il > mite, l’afflitto, colui che ha fame e sete della giustizia, il misericordioso, > il puro di cuore, l’operatore di pace, il perseguitato – a morte – per causa > della giustizia, l’uomo schernito è lui. (…) Quelli, dunque, che hanno parte a > ciò che egli è stato, quelli che lui si identificano nella loro situazione di > povertà, sono già fin d’ora associati alla sua gloria: «Beati»”. > > (Robert Gantoy e Romain Swaeles, Commento delle letture domenicali, 1993, > Edizioni San Paolo, pp. 74-75) Ora il pescatore predatore è fermo sul monte, e le reti rimangono aperte, come la sua bocca, pericolosa e seducente, a noi deciderci di tuffarci o meno nelle sue parole, a noi di farci azzannare dalle beatitudini, la promessa è enorme, il rischio altrettanto, è la grammatica dell’amore. Non si tratta più di parlare di Cristo, di dotte esegesi, di disquisizioni da intellettuali, qui si tratta di cedere, di lasciarsi slogare, di farsi mangiare. Non è una dottrina, è una pratica. Le beatitudini agiscono sul corpo e non sulle idee. Si tratta di farsi carne, di lasciare che il Verbo prenda tutto di noi e ci trasformi in lui. Identificazione, assimilazione, associazione: perdere tutto per essere nel tutto.  Le fauci di Cristo rimangono aperte, Cristo leone, Cristo l’amante, accettare di essere sue prede, consegnarsi al suo bacio cannibale, non c’è altra strada. Nessuna. Per essere beati fin d’ora. Il tempo è breve, è quello della nostra vita, serve decidersi, di lasciarci trasformare in lui immolando gli alibi e affrontando le paure. Non saranno i sapienti a conoscerlo, il cervello è una trappola, un labirinto, illude e confonde, fornisce tutti le giustificazioni del mondo. A conoscerlo per primi saranno i poveri, quelli che non hanno più niente da perdere, nessun ruolo da difendere, quelli che hanno già perso la faccia, i disperati, i folli, le prostitute, i ladri, i falliti. Credere nelle beatitudini è cedere, avvicinarsi e immolarsi. Diventare lui. Che pare cibarsi di pietre di scarto. Pompeo Cesura, Cristo alla colonna, dopo il 1566 * Le beatitudini, un giudizio terribile sul mondo > “Ma forse la beatitudine non ha di mira solo il bene altrui: io credo che sia > chiamato veramente pacificatore colui che conduce ad una pacifica concordia la > lotta che è in lui stesso tra la carne e lo spirito. E questo avviene quando > la legge della carne non impone più il proprio dominio, ma si fa obbediente > agli ordini di Dio”. > > (Gregorio di Nissa, Omelia settima, UTET, Torino, 1992, passim) Percorrere quei passi che separano dal Cristo delle beatitudini, decidere di consegnarsi a quelle affilatissime parole, porta in sé un giudizio terribile sul mondo. Ad ogni passo ci si allontana dalle logiche mondane, non si può credere senza essere immersi seriamente in questa lotta così, ad ogni passo, aumenta la solitudine, la paura di aver sbagliato, la sensazione che si stiano chiudendo tutte le uscite di sicurezza, ad ogni passo la beatitudine chiede mancanza, lacrime, dolore e povertà, ad ogni passo quello che si credeva indispensabile perde di valore, ad ogni passo il Beato si scosta dal mondo, un mondo che rimane bello solo perché porta a Lui ma che diventa sempre più inabitabile. Il Cantico delle Creature è la mappa del nostro ritorno a Lui, ad ogni passo c’è un po’ di morte che entra a prendersi pezzi di noi.  Se troppo ci amiamo fuggiremo dalle beatitudini. Se Lui non ci avesse rapinato il cuore calando la sua rete non avrebbe senso farsi trascinare in questo Altrove. Ma chi crede, girandosi, vede l’inferno, non può tornare. Chi gli ha creduto, il Beato, è un disadattato al mondo, non può invertire la rotta come se nulla fosse accaduto, come se non lo avesse mai incontrato, ecco perché i discepoli non riescono, dopo la Resurrezione del Maestro, a tornare alle barche. O se ci tornano, non resistono. Non si può nemmeno fingere. Tornare al mondo illudendosi di poter rimanere suoi discepoli significa addomesticare il Vangelo, farne al massimo raffinata antropologia, perpetuare riti accomodanti, proporre letture socialmente e politicamente accettabili, tutto questo è negazione della croce, della morte. Tutto questo rende inutile la resurrezione. Tornare nel mondo senza il Cristo delle beatitudini è tradirlo. Non ci sono alternative. Lorenzo Costa, Cristo alla colonna, 1492 ca. * Beatitudini ed éschaton > “I criteri mondani vengono capovolti non appena la realtà è guardata dalla > giusta prospettiva, ovvero dal punto di vista della scala dei valori di Dio, > che è diversa dalla scala dei valori del mondo. (…) Se l’uomo comincia a > guardare e a vivere a partire da Dio, se cammina in compagnia di Gesù, allora > vive secondo criteri nuovi e allora un po’ di éschaton, di ciò che deve > venire, è già presente adesso. A partire da Gesù entra gioia nella > tribolazione”. > > (Joseph Ratzinger, Gesù di Nazaret, 2007, Rizzoli, p. 95) Camminare verso il Cristo delle beatitudini, farlo con tutto noi stessi, con la nostra carne, con la nostra debolezza, con il coraggio che pervade solo i cuori davvero innamorati, camminare verso di lui, lasciarci alle spalle il mondo è possibile solo se sappiamo anche ridere di noi, se abbiamo conosciuto che siamo solo un soffio, un quasi niente, ma che siamo un niente prezioso ai suoi occhi. Siamo soffio ma Cristo vuole respiraci, questo è il vero miracolo, la vera salvezza.  Ci si allontana dal mondo e da noi stessi, solo quando la compagnia di Gesù diventa indispensabile, totalizzante. Ci si affida alle beatitudini, ci si fa sbranare dal Vangelo solo se nella battaglia della vita abbiamo sperimentato che l’Amore è più forte della morte, che Lui è l’Amore, e che l’Amore è eterno. Una fede senza escatologia non è fede, è un corpo morto, dissanguato, è la vittoria del male sulla vita.  Incamminarsi verso il Cristo delle beatitudini è immergersi nell’éschaton, è itinerario mistico, è individuare nella cruna lo spiraglio di luce e sentire che siamo fatti per passarci attraverso. “A partire da Gesù entra gioia nella tribolazione”: ma non c’è gioia che possa chiamarsi tale, non c’è beatitudine che possa reggere l’urto della vita senza resurrezione.  Incamminarsi verso il Cristo delle beatitudini è lo stesso gesto che sarà richiesto ai discepoli dopo la sepoltura di Cristo, lo stesso itinerario richiesto a ciascuno di noi: entrare nel sepolcro per comprendere che tutto è beato perché tutto è creato per risorgere a vita eterna. Alessandro Deho’ *Ogni settimana, ogni volta che ci sarà urgenza, Alessandro Deho’ prenderà spunto dalla lettura evangelica per avviare una riflessione fuori via, stonata, forse inutile. Lui dice, “balbettio”, dice “balbuziente”, dice di una inadeguatezza che fa lava, su cui fare leva; insieme abbiamo detto, come dice la Bibbia, “impacciato di bocca”: ma è proprio lì, dove la parola depone l’elmo e ogni verbo è vergine per eccesso di senso, nudo, inappropriato, che vogliamo stare.  In copertina: Antonello da Messina, “Cristo alla colonna”, 1476-78 L'articolo Consegniamoci al Suo bacio cannibale, lasciamoci divorare da Cristo  proviene da Pangea.
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Vangelo
Alessandro Dehò
Donare tutto di noi. Il regno dei cieli è vicino quando la perdita di sé stessi è totale
> “Il regno di Dio, pur essendo superiore a qualsiasi valutazione, in pratica > costa tanto quanto uno ha. A Pietro e Andrea costò le reti e la barca; alla > vedova costò due spiccioli; a un altro costò un bicchiere d’acqua fresca”. > > Gregorio Magno, Omelie sui vangeli A Giovanni il Battista, il regno di Dio, in pratica, costa la sua libertà. Un prezzo altissimo. Tutto. Cristo inizia la sua predicazione e il Battista viene arrestato, più ancora, viene “consegnato”, passo definitivo prima del martirio. Questo è il regno di Dio, non altro, la consegna di ogni cosa, la consegna della propria vita. Non si comprende il Vangelo se non si passa da qui. Una vita intera a predicare, voce nel deserto, una vita ad aspettare, ad intimidire, a battezzare, una vita orientata totalmente a quella verità che, una volta manifestata, chiede di perdere tutto. Cristo è la scure a colpire le nostre radici.  Chiede tutto Cristo, chiede di morire consegnati al solito potere terreno che mai verrà sconfitto. Eppure, Cristo, sempre e solo Cristo, a dire che il regno dei cieli è vicino. Mentre moriamo, è vicino. E in questo paradosso c’è tutto l’incendio appiccato dal Vangelo.  Il regno dei cieli è vicino quando la perdita totale di sé stessi è totale, il regno dei cieli è vicino quando la notte del dubbio assale, quando pensiamo di aver atteso invano, quando affoghiamo nel dubbio che forse Gesù non sia davvero il Messia. Il regno dei cieli è vicino ogni volta che invidiamo il potere e le sue liturgie, è vicino mentre una lama ci taglia la gola. Il regno dei cieli è la nostra testa, il nostro orgoglio, la nostra identità apparente, posata su un vassoio, a fare mostra mostruosa di sé, a diventare brandello di carne per belve accecate d’odio, o solamente di noia. Il regno dei cieli è la morte che viene a liberarci dal fardello più pesante, quello che ci impedisce di abbandonarci in Dio: l’illusione di poterci salvare da soli.  Il regno di Dio cosa quanto uno ha, ma in quella perdita totale c’è qualcosa di superiore a qualsiasi valutazione: la libertà da noi stessi. Mentre il Battista viene arrestato Gesù abbandona la sua patria per cercare la “via del mare”:  > …per Matteo la “via del mare” è quella che passa da Cafarnao. Zabulon e > Neftali sono due tribù settentrionali deportate in Assiria dopo l’occupazione > dell’VIII secolo, al tempo di Isaia. Questa aveva determinato nella regione un > tale rimescolamento etnico da meritarle appunto il nome di “curva delle genti” > (ghelil ha-gojim), ossia Galilea. > > Alberto Mello, Evangelo secondo Matteo, Qiqajon,1995 La curva delle genti, un rimescolamento etnico, Matteo sembra volerci dire, da subito, che il regno dei cieli è per tutte le genti, messaggio universale. Gesù si immerge, battesimo, in una umanità che non si protegge dietro tradizioni, elezioni, sacre profezie, istituzioni. Quello che conta è solo la profezia, quello che conta davvero è che lui è la profezia: “il popolo che abitava nelle tenebre vide una grande luce”. Così tutto crolla sotto i suoi colpi luminosi, incandescenti. Così anche il buio, come il Battista, è costretto a consegnare quello che è, tutto di sé: deve disintegrarsi in giorno. Anche la notte deve cedere sotto i colpi decisi di questo Cristo lucente che avanza e che tutto divora. Come un’alba violentissima, “per quelli che abitavano in regione e ombra di morte una luce è sorta”, buona notizia, senza dubbio, ma anche dolorosa constatazione: ci viene tolta, in Cristo, la possibilità dell’ombra. Buona notizia che ci espone a una luce spaventosa, luce che non ci permette più di nascondere parte di noi in zone d’ombra, in spazi di morte, in regioni oscure dove occultare le nostre miserie.  Cosmè Tura, Pietà, 1460 ca. Lui cammina, svela, chiede una consegna luminosa a una luce che ustiona le pupille. Sarà ammazzato per questo, in fondo, sarà ammazzato da chi tenterà fino alla fine di apparire giusto nascondendo le proprie ombre di morte sotto i paramenti sacri della legge o della tradizione. Invece, la luce che esplode nelle tenebre, costringe alla verità, e la verità “costa tanto quanto uno ha”. Cioè la vita. > “Vi farò diventare pescatori di uomini”: un’espressione di Gesù che (…) non > può non stupire, e persino urtare. Soprattutto se ci si immedesima in coloro > che, come pesci, sono destinati a essere presi e trascinati via da quella > rete, catturati senza gloria, forse del tutto senza volerlo. Essere pescati > come pesci significa essere presi di sorpresa, all’improvviso, sentire la rete > che si chiude quando non si vorrebbe, accanirsi contro le sue maglie, invano, > prima di constatare che non ci sono più scappatoie: si è dentro, è l’inizio > della fine.   > > André Louf, E Gesù disse: “Ma non capite ancora?”, Qiqajon, 2023 Gesù cammina e chiama, Gesù parla e prende, prende quello che vuole, l’amore è importuno, totale, coglie ciò che desidera. La libertà maturerà dopo, e sarà indispensabile, ma qui e ora c’è solo spazio per la caduta nel baratro di una luce accecante. Si è costretti a lasciare tutto, perfino il padre, un rapimento, “il regno di Dio, pur essendo superiore a qualsiasi valutazione, in pratica costa tanto quanto uno ha”. Tantissimi anni fa, prete giovanissimo, ricordo il mio smarrimento davanti a un gruppo di giovani a cui stavo cercando di commentare questo brano di Vangelo. Io, lacrime commosse agli occhi, a descrivere la dolcezza del lago, il profumo di una vita finalmente chiamata, la gioia di lasciare tutto per seguire un sogno, io commosso, loro muti, persi, non capivano. Avevano ragione loro. La chiamata è violenta, totalizzante, definitiva. Avevano ragione loro, è una delle pagine più violente del Vangelo. Ha ragione André Louf, è l’inizio della fine. Un inizio che diventa ancora più violento quando, dentro le fatiche della sequela, nel cuore delle nostre crisi, dei nostri dubbi, qualcuno puntualmente viene a dirci che abbiamo scelto noi di seguire Cristo, che nessuno ci ha obbligato. Parole insulse di chi non conosce la violenza dell’amore. No, non si sceglie Cristo, è lui che sceglie noi, lui il pescatore della nostra umanità, lui il predatore noi la sua preda. Lui solo sa il dolore che prende quando ci si accorge che dalla rete non si può più uscire se non appendendosi ad un ramo, come un traditore qualsiasi. (Ma anche lì la sua luminosa misericordia predatrice arriva inesorabile ad affondare nella carne di Giuda i suoi artigli!) Ma arriverà un giorno, e sarà il giorno più importante della nostra vita anche se nessuno, da fuori, se ne accorgerà. Non si darà nessuna liturgia, nessuna pubblica promessa, nessuna ordinazione, nessuna istituzione presente, sarà il momento esatto in cui, nella nostra solitudine, guardando la vita passata nel tentativo di seguire Cristo, nel tentativo di scappargli, di urlargli in faccia che abbiamo sbagliato tutto, ma anche nel tentativo di innamorarci di lui… sarà il giorno, dolorosissima illuminazione, in cui finalmente comprenderemo che per fortuna è andata esattamente così. Che non cambieremmo nulla di ciò che è stato.  Lorenzo di Pietro detto il Vecchietta, Pietà, 1445 ca. Sarà il giorno in cui ringrazieremo Cristo per averci strappato dalle nostre illusioni di sterili felicità. Sarà il giorno in cui ringrazieremo, perfetta letizia, per il carcere condiviso con il Battista, per chi ci ha permesso di essere strappati dal deserto della convinzione di essere i migliori tra i profeti. Ringrazieremo per la lama a dissanguare le nostre parole diventate ora finalmente fragili e bisognose di essere salvate. Ringrazieremo per il potere che ci ha concesso di decapitare l’orgoglio. Ringrazieremo per la verità, quella che ci ha abbagliato, luce nelle nostre tenebre, quella che ci ha fatto vedere finalmente la nostra miseria, il nostro peccato, il nostro male, ringrazieremo perché finalmente avremo provato il bisogno di farci salvare. Ringrazieremo perfino per quelle reti lasciate, per quella vita che poteva essere e non è stata, per la sterilità di certe scelte, per i sogni infranti, per i progetti falliti, perfino per il male vergognosamente operato dalle nostre mani nel momento esatto in cui ci illudevamo di essere perfetti, ringrazieremo per essere stati liberati dalla tirannia di noi stessi. Ringrazieremo di essere stati presi nella rete, perché fuori ci saremmo persi. E in quel momento, ma solo in quel momento, attimo che sarà finalmente la fine, al termine del nostro cammino potremo dire il nostro definitivo sì. Avremo donato tutto di noi, saremo finalmente libertà venuta alla luce. Alessandro Deho’   *Ogni settimana, ogni volta che ci sarà urgenza, Alessandro Deho’ prenderà spunto dalla lettura evangelica per avviare una riflessione fuori via, stonata, forse inutile. Lui dice, “balbettio”, dice “balbuziente”, dice di una inadeguatezza che fa lava, su cui fare leva; insieme abbiamo detto, come dice la Bibbia, “impacciato di bocca”: ma è proprio lì, dove la parola depone l’elmo e ogni verbo è vergine per eccesso di senso, nudo, inappropriato, che vogliamo stare.  *In copertina: Rosso Fiorentino, Pietà, tra il 1537 e il 1540 L'articolo Donare tutto di noi. Il regno dei cieli è vicino quando la perdita di sé stessi è totale proviene da Pangea.
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Impacciato di bocca
Sacrificare il sacrificio. Per incontrare Cristo bisogna stare immobili
> “Come un agnello condotto al macello, > come davanti ai tosatori una pecora muta, > egli non apre bocca…” > > (Isaia 53,7) Tace ma cammina, l’agnello, trapassa il nero delle pupille del Battista e scende, svelando dolorosamente che il Messia, l’Atteso, è muto, muto e condotto al macello.  Cammina, nel nostro silenzio, il Cristo cammina, ed è terribile, ed è dolcissimo, ed è irresistibile. All’uomo, per poter incontrare Cristo davvero, è chiesta la forza dell’immobilità, come Giovanni che lo vide venire verso di lui e sta. Sta, come si sta ai piedi della croce, come la donna starà sull’orlo del sepolcro per implorare briciole che sappiano aprire alla possibilità della resurrezione.   La sequela ci chiede prima di tutto di stare fermi, primo dei tanti paradossi del cristianesimo. Ci chiede, la sequela, di lasciarci invadere, di non fuggire, di smettere di voler addomesticare il mistero con dotti ragionamenti, ci obbliga a cedere all’immobilismo dello stupore (o dello sgomento), ci implora di lasciare che il Cristo ci mostri come sia lui a desiderare noi e non il contrario. La sequela inizia sempre con una morte, la nostra.  Cristo come il servo sofferente. Per riuscire a stare senza fuggire l’unica cosa buona da fare è cercare riparo nelle Scritture, almeno in quelle che sembra possano aiutarci a reggere l’urto dell’evento, del fatto, della dolce violenza della sua presenza. Cristo, muto, che ci cammina incontro, e sono fatti a pezzi i nostri orgogliosi cammini di ricerca, il nostro supponente tentativo di conquistare Dio, è lui a cercarci, pastore buono, le nostre mura devono solo saper crollare, perché solo tra le macerie delle nostre supponenze riusciremo a scorgere la sua presenza. Le nostre difese devono abbassarsi: martirio, conversione. Come un agnello condotto al macello… > “Gesù è sì l’ ‘Agnello’ di Dio ma non lo è nello stesso senso (e tanto meno > sullo stesso piano) degli agnelli dei sacrifici giudaici: egli lo è per il > fatto che la sua venuta, di per se stessa, sopprime da parte di Dio la > necessita di riti mediante i quali Israele, nel tempo dell’attesa, doveva > sempre nuovamente riallacciare il suo legame esistenziale con JWHW”   > “…in Gesù, Dio concede la pienezza del perdono a Israele e al mondo, Gesù non > è qui la nuova vittima cultuale, ma è colui mediante il quale Dio interviene > offrendo agli uomini la riconciliazione perfetta con se stesso” > > Xavier Léon-Dufour Il cammino di Cristo servo sofferente, dell’agnello muto che irresistibilmente non lasca scampo a un immobile Giovanni è segno di una traiettoria celeste, di una stella cometa incandescente che lascerà crateri da trasformare in grotte della possibile nostra natività, esplosioni divine, meteoriti di grazia a precipitare sulla crosta terreste il desiderio divino di un perdono offerto in pienezza. La pienezza! Significa che l’esplosione dell’incarnazione ha fatto a pezzi la transitorietà dei nostri cerimoniali, il bisogno umano di perpetrare continui riti di espiazione. Avrebbe dovuto. Ci vuole troppa umiltà per sacrificare il sacrificio, ci vuole troppa umiltà per restare fermi, senza nemmeno il bisogno di un rito che ci renda almeno in parte protagonisti della nostra rinascita, ci vuole umiltà per lasciare che sia lui a riempire le distanze. A riempirle per sempre e una volta per tutte. Ci vuole umiltà oppure. Oppure la follia degli innamorati che si lasciano penetrare fin nel profondo. Totalmente. E per sempre. Prokopiy Chirin, San Giovanni Battista, 1620 “E io non lo conoscevo”, con Giovanni anche noi, ogni volta, a confessare di non riuscire a conoscere fino in fondo questo Dio che ci anticipa, ci precede, ci sovrasta. Un Dio che viene dopo ma che è prima, che è sopra ma che si fa servo, un Dio che accerchia o abbraccia, un Dio che insieme conduce e smarrisce, un Dio che sembra assente e che invece è grembo, liquido amniotico in cui siamo immersi. “E io non lo conoscevo” e forse ancora non lo conosco, come non conosco il mistero dell’aria che respiro, dell’acqua che bevo, della luce che mi avvolge. Lo spiego ma non lo conosco. Non resta che respirarlo, berlo, accoglierlo questo Dio. Non resta che lasciarlo fare. Lasciarsi fare. Giovanni che testimonia quello che ha veduto. > “Ho veduto lo Spirito discendere, come una colomba che veniva dal cielo, e > rimanere su di lui”. Come una colomba, quasi come quando la “terra era informe e deserta e le tenebre ricoprivano l’abisso e lo spirito di Dio aleggiava sulle acque” (Genesi 1,2) o come la colomba del Cantico “O mia colomba, che stai nelle fenditure della roccia, nei nascondigli dei dirupi, mostrami il tuo viso, fammi sentire la tua voce, perché la tua voce è soave, il tuo viso è incantevole”. (Cantico 2,14). Come Giovanni sentirci informi e deserti, bisognosi di un volo divino a ricucire le distanze, a togliere il peccato, che poi è la morte, l’informe deserto che si mangia da dentro la nostra speranza. Stare, ma come un innamorato, nelle fenditure del dolore, nei nascondigli della disperazione, a implorare un volto, una voce, la presenza incantevole del Suo viso. Carlo Crivelli, San Giovanni Battista, 1476 > “Colui sul quale vedrai discendere e rimanere lo Spirito, è lui che battezza > nello Spirito Santo. E io ho visto e ho testimoniato che questi è il Figlio di > Dio”. Stare, con Giovanni, a guardare e testimoniare che il battesimo dello Spirito scenderà a trasformare ognuno di noi, scenderà lo Spirito per stare, lui in noi, per trasfigurarci in eternità. Stare, con Giovanni e lasciare a Cristo, pecora muta, di penetrare in noi fino a farci rinascere, dall’Alto. Stare con Giovanni, lasciarsi fare, lasciarsi battezzare in Lui. E poi, solo poi, implorare la forza di seguirlo, anche quando continueremo a non conoscerlo, a non comprenderlo, anche e soprattutto quando non capiremo perché non lo abbiamo abbandonato in tempo, prima di farci male, seguirlo, anche quando sentiremo nostalgia di una religione più vicina ai nostri bisogni, anche quando sentiremo la mancanza dei sacrifici, che nel loro rituale di morte ci facevano sentire terribilmente vivi, anche quando l’agnello muto sarà messo in croce e non parlerà, nemmeno lì, perché il Silenzio abitato dal Padre è l’unico modo per togliere il peccato dal mondo. Implorare la forza di seguirlo fino alla fine e lì, alla fine, riconoscere che, se una sequela è stata possibile, è solo perché, all’inizio ci siamo fermati, e abbiamo lasciato a Lui di immergersi in noi.  Dolcissimo battesimo, ingombrante indispensabile amore. Alessandro Deho’ *In copertina: Alvise Vivarini, Giovanni Battista, 1470 L'articolo Sacrificare il sacrificio. Per incontrare Cristo bisogna stare immobili proviene da Pangea.
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Sacro
Vangelo
Alessandro Dehò
Impacciato di bocca
“Squarciare il cuore di Dio”. Sull’apnea di Gesù
> “Che figlio di Dio è questo che accoglie su di sé il battesimo da parte del > più debole?” > > Ulrich Luz Che figlio di Dio è questo? Comprendo il Battista, che vuole impedire al Cristo di farsi battezzare da lui. Prima ancora che perdermi nell’infinita discussione sull’inutilità di immergere nel Giordano chi è nato senza peccato, prima di smarrirmi in dibattiti teologici fuori dalla mia portata io sento lo scandalo gridare nei miei muscoli, sento in me la resistenza di Giovanni, come se anche il mio corpo volesse ribellarsi fino ad impedire alla luce divina di mostrarsi così. In questo modo inutile. Non è il Dio di cui l’uomo ha bisogno! Perché non viene e prende le nostre misere fragilità nelle sue mani per purificarle, perché non risolve il male che ci abita e che non vorremmo fare ma che ancora ci affascina una volta per tutte? Perché venire ad ingrossare la fila dei miserabili, dei peccatori, dei persi? Perché nascondere la forza? Tanto lo sappiamo che sa guarire, sa perfino rianimare i cadaveri. Perché presentarsi debole? Giovanni ancora non lo sa ma nel suo atto di volerlo fermare, di impedire l’immersione nel Giordano, sta gridando a Cristo di scendere dalla croce. Gesù invece, quel giorno, al Giordano stava già scegliendo liberamente di salire il patibolo.  Che figlio di Dio è questo?  Sono io ad aver bisogno di te, siamo tutti noi i bisognosi perché non ci liberi? Perché non ci alleggerisci la vita, perché avere così fede in noi? Ma non lo capisci che ci accontentiamo di molto meno? Moltiplica i pani, guarisci i malati, sconfiggi la morte. Cosa ce ne facciamo di un figlio di Dio come te? Anche oggi, a duemila anni di distanza, quando siamo costretti ad ammettere che nulla è cambiato, che il potere ancora è il vero imperatore, che la tua chiesa ancora non ti ha compreso, che noi qui si continua a soffrire, a penare, a morire, qui, dove ancora le torri di Siloe crollano e giovani bruciano vivi e noi non abbiamo più nemmeno la fede per incolpare un qualche Dio, cosa ce ne facciamo di un Figlio di Dio che è come se non avesse mai camminato la terra? Che figlio di Dio è questo? Finirà per perdonare i peccatori, salvare i ladri, promettere eternità alle prostitute ma noi? Noi che dovremmo seguirti, che abbiamo scelto il sacrificio e la fedeltà, noi che siamo i giusti, a noi cosa rimane? Cosa ce ne facciamo di un figlio di Dio così? “Lascia fare per ora, perché conviene che adempiamo ogni giustizia”. Io non so cosa abbia capito il Battista. Ma la giustizia di questo Dio debole sapeva già di fallimento umano. L’adempimento è una lama affilata ad aprire la gola del profeta, la sua testa su un vassoio. Questo è l’adempimento delle Scritture? Ma cosa ce ne facciamo del profeta decapitato? “Lascia fare” a chi? Al Padre, a te, al Vangelo? A chi? Lasciarsi fare, tremenda passività che solo gli amanti sanno abitare in modo generativo, anticamera dell’estasi o della morte. O di entrambe. Per ora, dici. Come se non avessimo già capito che tu trapasserai da parte a parte la nostra idea di giustizia. Come non avessimo capito che il tempo che ci chiedi non è per modificare la tua idea di giustizia ma per devastare la nostra. Tempo, quello che ci chiedi, per convertire la nostra immagine di giustizia che per noi è ricompensa, rivincita, o anche vendetta sì, sacra vendetta contro chi ci ha tradito, abbandonato, umiliato. Contro chi ha scelto di vivere una vita migliore della nostra. “Allora lo lasciò fare” e in quel momento, in quella scelta del Battista, anticipando Pietro che alla cena ultima di lasciò finalmente lavare i piedi, in quel momento iniziò una storia nuova. Lasciarsi fare. Fidarsi. Affidarsi. Non una passività triste ma un coraggio da sfoderare di fronte al mondo. Lasciarsi fare, non è debolezza se muove da una consegna consapevole e totale, lasciarsi fare non è fragilità se nasce da un ascolto costante e intimo della volontà del Padre. Lasciarsi fare non è rinuncia alla vita se la propria vita viene offerta per gli amici. E per i nemici. Solo la domanda diventa ancora più feroce: cosa ce ne facciamo di un Figlio di Dio così? Che non fa ma si lascia fare. Che ci trascina a fare i conti con la radicalità estrema della fede: se ti lasci fare e Dio non esiste la tua vita è sprecata, bruciata nel delirio utopico che non promette nemmeno la costruzione di una società migliore. Lasciarsi fare da questa manifestazione di un paradossale Figlio di Dio è sconvolgente perché spinge all’estremo, o l’Eterno o la totale stupidità di aver immolato inutilmente la vita negandosi perfino il fascino dolce dell’esercizio del potere. Ma cosa ce ne facciamo di un Figlio di Dio così spietato nei nostri confronti? O così ingenuo da non capire che non saremmo mai in grado di reggere il peso di questa sfida, perché è il martirio quello che sta scegliendo, per lui e per noi: l’impredicabile martirio. Battistello Caracciolo, Battesimo di Cristo, 1610-1615 Del battesimo di Cristo non si dice nulla, dell’immersione dico, di quel frangente in cui il Figlio di Dio è rimasto invisibile al mondo e senza fiato. Solo del suo riemergere, del suo salire e, insieme, dello scendere di un segno, come una colomba, a dire la trafittura dei cieli, lo strappo della distanza, la possibilità di vivere a cieli aperti. Come aver squarciato il cuore di Dio. Come aver strappato i suoi veli. Come ad aver iniziato a costringere anche Dio a mostrarsi nel Figlio in modo inedito. Il compimento prevede una sorta di conversione di quello che ci piace ancora considerare l’Impassibile, il Perfetto, l’Onnipotente. Sulla croce anche il Suo volto cambierà radicalmente. Ma cosa ce ne facciamo di un Dio così, di un Eterno che, aprendo i cieli, accetta il rischio dell’incomprensione? Rimane una voce. “Questo è il figlio mio l’amato, in cui mi sono compiaciuto”. Proprio questo. Esattamente lui. Figlio di Dio è colui che obbedisce. L’obbedienza a questo Figlio di Dio, proprio a questo, diventa la nostra unica possibilità. Impossibile dire cose sensate su Dio senza assumere la prospettiva di Cristo. Così la domanda, sempre feroce e scandalosa, apre ad una prima terribile e liberante risposta: “ma cosa ce ne facciamo di un Figlio di Dio così?”: niente. Non ce ne facciamo niente. Dobbiamo finalmente imparare a non farcene niente della nostra idea del divino, della nostra ideologia sul sacro, del nostro trascinare Dio dove i nostri interessi implorano attenzioni, del nostro maledetto bisogno di occupare un posto di rilievo nel mondo. Niente, dobbiamo farcene niente! Siamo noi che dobbiamo farci come il Figlio di Dio, tremenda sequela, e questo ci annienta, ci ammutolisce, ci terrorizza. Siamo noi a doverci lasciare fare da lui. E questo, follemente ci può far rialzare la testa, ci può immergere nell’unica sfida che valga davvero la pena combattere, o tutto o niente, o vita o morte, perché in quell’obbedienza si profila la possibilità vertiginosa di poterla divinizzare questa nostra vita, ma secondo le logiche di Cristo, Figlio di Dio, proprio di questo scandalo che sceglie di immergersi nella nostra misera carne. Alessandro Deho’ *Ogni settimana, ogni volta che ci sarà urgenza, Alessandro Deho’ prenderà spunto dalla lettura evangelica per avviare una riflessione fuori via, stonata, forse inutile. Lui dice, “balbettio”, dice “balbuziente”, dice di una inadeguatezza che fa lava, su cui fare leva; insieme abbiamo detto, come dice la Bibbia, “impacciato di bocca”: ma è proprio lì, dove la parola depone l’elmo e ogni verbo è vergine per eccesso di senso, nudo, inappropriato, che vogliamo stare.  In copertina: Piero della Francesca, Battesimo di Cristo, 1440-1450 ca. L'articolo “Squarciare il cuore di Dio”. Sull’apnea di Gesù proviene da Pangea.
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Alessandro Dehò