Il primo, come sempre, fu Ezra Pound. Lo aveva accompagnato dallo stampatore
(David Nutt, in Grape Street, Londra), correndo; fu lui a pretendere la bozza
del libro, che avrebbe recensito su “Poetry”. Ezra era così, costantemente
furibondo; all’altro quei modi piacevano poco: labbra grosse, bellezza piena,
lunare, eleganza insospettabile, connaturata, che non tradiva nove anni di
lavoro in una fattoria a Derry, nel New Hampshire, Robert Frost si era
trasferito in Gran Bretagna qualche mese prima; A Boy’s Will era il primo libro,
era il 1913. Parlava di bufere e di fiori, in quel libro, quel poeta bucolico e
tenebroso, di “come s’insinua il freddo e il fuoco muore”, di campi al
crepuscolo, dei “giochi muti di un certo pipistrello/ che ha scorto, pare, il
mio posto segreto”. Aveva dedicato il libro alla moglie, Elinor; d’altronde, si
erano fidanzati dopo che il “New York Independent” aveva acquistato – per 15
dollari – un suo poemetto, My Butterfly.
Robert Frost era nato nel 1874, si era sposato a vent’anni, ne aveva dieci più
di Pound; in Inghilterra era sbarcato con quattro dei sei figli. Elliot era
morto di colera; Elinor Bettina non era sopravvissuta al parto. La vita di Frost
non sarà avara di tragedie: la figlia Marjorie muore di febbre puerperale a 29
anni; il figlio Carol si ammazza nel 1940. Frost, uomo dalla tempra tenace, viso
da falco, resiste fino al 1963, muore a 89 anni, I had a lover’s quarrel with
the world, fa incidere sulla sua tomba. Cinquant’anni prima era nato alla
poesia, era stato battezzato dai genitori secondo il rito del mistico svedese
Emanuel Swedenborg.
Pound sigillò l’ennesimo talento. “È un libro crudo… ma quest’uomo ha il buon
senso di parlare con naturalezza e di dipingere le cose come le vede. Tutto
questo, è affare ben diverso dal maneggiare polisillabi circonflessi”, scrisse,
e capì tutto. Subito dopo, ‘Ez’ presentò Frost a William Butler Yeats: il
maestro, Nobel nel 1923, elogiò “la miglior poesia scritta in America da tanto
tempo”. Robert Frost ebbe un successo immediato, prepotente, implacabile: nel
1914 esce North of Boston; nel 1916 Mountain Interval; nel 1923, contestualmente
alla prima raccolta di Selected Poems, pubblica New Hampshire. Con quel libro
ottiene il primo di quattro Pulitzer for Poetry, un record; quanto al Nobel, fu
nominato per 31 volte, gli preferirono sempre altri. A sancire il paradosso,
bava di vendetta, ci pensò Iosif Brodskij: a Stoccolma, nel discorso di
accettazione per il Nobel, era il 1987, tra le “ombre che mi turbano di
continuo”, poeti superiori a ogni premio, il russo in esilio cita Osip
Mandel’štam, Marina Cvetaeva, Anna Achmatova e Robert Frost.
Era ritornato negli Stati Uniti nel 1915, aveva acquistato una fattoria a
Franconia, vicino alle White Mountains: Frost scriveva con la franca dedizione
di un contadino, insegnava qua e là, consapevole che il foglio non è diverso da
un tozzo di legno, da un pezzo di terra, e che si fa poesia maneggiando la vanga
e il coltello. Forse, in quelle poesie agresti e notturne (“La casa era andata,
riaccendendo/ nel cielo della notte il suo tramonto./ Solo il comignolo restava
in piedi/ come un pistillo tra petali andati”), turbate, che con solenne ironia
convocano gli elementi primi del mondo, i compatrioti rintracciavano frantumi di
un’identità perduta (“Il fuori buio guardava dentro, a lui,/ di tra la
galaverna, quasi scissa in stelle,/ che s’apprende sul vetro in stanze vuote”).
Era consapevole di tracciare una poetica diversa da quella, in voga, degli
americani europeizzati, T.S. Eliot e Pound, e che la sua fama infastidiva i
cardinali del verso: “Ho avuto un successo popolare troppo vasto per compiacere
i dignitari, temo… Mi danno contro le bande dei Pound-Eliot”, scrive nel 1936. A
un discepolo, in uno stretto giro di lettere, dedica un’ammonizione – “Prima poi
dovrai affrontare il problema di come guadagnarti da vivere. Non credo tu possa
farlo con la poesia. Nessuno può farlo. La poesia ha la presunzione di non
essere presumibile” – e una predica: “è meglio lasciarsi sopraffare dal rispetto
delle proprie convinzioni che dai dubbi del primo che passa” (il terzo volume
delle Letters of Robert Frost. 1929-1936 è stato pubblicato dalla Harvard
University Press).
Stretti tra beatnik e modernist, tra i Ginsberg & Co. e gli Eliot & Sons ci
siamo scordati, per strabismo editoriale, che la poesia americana è stata fatta
soprattutto da Robert Frost e da Wallace Stevens. L’opera di quest’ultimo è
stata inscatolata in un ‘Meridiano’ Mondadori nel 2015 (a cura di Massimo
Bacigalupo); una specie di incomprensibile stigma ha marginalizzato Robert Frost
per molti anni (Coscienza della notte, l’antologia tradotta da Giovanni Giudici,
è svanita da un pezzo), finché Adelphi, un tot fa, non ha lacerato la vergogna
con una raccolta, Fuoco e ghiaccio (2022), tradotta con ardore da Silvia Bre
(poetessa – in quel caso la pubblica Einaudi – e autrice, tra l’altro, di
notevoli versioni da Emily Dickinson).
Con distratta pazienza insistette perché Pound, l’antico, antipatico amico fosse
liberato dal manicomio criminale di Washington D.C.; una poesia straordinaria, A
una falena vista in inverno, andrebbe letta insieme a L’Uomo-Falena di Elizabeth
Bishop: perché i poeti sono attratti da ciò che si estingue, dal mostro? In
quella poesia, Frost dischiude una Stonehenge di versi meravigliosi:
> “Non troverai l’amore né lui te.
> E quel che piango in te è un che di umano,
> la vecchia intempestività incurabile,
> di tutti i mali unica radice”.
Il 1961 sembrava l’anno giusto per il Nobel: lo candidano, tra gli altri, Wystan
H. Auden – “il suo discorso poetico è quella di una mente totalmente attenta,
che ha il pieno controllo di sé” –, Pearl S. Buck (che il Nobel l’aveva preso
nel 1938), C.S. Lewis. Fu superato da Ivo Andrić. Piuttosto, quell’anno muore
Ernest Hemingway – “Era duro e irriverente con la vita… fortunatamente per noi,
ha avuto il tempo di forgiare la sua grandezza”, scrive, ricordandolo – e lui,
il poeta, è invitato a leggere una poesia nel giorno dell’insediamento del
Presidente John Fitzgerald Kennedy. La scena è epica. Il poeta ha 87 anni, il
vento è a mitraglia, il sole tortura gli occhi, Lyndon Johnson cerca di tenere
fermi i fogli sul leggio. Frost lascia perdere il testo che si è preparato,
recita a memoria una poesia scritta vent’anni prima, The Gift
Outright(nell’edizione Adelphi è a pagina 481).
> “Era nostra prima che fossimo suoi.
> Era la nostra terra più di cent’anni
> prima che fossimo il suo popolo. Era nostra…”
Fu silenzio, e fu blu. E a tutti fu chiaro chi per lignaggio era degno di essere
detto presidente, padre della patria, re.
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