Q uando faceva dentro e fuori dagli ospedali psichiatrici, i suoi passatempi
preferiti erano: chiudersi in bagno per fare jumping jack, spalmare il riso sui
bordi della ciotola, guardare le altre ragazze masticare il pane, viaggiare con
una valigia carica di cracker, mele e ceci in scatola. Questa era la vita da
anoressica di Hadley Freeman, giornalista del Sunday Times e autrice di Good
Girls: A Story and Study of Anorexia, pubblicato ora in Italia dall’editore
66thand2nd nella traduzione di Milena Sanfilippo (Brave ragazze. Una storia di
anoressia).
In questo articolo, il termine “anoressica” è volutamente utilizzato
conformemente alla scelta della stessa Freeman, la quale ne rivendica l’uso,
rispetto al più neutrale “persona con anoressia”, dal momento che, quando viene
stretta nella morsa della malattia, una ragazza anoressica diventa a tutti gli
effetti solo un’anoressica: non mangiare, e sopravvivere alla fame che la sbrana
da dentro, è l’unico pensiero che la muove; la fame diventa un’ossessione, una
forza compulsiva che consuma la vita. “Anche più incomprensibile del digiuno
volontario è l’asserzione di non soffrire la fame. Anzi, alcune sottolineano che
godono del senso di fame, che l’aver lo stomaco vuoto e la pancia piatta le fa
sentir bene e se hanno fame sembra loro di essere più sottili” scriveva nel 1978
la psichiatra statunitense Hilde Bruch in The Golden Cage: the Enigma of
Anorexia Nervosa (La gabbia d’oro. L’enigma dell’anoressia mentale, 1983).
Da un punto di vista psichiatrico, l’anoressia è una malattia egosintonica, che
rafforza il carattere e l’identità del soggetto malato: l’anoressia diventa il
proprio nome, la propria carta d’identità. L’anoressica si sente speciale in
virtù di quel controllo che si illude di esercitare sul proprio corpo. “Avevo
sempre desiderato di sentirmi speciale” scrive Freeman “e grazie all’anoressia
ci ero finalmente riuscita”. “Più dimagrivo e più mi convincevo di essere sulla
buona strada. Volevo anche essere lodata per essere qualche cosa di speciale e
volevo che mi si ammirasse per quello che facevo” racconta, invece,
l’adolescente Fanny, la cui storia clinica viene raccontata ed esaminata da
Hilde Bruch in La gabbia d’oro. Identificandosi nella malattia, l’anoressica
rifiuta la cura perché quest’ultima la svuoterebbe del suo vero sé. Che cos’è
l’anoressia? Che tipo di ragazza diventa anoressica? Dove nascono le idee nella
testa di una persona anoressica? Cosa, o chi, genera, nelle loro menti, quel
grosso serpente nero che le costringe a un’autopunizione eterna? Questi sono
solo alcuni dei quesiti che l’autrice si pone, raccontando e riflettendo sulla
sua esperienza ventennale di malattia.
> Da un punto di vista psichiatrico, l’anoressia è una malattia egosintonica,
> che rafforza il carattere e l’identità del soggetto malato: l’anoressia
> diventa il proprio nome, la propria carta d’identità.
Nata a New York nel 1978, Freeman, all’età di undici anni, si trasferì a Londra
con la famiglia, ebrea benestante. Frequentò istituti privati femminili dove si
distinse come adolescente diligente ma insicura che si aggrappava alle regole
“come ai pioli di una scala”. Proprio tra le mura di scuola, ebbe luogo quello
che i medici definiscono “fattore precipitante” o “causa scatenante”: se è
infatti impossibile, e anche inutile, rinvenire una motivazione univoca nella
scaturigine dei disturbi del comportamento alimentare, dal momento che si tratta
di patologie multifattoriali e complesse, è tuttavia possibile individuare un
momento d’innesco che, il più delle volte, equivale a un commento maligno,
rivolto da un familiare, amico, insegnante, verso il proprio corpo. Durante la
temuta ora di educazione fisica, una sua compagna di classe – colei che “godeva
dell’identità della più magra” – fissò lo sguardo sui suoi ossuti arti distesi
sul pavimento della palestra, li confrontò con quelli “torniti” di Hadley e,
come una serpe dalla lingua biforcuta e maledica, le bisbigliò all’orecchio:
“Magari fossi normale come te”.
Fu la parola “normale” ad appiccare il fuoco nel cervello di Hadley, esplodendo
in lei come una vampa vertiginosa, innestandole dentro il seme di quella
malattia sbagliata fin dalla sua stessa denominazione. Da un punto di vista
etimologico, infatti, il termine anoressia deriva dal greco ἀνορεξία, composto
dalla particella privativa ἀν- (senza) e il sostantivo ὄρεξις (appetito).
Chiunque sia stata anoressica, o abbia avuto a che fare con un’anoressica, è
consapevole che non esiste persona al mondo più affamata dell’anoressica stessa:
il terrore di una fame senza confini induce il soggetto ad affamarsi, a ridursi
alla fame e a rifiutare il proprio desiderio.
Come ha scritto Massimo Recalcati, psicoanalista lacaniano e autore, tra gli
altri, di L’ultima cena. Anoressia e bulimia (2024), l’anoressia è una patologia
del rifiuto: non solo rifiuto del cibo, ma di tutto quello che viene dall’Altro,
negazione dell’Altro e della relazione con l’Altro. Hadley Freeman racconta
infatti che, in seguito a quel commento, si trasformò in un’adolescente
“indemoniata e inavvicinabile” che si asserragliava nella propria stanza per
sfinirsi in un’afinalistica attività motoria, e che disertava la tavola
familiare, simbolo della convivialità alimentare. “Ecco qual è forse il ricordo
più vivido: la solitudine” scrive l’autrice “proprio non lo capivo quello che mi
stava succedendo e, con ogni evidenza, non lo capiva nessun altro”.
> Come ha scritto Massimo Recalcati, l’anoressia è una patologia del rifiuto:
> non solo rifiuto del cibo, ma di tutto quello che viene dall’Altro, negazione
> dell’Altro e della relazione con l’Altro.
Lo statuto stesso dell’anoressia è la sua profonda inintelligibilità: questa
malattia, non la capisce appieno nessuno, né l’anoressica né un suo familiare né
tantomeno il suo curante – non a caso, l’opera di Bruch ha come sottotitolo
L’enigma della malattia. Una cosa, però, è certa: l’incommensurabile assurdità
di chi s’impunta a rintracciare il colpevole dell’anoressia nell’universo della
moda, con le sue modelle che sfilano filiformi su una passerella, o nel mondo
dei social network. L’anoressia è una malattia socioculturale e la moda, così
come i social, sono un tassello di quella secolare cultura patriarcale che
identifica “l’essere femmina” nei caratteri comportamentali dell’abnegazione,
fragilità e sottomissione.
Fin da quando si è bambine, infatti, ci viene impartito di dominarci, fare
silenzio, essere accondiscendenti e perfette. Basti pensare a uno dei film
animati targati Disney, più visti e amati dalla popolazione infantile attuale:
Frozen – Il regno di ghiaccio (2013). Ispirandosi all’antica fiaba anderseniana
La regina delle nevi, Frozen narra la storia di Elsa, una principessa della
Scandinavia, costretta, fin dall’infanzia, a reprimere e soffocare i suoi poteri
di “criomante”. “Sii la brava ragazza che devi essere sempre/Nascondi, non
sentire, non farglielo sapere” canta Elsa, asserragliata nella sua gabbia di
gelido perfezionismo e profonda infelicità. Come ribellarsi a quella pressante
richiesta di perfezionismo senza incorrere nella morte a cui fu costretta
Vilgefortis, la prima principessa anoressica della storia?
Il primo caso mai registrato di digiuno femminile autoimposto si data tra il 700
e il 1000 d.C., quando il re pagano del Portogallo offrì la propria figlia in
moglie al re di Sicilia. Convertitasi al cristianesimo e fatto voto di castità,
la principessa Vilgefortis smise di mangiare, opponendo così un chiaro rifiuto
alla vita che il padre aveva stabilito per lei. Attraverso il suo corpo,
scarnificato dalla fame e ricoperto di peluria – come spesso succede ancora oggi
alle anoressiche – Vilgefortis, cioè “vergine forte”, manifestò concretamente la
sua rabbia nei confronti dell’ordine costituito. Punita, per volontà del
furibondo padre, con la crocifissione, Vilgefortis, raffigurata con la barba
nell’iconografia religiosa, venne venerata in tutta Europa fino al 1969 quando
il suo culto ufficiale, mai diffusosi in Italia, fu abolito poco dopo il
Concilio Vaticano II. La sua raffigurazione barbuta si può, però, riconoscere
ancora oggi in diverse pale d’altare, non ultimo il Trittico di santa Liberata
di Hieronymus Bosch (1495-1505 circa), in cui una giovane donna, dai capelli
lunghissimi, gli occhi spenti e una leggera peluria attorno alle labbra, è in
procinto di essere crocifissa.
> L’anoressia è una malattia socioculturale e la moda, così come i social, sono
> un tassello di quella secolare cultura patriarcale che identifica “l’essere
> femmina” nei caratteri comportamentali dell’abnegazione, fragilità e
> sottomissione.
Santa Vilgefortis è una delle molteplici manifestazioni viventi della “santa
anoressia”, espressione coniata dallo storico americano Rudolph M. Bell
nell’importante saggio, divenuto ormai un classico, La santa anoressia. Digiuno
e misticismo dal Medioevo a oggi (1998). Esaminando il profilo di sante italiane
vissute tra il Dodicesimo e il Diciassettesimo secolo – tra cui Chiara d’Assisi,
Caterina da Siena e Veronica Giuliani –, Bell indica una stretta vicinanza tra
la mortificazione corporea autoinflittasi dalle sante, con i loro continui
digiuni e autoflagellazioni, e i comportamenti autolesionistici della moderna
anoressia: come le sante si annichilivano per farsi più vicine a Dio, le ragazze
anoressiche si accaniscono sul corpo per distaccarsi dalla propria identità
amorfa e raggiungere un ideale anonimo e verticale di scarnificazione.
Quindi, il rifiuto del cibo e l’etereità corporea come forme di estrema
ribellione contro quelle ataviche strutture sociali patriarcali nelle quali le
donne si trovavano, e si trovano irregimentate. “Il piatto diventò il mezzo
espressivo di coloro alle quali veniva negato il diritto di esprimersi e non era
mai stata insegnata la capacità di manifestare apertamente i propri desideri”
scrive la giornalista Annabelle Hirsch in Il piatto. Una storia di donne, di
appetiti e di emancipazione in un oggetto quotidiano (2025). Nel suo breve ma
illuminante saggio sul significato del piatto, e del mangiare, nella prospettiva
femminista, Hirsh racconta “la guerra combattuta con i piatti”, a partire dal
diciannovesimo secolo, dalle suffragette britanniche contro il governo inglese
per ottenere il diritto di voto. Attraverso lo sciopero della fame, divenuto
oggi una pratica di pressione politica ampiamente diffusa, le suffragette,
capeggiate da Emmeline Pankhurst, fecero del proprio corpo “un’arma politica per
uscire dall’impotenza” e, se le loro precedenti manifestazioni pacifiche con i
cartelli, le loro argomentazioni e parole furono ignorate, solo quando
s’avvalsero del proprio corpo, si guadagnarono l’ascolto degli uomini, riuscendo
a ottenere, nel 1918, il riconoscimento del diritto di voto.
> Attraverso lo sciopero della fame, divenuto oggi una pratica di pressione
> politica ampiamente diffusa, le suffragette britanniche, capeggiate da
> Emmeline Pankhurst, fecero del proprio corpo “un’arma politica per uscire
> dall’impotenza”.
Cos’è l’anoressia moderna se non un tentativo di estraniarsi dalla società, e
dalle sue leggi, ma anche di fuggire dalla sessualizzazione a cui si va incontro
nell’adolescenza? La persona anoressica ha paura della propria femminilità,
dell’oggettivazione corporea e sessualizzazione, e il suo desiderio, il fine
ultimo del suo annientamento, è il raggiungimento di un corpo asessuato.
L’anoressica perde le mestruazioni, il seno, il sedere perché vuole scomparire
agli occhi altrui e, nello stesso tempo, quel corpo è l’unico strumento a sua
disposizione per comunicare rabbia, paura e tristezza. L’anoressia è, infatti,
una patologia afona, un modo per comunicare il proprio stato d’animo senza dover
aprire bocca.
“Vorrei dire alle ragazze che i loro corpi non sono una manifestazione esteriore
di ciò che sono. Vorrei dire che non sono chiamate a essere accomodanti e carine
e non sarà la fine del mondo se deludono o fanno arrabbiare qualcuno (persino i
loro genitori), e che non devono ridursi alla malattia per essere perdonate o
per potersi concedere la rabbia; anzi, meglio evitare, perché essere malate è
davvero una rogna, per loro e per chi le circondano” scrive Freeman che, dopo
nove ricoveri ospedalieri e un pluridecennale percorso ambulatoriale, ha
finalmente abbracciato una vita più ricca di quella imposta dai limiti della
malattia.
Se l’anoressia ha ucciso alcune sue compagne di ricovero, decedute per suicidio
o complicazioni cardiache, Hadley Freeman ne è uscita viva ma, nonostante la
guarigione, sente ancora bruciare dentro di sé quella scissione creatasi a
undici anni quando una compagna di classe le sussurrò all’orecchio la parola
“normale”. Sovente, inoltre, mentre cammina per strada, o fa la coda alla cassa
del supermercato, le si materializza davanti una ragazza, o una donna,
evidentemente anoressica, di fronte a cui il suo mondo si blocca, rimpiombandola
in quell’epoca fatta di biscotti sbriciolati, integratori alimentari consumati a
forza e passi strascicati lungo un corridoio d’ospedale. Poi, al dileguarsi
improvviso della ragazza, come fosse stata un’apparizione o un fantasma dal
passato, Freeman riapre gli occhi e fa ritorno nel Mondo Reale.
> Cos’è l’anoressia moderna se non un tentativo di estraniarsi dalla società, e
> dalle sue leggi, ma anche di fuggire dalla sessualizzazione a cui si va
> incontro nell’adolescenza?
Non esiste un lieto fine nell’anoressia, una fiamma di quell’incendio continuerà
a scoppiettare per l’eternità, impossibile da soffocare. Però, a un certo punto,
nessuno sa quando e perché, può scattare qualcosa dentro il soggetto anoressico
che comincia a pensare: “non voglio che la mia vita sia questa”. Se l’antichità
non offriva nessuna possibilità di fuga e la santa sanciva – crocifissa come
Vilgefortis o bruciata su un rogo come Giovanna d’Arco – il proprio sposalizio
con Dio, la ragazza anoressica può trovare, in una società sicuramente più
moderna rispetto a quella del Duecento, nuove forme di vita che le consentano di
liberarsi dal fardello della propria identità anoressica, rientrare nel mondo e
rialimentare il desiderio.
L'articolo Uscire vive dalla “santa anoressia” proviene da Il Tascabile.