“W e’ve got to get in to get out” recitava il verso di una delle canzoni più
intense della storia della musica: ovvero “The carpet crawlers” dei Genesis. È
una frase che mi ripeto spesso nei momenti di crisi, “per uscirne devi entrarci
dentro”, ed evidentemente anche Peter Gabriel, autore del testo, se l’è ripetuta
in quel periodo storico che coincide con l’uscita di The Lamb Lies Down on
Broadway (1974), album da cui è tratto il pezzo e che fu a tutti gli effetti un
disco di passaggio tra il Gabriel frontman dei Genesis e il Gabriel solista;
allo stesso tempo anche i Genesis si trasformarono da quasi backing band
dell’intellettuale Gabriel a gruppo popolarissimo e autonomo da qualsivoglia
“teatralità” che invece era centrale con il caro Peter (caso vuole che le uniche
cose non cantate da Gabriel nel disco vedano l’ugola di Phil Collins, che poi
prenderà il toro per le corna diventando la voce principale). Fervono i
preparativi per la ristampa (in uscita a giugno) dell’album in versione super
deluxe tramite la Warner, che conterrà anche i famigerati audio live in buona
qualità del 1975 del tour correlato, che da sempre fanno gola ai fan costretti a
raschiare dai bootleg. Documenti dello zenith per una formazione che – in quella
guisa ‒ non poteva dare di più: e questo “di più” è appunto un concept album
delirante e visionario al limite dello psicodelirio che però – col senno di poi
– si rivela profetico e lungimirante su vari aspetti della nostra società
attuale, distopico dal punto di vista letterario quanto “transumanista” dal
punto di vista sonoro e multimediale, soprattutto ovviamente nel contesto dei
live (un’artista come Rebecca Allen è stata influenzata nelle sue ricerche nella
videoarte proprio dai Genesis di quel periodo). L’importanza di The Lamb Lies
Down on Brodway sta nel fatto che è un concept album forse inconsciamente
pensato per abbattere il progressive e portarsi verso lidi sconosciuti che del
prog non sanno più che farsene (sia il Gabriel solista sia i Genesis mark II
abbandoneranno in effetti il genere duro e puro per gettarsi in territori più
sperimentali e wave l’uno, e in zone art pop i secondi); la trama ‒ piena di
colpi di scena, complessa e spesso di difficile comprensione vista la mole di
metafore, citazioni e paradossi immaginifici ‒ è in soldoni questa.
> L’importanza di The Lamb Lies Down on Brodway sta nel fatto che è un concept
> album forse inconsciamente pensato per abbattere il progressive e portarsi
> verso lidi sconosciuti che del prog non sanno più che farsene.
Rael è un teppistello portoricano uscito dal riformatorio che odia tutti,
frequenta gang e ama taggare il suo nome con lo spray per tutta New York. A un
certo punto, a Brodway, vede un agnello disteso tra i vapori della strada: si
alza una nuvola scura e si tramuta in una specie di schermo cinematografico che
lo fagocita. Rael si rimpicciolisce come una mosca e, come questa, spicca il
volo finché non cade nei sotterranei della città, dove esiste un mondo assurdo e
mai visto prima. Si sveglia avvolto in una lanugine che sembra un bozzolo, quasi
un ventre materno, in una grotta che lo imprigiona tra stalagmiti e stalattiti,
con una parete che vuole schiacciarlo e in questo momento la sua paura si
materializza in stato solido, liquido e acido: proprio di quella sostanza è
fatta la gabbia che ora gli si rimpicciolisce addosso. Intorno a lui tante altre
gabbie piene di persone, che formano quasi una stella. È come se fossero tutti
lì per pagare un fio: quello di aver vissuto senza riconoscere la propria paura
e debolezza. In questa situazione non serve a nulla fare il coatto come tra le
gang a New York, qui la maschera cade. Gli appare quello che sembrerebbe suo
fratello John (ma forse non ha un fratello, è una situazione onirica); lo chiama
ma lui si allontana girandosi mentre piange sangue e la gabbia sparisce.
A Rael si allungano gli arti improvvisamente e viene catapultato nel vuoto, fino
a cadere sul pavimento di una fabbrica, destato da un suono di trenino
giocattolo; una donna/bambola gli mostra come le persone vengono impacchettate e
stipate a dovere, in una fabbrica che produce esseri umani e li vende, tutti con
un numero di serie sulla fronte; Rael si accorge che ci sono anche degli
elementi della sua gang e suo fratello, con il 9 stampato in fronte. Sono
persone che non avranno mai la possibilità del libero arbitrio, veri e propri
prodotti in serie. E a quel punto Rael torna con la memoria alla sua vita libera
di New York: l’infanzia in riformatorio, la fuga e poi la gang e una vita di
rapine, ma anche un giorno in cui trova un porcospino per terra e lo accarezza;
il suo cuore è come quel porcospino e sogna che un rasoio d’acciaio glielo rada.
Rael allora attraversa un corridoio, il cui pavimento è ancora una volta fatto
di lana d’agnello rossa, che pulsa e parla: intorno ci sono forme di vita
incellophanate, nel corridoio uomini strisciano verso una porta di legno con un
occhio che ammicca, la porta lo attende arrivare e quando si apre c’è una tavola
imbandita e una scala a chiocciola che sale verso l’alto. Rael cammina sulla
scala e lì lo aspetta la camera dalle 32 porte: un sacco di gente e di voci, un
caos infernale che impedisce al protagonista di parlare e pensare. Solo una
porta conduce fuori: a un certo punto Rael urla a tutti di tacere, e come per
magia ecco il silenzio.
Compare Lillywhite Lilith, una donna cieca che gli chiede di aiutarla ad
attraversare la folla che grida sempre più forte; lei lo incalza a non avere
paura perché qualcuno sta arrivando per lui. Chi? La morte, che dopo il crollo
del tunnel nel quale i due stavano passando, forse conseguente al lancio di una
pietra da parte di un impaziente Rael, suona il campanello nella sala d’aspetto
dove si fa largo “l’anestesista sovrannaturale”; Rael viene anestetizzato e si
rende conto che la morte è solo un’allucinazione indotta, e cammina in un
corridoio che un lampadario illumina fino a una camera meravigliosa piena di
profumi, dove c’è una piscina di acqua rosa dalla quale emergono tre donne
serpente di colore rosso. Sinuose nella metà serpente, irresistibili nella metà
donna: sono le Lamia, che bevono il sangue dei giovani uomini e ne mangiano le
carni. Rael si muove automaticamente verso di loro, oramai privo di resistenza e
ha un rapporto sessuale estatico con loro, che nel frattempo lo leccano e lo
assaggiano, ma una volta bevuto il suo sangue muoiono sul colpo. Rael non è il
giovane innocente che credevano, è avvelenato dalla vita.
La piscina diventa ghiaccio, Rael è come una barca vuota nell’oceano, che si
dirige verso una colonia di mostri, gli Slippermen, orrendi esseri gelatinosi
pieni di protuberanze, bubboni e lacerazioni che hanno avuto la stessa
esperienza con le Lamia e ripetono che lui è oramai diventato come loro. Tra
questi esseri c’è anche il fratello John, che gli rivela l’unico modo per
tornare umano, cioè andare dal dottor Dyper e farsi castrare; i loro peni
vengono infilati in tubi gialli e appesi attorno al loro collo, ma un corvo ruba
a Rael il suo tubo, e lui lo insegue perdendo di vista il fratello. Il corvo
butta il tubo in acqua: Rael deve gettarsi a recuperarlo ma a un certo punto,
sul ciglio del fiume, nota una finestra che lo porterebbe direttamente a
Broadway, a tornare indietro e salvarsi. Il nostro sta per andare ma nell’acqua
suo fratello John urla chiedendo aiuto. Costui sembra stranamente sempre più
simile a Rael, il quale decide di abbandonare Broadway e le sue luci per aiutare
il fratello, a costo di rimanere in quella dimensione; si butta nelle rapide che
sembrano avere un volto che gli sorride, c’è quasi un cataclisma, Rael sta per
cedere perdendo John e il controllo della situazione, ma ce la fa con un ultimo
colpo di reni. Poi le rapide si calmano e lui si trova davanti a John che è di
spalle: lo gira e come in una rivelazione John ha il suo stesso volto. Rael ha
salvato non suo fratello, ma sé stesso, e a questo punto cambia forma e diventa
un’essenza indefinita, tanto al di sopra di tutto quanto in tutte le cose. Non
c’è il rischio, riassumendo la storia, di fare spoiler per il semplice fatto che
Gabriel lascia il finale all’ascoltatore, confondendolo ancora di più con frasi
come “if you think that it’s pretentious, you’ve been taken for a ride” o
citando beffardamente i Rolling Stones (“Cause it’s only knock and know all, but
I like it”): come a dire che probabilmente tutte le esperienze, le narrazioni e
le emozioni umane sono pretenziose, meglio allora cavalcarle e riconoscerle come
tali.
> Sembra che Gabriel abbia voluto fare un mix di quelle sottoculture che stavano
> emergendo negli Stati Uniti, luogo/pentola a pressione in cui per l’appunto è
> ambientato l’album.
E allora, tanto per cominciare un’analisi spicciola, la figura di Rael, col
senno di poi, ricorda un giovane B-boy ante litteram: se è vero che all’epoca la
figura del tagger era separata dalle discipline dell’hip hop (per poi più avanti
diventare uno dei quattro punti fondanti della cultura in questione,
probabilmente più per una forzatura dei media che altro), è anche vero che l’hip
hop nasce ufficialmente nel 1973, quindi un anno prima di The Lamb (e i
portoricani avranno un ruolo importante nella scena). La giacca di pelle nera, i
capelli corti, e l’accenno di black face (intelligentemente Gabriel ne fa una
maschera senza le ingenuità del David Byrne di Stop Making Sense), coi quali
Gabriel dal vivo caratterizzava Rael sono per l’appunto più vicini
all’abbigliamento del rap (pensiamo a Grandmaster Flash) che ai Ramones
(rinomati capelloni), senza contare che, secondo il copione, Rael appartiene a
una gang.
Ma il punk nasce proprio nel 1974, e anche in questo caso si ha a che fare con
le leather jacket e il graffitismo, sebbene quest’ultimo servisse più per
lanciare slogan: sembra che Gabriel abbia quindi voluto fare un mix di quelle
sottoculture che stavano emergendo negli Stati Uniti, luogo/pentola a pressione
in cui per l’appunto è ambientato l’album. Il quale non è certo del tutto in
linea – look a parte ‒ con quello che di più musicalmente “estremo” in quel
senso stava nascendo negli Stati Uniti: pensiamo non tanto alle sottoculture
prima citate quanto ai Residents e ai Devo, che avevano già superato i Genesis
nel trangugiare e rielaborare il prog (se pensiamo che “Jocko Homo” dei Devo è
stata originariamente registrata nel 1974 non c’è storia). Ma Gabriel è come
loro interessato alla produzione in studio come fondamento di uno stile
prettamente Genesis che non si piega alle mode; ci tiene al colore, al sound, il
discorso musicale in partitura fa da fondamenta a quello e non il contrario
(tant’è che gli stessi Devo si troveranno tra i piedi Brian Eno, guest di lusso
in The Lamb, il quale senza dubbio sarà uno dei forgiatori del suono new wave);
guarda più che altro a un post-punk allargato, che potrebbe essere più vicino
alla no wave che sarà, che tutto sommato era già un crossover ante litteram tra
scena bianca e nera prima dell’avvento di Beastie Boys e Run DMC, con un occhio
lungimirante sulla centralità artistica e multiculturale di New York e degli
Stati Uniti in un immaginario che già profila gli anni Ottanta.
The Lamb è comunque molto più black di quanto non si riconosca (ed è anzi strano
che nessun act hip hop abbia provato a farne una versione riveduta e corretta);
a parte il fatto che c’è un riferimento evidente al progressive soul
(Innervision di Stevie Wonder, uscito un anno prima, sembra uno dei punti di
riferimento con le sue primissime incursioni “street”), la tematica di
“redenzione” di chi abbandona la legge della strada per il discorso “mente
educata” è senza dubbio proto-progressive hip hop. Dal punto di vista della
terra madre dei Genesis, ovvero il Regno Unito, sicuramente la cifra dell’album
è totalmente lontana dalle macerie del glam o dal rock n’ roll zozzo che sarà il
punk inglese: semmai è un’anticamera del pronk di Cardiacs memoria (questi
ultimi grandi fan dei Genesis di quel periodo), che riusciranno a mettere
insieme il punk e le avanguardie del rock “di pancia” con le sue espressioni più
“riccardone” e vetuste. In più nella narrazione di TheLamb, a differenza delle
precedenti prove dei Genesis, c’è un aspetto iperrealista crudo e inedito che
manda la psichedelia in bad trip, in linea con una metropoli come New York che è
caratterizzata dalla sua popolazione sotterranea, che esiste veramente e che non
è solo frutto di fantasia (e non è detto che non sia anche una metafora del
nuovo underground musicale che in qualche modo sconvolge la comfort zone dei
dinosauri del prog imponendogli un cambiamento).
> È chiaro come dietro a The Lamb ci sia in realtà ‒ cosa che è tranquillamente
> confermata leggendo i testi – una critica sociale, un attacco al capitalismo e
> al mondo moderno molto più duro che in passato, tutte cose filtrate con una
> sensibilità tra Lynch e Jodorowsky.
Come anche in un capolavoro visionario quale “Get’em out by Friday”, contenuto
in Foxtrot, in cui i padroni sgomberano case occupate e perseguono l’obiettivo
di rimpicciolire i cittadini per poi vendergli case minuscole e ottenere sempre
maggiore densità urbana ‒ cosa che in effetti oggidì siamo a tanto così dal
realizzare ‒, qui Gabriel ci porta faccia a faccia con gli “uomini talpa”, ossia
gli homeless che abitano le fogne newyorkesi e che a metà anni degli anni Dieci
sono saliti alla ribalta come un problema di notevoli proporzioni (si parla di
migliaia di abitanti del sottosuolo, provati da malattie e droga, dei veri
Slippermen). Quindi sì, è evidente che la trama sia costruita sulle turbe di
Gabriel e sulla sua capacità o meno di affrontare i propri demoni (soprattutto
nella circostanza della difficile gestazione del primo figlio e tutto quello che
consegue un’autoanalisi feroce), ma è anche chiaro come dietro a The Lamb ci sia
in realtà ‒ cosa che è tranquillamente confermata leggendo i testi – una critica
sociale, un attacco al capitalismo e al mondo moderno molto più duro che in
passato, tutte cose filtrate con una sensibilità tra Lynch e Jodorowsky.
The Lamb è fondamentalmente cinema, e infatti è una specie di microplagio di El
Topo (ricordiamo che era in cantiere un film tratto dall’album proprio con la
regia di Jodorowsky), di cui riprende moltissime ambientazioni (le stalattiti le
stalagmiti, le gabbie, i cunicoli) e personaggi (per esempio figure che
ricordano le Lamia), perfino l’agnello che è però anche un filo conduttore verso
un altro modus narrativo, ovvero quello di John Bunyan che nel suo scritto the
Piligrim’s Progress (1678-1684) mette sotto i riflettori il nome omen Christian,
appunto l’agnello della redenzione, l’eroe cristiano per eccellenza: la figura
simbolica dell’agnello cuce due mondi che sono la faccia di una stessa medaglia,
quello spregiudicato di Jodorowsky e quello pieno di sensi di colpa di Bunyan
(in un certo senso la New York di sopra e quella di sotto).
Ma c’è anche la mitologia greca e i suoi mostri mischiati ai trattati junghiani,
c’è West Side Story che flirta con gli Who (il nome del protagonista di The Lamb
è inconsciamente scippato a loro, dall’album Sell Out); c’è il registro “alto”
di un Dante con il registro “basso” di un Pasolini. Il sottoproletario Rael è
per l’appunto l’agnello sacrificale che deve affrontare i mostri del
contemporaneo che ha introiettato (i sotterranei e le fogne come metafora del
suo subconscio alienato), ma soprattutto del futuro di una società oramai
dissociata, confrontandosi con un mondo sempre più tecnologizzato (“The grand
parade of lifeless packaging”), in preda a deliri di castrazione, paranoie
sessuali e confusione di genere (la scena dell’amplesso in “The Lamia”), fino a
immedesimarsi in un neutro che è tanto liberazione quanto rassegnazione, di cui
si riconosce anche l’ironia beffarda (la conclusiva “It”), subendo le mutazioni
di un mondo inquinato alla radice (nella grottesca “The colony of Slippermen”)
fino alla estrema ratio della schizofrenia come unica via possibile di salvezza
e di riconoscimento di sé (Rael e suo fratello sono la stessa cosa, ed è curioso
come in effetti la voce di John, nell’album, sia del futuro doppelganger vocale
Collins), alla morte come illusione venduta dai mass media (“Here comes the
supernatural anaesthetist”). Nel finale Rael sembra infatti morire, ma in un
mondo “hypertech” vince sempre l’eternità, non si muore mai. Lo spirito, per
mondarsi, può solo elevarsi al di sopra delle cose del mondo; in questo modo
potrà morire soltanto il suo egoismo e la sua durezza d’animo, le vere zavorre
che ci rendono ottusi.
> Il sottoproletario Rael è l’agnello sacrificale che deve affrontare i mostri
> del contemporaneo che ha introiettato (i sotterranei e le fogne come metafora
> del suo subconscio alienato), ma soprattutto del futuro di una società oramai
> dissociata, confrontandosi con un mondo sempre più tecnologizzato.
Dal punto di vista prettamente musicale dicevamo appunto la tecnologia: e quindi
l’uso dell’elettronica e dei sintetizzatori si fa spinto – anche a favore delle
chitarre, filtrate attraverso un EMS Sinthi ‒ con l’inserimento del jolly Brian
Eno che si occupa delle voci effettate di Gabriel in un paio di brani, e che
probabilmente sarà stato d’ispirazione (anche se il tastierista Tony Banks
afferma il contrario) nei momenti ambient del disco come la soave “ Silent
sorrow in empty boats” ma soprattutto in pezzi come “The waiting room”, che con
la sua cacofonia sonica sembra a tutti gli effetti uscito da una produzione Mego
degli anni Duemila, davvero avanti anni luce. Si intuisce il noise che verrà
(con la spettrale “Ravine”), si mettono basi alle tante fascinazioni HD degli
anni Venti del nuovo millennio (la fulgida “Hairless heart”), si indugia in
esperimenti grazie ai quali nascerà il prog metal (“Lylliwhite Lilith”), ma
anche e soprattutto tutta quella fascia di indies “intellettuali” capeggiati da
gente come i Radiohead, che evidentemente hanno ben presente questo disco in
testa. Con il suo motorik fatto di arpeggiatori minimalisti, “The carpet
crawlers” è forse l’esempio più calzante di un cambiamento drastico di stile nei
Genesis, che mantengono un equilibrio tra il loro passato (nello specifico il
primo disco From genesis to revelation, la prima e unica opera rock della band
fino ad allora) e il loro presente, ma tendono fortemente a battere i Kraftwerk
sul loro stesso terreno. E ovviamente ampio spazio anche al rock proiettato al
futuro, come in “Back in NYC” in cui la tensione proto-punk è ben tornita (e i
Locust potrebbero tranquillamente farne una cover) o come “Riding the scree”
altamente farcita di momenti pre-math/post-rock.
La stessa copertina della Hypgnosis è una specie di narrazione a base di realtà
aumentata e l’inner di copertina vede alle illustrazioni George Hardie, lo
stesso artista della famosa stretta di mano robotica di Wish you were here dei
Pink Floyd, che uscirà l’anno successivo. Insomma: tecnologia e forme meccaniche
contro nuda fisicità, reale contro virtuale, psichedelia contro psicofarmaci,
genere contro non genere, Genesis contro Genesis. Di tutti i dischi dei nostri
eroi, questo è quello che regge ancora alla ghigliottina del tempo: perché
finisce come finisce la vita, nel mistero più assoluto.
L'articolo Sui Genesis proviene da Il Tascabile.