Come una foto su una rivista ha acceso la scintilla per “Royals”: l’incredibile
storia dietro il capolavoro di Lorde.
“Royals” di Lorde non è nata in uno studio di registrazione dorato, ma tra le
pagine polverose di una rivista di baseball. Un dettaglio apparentemente banale
ha acceso l’immaginazione della cantante, trasformandosi in uno dei brani più
iconici degli ultimi anni. Ecco la storia assurda dietro la hit.
UNA HIT NATA DAL CASO: L’ORIGINE INATTESA DI “ROYALS”
Ogni tanto la verità è più incredibile della fantasia. Immaginare che una delle
canzoni più importanti degli ultimi dieci anni sia nata tra le pagine di una
*vecchia rivista* di baseball lascia davvero senza parole. Eppure, è esattamente
così che Lorde – nome vero Ella Yelich-O’Connor – ha avuto l’idea esplosiva per
“Royals”. Niente sogni hollywoodiani, niente storie epiche: solo una ragazza,
una foto random e… *boom*, la scintilla.
L’aneddoto ormai è leggenda: Lorde scorre una rivista storica (Sports
Illustrated, per essere precisi), gli occhi si fermano su una pubblicità o forse
una foto, chi può dirlo davvero. Sul petto di un giocatore (George Brett, cioè
mica l’ultimo dei pivelli!), campeggia scritto grande in corsivo “Royals”.
Quella parola – graffiante, potente, così british da suonare stonata su una
maglia da baseball – la colpisce al punto giusto. Cioè, immaginarsi i diamanti,
le limousine e la follia delle celebrità… tutto, partendo dal linguaggio della
provincia USA. Non a caso, di lì a poco, il testo della canzone prende forma su
carta. Una coincidenza? O forse il destino che si diverte a mescolare le carte?
QUELLA PAROLA: ROYALS, E IL SUO ECO NELLA CULTURA POP
“Royals” non è solo un titolo o una parola tra i tanti: è un simbolo. Evoca
tutta un’atmosfera di esclusività, di lusso fuori scala e club privati a cui –
diciamolo – la maggior parte di noi non accederà mai. E il bello è che Lorde la
prende, la storpia, la sdrammatizza. Non è un caso che la sua hit parli di feste
“non invitate”, denti d’oro solo immaginati e abiti affittati, mai posseduti.
È un titolo che su una maglia sportiva sembra quasi uno scherzo, mentre nel
brano diventa uno slogan potente, quasi una presa in giro della cultura
dell’opulenza. E Lorde ci cavalca sopra come se fosse in uno skate park, non su
un trono d’oro.
Quanti altri pezzi pop si prendono la briga di sottolineare, più che la
ricchezza, il sogno frustrato di chi la gloria la vede in tv ma vive in
periferia, circondato da amici veri e status symbol sbiaditi? C’è un ché di
rivoluzionario, nelle parole che partono da un logo sportivo – roba terra-terra
– e poi si trasformano in bandiera di chi si sente outsider.
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IL FASCINO IRRESISTIBILE DELLE ISPIRAZIONI ASSURDE
Non smette di affascinare il modo in cui le grandi idee spesso sbucano dove meno
te le aspetti. Il segreto, forse, è tutto nel saper vedere il potenziale anche
dove gli altri vedono solo carta stampata o dettagli di sfondo. Le ispirazioni
“fuori dal coro” di Lorde sono una di quelle cose che fanno pensare “e se
succedesse anche a me, scorrendo banalmente Instagram o TikTok?”.
Effettivamente, le leve dietro le creazioni più potenti sono spesso:
* *Curiosità inquieta*: quella voglia di cercare il dettaglio che sfugge agli
altri.
* *Occhio sempre acceso*: sì, perché le idee non hanno orari, né location
predeterminate.
* *Zero paura del non-sense*: tutto può combinarsi, anche le cose più lontane.
Ecco perché la storia di “Royals” sembra un po’ una riscossa contro il mito
della genialità che si mostra solo in momenti “grandi”. A volte basta la
distrazione di un pomeriggio qualsiasi, una foto sfrangiata ai bordi e… ci si
ritrova con un pezzo da record mondiale.
“ROYALS”: L’INNO CHE CI HA FATTI SENTIRE TUTTI UN PO’ LORDE
Alla fine dei giochi, il brano di Lorde ha funzionato perché racconta anche di
noi, non solo di lei. Ammettiamolo: chi non si è mai sentito fuori posto davanti
alla patinatura sparata di certi video musicali, o delle Kardashian di turno?
“Royals” ci ha dato una scusa per sdrammatizzare, per guardarci allo specchio
senza sognare castelli impossibili.
Portando quella parola da una maglia extralarge del campionato americano
direttamente alle playlist di tutto il pianeta, Lorde ha permesso a una
generazione di sentirsi libera di essere in dissonanza. Un inno per chi non ha
mai avuto un cameriere col papillon. Forse è proprio questa la magia: la
capacità di trasformare un dettaglio casuale in un manifesto di orgoglio
semplice, spazzando via l’ansia da prestazione e lasciando spazio all’ironia. E,
sotto sotto, anche un po’ di sana rivincita.
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