Esiste una vitalità documentale che si sprigiona prima che la funzione
archivistica faccia il suo corso. Lo stato di natura dell’archivio è la fase in
cui esso esprime al meglio il bisogno di chi lo sta producendo, il momento in
cui esso si colloca in una irripetibile posizione nello spazio-tempo.
L’archivio è un’opera di montaggio alla quale contribuiscono la volontà di
rappresentazione e autorappresentazione, la sensibilità verso la propria
memoria, la soggettività della descrizione e, in misura non trascurabile, il
caso. L’uso che ne facciamo e l’interpretazione che ne diamo fanno degli archivi
strumenti etici di costruzione di una coscienza storica, civile e politica. Gli
archivi dei movimenti sono quelli che meglio rappresentano questi processi di
sedimentazione: quando nascono lo fanno spesso sulla scia dell’urlo di coscienze
irrequiete che manifestano il loro bisogno antagonista di fare e pensare. Sono
archivi scomposti, fluttuanti, risultato di dinamiche molto poco archivistiche,
ignari di protocolli, titolari e fascicoli. La loro stessa consistenza materiale
è ondivaga, non tipizzabile e, in ultima analisi, poco coerente. Il pensiero, la
suggestione e la speranza vengono prima della loro espressione scritta e giocano
un ruolo decisivo nei processi di costruzione di una memoria altra da quella
formalizzata dai grandi e strutturati fondi archivistici “istituzionali”. Ne
potrebbero derivare svariate considerazioni metodologiche e altrettante dotte
obiezioni, ma l’obiettivo di questo libro è di adottare un punto di vista più
che di rispondere al tribunale del metodo.