
Il dietrofront sul reato di violenza sessuale: si passa dal “consenso” al “dissenso”
- The Wom - Friday, January 30, 2026
Dopo l’annuncio dello scorso novembre a pochi giorni dalla Giornata internazionale contro la violenza maschile sulle donne, c’è stato un clamoroso dietrofront da parte del governo sul disegno di legge per introdurre il criterio del consenso nei casi di violenza sessuale: dal consenso “libero e attuale” si è passati a quello “riconoscibile” per approdare infine alla “volontà contraria”, cioè l’esatto opposto.
Un voltafaccia pericoloso, che rischia di peggiorare la legge anziché migliorarla e rendere i processi più difficili per le vittime
Nonostante le critiche e le proteste delle opposizioni e dei movimenti femministi, martedì scorso la commissione giustizia del senato ha infatti approvato le modifiche al testo proposte da Giulia Bongiorno.
Dal consenso al dissenso
Il 12 novembre la Camera aveva approvato all’unanimità un emendamento al disegno di legge per modificare il reato di violenza sessuale proposto da Laura Boldrini, che avrebbe introdotto il criterio del consenso. La legge attuale definisce lo stupro come la costrizione a compiere atti sessuali mediante “violenza o minaccia o mediante abuso di autorità”, oppure quando si abusa “delle condizioni di inferiorità fisica o psichica della persona offesa”. Da molti anni però la giurisprudenza riconosce che questi criteri rischiano di escludere tutti quei casi in cui la vittima non reagisce o non si difende, o casi in cui l’intimidazione non è così esplicita, come avviene ad esempio tra persone sposate o che hanno una relazione.
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Di fatto, anche se non è menzionato nel codice penale, il criterio del consenso viene già ampiamente adottato nei processi. È violenza se la vittima non ha dato il proprio consenso all’atto sessuale, non se ha urlato, si è difesa o se ha opposto resistenza. La proposta di modificare il reato serviva proprio a colmare la discrepanza tra la legge e la sua applicazione nei tribunali, che senza un riferimento giuridico chiaro era lasciata in mano all’interpretazione dei giudici. Inoltre, negli ultimi cinque anni ben tredici Paesi europei hanno introdotto il criterio del consenso. L’ultimo è la Francia, che ha deciso di cambiare la legge dopo il caso di Gisele Pelicot, la donna che per vent’anni è stata fatta stuprare mentre era incosciente dal marito che reclutava gli aggressori su Internet.
Un dietrofront inaccettabile
Nonostante l’accordo tra Meloni e Schlein, la proposta di modificare la legge sulla violenza sessuale è stata subito criticata da Matteo Salvini e da altri esponenti della Lega, che sostenevano che l’introduzione del criterio del consenso, a detta loro scarsamente verificabile, avrebbe dato adito a false accuse di stupro. In realtà questo fenomeno non è diffuso come si pensa, anche se è abbastanza difficile da quantificare. Studi comparativi tra vari Paesi riferiscono tra il 2 e il 10% del totale delle denunce, ma bisogna considerare che questi numeri non riguardano solo casi di cui è stata accertata la falsità, ma anche denunce archiviate per insufficienza di prove o che non sono mai arrivate a processo. A ciò va aggiunto il fatto che solo il 10-12% delle violenze sessuali viene denunciato.
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Una legge peggiorativa
La legge attuale non è affatto perfetta, ma l’introduzione del riferimento alla “volontà contraria” della persona offesa rischia di caricare ancora di più su di lei il compito di dimostrare in sede processuale di essersi opposta all’atto sessuale. Che si sia arrivati a un testo che va nella direzione completamente opposta di quella approvata all’unanimità dalla Camera, dopo l’annuncio in pompa magna di un accordo straordinario tra tutte le parti politiche, fa pensare che non è affatto nell’interesse della destra impegnarsi a combattere la violenza sulle donne, come ripetuto più e più volte.
Piuttosto che approdare a una legge peggiore di quella attuale, sarebbe più saggio lasciar perdere, come chiesto dalle opposizioni e dai movimenti femministi
C’è ancora tempo: se il Senato approverà il nuovo testo, sarà necessario un nuovo passaggio alla Camera prima che la legge entri in vigore. E sarà bello vedere come si giustificherà il fatto che solo un paio di mesi fa tutti i quattrocento deputati avevano approvato l’esatto contrario, festeggiando il loro impegno per la tutela delle donne.
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