G li ingredienti per girare un film d’avventura ci sono tutti: un tesoro sepolto
in fondo al mare concupito da avventurieri privi di scrupoli; un controverso
governatore caraibico che si prodiga affinché il diritto del mare trionfi;
lettere di corsa rilasciate da Paesi compiacenti che preferiscono non esporsi
apertamente. L’elemento di rottura con gli innumerevoli franchise sui pirati è
l’ambientazione: la vicenda non si svolge al largo di isole tropicali bensì nei
gelidi abissi a migliaia di metri sotto la superficie. A spronare questi novelli
cercatori di tesori non c’è nessun forziere di dobloni o smeraldi. La posta in
palio è ben più attuale. I fondali oceanici sono infatti costellati di minerali
e di altri elementi fondamentali per le transizioni energetica e digitale. In
una società affamata di metalli preziosi e terre rare, la cui estrazione sulla
terraferma è ambientalmente onerosa e politicamente delicata, quella terra di
nessuno rappresentata dagli abissi oceanici oggi fa gola a molti. Anche perché,
assicurano alcuni addetti ai lavori, potrebbe essere solamente questione di
tempo ‒ poco ‒, prima che l’International Seabed Authority (ISA), un’agenzia
indipendente affiliata alle Nazioni Unite e chiamata a normare il settore,
conceda il via libera all’estrazione mineraria commerciale nelle acque
internazionali.
L’antefatto
L’elettrificazione del sistema energetico mondiale, alimentata da fonti di
energia rinnovabili, assorbe una quantità impressionante e disparata di materie
prime. Lo stesso vale per l’altra grande rivoluzione della nostra epoca: quella
digitale. Dai magneti permanenti delle pale eoliche ai motori elettrici delle
automobili, passando per batterie e altri componenti che rendono piccoli e
leggeri gli smartphone e i laptop, il nostro presente e soprattutto il nostro
futuro dipendono dal crescente impiego di una serie di elementi che, a ragion
veduta, sono classificati come “critici” nell’approvvigionamento, per ragioni
sia geologiche sia geopolitiche. Per esempio, secondo l’Agenzia internazionale
dell’energia, la domanda di litio, cobalto, nichel, rame e neodimio aumenterà da
1,5 a 7 volte entro il 2030 nel tentativo di azzerare le emissioni nette di
anidride carbonica.
> In una società affamata di metalli preziosi e terre rare, la cui estrazione
> sulla terraferma è ambientalmente onerosa e politicamente delicata, quella
> terra di nessuno rappresentata dagli abissi oceanici oggi fa gola a molti.
Il riciclo e l’innovazione tecnologica – attraverso l’ottimizzazione
nell’impiego o la sostituzione con altri materiali – ridurranno in parte la
domanda di materie prime critiche, che tuttavia non potrà prescindere
dall’intensificazione dell’estrazione mineraria. La questione è spinosa, per
molteplici motivi, non da ultimi l’accettazione di nuove miniere da parte della
popolazione – il settore è storicamente tra i più inquinanti – e le tempistiche
della coltivazione del giacimento: dall’inizio dei lavori al momento in cui
vengono estratti i primi materiali trascorrono in media diciassette anni. E
così, in uno scenario dominato sulla terraferma dall’incertezza della fornitura
e da monopoli minerari, nell’ultimo decennio l’attenzione si è spostata (anche)
sui mari.
Scavare a fondo
All’interno della propria zona economica esclusiva – approssimativamente fino a
200 miglia nautiche dalla costa (circa 370 chilometri) – gli Stati dispongono
quasi liberamente delle riserve naturali, compresi i fondali marini. Qui vengono
condotte attività estrattive longeve e rodate, basti pensare che le prime
piattaforme petrolifere furono installate nel Golfo del Messico quasi un secolo
fa, mentre il dragaggio dei diamanti dai fondali costieri iniziò in Namibia già
negli anni Sessanta del secolo scorso. Tuttavia, con alcune eccezioni – alcune
delle trivelle più recenti possono scendere sotto i duemila metri – le
operazioni sono condotte in acque perlopiù superficiali, in genere limitate a
poche centinaia di metri di profondità. Scavare più a fondo introduce sfide
differenti: le profondità oceaniche sono tra gli ambienti più estremi del
pianeta.
Negli ultimi anni un numero crescente di Stati, soprattutto nazioni oceaniane,
ha condotto progetti pilota di estrazione dalle (proprie) acque profonde. Dato
che gli idrocarburi sono stati i capostipiti del settore, la definizione di
“acque profonde” è mutuata dagli standard dell’ingegneria petrolifera – per
esempio quello statunitense e norvegese – che ne pongono il limite a profondità
differenti ma sempre maggiori di 200 metri. Tuttavia, sono soprattutto le vaste
distese abissali, solo vagamente regolamentate da convenzioni internazionali
come quella sul diritto del mare (UNCLOS, United Nations Convention on the Law
of the Sea, 1982) o il più recente trattato 30×30 per la tutela dell’Alto Mare,
a interessare le aziende. Quella più promettente è la cosiddetta zona di
Clarion-Clipperton (CCZ, Clarion–Clipperton Zone), un’enorme pianura abissale
tra il Messico e le Hawaii. Più vasta dell’Unione Europea, la CCZ è una delle
regioni più incontaminate e meno conosciute del pianeta, e si estende ben al di
sotto dei 4000 metri di profondità nell’Oceano Pacifico.
I minerali più ambiti
I depositi abissali più promettenti sono di tre tipi. Il primo include le
sorgenti idrotermali, attive o inattive, che riversano acqua geotermale lungo i
confini delle placche tettoniche. Questi massicci camini sottomarini producono
enormi depositi di solfuri ricchi di rame, zinco, piombo e oro.
> La quantità totale di nichel e cobalto ricavabili dalla zona di
> Clarion-Clipperton potrebbe eguagliare o addirittura superare i relativi
> giacimenti sulla terraferma.
Un secondo tipo di deposito, le croste di cobalto, si forma per la
precipitazione dei metalli presenti nell’acqua sulla roccia compatta delle cime
e dei fianchi delle montagne sottomarine. Oltre al cobalto contengono nichel e
altri metalli utili. Le croste crescono a un ritmo molto lento – pochi
millimetri ogni milione di anni – e sono particolarmente impegnative da
prelevare poiché devono essere staccate dalle ripide pareti di roccia
sottostanti, difficili da affrontare sott’acqua.
L’interesse per la CCZ – e in misura minore per il bacino del Perù e altre
regioni remote dei tre oceani – è però dovuto all’abbondanza della terza
tipologia di deposito: le sconfinate distese di noduli polimetallici posati, o
solo leggermente sepolti, sui fondali tra i 4000 e i 6000 metri di profondità.
Anche questi sassi scuri, delle dimensioni di un pugno, hanno milioni di anni.
Si formano dalla lenta precipitazione dei metalli attorno a un frammento
costituito da un pezzo di conchiglia, un dente di squalo o da altri detriti.
L’anatomia dei noduli prevede strati concentrici di ossidi di manganese e di
ferro. Ma il loro valore economico è costituito dal contenuto di nichel, rame,
cobalto e di altri elementi in traccia come litio e terre rare. Secondo alcune
stime, la quantità totale di materiali ricavabili dalla CCZ è ragguardevole
tanto che, per elementi come il nichel o il cobalto, potrebbe eguagliare o
addirittura superare i relativi giacimenti sulla terraferma.
La strategia per prelevare i noduli prevede l’impiego di robot raccoglitori
controllati da remoto – ciascuno dei quali delle dimensioni di una
mietitrebbiatrice – che raschino lo strato superficiale del fondale pompando i
noduli in ampi tubi di risalita lunghi chilometri, fino a raggiungere le navi
d’appoggio. Qui il materiale è setacciato e separato dal sedimento che invece
viene scaricato in mare tramite un pennacchio.
L’impatto ambientale
Profondità e pressione estreme non costituiscono un reale ostacolo per lo
sfruttamento degli abissi. La tecnologia di base, sviluppata per altri scopi o
ambienti, è in buona parte già disponibile. Tuttavia, nonostante i massicci
investimenti previsti sia da parte del settore pubblico sia di quello privato,
le iniziative commerciali stentano a decollare. Gli smisurati costi iniziali e
le basse quotazioni storiche dei minerali hanno finora alimentato la diffidenza
degli investitori, ulteriormente frenati dalla mancanza di norme certe e
dall’ostilità di scienziati, ambientalisti e comunità costiere.
> Le attività estrattive tradizionali rilasciano in mare sostanze inquinanti, i
> rumori prodotti dagli impianti stordiscono gli organismi acquatici, le
> operazioni di dragaggio annichiliscono qualunque forma di vita, mentre il
> rilascio di sedimenti nella colonna d’acqua soffoca gli organismi.
Sebbene siano necessarie ulteriori ricerche sull’impatto a lungo termine
dell’attività mineraria in acque profonde, non c’è dubbio che esso rappresenti
la principale incognita. In generale – al netto di catastrofi come quella della
piattaforma Deepwater horizon – le attività estrattive tradizionali sono
accusate di rilasciare in mare sostanze inquinanti mentre i rumori prodotti
dagli impianti, emessi a bassa frequenza, disorientano e stordiscono gli
organismi acquatici. Le operazioni di dragaggio annichiliscono qualunque forma
di vita dei fondali mentre il massiccio rilascio di sedimenti nella colonna
d’acqua soffoca gli organismi. A questi vanno sommati una serie di possibili
impatti indiretti su settori come quello della pesca e della sicurezza
alimentare nonché sulla capacità dei fondali oceanici – e, sorprendentemente,
anche dei pesci mesopelagici – di assorbire anidride carbonica e, dunque, di
contrastare il cambiamento climatico.
In concomitanza con il crescente appetito minerario, e in parte grazie proprio a
questo, nell’ultimo decennio gli studi sull’ecologia di queste regioni si sono
moltiplicati, scardinando alcune delle nostre certezze. Se fino a non molto
tempo fa gli abissi marini erano ritenuti dei deserti per la vita, quantomeno a
confronto con le più produttive acque superficiali, oggi siamo consapevoli che
esse rappresentano il più vasto spazio abitabile del pianeta. Esso ospita decine
di migliaia di specie note ma alcune stime lasciano supporre che quelle ignote
siano alcuni milioni. A conferma di quanto poco ne sappiamo tuttora, uno studio
pubblicato nel luglio 2024 ha dimostrato il contributo fondamentale dei noduli
polimetallici anche nel garantire la disponibilità di ossigeno sui fondali
oceanici. Non stupisce perciò che le distese di noduli polimetallici
costituiscano degli hotspot di abbondanza e diversità abissale, con gran parte
della fauna che vive attaccata a essi o nei sedimenti immediatamente
sottostanti.
C’è anche a chi piace
Che avvenga in mare o sulla terraferma, l’estrazione mineraria non è mai una
faccenda pulita. E difficilmente potrà, un giorno, diventarlo. Tuttavia, con la
richiesta di metalli e terre rare che cresce a un ritmo compreso tra il 3 e il
5% annuo, da qui al 2050 dovremo estrarre più metalli di quanti ne siano stati
estratti finora nell’intera storia dell’umanità per sostenere la transizione
energetica. Perciò, notano i favorevoli allo sfruttamento degli abissi, la vera
incognita non è se aprire o meno nuove miniere. Ma dove. In quest’ottica, lo
sfruttamento delle acque profonde rappresenta una valida alternativa
all’apertura di nuove miniere sulla terraferma – o, più realisticamente, alla
riduzione del loro numero.
> Per sostenere la transizione energetica dovremo estrarre nei prossimi
> trent’anni più metalli di quanti ne siano stati estratti nella storia. La vera
> incognita non è se aprire o meno nuove miniere. Ma dove.
Le piane abissali non presentano alcuni dei rischi associati all’estrazione
continentale come la devastazione di vasti territori, la deforestazione,
l’inquinamento delle falde, l’espropriazione dei terreni alle popolazioni
indigene. Inoltre, trattandosi di un’attività in buona parte robotizzata,
l’estrazione in acque profonde metterebbe freno alla ben nota piaga dello
sfruttamento della manodopera, inclusa quella minorile, tuttora piuttosto comune
nel settore estrattivo.
Non da ultimo, va considerato l’interesse di quei Paesi il cui sottosuolo è
povero di risorse minerarie, come per esempio Giappone o Corea del Sud, ma nelle
cui acque si trovano giacimenti enormi. Anche la Cina, Paese egemone
nell’estrazione delle terre rare, sta dando priorità all’estrazione mineraria
dai fondali marini investendo massicciamente in tecnologie e promuovendo
l’esplorazione. Già nel 2016, il presidente Xi Jinping dichiarava che la nazione
aveva il dovere di “mettere le mani sui tesori nascosti dell’oceano”. La
conquista degli abissi piace anche nel vecchio continente: nel 2024 la Norvegia
ha approvato l’esplorazione mineraria nelle proprie acque territoriali mentre il
Regno Unito spinge per una celere approvazione dello sfruttamento minerario
delle acque internazionali.
Chi controlla il controllore
Come detto, la giurisdizione sulle operazioni minerarie nei fondali oceanici è
in capo all’International Seabed Authority (cioè l’autorità internazionale dei
fondali marini) che ha sede a Kingston, in Giamaica, ed è composta dai 168 Stati
membri che hanno ratificato la Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del
mare più l’Unione Europea. Fondata nel 1994, l’ISA ha disciplinato
l’esplorazione di noduli polimetallici nelle acque internazionali già nel 2000.
Tuttavia, nei due decenni seguenti, l’agenzia non è riuscita a partorire un
regolamento sulla loro estrazione.
> Le piane abissali non presentano alcuni dei rischi associati all’estrazione
> continentale come la devastazione di vasti territori, la deforestazione,
> l’inquinamento delle falde, l’espropriazione dei terreni alle popolazioni
> indigene.
Il vuoto normativo è detonato in tutto il suo clamore nel 2021 quando lo stato
oceaniano di Nauru ha notificato all’ISA l’intenzione della Nauru Ocean
Resources Inc., filiale della canadese The Metals Company, di avviare un
progetto di estrazione mineraria nella CCZ, avvalendosi di una disposizione
contenuta nella Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare nota come
‘regola dei due anni’. La regola stabilisce che, a distanza di due anni dalla
notifica, l’ISA debba “considerare” e “approvare provvisoriamente” le domande di
estrazione mineraria, indipendentemente dal fatto che sia stato concordato o
meno un insieme definitivo di regolamenti. Scaduti i termini nel luglio del
2023, i negoziati si sono conclusi con un nulla di fatto, rinviando la decisione
alla sessione di luglio 2025.
Nel frattempo, nell’agosto 2024, l’assemblea dell’ISA ha rimosso il controverso
avvocato britannico Michael Lodge dall’incarico di segretario generale per via
dei suoi stretti legami con l’industria mineraria. Al suo posto, è stata eletta
l’oceanografa brasiliana Leticia Carvalho, che ha promesso di impegnarsi a
ricostruire la fiducia nell’agenzia e di voler improntare i negoziati sul
principio di precauzione a tutela del mare. Un messaggio ben accolto dal fronte
dei 32 Stati che chiede una moratoria sullo sfruttamento dei fondali marini in
assenza di dati certi sul suo impatto. D’altro canto, notano alcuni esperti,
ulteriori indugi da parte dell’ISA potrebbero rivelarsi controproducenti tanto
quanto un disciplinare frettoloso. Considerati gli interessi in gioco, questa
impasse potrebbe infatti spingere aziende e Stati a procedere in ordine sparso
invece che all’interno dei paletti fissati da una regolamentazione
internazionale univoca.
L’accettazione sociale
Il domani ci riserva dunque delle miniere sottomarine? Sebbene leggere il futuro
sia prerogativa degli oracoli, emblematico è il fallimento di quello che avrebbe
dovuto essere il primo progetto di estrazione mineraria in mare aperto,
localizzato a 1600 metri di profondità nel mare di Bismarck, all’interno della
zona economica esclusiva della Papua Nuova Guinea.
> Nonostante il fallimento del primo progetto di estrazione mineraria in mare
> aperto, i governi e le imprese di deep-sea mining difficilmente rinunceranno
> ai tesori nascosti dei fondali.
Ottenuta nel 2011 una concessione ventennale per estrarre solfuri polimetallici
nel sito Solwara-1, Nautilus Minerals divenne bersaglio delle organizzazioni
ambientaliste che bloccarono a oltranza l’avvio dell’estrazione facendo leva
sulle numerose lacune della valutazione di impatto ambientale. La strategia
dell’azienda canadese prevedeva infatti l’impiego di tre colossali raccoglitrici
il cui incedere sarebbe stato preceduto da un veicolo ausiliario per spianare i
camini idrotermali, con conseguenze difficilmente quantificabili, ma senza
dubbio nefaste, per gli ecosistemi locali. Negli anni seguenti, ulteriormente
dissanguata da un contenzioso sulle royalties con il governo papuano, Nautilus
Minerals ha visto i suoi investitori diradarsi, ormai sfiduciati dal continuo
rinvio delle operazioni. L’inevitabile bancarotta dei canadesi nel 2019 non ha
messo fine alla vicenda: la concessione è stata infatti acquistata da una
società anglo-omanita che fin dal nome non fa mistero delle proprie ambizioni:
Deep Sea Mining Finance Limited.
Nel mare di Bismarck come altrove, il richiamo degli abissi non smetterà mai di
ammaliare i marinai. Capitani d’impresa inclusi.
L'articolo Scavare gli abissi proviene da Il Tascabile.