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“Fui alba pesce scoglio”. Lettera a Domenico Adriano di Vincenzo Gambardella
Caro Domenico Adriano,  ho letto il tuo libro, l’ho finito proprio adesso “Anna sa”, delle Edizioni Il Labirinto (2023). Mi ha colpito la nota naturalmente poetica, l’andamento classico che lo pervade (fatto di letture antiche), e allo stesso tempo familiare, disteso, nel verso vissuto e compiuto nell’affetto dei giorni, nei legami, che parte dai sentimenti, i più riposti, intimi, anche i più drammatici e solitari. Viene dalle cose che esistono, da un’educazione ricevuta e preziosa. C’è la natura, il tempo che passa, i viaggi, gli ideali più o meno rimasti, o quelli per cui ancora viviamo, che ci sostengono, ci aiutano, tengono compagnia, per quel poco o tanto che possono fare le idee.  Mi ha colpito la lirica a pagina 54, questa che qui riporto, stampata anche sul retro della copertina del libro, giustamente, in quanto emblematica di un sentire. Eccola: > Bene non riesco a vedere > come vedono loro, i monti > dall’alto, qui in pianura > dove cammino era l’abisso. > > Fui alba pesce scoglio > poi corallo intreccio d’erbe ginestre, > è possibile che io debba morire. Riepiloghiamo: l’abisso, il morire, il cammino, l’origine e la fine legati assieme, coincidenti, cioè: l’infinito del dire. Dunque non è certo che si muoia, ma è possibile, così come è possibile che quell’oltre che ci sovrasta misteriosamente, contenga vita ancora, e ancora esistenza, chissà come, chissà dove, ammesso che come e dove siano importanti ai fini di una vita felice. Perché è una poesia felice questa. Ce lo racconta lo stesso andamento ritmico del verso, semplice, diretto nella disposizione attenta delle parole, nel metro luminoso adottato, che scorre in libertà incontro alla parola. È una poesia segreta questa, una poesia felice e segreta, che nasconde un segreto. Aguzzate la vista, sembra suggerire, fate attenzione, guardate bene!  Ricominciamo dal principio, la poesia può essere letta e riletta senza fine, una sorta di mantra che nella lettura manifesta la sua verità vera e ancora più vera a mano a mano che viene compresa, fino a suggerirci un’immagine in movimento, simile a quei cilindri che nelle scenografie teatrali rappresentano un finto mare con finte onde spumose, che continuano a girare per darci non solo un effetto di mare ma anche per dirci che siamo di fronte a un artificio. Poesia che sa dire ciò è tutto, comprende tutto.  Rileggiamo: “Bene non riesco a vedere/ come vedono loro […]”. Cosa c’è da vedere?, e bene? Consideriamo le prime tre parole dei tre versi della seconda strofa e mettiamole in fila, staccandole dal loro incolonnamento: Fui, poi, è. Risistemiamole in un nuovo verso, quasi interno alla stessa poesia, come poesia segreta, nascosta. Le parole svelano un senso nuovo, ma suggerito dal testo, cardine sotteso, ad apertura di significato recondito, anamorfico, ricomparso in una nuova forma, che racconta di quando non moriremo più. Basta dare una nuova posizione alle parole, o coprire con una mano un occhio, in modo da vedere solo in parte, che in realtà vuol dire vedere tutto, in quanto il poeta (che poi sei tu!) non vede interamente e tocca a noi guardare per lui: giacché non si muore, solo questo! Del resto, la pianura di cui si parla nella prima strofa, un tempo era un abisso, e ora è vivibile, spazia nella sua evidenza di cosa ricevuta, gratuita, anticipo di provvidenza in natura, come la poesia. Oppure, per dirla con le parole dello studioso e scrittore Arnaldo Colasanti, nel bel ritratto critico che ti dedica (Braci. La poesia italiana contemporanea, a cura di A. Colasanti, Bompiani, 2021; da pag. 185 a 187):  > “La montagna che ci abbaglia e ci fa temere di non farcela è sempre la casa > nella casa, la vita tutta dentro l’asilo della vita, dove s’impara a essere, > ad andarsene per sempre: e a non morire più”.  A quel punto, tutti liberi, riconciliati, salvati. Questa la speranza! Viene da chiedersi cosa ci metteremo addosso quel giorno; a pagina 22 una poesia magnifica per grazia e originalità ce lo dice: > Il vestito > pronto già da più di trent’anni > per andare nell’aldilà. > Quel santo carnevale > che festa per te, per me > che lo indossai… Le donne > di casa lo misero > nel tuo corredo. Ora > dispiegandolo > torni qui insieme a noi > nella tua maestà. > Tra le mille sue pieghe > il vento musico di te. Vincenzo Gambardella  *In copertina: Giuseppe De Nittis, Effetto di neve, 1880 circa L'articolo “Fui alba pesce scoglio”. Lettera a Domenico Adriano di Vincenzo Gambardella  proviene da Pangea.
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