Sappiamo tutti che prima o poi saremo costretti a uscire dall’attuale società
del consumo, anche se fatichiamo a farla finita con la nostra dipendenza
consumista. Oggi la posta in gioco è capire se ne usciremo positivamente,
adottando un’abbondanza frugale ecosocialista, oppure se lasceremo che
un’oligarchia plutocratica prima devasti il pianeta e poi, al meglio, imponga
un’austerità ecofascista.
Se la democrazia può funzionare solo quando è costruita su una percezione comune
della realtà, cioè su fatti verificabili e discutibili, l’affermarsi
dell’attuale regime di postverità fa presagire la fine di una democrazia
effettiva e del suo orizzonte di senso. Ecco perché il progetto della decrescita
non è semplicemente la critica di un modello economico come quello occidentale,
basato sull’idea di crescita infinita, ma è un ripensamento complessivo delle
nostre società e dei valori su cui si fondano. Smentire la pretesa totalitaria
dell’economia neoliberale e riflettere su una società post-crescita significa
allora decolonizzare il nostro stesso immaginario, ripudiando quella concezione
che riduce il politico alla politica politicante e restituendo dignità a quel
livello metapolitico che al contrario comprende tutte le dimensioni del vivere
collettivo. La decrescita si configura così come una contronarrazione che non
solo si oppone alla magniloquente narrazione della crescita, ma che al contempo
– abbandonato l’universalismo del «sogno occidentale» – prova a ricostruire un
mondo pluriversalista basato su una «democrazia delle culture».
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È ancora possibile ritrovare il senso e il gusto della bellezza? È possibile
inventare un’estetica capace di esprimere una società fondata sull’abbondanza
frugale? Sono questi gli interrogativi cui Latouche cerca di dare risposta
allargando lo sguardo dall’aspetto economico a quello artistico ed estetico.
In questa brillante riflessione Latouche si propone di far luce sui misteri
dell’estetica nella prospettiva del pensiero della decrescita. L’analisi del
disastro urbano da cui il saggio prende le mosse si riferisce non solo
all’impatto territoriale della logica di distruzione materiale dell’economia
della crescita, ma anche a quella che è stata definita la crisi della cultura:
una perdita di valori, una distruzione del gusto, della sensibilità e, in
definitiva, dell’arte di vivere. Questa distruzione, che può essere definita
appunto estetica, si manifesta pienamente nella crisi dell’arte contemporanea:
essa è in definitiva il risultato dello stesso processo di colonizzazione
dell’immaginario da parte dell’economia e della conseguente
deterritorializzazione. Ed è così che l’estetica, elemento essenziale per il
reincanto del mondo, offre un punto di vista privilegiato per riflettere ancora
una volta sulla profonda crisi in cui le nostre società sembrano essere
intrappolate.