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Francesca Contessini e la vita dopo il coma. Quando ricominciare è l’unica scelta possibile
C’è un attimo in cui tutto cambia. Per Francesca Contessini, 33 anni, milanese, quel momento è stato un sabato sera di gennaio di 15 anni fa, quando un grave incidente l’ha portata in coma per 16 giorni. Al risveglio, la diagnosi è stata durissima: lesione spinale, fratture multiple, e una lunga riabilitazione, per imparare di nuovo a vivere con una disabilità motoria permanente, ricominciando tutto da zero. “Tenevo la mano sul tubo della respirazione. Finché sentivo l’aria passare, sapevo che ero viva”, racconta Oggi Francesca Contessini racconta il suo percorso fatto di dolore, rinascita e accettazione, per rompere i tabù sulla disabilità e trasmettere un messaggio di forza e verità. Per comprendere davvero quanto profonda sia stata la trasformazione, però, bisogna fare un passo indietro. Prima dell’incidente, Francesca era una ragazza di 17 anni con una sensibilità profonda, in lotta con sé stessa e con il mondo. Si sentiva fuori posto, sbagliata, come spesso capita a chi vive l’adolescenza con l’anima esposta, e credeva di aver trovato la soluzione definitiva al suo disagio. Non poteva immaginare, invece, che nel tentativo di perdersi, si sarebbe ritrovata — ma solo dopo essere andata in pezzi, come tutte le ossa del suo corpo — e che avrebbe dovuto ricostruirsi da capo, con un nuovo ordine, una nuova identità. INTERVISTA A FRANCESCA CONTESSINI Puoi raccontarci del momento dell’incidente? Sabato 3 gennaio è un sabato che è iniziato malissimo ed è finito ancora peggio. Possiamo dire che il mio è stato un grave incidente di percorso, a seguito del quale sono quasi morta. Però non ne parlo, per una scelta ben precisa: voglio parlare solo di quello che è successo dopo, cioè di essere rinata, dopo essere quasi morta. Di quel momento, ricordo solo il colpo e poi il buio, ma ero ancora cosciente quando, dall’asfalto, mi hanno presa e caricata sull’ambulanza. Sono rimasta cosciente fino all’arrivo all’ospedale. L’ultima immagine che ho è quella di mio padre che, facendosi spazio tra i medici, mi dice sorridendo e con gli occhi rossi: ‘Forza Pizzocchera, tu ce la fai!’. Poi, il buio. Sedici giorni di coma. > Visualizza questo post su Instagram > > > > > Un post condiviso da Francy e Leoncino (@francy.e.leoncino) Cosa ricordi di quei giorni? Hai avuto coscienza di essere in coma? Il coma non è come nei film: non è solo assenza, è uno stato sospeso. Io sentivo. Non tutto, ma qualcosa. Sentivo la musica e la presenza di qualcuno vicino a me, anche se non capivo chi fosse, ma sapevo che non ero completamente sola. Io non capivo di essere viva, anzi, pensavo di essere morta e aspettavo che qualcuno venisse a prendermi da quel Purgatorio e mi portasse all’Inferno, dove credevo di meritare di andare a finire, visti i precedenti. Facevo molti sogni spaventosi, probabilmente per via del dolore intenso che sentivo per le fratture multiple che avevo riportato. I medici avevano consigliato ai miei genitori di mettere vicino al letto uno stereo con i CD che amavo. La musica era come un filo che mi teneva legata alla vita. Ero come sott’acqua: i suoni erano ovattati, ma presenti. Mi avevano portato un CD dei Green Day che era rovinato e saltava sempre su una nota. Quando mi sono svegliata, una delle prime cose che ho fatto è stato canticchiare proprio quella canzone: Wake me up when September ends… Tic. Mio papà ha capito subito: quel tic era il punto in cui il CD si inceppava. Ed era la prova che nel coma io sentivo. Cosa hai provato appena ti sei svegliata? Quando mi sono risvegliata, non ero più la stessa persona. All’inizio non capivo dove mi trovassi. Il mio corpo non rispondeva più: non potevo parlare né muovermi. Il risveglio è stato graduale, perché non ti svegliano mai tutto d’un colpo, ma diminuiscono i farmaci un po’ alla volta. Ricordo bene che la prima cosa che ho visto, aprendo gli occhi, sono stati i miei genitori e, anche se avevo il respiratore in bocca, sono riuscita a sussurrare “Vi voglio bene”. L’aria che passa nel tubo della respirazione: è così che hai capito di essere ancora viva? Sì, in un momento in cui non ero ancora completamente presente a me stessa con la testa e non potevo muovermi, tenevo la mano sul tubo della respirazione. I medici pensavano che volessi strapparmelo dalla bocca e mi spostavano continuamente la mano, ma io volevo tenerlo stretto, perché, finché sentivo l’aria passare, sapevo che ero viva. È stato in quel momento che ho capito che ero viva, ma anche che nulla sarebbe stato più come prima. Quali sono state le sfide più grandi che hai dovuto affrontare dopo il coma? Dopo il coma, il mio corpo non era più il mio. Ero prigioniera dentro di me. Il verdetto dei medici era chiaro: lesione spinale. Non potevo stare neanche seduta. Sei mesi a letto, senza poter alzare nemmeno la testa. Dicevano che sarei rimasta su una sedia a rotelle per sempre. La riabilitazione è stata lunga, durissima. Un anno in un centro specializzato, a ricostruire pezzo per pezzo il mio corpo e la mia identità. Ma dopo mesi di esercizi, è arrivato il primo passo, con la gamba destra. La sinistra ancora oggi non risponde bene. Ma la destra ce l’ha fatta. Non era guarigione. Non era un ritorno alla normalità. Era una nuova versione di me. È stata questa la cosa più difficile da accettare. Eri arrabbiata con il tuo corpo e come l’hai superata? All’inizio, mi sentivo tradita dal mio corpo. Ero furiosa con il mondo, con Dio, con me stessa. Mi dicevo che non ero una disabile, ero solo in pausa, che prima o poi sarei tornata quella di prima. Ma la me di prima non esisteva più. Ho dovuto attraversare quel dolore per ricostruirmi. Lentamente, ho smesso di combatterlo e ho iniziato a comprenderlo e, soprattutto, accettarlo. La psicoterapia mi ha aiutata molto: come prima cosa ho capito di essere stata fortunata, nonostante tutto. Con il tempo, poi, ho capito anche che la carrozzina non era il nemico, ma uno strumento utile per poter fare le cose che voglio, anche quando le mie gambe non reggono. Io cammino, ma non sempre. Se serve, la uso, ma sicuramente né la carrozzina né la mia disabilità mi definiscono e non mi categorizzano. Lo fa quello che scelgo di fare ogni giorno. > Visualizza questo post su Instagram > > > > > Un post condiviso da Francy e Leoncino (@francy.e.leoncino) L’amore che non giudica e i tuoi compagni di vita: chi sono Leoncino e Guglielmo? Che ruolo ha avuto Leoncino nella tua ripresa? Leoncino è il mio Labrador color cioccolato e ha una condizione particolare anche lui: soffre di displasia. È arrivato in un momento in cui io avevo già raggiunto un buon equilibrio personale, ma ha aggiunto qualcosa che mi mancava: la leggerezza. Lui mi ha riportato la luce. Nei ‘giorni del dolore’, quelli in cui anche i farmaci non bastano, si sdraia accanto a me e resta lì. Mi porta il suo pupazzo, mi osserva con i suoi occhi profondi, e senza dire nulla, mi dice tutto. Lui mi insegna ogni giorno che la vita è nel momento presente, che non serve avere tutte le risposte, basta esserci. Gli animali hanno un potere immenso nel nostro benessere. Prima di Leoncino, nella mia vita è arrivato Guglielmo, il mio compagno da dieci anni. Le persone che ti amano davvero ti amano per quello che sei, in toto, pacchetto completo: carrozzina, stampelle, piede ricostruito. Ti amano proprio perché sei in quel modo. E la mia disabilità fa parte di me. Guglielmo mi ha sempre vista intera, sin dal primo incontro. Non mi ha mai fatto pesare la mia condizione, né l’ha mai vista come un ostacolo. Mi ha amata dall’inizio per quella che sono, con le mie fragilità e la mia forza. Lui è l’amore della mia vita e il mio punto fermo. E oltre a lui, posso contare anche su Piercarlo, il mio papà. C’è stato un momento in cui hai sentito di aver ritrovato un pezzo della “te” di prima o vorresti dimenticarla? No, non vorrei dimenticarmi la me di prima del coma, anche se per tanti anni ho odiato profondamente quella ragazza di 17 anni per quello che mi ha fatto passare. Oggi, però, a 33 anni, so che quella era una parte di me che si è evoluta nella persona adulta, serena, equilibrata che sono adesso. Quella Franci diciassettenne, con tutte le sue infinite fragilità e tutti i suoi problemi ha fatto di me l’adulta che sono in questo momento, e mi piace. Qual è stata la cosa più sorprendente che hai scoperto su te stessa durante questo viaggio? Forse, la cosa più sorprendente è stata capire che le fragilità interiori che pensavo mi penalizzassero tantissimo in questa vita, dovevano solo essere rilette e rimesse in una cornice e che proprio quella fragilità e quella sensibilità che aveva la Francy di 17 anni sono diventate la forza dell’adulta che sarei diventata anni dopo: solo quando ho iniziato ad accettare il fatto che avevo un corpo fragile e una mente ancora più fragile ha iniziato a fiorire quella che adesso è forza e amore per me stessa. > Visualizza questo post su Instagram > > > > > Un post condiviso da Francy e Leoncino (@francy.e.leoncino) Perché hai deciso di condividere il tuo percorso sui social? Sui social sono @francy.e.leoncino e ho deciso di raccontare la mia storia per trasmettere un messaggio chiaro: voglio dare un’immagine diversa della disabilità, perché voglio far vedere che non siamo solo storie di sofferenza. Inoltre, mostro la mia vita vera, senza filtri, perché avrei voluto vedere qualcuno farlo quando ero più giovane, per sapere che non ero sola. A 17 anni non ho trovato negli adulti le risposte di cui avrei avuto bisogno. Parlo di scuola, di insegnanti che non si accorgono delle fragilità dei ragazzi e dei loro silenzi: i ragazzi hanno bisogno di essere visti e di un adulto che dica: ‘Ti vedo, so che non stai bene. Come vivi l’essere considerata un’ispirazione? Essere considerati ‘un esempio’ può sembrare positivo, ma spesso significa che la società vede la disabilità come qualcosa di straordinario da affrontare, quando invece è solo un modo diverso di vivere. Non voglio che la mia storia sia letta con pietismo, voglio che serva a far capire che tutti abbiamo la possibilità di riprenderci, in modi diversi. La differenza, la fa cosa decidi e scegli di fare dopo. Io ho scelto di vivere. Se tu oggi potessi parlare alla Francesca di 17 anni, cosa le diresti? Fino a non molto tempo, fa ti avrei risposto che l’avrei presa a schiaffi (ride), ma non è vero. Oggi le direi che va tutto bene, di non avere paura: ci sta avere dei momenti in cui non si è lucidi, sentirsi persi, arrabbiati, confusi o fragili, ma da quel caos nascerà qualcosa di grande; che la sua vita non è finita, sta solo cambiando forma e dopo ci sarà una versione di lei che saprà prendere la sua fragilità incapsularla e proteggerla dal resto del mondo. E alla Francesca che si è svegliata dal coma e lottava per riprendersi? Le direi che sarà durissima, ma che ce la farà e che la disabilità non è una tragedia, ma solo un modo diverso di essere. E un giorno capirà quanto è forte. Cosa diresti a chi sta lottando con un evento traumatico? È una cosa che ho compreso solo da adulta. Non importa quale sia la battaglia. Può essere una malattia, un trauma, una perdita, un dolore che sembra insormontabile. Il trauma ti blocca, ti incatena, ti impedisce di andare avanti. Ma se lo attraversi e lo accetti, scopri che dall’altra parte non c’era quel grande pericolo che immaginavi: il blocco non era uno sbarramento, ma si poteva oltrepassare. Accettare tutta me stessa per quello che sono, disabilità compresa, è il modo per andare avanti e oltre. Accettare non significa arrendersi o rassegnarsi, ma smettere di combattere contro sé stessi e iniziare a costruire, pezzo dopo pezzo, respiro dopo respiro. Finché c’è aria, c’è vita. The post Francesca Contessini e la vita dopo il coma. Quando ricominciare è l’unica scelta possibile appeared first on The Wom.
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Un filo sospeso: il libro di Margherita Vaccari è una luce di speranza per chi affronta l’anoressia
Un filo sottile separa la luce dall’ombra, la vita dalla sua negazione. Margherita Vaccari, nel suo libro Un filo sospeso (edizioni San Paolo), racconta il suo percorso con l’anoressia nervosa, un cammino doloroso che l’ha condotta a sfiorare la morte prima di riscoprire il valore della vita. Un memoir lucido e necessario che trasforma il dolore in condivisione e speranza «Ho sentito il bisogno di scrivere per metabolizzare ciò che avevo esperito, ma anche per aiutare gli altri. Il libro parte dal 2017, quando sono tornata dal Brasile in Italia». Inizia così il viaggio di Margherita Vaccari nell’anoressia e inizia così anche il suo libro, uscito il 15 marzo per edizioni San Paolo. Un testo autobiografico che è la storia di un dolore profondo, rifiutato e poi pian piano accolto e abbracciato. Margherita Vaccari, oggi ventunenne e studentessa a Madrid, ha scelto di raccontare questa storia per dare voce a chi affronta i disturbi del comportamento alimentare. Un filo sospeso non è solo il resoconto di un dolore personale, ma un messaggio di speranza, un ponte lanciato verso chi si sente perso. Perché guarire è possibile, e Margherita racconta com’è riuscita a farlo. UN FILO SOSPESO: L’INIZIO DELLA RINUNCIA ALLA VITA Ne Un filo sospeso seguiamo Emma, la protagonista del libro (scritto in terza persona), mentre ritorna in Italia dopo quattro anni trascorsi in Brasile. Il passaggio al nuovo mondo, con le sue regole diverse, la schiaccia. La scuola è rigida, le amicizie sfuggenti, il senso di appartenenza fragile. In questo scenario di disorientamento, Emma trova rifugio nell’unico elemento che può controllare: il suo corpo. «La scuola in Italia era molto diversa da quella che frequentavo in Brasile: là venivamo molto aiutati dai professori, mentre qui era tutto molto teorico. C’è stato poi lo shock con i compagni: a San Paolo andavamo a scuola vestiti in tuta, qui le ragazze erano vestite bene, truccate. Mi sono sentita estranea, sola, goffa. È iniziata così la depressione. Poi, a 16 anni, arriva il Covid: volevo perdere qualche chiletto, così ho approfittato dell’isolamento per mettermi a dieta. Una dieta che è diventata man mano sempre più restrittiva», prosegue Margherita. Il cibo, da fonte di nutrimento, diventa un’ossessione. Il dimagrimento non è più un mero cambiamento fisico, ma il simbolo di un dominio su un’esistenza che le sfugge. Così, giorno dopo giorno, si insinua nella vita di Margherita l’anoressia nervosa. La situazione inizia a peggiorare con il trasferimento in Germania, dovuto a uno spostamento lavorativo del padre: «All’inizio mi sono trovata molto bene, ma lo sfaldamento del gruppo dei miei amici mi ha fatta risprofondare nella depressione. Ho iniziato ad allenarmi sempre più: mi tenevo solo un giorno libero a settimana dove però passeggiavo moltissimo. Mangiavo senza carboidrati e continuavo a ridurre le porzioni. Se avevo voglia di un cioccolatino, lo masticavo e poi lo sputavo, non volevo ingerire nulla». LA DISCESA NEGLI INFERI DELL’ANORESSIA Da lì in poi, Margherita inizia a perdere sempre più peso, finché sua mamma non si accorge di tutto e, dopo un percorso con una psicologa, decide di trasferire Margherita in una clinica in Piemonte. Ma non è questo l’inizio della luce. «Ero isolata dal mondo, potevo ricevere visite solo una volta ogni due settimane per 20 minuti, così è tornata la depressione. Le poche volte che vedevo la psicologa le dicevo che volevo morire. Rifiutavo il cibo perché rifiutavo la vita. Spesso rifiutavo le integrazioni dei pasti e pian piano ho iniziato a nascondere i crackers, il pane. Li mettevo in tasca, oppure li sbriciolavo attorno al tavolo. Mi è stato proibito di passeggiare fuori, così lo facevo in camera, anche quando mi misero il sondino. Tutti lo facevano». Il trasferimento presso l’Ospedale Molinette, a Torino, corrisponde paradossalmente a un miglioramente per Margherita, ma proseguono gli alti e bassi. Del resto, la guarigione non è mai una linea retta. «Anche quando ero fuori dalla clinica e dall’ospedale, rimaneva il mio problema di iperattività: tutte le mie amiche erano all’università, avevano una vita, mentre io no. Mi sentivo molto sola. Ricominciai così a diminuire le grammature, a passeggiare in modo ossessivo». LEGGI ANCHE – I laboratori creativi di Animenta e Ambra Angiolini per contrastare i DCA LA RINASCITA DI EMMA Il trasferimento presso una comunità di cura a Bologna rappresenta il punto di svolta. Qui, nel confronto con sé stessa e con chi ha vissuto esperienze simili, Emma/Margherita inizia a rivedere la vita sotto una luce diversa. «In questa comunità, dove sono stata 6 mesi, è avvenuto un cambiamento, ho iniziato a vivere e a godere anche dei piccoli momenti della vita. Il clic è successo dal giorno alla notte, quando ho avuto il primo permesso. Sono uscita con le amiche e mi raccontavano della loro vita. Mentre parlavano ho realizzato: stavo sprecando la mia vita per una malattia del cavolo. Mi sono anche accorta però che mi stavo anche godendo il momento presente, che ero felice di stare con loro». Margherita Vaccari Questa consapevolezza coincide anche con la riscoperta del cibo come piacere, la capacità di guardarsi allo specchio senza paura, il ritorno alla socialità e agli affetti: Emma impara nuovamente a vivere. Ogni gesto quotidiano diventa una vittoria contro il mostro interiore che per troppo tempo l’ha dominata. «Da metà libro in poi, Un filo sospeso diventa una celebrazione della vita e della consapevolezza di quanto non si debba dare per scontato ciò che si ha. Diventa un libro molto motivazionale: vorrei far capire alle persone cosa stanno perdendo per una malattia che ti porta alla morte e che ti vuole far avere un corpo che non raggiungerai mai, un corpo che non ti permette di vivere. Da questa malattia si può uscire. La mia storia lo dimostra». The post Un filo sospeso: il libro di Margherita Vaccari è una luce di speranza per chi affronta l’anoressia appeared first on The Wom.
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Goliarda Sapienza e “l’arte della gioia” come sentimento politico
Libertà, autodeterminazione, emancipazione: c’è tutto nelle pagine de “L’arte della gioia” (Einaudi), il romanzo di Goliarda Sapienza che la regista Valeria Golino ha trasformato in una coraggiosa e potente miniserie disponibile su Sky. La storia della protagonista Modesta, che si intreccia con lo sguardo inedito e originalissimo di Sapienza, racconta l’universo femminile – nel suo potere e nelle sue contraddizioni – attraversando il ‘900 e la storia del nostro Paese da un’altra prospettiva Sicilia, primo gennaio 1900: nasce Modesta, il cuore e la mente di questo libro che ha richiesto dieci anni per essere trascritto (dal 1967 al 1976) per poi essere abbandonato per vent’anni dentro una cassapanca in soffitta. La protagonista, una «carusa tosta» è poliedrica e sorprendente. A partire dal suo nome: Modesta di umile non ha niente. E, nel suo stare al mondo evolvendosi sempre, è una figura letteraria che diventa persona: c’è una Modesta in ogni donna che disobbedisce in nome della sua gioia. RIBALTARE TUTTI GLI STEREOTIPI SULLA PRESUNTA “FEMMINILITÀ” Modesta, la protagonista de “L’arte della gioia” è sfrontata, curiosa, impaziente. Distruggendo lo stereotipo della donna angelo del focolare, a partire dalla riappropriazione di tutti i tabù sessuali sulle donne, imparerà a sfruttare la sua intelligenza machiavellica e il suo fascino per ribaltare del tutto la sua posizione sociale. > Ma non lo farà per rivalsa sociale o avidità. Modesta agisce sempre e solo in > nome della libertà e di una condizione: la gioia «Ho fatto bene a rubare, sempre, la mia parte di gioia a tutto e a tutti» dice Modesta, interpretata nella serie da una ipnotica Tecla Insolia: Modesta difenderà la sua gioia su tutto. Scovandola con tutti i mezzi possibili, coltivandola e proteggendola. Anche con crudeltà. Una postura rivoluzionaria alla quale l’epoca in cui Goliarda Sapienza ha vissuto non era pronta: il mondo, come gli editori, non era preparato al fatto che le donne, per essere felici, possano uccidere. Che partorendo lottino con il proprio figlio per la sopravvivenza. Che si masturbino, che possano desiderare altre donne, che possano desiderare gli uomini e le donne. Che non piangano davanti alla morte. Valeria Golino, regista della serie “L’arte della gioia”, e la protagonista Tecla Insolia nel ruolo di Modesta > Goliarda Sapienza irrompe in questo contesto e, la gioia di cui scrive, è un > sentimento che ancora oggi non si è privato dei tabù. LEGGI ANCHE – Taci, anzi parla: perché leggere il diario di Carla Lonzi è ancora un atto di ribellione a un sistema culturale oppressivo LA PUBBLICAZIONE POSTUMA DI UNA GIOIA SPREGIUDICATA Il racconto di Goliarda Sapienza è audace, spregiudicato, violento, senza filtri. Perché Modesta, che nasce povera nelle campagne della Sicilia dei primi del Novecento in una famiglia che la maltratta, la affama e la violenta, non è un’eroina: non utilizza il bene semplicemente per sopravvivere. Ma per vivere felice. Nata nella miseria, violentata dal padre, senza l’amore della madre, Modesta riesce a diventare la colonna portante di una ricca famiglia aristocratica. > La sua identità è inafferrabile: è madre naturale e adottiva, amante di donne > e di uomini, sposa, madre naturale e adottiva, nonna, attivista politica, > detenuta, intellettuale   Mentre la gioia di Modesta esplode nelle pagine, Goliarda Sapienza si vede rifiutare il romanzo degli editori fino alla sua morte. Soltanto quando il libro divenne un caso letterario Oltralpe, nel 2005, fu pubblicato integralmente anche in Italia. «La Francia, al contrario dell’Italia, ama molto la trasgressione, per cui il successo enorme de “L’arte della gioia” da noi si deve esattamente a tutto quello che l’ha fatto rifiutare da voi», ha spiegato in un’intervista la traduttrice Nathalie Castagné. La vicenda del lungo rifiuto italiano si può ricostruire a partire dai libri “Cronistoria di alcuni rifiuti editoriali dell’Arte della Gioia” (Edizioni Croce) e “Lettere e biglietti” (La nave di Teseo): uno dei più grandi e pulsanti romanzi del Novecento italiano venne definito in patria «un cumulo d’iniquità», «un romanzone», letto di volta in volta come un romanzo libertino, un romanzo socialista, un romanzo criminale, un romanzo femminista, un romanzo sessantottino, e capito solo da alcuni. LEGGI ANCHE – Edna O’Brien, è morta la scrittrice ma le sue ragazze rimangono: il desiderio femminile non smette di parlarci VORTICOSA E PASSIONALE, LA SCRITTURA DI GOLIARDA SAPIENZA A ostacolare la pubblicazione di Goliarda Sapienza il peso della sua scrittura: doppia, barocca, vorticosa, poetica e orale. E allo stesso tempo appassionata, spiazzante, viva. Ha ragione Angelo Pellegrino, suo marito e curatore della sua opera, quando scrive che, anche quando la sua scrittura non è autobiografica, «è trasfigurazione, trasposizione di tanta vita che le appartiene». È quello che si può anche dire del romanzo: racconta il Novecento da un punto di vista eccentrico per due volte. Perché isolano e perché femminile. Goliarda Sapienza è fuori da ogni possibilità di categorizzazione: il suo stesso è un femminismo ante litteram. Come scrive: > State attenti perché di questo passo quando le donne si accorgeranno di come > voi uomini di sinistra sorridete con sufficienza paternalistica ai loro > discorsi, la loro vendetta sarà tremenda COSA CI INSEGNA OGGI GOLIARDA SAPIENZA (SENZA VOLER INSEGNARE) Modesta, personaggio scomodo negli anni Settanta lo è ancora oggi opponendosi alla difesa della famiglia naturale e alle posizioni conservatrici a riguardo. In una conformazione tutta nuova per i suoi tempi, nel corpo di Modesta Goliarda Sapienza reinventa la famiglia, i legami, l’amore, la relazione. A costo di uccidere e tradire, è la gioia verso cui la protagonista tende. > Il suo non è egoismo. Ma equilibrio rispetto al mondo. Una strategia di > “centratura” che le fa riprendere lo spazio che le è stato tolto Lo fa per lei e automaticamente per tutte le persone che le stanno vicino, che da lei imparano anche quando non la comprendono. Modesta è libera dal senso di colpa e non si lascia ingabbiare da tutto ciò che la vorrebbe spenta, opaca. Amore compreso. «Comincio a capirti. Tu mi vuoi su con te per piangere, per rifiutare la gioia di quei ragazzi. Tu aspiri a una cella vera, ma io ho fame»: la fame di gioia di Goliarda Sapienza è il suo insegnamento postumo e attuale, per ricordarci di andare sempre e solo verso noi stesse. Rubare la gioia non è un crimine. Ma un atto di resistenza. The post Goliarda Sapienza e “l’arte della gioia” come sentimento politico appeared first on The Wom.
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